All'indomani della salvezza della Salernitana nel 2022, così scrisse :
Ciao amore mio, non so dove sei. Non so cosa starai facendo. Forse sei su quella nuvola che era su di me quella sera, quando correvo per far volare la tua lanterna. O forse sei qui accanto a me. Sì, sono sicuro che sei qui con me. Abbiamo lottato insieme in questo anno complicatissimo, ma… oggi so che tu ci sei sempre stato lì con me. Sei riuscito con la tua energia a darmi la forza di lottare e di continuare a inseguire l’impossibile possibile, il possibile probabile, e il probabile certo. Ale, questa non è la mia vittoria, ma la nostra, proprio come quella della promozione in Serie A del Livorno. Avrei voluto gioire con te, guardare i tuoi occhi e il tuo sorriso, prenderti per mano e insieme correre e festeggiare. Tutto questo è solo per te e ogni mia conquista è la tua, ogni mia vittoria sarà la tua, ogni mio sogno sarà anche il tuo. Voglio che il mio cuore continui a battere per te e tu possa vivere ancora attraverso me… “
-Davide Nicola
Ci sono cose che non si possono spiegare e a cui, probabilmente, non bisogna aggiungere nulla.
Tanti auguri ad un grande mister ma soprattutto ad un grandissimo uomo.
In apertura di serata risuona
per il teatro la voce 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚𝐧𝐨𝐑𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐨,
uno dei grandi protagonisti della scena teatrale italiana, un signore del
palcoscenico, che ha voluto esprimere parole di apprezzamento e augurio alla Compagnia dell'Eclissi.
Quando si dice la
coincidenza! E’ dello scorso 24 febbraio la morte di Maurizio Costanzo, che sulle scene del Teatro Genovesi, Aldo L’Imperio, della Cricca di Taranto, per il
terzo spettacolo in gara, ha portato “Vuoti
a rendere”, scritto proprio dal notissimo personaggio televisivo e
giornalistico italiano. La Cricca di
Taranto è alla sua terza volta al
Festival Nazionale XS di Salerno, l’anno passato con “Le ultime lune” di Furio
Bordon si aggiudicarono il premio della giuria dei Giovani.
“Vuoti a rendere”,
scritto nel 1996 dal giornalista, scrittore, conduttore televisivo e paroliere
italiano, suo è il testo di un’indimenticabile canzone “Se telefonando”, del
1966, è un testo che parla di una coppia in età, ai quali il figlio Marcello,
che non si vede mai in scena, chiede che vadano a vivere in campagna, per poter
usufruire del loro appartamento. Federico, questo è il nome del padre, non
prende il trasferimento di buon grado, anzi adduce una serie di ragioni, anche
valide, per non farlo. Viceversa Isabella, cuore di mamma, ritiene che l’andar
a vivere in campagna gioverebbe alla salute e alla loro unione, ormai sistemata
su di un binario morto. Un baule, posizionato in primo piano nel semplice
soggiorno scenico, è pronto a raccogliere le loro cose: libri, vestiti,
documenti, carte sparse e tanti oggetti inutili di cui Federico non ha nessuna
intenzione di separarsene. Isabella invece, vorrebbe dare un taglio alla sua
vita in città, non per radicata convinzione, come si saprà più tardi, ma per
rendere la vita facile alla sua creatura. Inizia tra loro una schermaglia di
ricordi della vita vissuta insieme che a volte è stata appagante, altre volte
deludente. Si lanciano in reciproche accuse, la luna di miele, per esempio, un
lui, a detta di Isabella, che non sapeva giocare con le parole, per passare poi
alla complicità scherzosa di quella volta a Parigi. E così tra le piacevolezze
trascorse e le amarezze accumulate, all’interno del loro rapporto, ora sono
divisi, dal non essere concordi a voler aiutare il figlio Marcello. Molte delle
considerazioni del dialogo di Federico ed Isabella e cioè le delusioni che
provano, le solitudini vissute, le paure delle malattie, la difficoltà a non
essere più inseriti nella vita produttiva del Paese, sono quelle che la terza
età prova nel reale, tra l’indifferenza generale. L’affettività verso i vecchi
è soverchia e questi sono pieni di nemici. I due coniugi sono due brave persone
e anche quando si presenta l’occasione, sia per lei che per lui, di cogliere
l’attimo, non sono mai andati oltre.
Una commedia brillante,
gustosa, finanche dinamica, per i cambi di costumi veloci, con battute sagaci e
veritiere, recitate con scioltezza e naturalezza. Buona la scelta di far
spostare i mobili della scena, secondo la narrazione, a due personaggi estranei
alla recitazione, la cornice di base è servita a narrare lo scorrere del tempo
in modo naturale. La coppia, Aldo
L’Imperio e Anna Cofano, affiatatissimi, hanno ben reso la parte di marito
e moglie e delle rispettive occasioni mancate: divertenti sia per la fuga in
discoteca, di lui, che per la visita della mostra di lei.I costumi, ben adattati e le parrucche hanno
fatto il resto.
Una new entry al Teatro Ridotto di Salerno, per due sere consecutive, il 25 e il 26 Febbraio, con l’augurio di far parte, in modo stabile della schiera dei comici di successo, che sono passati nel piccolo tempio del cabaret ma, tanto importante nello scoprire il vero talento. E’ Stefano De Clemente, premiodella Critica, non a caso, al Premio Charlot 2013, ad esibirsi, non prima di essere introdotto da Marco Cristi, il miglior monologhista e vecchia conoscenza del Ridotto. Per lo spettacolo dal titolo, “Siamo un grande popolo”, Stefano si è avvalso delle battute create da Francesco Burzo, autore, tra l’altro di Peppe Iodice, in Peppe Night e di Antonio ColuRsi per le luci, l’audio e la Regia.
Ed eccolo, alto, bruno, camicia bianca, stirata senza una grinza, che più tardi lamenterà la sbavatura di rossetto per l’impeto di un abbraccio, tra il pubblico dei primi posti, aggredire la scena per quasi due ore, senza un attimo di tregua, con una raffica mitragliante di sketch e battute che hanno deliziato il pubblico. La sua comicità si basa su temi semplici del quotidiano, comprensibili al largo pubblico. Le sue battute sono divise in due tempi, la descrizione della situazione o del personaggio preparatorie e il colpo finale, ovvero la conclusione, quella che fa ridere di gusto. Il pubblico lo ascolta con attento interesse, perché sa che solo alla fine ci sarà l’esplosione. Una scarica di adrenalina pura, che investe anche i presenti e che lo apprezzano per quel suo darsi senza riserva. E’ accattivante in scena, le persone mature, tra il pubblico lo adottano subito, i giovani, invece, si identificano per quel suo modo energico di affrontare la scena, magari meno la vita. Si è accorto a trent’anni di riuscire simpatico presso le persone, di catturarle con le battute spontanee per cui ha scelto di fare il comico e lo fa anche bene. I suoi monologhi sono pregni di temi comuni: la mamma e le fisime del risparmio, la disgrazia del primo figlio, il covid quale nemico invisibile, l’uso della dad, il ballo, i viaggi, la ragazza social e la ragazza che guida. Temi che ci appartengono, in alcuni casi ci affliggono quotidianamente e se c’è Stefano che li ridicolizza, che soddisfazione!
Stefano di suo è un ragazzo tormentato e certi suoi piccoli gesti involontari, la dicono lunga sulla matassa delle spinte emozionali che lo assillano e che, lungi dall’essere un peso, costituiscono per lui una sorta di ossatura psicologica che lo tengono sulla scena con energia, vitalità, elettricità, dinamicità infinita. Sfrondare certe esuberanze e fare chiarezza nella propria mente, al fine di presentare un prodotto lustro e sgorgante da una filosofia di vita a 360 gradi, gli darebbe la convinzione che lottare potrebbe essere più attraente che non. Il problema è interno più che legato ai capelli frontali che continuamente minacciano di rubare la scena e che ostinatamente lui si preoccupa di riallineare
Siamo giunti alla fine e Stefano ci consegna il suo mondo interiore con dei versi di infinita tenerezza: Se sarai la mia donna. Il pubblico del Ridotto, da stasera te lo augura.
Una larga fetta di vita l'abbiamo vissuta in tua compagnia. Le ore piccole, una consuetudine serale con il tuo Maurizio Costanzo Show, per ammorbidire l'insonnia. Con "Se telefonando", l'attesa di una chiamata affettiva, diventò morbida ed avvolgente, se si ascoltava abbracciati su di una pista da ballo, . Tante persone ti devono il successo, a tanti hai cambiato la vita. Ora che da domani, concluso l'omaggio, non ci sarai saremo più soli a non sentirci dire " boni", da buon padre.
Ti ricorderemo, puoi esserne certo
Maurizio Costanzo è stato un giornalista, conduttore televisivo, conduttore radiofonico, sceneggiatore e paroliere italiano.
In scena il 19 febbraio, per la seconda serata del
Festival Nazionale XS città di Salerno, a cura della Compagnia dell’Eclissidella città,i Co.C.I.S. - Teatro 99
Posti di Mercogliano, con una commedia buffa di Paolo Capozzo dal titolo
“Allo stesso punto. Però a nata parte”.
Con
Paolo Capozzo, anche attore, Maurizio Picariello e Vito Scalia.
Ai 200 spettatori
presenti, la scena si mostra priva del sipario, dipinta da fogliame in bianco e
nero, sono alberi, ma anche quinte. Due personaggi, Compà Prisco e Compà Mostino
appesi a due corde penzolano addormentati. Due burattini che attendono il
risveglio, chiusi come sono nel teatro e dimenticati da tutti. Sono attori,
senza una parte, né del pubblico che li ascolta, eppure loro solo quello sanno
fare, recitare, ma cosa? Quale ruolo? Davanti a quale pubblico? I due si
svegliano in un teatro abbandonato, probabilmente chiuso per la pandemia e si
accorgono di essere rimasti là come fantasmi. Per più di vent’anni sono stati i
personaggi principali dello spettacolo “Storie
di Terra di suoni e di rumore”, ma ora Prisco e Mostino conoscono vecchie
battute, che non fanno più presa, ma poi su chi? Si ritrovano, così, a dubitare
perfino della loro esistenza, tanto da farli dire “Quanne si chiure lo sipario, nui simmo vivi o simmo muorti?”
Due poveri Zuorri, così
detti, per essere dei nullatenenti, che usano un linguaggio improbabile, una
sorta di meta-dialetto irpino, fatto di termini cilentani, lucani e pugliesi. I
due per sopravvivere devono inventarsi nuovi personaggi, ci provano più volte,
ma nulla può sembrare adatto, stanno quasi per gettare la spugna, quando da un
vecchio cascione, abbandonato e polveroso, trovano un faldone lasciato nel
fondo, nel quale sono custoditi alcuni testi teatrali. Superate le prime
incertezze, cominciano a prendere confidenza con gli scritti, sicché, nelle
loro battute, si riconoscono piacevolmente i capolavori teatrali di Shakespeare, Beckett, De Filippo, tra i
più noti. Inizia, così la prova recitativa dei due Zuorri, che riaccende le
loro esistenze, tramutando il vecchio spettacolo in qualcosa di nuovo, pur
partendo dallo stesso punto. Una sorta di commedia dell’arte dove Mustino e
Prisco, alla ricerca della loro identità, si rivelano attori di elevata
professionalità, due maschere, ben impostate che fanno di loro, personaggi
bizzarri, stravaganti, burleschi, appassionati, eppure accattivanti. Il
canovaccio approssimativo nel quale si sviluppa l'improvvisazione degli attori
è ben calibrato e quando ai due si aggiunge un terzo personaggio, il pezzo si completa,
la rappresentazione risulta godibilissima e la morale balza chiaramente, cioè
il viaggio di conoscenza. L’oscurità magica del teatro e la capacità di
guardarsi dentro, sia pure con personaggi inventati, ha smosso la ricerca di sé,
invitando a guardare il reale da varie angolazioni, a cambiare, partendo dal
noto, ovvero sia dallo stesso punto però da un’altra parte.
Bravo l’autore, Paolo Capozzo, a stimolare lo
spettatore con un pezzo diverso per rappresentazione, maschere, scenografia,
linguaggio, costumi ed interpretazione: Maurizio
Picariello, Vito Scalia.
Carnevale
locuz. carne-levare "togliere la carne",
riferito in origine al giorno precedente la quaresima, in cui cessava l'uso
della carne.
In
passato il mascheramento rappresentava un temporaneo
rovesciamento dell'ordine precostituito, da cui derivava anche la pratica dello
scherzo e della dissolutezza. Si trattava, inoltre di una forma di scherno nei
confronti dei potenti ma anche dei vizi e dei tipi umani.
Per
i cristiani il periodo del Carnevale viene indicato come
“Tempo di Settuagesima” nei paesi di tradizione cattolica e viene inteso come
periodo preparatorio immediatamente precedente la riflessione e riconciliazione
con Dio propria della Quaresima.
Origine. La
ricorrenza trae le proprie origini dai Saturnali della Roma antica o dalle
feste dionisiache del periodo classico greco. Durante queste festività era
lecito lasciarsi andare, liberarsi da obblighi e impegni, per dedicarsi allo
scherzo e al gioco
Per
saperne di più
*I Saturnali: Una delle più diffuse e popolari feste religiose di
Roma antica, che si celebrava ogni anno, dal 17 al 23 dicembre, in onore di
Saturno, antico dio romano della seminagione. I Saturnali, per il loro
carattere, ricordano assai da vicino il nostro carnevale; mentre, per l'epoca
dell'anno alla quale ricorrevano - il solstizio d'inverno - possono essere a
proposito ravvicinate al nostro ciclo festivo di Natale e Capodanno.
*Feste
dionisiache:Le Dionisie erano,
nell'antica Grecia, celebrazioni dedicate al dio Dioniso, nel corso delle quali
venivano messe in scena rappresentazioni teatrali tragiche e comiche. Tali
rappresentazioni erano di tipo competitivo: una apposita giuria stabiliva la
classifica una volta conclusi gli spettacoli.
Quando
è stato inventato il carnevale? I primi festeggiamenti del
Carnevale risalgono al VIII secolo, quando veniva organizzato un banchetto con
tanti cibi e bevande prima del digiuno. Durante questo periodo veniva
sovvertito l'ordine sociale e si nascondeva l'identità dietro una maschera.
La
tradizione italiana di indossare maschere risale al Carnevale di Venezia
nel XV secolo e per secoli è stata un'ispirazione per il teatro greco e la
commedia.
Il
Carnevale comincia ufficialmente il 17 gennaio,
con la festività del “Santo del porcellino”, così denominata per l'usanza di
consumare prodotti suini durante la festa di Sant'Antonio Abate.
Il
Carnevale italiano più famoso è quello di Venezia,
il cui nome appare già in documenti del 1094 a proposito di “pubblici
divertimenti”. Nasce come “festa
pubblica ufficiale” nel 1296 quando il Senato dichiarò festivo il giorno
precedente la Quaresima. Naturalmente questo era solo il momento clou di
festeggiamenti che duravano molto più a lungo.
Carnevali
italiani
Carnevale Di Viareggio.
Carnevale Di Ivrea.
Carnevale Di Fano.
Carnevale Di Putignano.
Carnevale Di Ronciglione.
Carnevale Di Mamoiada.
Carnevale Di Cento
Carnevale Di Acireale
Carnevale Di
Montescaglioso
Carnevale Tempio Pausania
****Palma
Campania***
Poesie
(Il
vestito di Arlecchino - Gianni Rodari)
Per fare un vestito ad
Arlecchino
ci mise una toppa
Meneghino,
ne mise un’altra
Pulcinella,
una Gianduia, una
Brighella.
Pantalone, vecchio
pidocchio,
ci mise uno strappo sul
ginocchio,
e Stenterello, largo di
mano
qualche macchia di vino
toscano.
Colombina che lo cucì
fece un vestito stretto
così.
Arlecchino lo mise lo
stesso
ma ci stava un tantino
perplesso.
Disse allora Balanzone,
bolognese dottorone:
'Ti assicuro e te lo
giuro
che ti andrà bene li mese
venturo
se osserverai la mia
ricetta:
un giorno digiuno e
l’altro bolletta!'.
(Il
girotondo delle maschere - G. Rodari)
È Gianduia torinese
Meneghino milanese.
Vien da Bergamo
Arlecchino
Stenterello è fiorentino.
Veneziano è Panatalone,
con l’allegra Colombina.
Di Bologna Balanzone,
con il furbo Fagiolino.
Vien da Roma Rugantino:
Pur romano è Meo Patacca.
Siciliano Peppenappa,
di Verona Fracanappa
e Pulcinella napoletano.
Lieti e concordi si dan
la mano;
vengon da luoghi tanto
lontani,
ma son fratelli, sono
italiani".
(Carnevale
vecchio e pazzo - Gabriele D'Annunzio)
Carnevale vecchio e pazzo
s’è venduto il materasso
per comprare pane, vino,
tarallucci e cotechino.
E mangiando a crepapelle
la montagna di frittelle
gli è cresciuto un gran pancione
che somiglia ad un
pallone.
Beve, beve all’improvviso
gli diventa rosso il viso
poi gli scoppia anche la
pancia
mentre ancora mangia,
mangia.
Così muore il Carnevale
e gli fanno il funerale:
dalla polvere era nato
e di polvere è
tornato".
P.S Il funerale di Carnevale nella tradizione popolare: Carnuà pecché
si muorte t’è mangiate a carne e puorche
La
Zeza."Zeza", una
rappresentazione carnevalesca tipica delle culture contadine della Campania
La
Canzone di Zeza è una forma di lamento ritualizzato
attraverso il quale si celebra la morte di Carnevale.
È
una commedia popolare, messa in scena, fino alla metà degli
anni Cinquanta, da gruppi di attori improvvisati: si sviluppa sul contrasto,
interamente cantato, tra un uomo e una donna, tra il vecchio e il nuovo, in un
conflitto intergenerazionale in cui si celebra la sconfitta per castrazione di
Pulcinella, il quale, invano contro sua moglie Zeza, si oppone al matrimonio
della figlia Vicenzella con Don Nicola.
il
gruppo operaio E Zezi di Pomigliano d’Arco, ha lavorato sulla
Canzone di Zeza, rielaborandola e proponendola anche al di fuori del periodo di
carnevale. Con la Canzone di Zeza –
Il
Carnevale di Montemarano è una festa popolare che evoca
l’identità storica e culturale della comunità dei Montemaranesi, custodi
attenti dei propri riti e costumi”, sette giorni di musica, tarantella,
laboratori, approfondimenti, cibo e vino.I montemaranesi, girano il paese in una sorta di processione, guidata dal
‘caporabballo’, riconoscibile dal suo tipico vestito bianco con mantellino
rosso, richiamando antichi gesti legati a culti pagani”. Il Carnevale di
Montemarano, infatti, va oltre la festa, è un evento che coincide con la storia
di un popolo che nei movimenti rotatori, nei passi ritmati e nelle figure
mascherate, richiama i riti agricoli ripercorrendo il passaggio dall’inverno
alla primavera, tempo di risveglio e di fioritura, auspicio e speranza per un
raccolto abbondante e una stagione florida.
Proverbi
A
Carnevale ogni scherzo vale.
A
Carnevale ogni scherzo vale …e chi si offende è un gran maiale!
Le
maschere si vendono solo di Carnevale.
Il
Carnevale al sole, la Pasqua al fuoco.
Quando
il padre fa Carnevale, ai figlioli tocca far Quaresima.
La
gola, il ballo e il gioco in Carnevale, vidi ogni anno a qualcuno esser fatale.
L’amore
nato in Carnevale muore in Quaresima.
Non
è sempre Carnevale.
Chi
non gioca a Natale, chi non balla a Carnevale, chi non beve a san Martino [11
novembre], è un amico malandrino.