di Maria Serritiello
11- 18- 25 Novembre 2026 Novembre ore 19,30
Galleria Fotografica Cerzosimo
Via Giovanni da Procida -
Centro Storico
Salerno
PERIODICO DI ATTUALITA' E CULTURA.
di Maria Serritiello
11- 18- 25 Novembre 2026 Novembre ore 19,30
Galleria Fotografica Cerzosimo
Via Giovanni da Procida -
Centro Storico
Salerno
di Maria Serritiello
Che spettacolo davvero
appagante, intelligente e perché no, familiare, quello di Daniele Ciniglio al
Ridotto di Salerno, il tempio della comicità! Dovevano essere due le serate ma
si è dovuta aggiungere una terza per accontentare tutte le richieste, un bel
successo per il bravo e giovane artista
Non è la prima volta di
Daniele al Ridotto, già lo scorso anno è stato presente nella programmazione
comica e se poi vogliamo ricordare ancora di più, andiamo alla partecipazione
di spalla a Paolo Caiazza, al Premio Charlot qualche anno fa, quando la
manifestazione si teneva nel sotto piazza del lungomare nelle serate estive.
Il posto fisso o fesso,
come sta scritto sui manifesti, è il lait motiv dello spettacolo, quello che la
mamma gli prospetta ogni volta, per vederlo sistemato. Daniele, invece ha un
sogno e desidera portarlo avanti anche a discapito della sicurezza economica.
La fantasticheria gli
viene da lontano, dalla scuola, dove per i buoni voti guadagnati, perché il
piccolo è studioso, viene avviato al teatro e alla recitazione dalla maestra.
In seguito partecipa al progetto scolastico “Ciak si gira”, come protagonista
del cortometraggio e vince il primo premio. Da allora ha sempre impostato la
sua vita a sviluppare il suo sogno. Il teatro e le storie raccontate in
palcoscenico gli davano e gli danno ancora oggi, sicurezza. Quel convincimento
che le parole, quelle che crea con tanta semplicità e contenuto appropriato,
sagace, intelligente, gli faccia superare la timidezza, nata dal non ritenersi
fisicamente appropriato. Nel monologo della sua start up comedy racconta di
essersi appassionato nell’infanzia ai lottatori di wrestling, loro sì che
davano spettacolo per la potenza della massa corporea.
Daniele nasce ad
Ottaviano in provincia di Napoli e conquista tutti con la sua esibizione a Italia
’s Got Talent nel marzo 2020, con un monologo sulla camorra dal titolo “La
camorra è uno scherzo”. Un pezzo che si fa rimpiangere.
(n.d.r.) Ero dinanzi allo
schermo quella sera, io che non vedo quasi mai quel tipo di programma… La tua
esibizione mi colpì profondamente per la capacità originale e pulita, nel
definire la mafia. Da Prof di lungo corso mi dissi che avresti fatto carriera,
così è stato e sarà. Oggi, tanto per annotare, hai mezzo
milione di followers e decine di milioni di visualizzazioni e collaborazioni
con importanti artisti partenopei Paolo Caiazzo, Rosalia Porcaro e Maria
Bolignano, la mamma scenica in sketch e monologhi sui social.
Con lui al Ridotto c’è Sissi,
ovvero Silvia Iannone e guai chiamarla con il nome di battesimo, c’è da
rischiare grosso e così Sissi, la bella ragazza, al seguito di Daniele apre lo
spettacolo per elencare amorevolmente i difetti del suo fidanzato. L’ironia è
la stessa, delicata, pungente, sagace, caratteristica dei monologhi del suo
partner.
Quando sul palco si
presenta Daniele con la sua camicia verde acceso, pantaloni neri, niente jeans,
sobrio, insomma, si fa notare per la cravatta, quelle di una volta, che gli dà
l’aria di un giovane serioso. Certo ciò che dice è acre, è amaro, è la vita che
va così, ma poi stempera interloquendo con il pubblico e là è la sua bravura
con l’arte della parola, costruisce lo spettacolo all’impronta.
Divertente sciolto, mai
fuori le righe, nell’ evidenziare bonariamente i difetti del pubblico, ma anche
a mostrare ed a ricusare la guerra, per esempio, dicendo “O meglie e nuie è
intollerante al latte” e mangia cibi decorticati, Lo dice con ironia sottile,
con la sua parlata stretta, scandendo bene le parole e senza usare lemmi da
sermone, ma va giusto nel centro.
Prosegue, poi, con il
rifiuto delle palestre H 24, con il considerare il bidello un collaboratore di
giustizia da quando ha cambiato il nome in collaboratore scolastico. Quel
pizzico di potere in più, trasforma! Chi vuole capire capisca.
E così viene fuori un
Daniele più leggero, più divertente, mai volgare, una raffinatezza che pure c’è
senza strafare, che lo allontanerebbe dalla massa, ma pur sempre caustico,
pronto a graffiare, ad interpretare le sfaccettature della realtà, a dare corpo
ai pensieri di ognuno di noi. Il giovanotto ha una comicità originale, profonda
che rispecchia la realtà in cui è immerso ma non si lascia sopraffare. Bravo è
così che si fa!
Di lui, però, non ci si
può fidare, prima che il tempo finisca ci sorprenderà e ci colpirà al cuore con
la lettera al padre…
La cravatta usata stasera
e quelle conservate con le quali vai in scena, sono il segno affettivo che tuo
padre non ti ha mai lasciato, stai pur certo.
Usciamo dal Ridotto con
gli occhi lucidi.
Maria Serritiello
di Maria Serritiello
Al Piccolo Teatro del
Giullare di Salerno, la scena di domenica sera 25 ottobre, si apre su una
stanza d'albergo di Londra. Cico (Roberto Cardone) sta per uscire ma viene
fermato dall'arrivo improvviso e misterioso di Raquel (Marcella Vitiello).
La donna sostiene di
essere la sorella di un suo vecchio amico d'infanzia, ma fin da subito il loro
incontro si trasforma in un enigmatico duello psicologico. Attraverso un fitto
gioco di specchi, confessioni e colpi di scena, i due protagonisti iniziano a
scambiarsi continuamente i ruoli, modificando il proprio passato e la propria
identità in un crescendo di tensione. La regia di Niko Mucci si muove
proprio su questo spartiacque oscuro, offrendo al pubblico una struttura dove
ogni angolo di visuale mette in dubbio ciò che è vero e ciò che è falso.
Al di là dell'intrigante
trama psicologica, lo spettacolo si rivela nel profondo come un assoluto e
doloroso dramma della solitudine. La vicinanza fisica con gli attori, accresciuta
dallo spazio disponibile del teatro, trasforma la stanza in una prigione della
mente. Fuori, il vuoto, dentro due solitudini disperate che usano la finzione
come unico rimedio per entrare in contatto.
È qui che emerge la tesi
più affascinante del lavoro: l'idea che Cico abbia in realtà inventato tutto e
che sia uno scrittore. Sotto questa luce, Raquel perde la sua consistenza reale
per diventare una proiezione, una musa nata dai traumi e dai desideri di un
autore chiuso nella sua stanza. La conferma definitiva di questo cortocircuito
tra realtà e immaginazione arriva in un momento preciso della messinscena: ad
un certo punto Cico grida che sono 35 anni che sente il complesso di colpa per
il suo gesto rivelatosi fatale
Cico si riferisce a quel
bacio che il suo fraterno amico voleva dargli negli spogliatoi della palestra e
che disgustato respinge con forza, sferrandogli un pugno mortale. Eh sì, lui i
pugni li sapeva dare, era il più forte di tutti!
Ecco, in quel grido c'è la
disperazione da sembrare vera, il creatore di storie cede e ciò che arriva
allo spettatore è il dolore autentico, nudo e lacerante di un uomo. In un mondo
in cui chiunque può essere chiunque e chiunque può immaginare di essere
chiunque, quel grido spezza la finzione, per ricordare che la letteratura e il
teatro sono l’unica difesa dell'essere umano per uscire dall’isolamento e per popolare
l’insostenibile vuoto con volute falsità.
“Visite “è una pièce teatrale diretta da Niko Mucci, attenta e completa regia ed interpretata, in maniera perfetta e credibile, da Marcella Vitiello e Roberto Cardone. Il pezzo è liberamente ispirato all'opera Appuntamento a Londra di Mario Vargas Llosa.
La storia ambientata in modo
claustrofobico in una stanza d'albergo, che diventa, inevitabilmente, la nostra
coscienza nel sostenere le tesi dell’uno o dell’altro personaggio, mette in
scena un ambiguo scontro psicologico tra i due, esplorando con sofferenza temi
come: l'identità e la solitudine.
Maria Serritiello
Il 19 ottobre 2026 alle
ore 19,00 si è conclusa la prima parte del concorso di fotografia Professione
Reporter Memorial Antonio Serritiello, 6^ edizione.
Il tema di questa edizione è stato “Restiamo
umani”
Si è chiesto di inviare da uno a tre
fotogrammi che rappresentassero l'argomento.
Abbiamo riscontrato una grande partecipazione
resa ancora più gratificante dalla qualità delle foto pervenute.
Siamo oltremodo felici,
inoltre, in quanto il concorso ha varcato i confini e si è esteso in ben 5
paesi esteri
Si ringraziano tutti coloro che hanno
aderito per aver, con la propria opera creativa, contribuito a diffondere il
ricordo di Antonio.
La Commissione
giudicatrice composta da: Armando Cerzosimo, Maria Serritiello, Bianco
Ferdinando, Anna Bruno, Anna D’Acunto e con l’apporto logistico di Vito
Egidio Ungaro, ha esaminato le fotografie pervenute e presentate al
giudizio in maniera anonima. Dopo
attenta lettura delle immagini, sono state selezionate le 12 foto per la mostra
che sarà allestita in occasione della premiazione e stabilito nel giorno del 20
Novembre, ore 18,30, Presso Camera Chiara di Armando Cerzosimo in Via G. da
Procida, n. 9 Salerno, la consegna della foto vincitrice
La provenienza territoriale eterogenea e l’adesione
al concorso di paesi lontani da noi, ci lusinga e ci induce a continuare in
futuro, nel nome e nel ricordo di Antonio.
Ringraziamo tutti i
concorrenti per la partecipazione.
P.S. Nella serata di
premiazione è previsto un collegamento Internet con concorrenti, che per
ragioni logistiche, essendo il concorso esteso ai paesi esteri, non possono
raggiungerci di persona
I Dati
*Partecipanti 75
* Foto giunte 166
*Regioni rappresentate 10
Le Foto
Titolo Autore Città Provincia
Cercami/ Maria Sacco/ /
Avigliano /Potenza
Senza titolo Martina Baraldi Parigi
Insieme Mariolino Laudati Mercogliano Avellino
Il primo ponte Fabrizio De Marco Petruro Irpino Avellino
L'abbraccio Giuseppe Sabella San Biagio Platani Agrigento
Father and Son Antonio Coti Zelati Liscate Milano
Fuorigioco Roberto Cavazzuti Ravenna Ravenna
Il Bacio Giulio Montini Casnate con Bernate Como
Conforto Elisa Crestani Torreglia Padova
Il confronto Gabriele Tartoni Prato Prato
Finchè ci sarò Gabriele Tartoini Prato Prato
Senza titolo Anna Maria Leonangeli Monterotondo Romatati
*Rappresentati 5 /Emirati
Arabi, /Francia,/ Corea del Sud/Polonia
Premio gradimento web
Accanto Valentina Pedratti Milano 102
voti
In questi giorni di scioperi e di situazione caotica in Italia mi è venuto in mente, per il mio passato di Prof, la lezione che facevo sempre ai miei alunni, per far comprendere la democrazia e la sua attuazione.
Solevo iniziare raccontando loro l'Apologo di Menenio Agrippa
***L'apologo di Menenio Agrippa fu un discorso pronunciato da Menenio Agrippa nel 494 a.C. ai plebei che, per protesta, avevano abbandonato Roma e occupato il Monte Sacro per ottenere la parificazione dei diritti con i patrizi (azione detta secessio plebis).
L'apologo è tramandato da Tito Livio che lo ha riportato nel secondo libro degli Ab Urbe condita libri.
Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.
Ecco il testo:
«Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»
Grazie alla mediazione di Agrippa, la situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, scongiurando così la prima grande rottura fra patrizi e plebei.
Successivamente, la plebe ottenne l'istituzione dei tribuni della plebe e degli edili della plebe e l'istituzione di una propria assemblea, il concilium plebis, che eleggeva i tribuni e gli edili plebei. Le delibere dei concilia plebis (plebisciti) avrebbero avuto valore di legge per i plebei. Sia i tribuni che gli edili della plebe erano inviolabili e inizialmente erano cariche solo per i plebei.
Menenio Agrippa
Menenio Agrippa (nome completo Agrippa Menenio Lanato, morto nel 493 a.C.) è stato un importante politico e console romano del V secolo a.C., celebre soprattutto per il suo ruolo di mediatore durante la prima secessione della plebe.
Il Senato scelse Menenio Agrippa come ambasciatore perché era un uomo saggio, facondo e gradito al popolo.
Fu console a Roma nel 503 a.C. e ottenne un trionfo militare contro i Sabini
di Maria Serritiello
“La più bella giornata
della mia vita”, ovvero quando la rispettabilità nasconde
le nostre colpe, è stata un'esperienza davvero piacevole, resa speciale dalla
grande cura con cui ogni aspetto dello spettacolo è stato realizzato.
La rappresentazione si è
distinta per la bravura degli attori, impeccabili sia nella recitazione, sia
nei movimenti in palcoscenico. La loro capacità di interpretare i personaggi e
di muoversi con naturalezza e sicurezza ha contribuito a rendere lo spettacolo
armonioso, coinvolgente e piacevole da seguire. Complimenti ad ognuno degli
attori: Andrea Carraro, che ha curato anche la regia, Davide Curzio, Amelia
Imparato, Augusto Landi, Claudio Lardo, ma anche i costumi; Virna Prescenzo si sono rivelati
perfettamente adeguati, curati nei dettagli ed in sintonia con la
rappresentazione, contribuendo a creare un'atmosfera convincente e raffinata.
Un'attenzione particolare
merita il pranzo, presentato dal cuoco/ boia, con grande cura e attenzione
all'estetica. La presentazione delle pietanze ha aggiunto un ulteriore tocco di
qualità all'esperienza, dimostrando come la passione e la professionalità
possano esprimersi attraverso forme diverse, unite dalla stessa ricerca della
bellezza. Nel complesso, lo spettacolo ha dato prova di un lavoro attento e ben
coordinato, nel quale recitazione, movimenti scenici, costumi e cura dei
dettagli hanno contribuito ad un risultato di grande qualità e offerto al
pubblico, quale momento di arte, eleganza e piacevole condivisione, oltre ad
interrogarsi quanto la rispettabilità nasconda le nostre colpe.
A questa ambiguità morale
si accompagna la rappresentazione di una borghesia che sembra vivere in un
mondo perfettamente ordinato, dove tutto è sotto controllo e ogni cosa trova il
proprio posto. Le buone maniere, la compostezza, il rito della convivialità e
l'apparente serenità diventano una sorta di facciata dietro la quale si
nascondono egoismi, giudizi e giochi crudeli. L'importante sembra essere
salvaguardare le apparenze, continuare a recitare la parte di persone
rispettabili, senza lasciare che nulla incrini l'equilibrio costruito.
È soprattutto il finale a
rendere questa contraddizione particolarmente inquietante. Il suicidio del
personaggio, sospeso tra colpevolezza e innocenza, rompe improvvisamente il
meccanismo del gioco. I commensali sembrano turbati non soltanto dalla morte,
ma dal fatto che essa abbia guastato il loro rituale, quella messinscena che, a
quanto pare, ripetono ogni volta che uno straniero capita tra loro.
Il significato più amaro
di questo gioco perverso è che l'essere umano diventa uno strumento di
divertimento, un'occasione per mettere in scena un gioco che rassicura chi lo
conduce e lo fa sentire padrone della situazione. Finché tutto resta una
finzione, i partecipanti possono permettersi qualsiasi crudeltà, perché sono
convinti di poter controllare le conseguenze, ma quando la finzione produce una
tragedia reale, invece di interrogarsi sulla propria responsabilità, essi
sembrano preoccuparsi soprattutto del disturbo arrecato alla loro tranquillità.
Che cosa vuole, dunque, trasmettere
quest'opera? A mio avviso invita a diffidare delle certezze morali e delle
apparenze sociali, a riconoscere quanto facilmente possiamo giudicare gli altri
senza esaminare noi stessi e quanto sia sottile il confine tra il gioco e la
crudeltà, tra la rispettabilità esteriore e la responsabilità interiore.
La domanda che rimane,
inoltre, non riguarda soltanto la colpevolezza del protagonista ma appartiene a tutti noi. Siamo davvero
innocenti perché non abbiamo commesso il male, oppure contribuiamo a renderlo
possibile ogni volta che lo desideriamo, lo giustifichiamo o assistiamo alle
sue conseguenze senza sentirci responsabili?
È questo il valore più
profondo dello spettacolo: aver saputo unire una rappresentazione curata e di
grande qualità a una riflessione che non si esaurisce con il calare del
sipario, ma continua a interrogare lo spettatore anche dopo essere uscito dal
teatro.
Ma è l'immagine finale ad imprimersi nella memoria: quel corpo senza vita, sospeso nel vuoto, mentre le note struggenti di “Lascia ch'io pianga” di Georg Friedrich Kandel, avvolgono la scena e sembrano fasciare anche gli spettatori, ormai privati di ogni distanza rassicurante.
Ecco, la musica, con la
sua dolente bellezza, amplifica la tragicità dell'immagine. Non occorrono altre
parole: il contrasto tra la solennità del brano e la crudezza della morte rende
ancora più evidente la disumanità di un gioco che, fino a quel momento, i protagonisti
avevano potuto considerare innocuo. Il corpo sospeso diventa il segno concreto
di ciò che la finzione borghese non riesce più a nascondere: dietro le buone
maniere, i ragionamenti e la pretesa di controllare ogni cosa, c'è una vita
umana che non può essere ridotta a un esperimento, a una scommessa o a un
passatempo.
Il corpo sospeso e la
musica di Kandel non spiegano la tragedia: la rendono emotivamente
insostenibile e ci costringono a sentirne il peso
Maria Serritiello
Il protagonista è Kael, un ex maresciallo segnato da un passato che non riesce a dimenticare. Vaga senza meta tra le rovine di una civiltà perduta, sospeso tra istinto e memoria, incapace di lasciarsi alle spalle il ricordo di Maria, l’amore che la guerra gli ha strappato via. Quando Kael, però, incontra Lina, una bambina vittima di abusi, in una realtà che ha smarrito ogni forma di umanità, qualcosa dentro di lui cambia.
In un luogo dove il bene ed il male sembrano aver perso il significato, Kael è costretto a confrontarsi con ciò che resta della sua coscienza.
La lingua di terra è un romanzo intenso e spietato, che intreccia azione e riflessione, raccontando la caduta dell'uomo e l'ostinata possibilità di riscatto
Paolo Trucillo classe 1988 è ingegnere chimico di Salerno.
Dopo gli studi classici, ha conseguito con lode la laurea magistrale in ingegneria chimica e il dottorato di ricerca in ingegneria industriale. E' ricercatore presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Si diletta a scrivere e la sua produzione è vasta