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venerdì 30 ottobre 2026

Presentata al Teatro del Giullare di Salerno "Visite" di Mario Vargas Llosa per la regia di Niko Mucci

 

di Maria Serritiello

Al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno, la scena di domenica sera 25 ottobre, si apre su una stanza d'albergo di Londra. Cico (Roberto Cardone) sta per uscire ma viene fermato dall'arrivo improvviso e misterioso di Raquel (Marcella Vitiello).

La donna sostiene di essere la sorella di un suo vecchio amico d'infanzia, ma fin da subito il loro incontro si trasforma in un enigmatico duello psicologico. Attraverso un fitto gioco di specchi, confessioni e colpi di scena, i due protagonisti iniziano a scambiarsi continuamente i ruoli, modificando il proprio passato e la propria identità in un crescendo di tensione. La regia di Niko Mucci si muove proprio su questo spartiacque oscuro, offrendo al pubblico una struttura dove ogni angolo di visuale mette in dubbio ciò che è vero e ciò che è falso.

Al di là dell'intrigante trama psicologica, lo spettacolo si rivela nel profondo come un assoluto e doloroso dramma della solitudine. La vicinanza fisica con gli attori, accresciuta dallo spazio disponibile del teatro, trasforma la stanza in una prigione della mente. Fuori, il vuoto, dentro due solitudini disperate che usano la finzione come unico rimedio per entrare in contatto.

È qui che emerge la tesi più affascinante del lavoro: l'idea che Cico abbia in realtà inventato tutto e che sia uno scrittore. Sotto questa luce, Raquel perde la sua consistenza reale per diventare una proiezione, una musa nata dai traumi e dai desideri di un autore chiuso nella sua stanza. La conferma definitiva di questo cortocircuito tra realtà e immaginazione arriva in un momento preciso della messinscena: ad un certo punto Cico grida che sono 35 anni che sente il complesso di colpa per il suo gesto rivelatosi fatale

Cico si riferisce a quel bacio che il suo fraterno amico voleva dargli negli spogliatoi della palestra e che disgustato respinge con forza, sferrandogli un pugno mortale. Eh sì, lui i pugni li sapeva dare, era il più forte di tutti!

Ecco, in quel grido c'è la disperazione da sembrare vera, il creatore di storie cede e ciò che arriva allo spettatore è il dolore autentico, nudo e lacerante di un uomo. In un mondo in cui chiunque può essere chiunque e chiunque può immaginare di essere chiunque, quel grido spezza la finzione, per ricordare che la letteratura e il teatro sono l’unica difesa dell'essere umano per uscire dall’isolamento e per popolare l’insostenibile vuoto con volute falsità.

“Visite “è una pièce teatrale diretta da Niko Mucci, attenta e completa regia ed interpretata, in maniera perfetta e credibile, da Marcella Vitiello e Roberto Cardone. Il pezzo è liberamente ispirato all'opera Appuntamento a Londra di Mario Vargas Llosa.

La storia ambientata in modo claustrofobico in una stanza d'albergo, che diventa, inevitabilmente, la nostra coscienza nel sostenere le tesi dell’uno o dell’altro personaggio, mette in scena un ambiguo scontro psicologico tra i due, esplorando con sofferenza temi come: l'identità e la solitudine.

Maria Serritiello






 


giovedì 29 ottobre 2026

Giuria 6° Concorso Professione Reporter 2026

 






di Maria Serritiello

Il 19 ottobre 2026 alle ore 19,00 si è conclusa la prima parte del concorso di fotografia Professione Reporter Memorial Antonio Serritiello, 6^ edizione.

Il tema di questa edizione è stato “Restiamo umani”

Si è chiesto di inviare da uno a tre fotogrammi che rappresentassero l'argomento.

Abbiamo riscontrato una grande partecipazione resa ancora più gratificante dalla qualità delle foto pervenute.

Siamo oltremodo felici, inoltre, in quanto il concorso ha varcato i confini e si è esteso in ben 5 paesi esteri

 Si ringraziano tutti coloro che hanno aderito per aver, con la propria opera creativa, contribuito a diffondere il ricordo di Antonio.

 

 

La Commissione giudicatrice composta da: Armando Cerzosimo, Maria Serritiello, Bianco Ferdinando, Anna Bruno, Anna D’Acunto e con l’apporto logistico di Vito Egidio Ungaro, ha esaminato le fotografie pervenute e presentate al giudizio in maniera anonima.  Dopo attenta lettura delle immagini, sono state selezionate le 12 foto per la mostra che sarà allestita in occasione della premiazione e stabilito nel giorno del 20 Novembre, ore 18,30, Presso Camera Chiara di Armando Cerzosimo in Via G. da Procida, n. 9 Salerno, la consegna della foto vincitrice

 La provenienza territoriale eterogenea e l’adesione al concorso di paesi lontani da noi, ci lusinga e ci induce a continuare in futuro, nel nome e nel ricordo di Antonio.

Ringraziamo tutti i concorrenti per la partecipazione.

 

P.S. Nella serata di premiazione è previsto un collegamento Internet con concorrenti, che per ragioni logistiche, essendo il concorso esteso ai paesi esteri, non possono raggiungerci di persona

 

I Dati

*Partecipanti 75

* Foto giunte 166

*Regioni rappresentate 10

Le Foto

Titolo                  Autore           Città        Provincia

Cercami/    Maria Sacco/      / Avigliano                /Potenza

Senza titolo        Martina Baraldi Parigi      

Insieme      Mariolino Laudati       Mercogliano     Avellino

Il primo ponte    Fabrizio De Marco     Petruro Irpino    Avellino

L'abbraccio         Giuseppe Sabella        San Biagio Platani    Agrigento

Father and Son  Antonio Coti Zelati    Liscate      Milano

Fuorigioco Roberto Cavazzuti      Ravenna   Ravenna

Il Bacio     Giulio Montini  Casnate con Bernate Como

Conforto   Elisa Crestani     Torreglia  Padova

Il confronto        Gabriele Tartoni Prato        Prato

Finchè ci sarò     Gabriele Tartoini Prato       Prato

Senza titolo        Anna Maria Leonangeli      Monterotondo  Romatati

 

*Rappresentati   5 /Emirati Arabi, /Francia,/ Corea del Sud/Polonia

 

Premio gradimento web

Accanto     Valentina Pedratti       Milano      102 voti 










 


domenica 25 ottobre 2026

L'Apologo di Menenio Agrippa

 




di Maria Serritiello
 ricerca dal web.

In questi giorni di scioperi e di situazione caotica in Italia mi è venuto in mente, per il mio passato di Prof, la lezione che facevo sempre ai miei alunni, per far comprendere la democrazia e la sua attuazione.

Solevo iniziare raccontando loro l'Apologo di Menenio Agrippa

***L'apologo di Menenio Agrippa fu un discorso pronunciato da Menenio Agrippa nel 494 a.C. ai plebei che, per protesta, avevano abbandonato Roma e occupato il Monte Sacro per ottenere la parificazione dei diritti con i patrizi (azione detta secessio plebis).

L'apologo è tramandato da Tito Livio che lo ha riportato nel secondo libro degli  Ab Urbe condita libri.

Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.

Ecco il testo: 

«Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»

Grazie alla mediazione di Agrippa, la situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, scongiurando così la prima grande rottura fra patrizi e plebei.

Successivamente, la plebe ottenne l'istituzione dei tribuni della plebe e degli edili della plebe e l'istituzione di una propria assemblea, il concilium plebis, che eleggeva i tribuni e gli edili plebei. Le delibere dei concilia plebis (plebisciti) avrebbero avuto valore di legge per i plebei. Sia i tribuni che gli edili della plebe erano inviolabili e inizialmente erano cariche solo per i plebei.

La morale dell'apologo di Menenio Agrippa è che tutte le parti di una comunità sono indispensabili e interdipendenti: se una componente tradisce o combatte le altre, l'intero organismo sociale (lo Stato) finisce per ammalarsi e morire.

Il significato della favola
La metafora del corpo umano: Menenio Agrippa paragonò la società romana a un corpo vivente, dove il Senato rappresenta lo stomaco e la plebe rappresenta le membra (braccia, gambe, bocca e denti)
L'errore della ribellione: Nella favola, le membra si ribellarono allo stomaco accusandolo di restare ozioso mentre loro faticavano, e decisero di non nutrirlo più. Facendo così, però, le membra stesse si indebolirono e l'intero corpo rischiò di morire.
La lezione politica: Applicata alla Roma del 494 a.C. durante la secessione della plebe sul Monte Sacro, la favola spiegava ai plebei che separarsi dal Senato non avrebbe danneggiato solo i patrizi, ma avrebbe distrutto l'intera città e loro stessi
Allo stesso tempo, il racconto ricordava ai patrizi che il loro potere non avrebbe senso senza il lavoro e il sostegno del popolo. Questa mediazione portò alla riconciliazione e alla nascita della carica dei Tribuni della Plebe.

 Menenio Agrippa

Menenio Agrippa (nome completo Agrippa Menenio Lanato, morto nel 493 a.C.) è stato un importante politico e console romano del V secolo a.C., celebre soprattutto per il suo ruolo di mediatore durante la prima secessione della plebe.

Il Senato scelse Menenio Agrippa come ambasciatore perché era un uomo saggio, facondo e gradito al popolo.

Fu console a Roma nel 503 a.C. e ottenne un trionfo militare contro i Sabini





mercoledì 21 ottobre 2026

“La più bella giornata della mia vita” di Friedrich Dürrenmatt per tre fine settimana al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno.

 



di Maria Serritiello

“La più bella giornata della mia vita”, ovvero quando la rispettabilità nasconde le nostre colpe, è stata un'esperienza davvero piacevole, resa speciale dalla grande cura con cui ogni aspetto dello spettacolo è stato realizzato.

La rappresentazione si è distinta per la bravura degli attori, impeccabili sia nella recitazione, sia nei movimenti in palcoscenico. La loro capacità di interpretare i personaggi e di muoversi con naturalezza e sicurezza ha contribuito a rendere lo spettacolo armonioso, coinvolgente e piacevole da seguire. Complimenti ad ognuno degli attori: Andrea Carraro, che ha curato anche la regia, Davide Curzio, Amelia Imparato, Augusto Landi, Claudio Lardo, ma anche i costumi; Virna Prescenzo si sono rivelati perfettamente adeguati, curati nei dettagli ed in sintonia con la rappresentazione, contribuendo a creare un'atmosfera convincente e raffinata.

Un'attenzione particolare merita il pranzo, presentato dal cuoco/ boia, con grande cura e attenzione all'estetica. La presentazione delle pietanze ha aggiunto un ulteriore tocco di qualità all'esperienza, dimostrando come la passione e la professionalità possano esprimersi attraverso forme diverse, unite dalla stessa ricerca della bellezza. Nel complesso, lo spettacolo ha dato prova di un lavoro attento e ben coordinato, nel quale recitazione, movimenti scenici, costumi e cura dei dettagli hanno contribuito ad un risultato di grande qualità e offerto al pubblico, quale momento di arte, eleganza e piacevole condivisione, oltre ad interrogarsi quanto la rispettabilità nasconda le nostre colpe.

A questa ambiguità morale si accompagna la rappresentazione di una borghesia che sembra vivere in un mondo perfettamente ordinato, dove tutto è sotto controllo e ogni cosa trova il proprio posto. Le buone maniere, la compostezza, il rito della convivialità e l'apparente serenità diventano una sorta di facciata dietro la quale si nascondono egoismi, giudizi e giochi crudeli. L'importante sembra essere salvaguardare le apparenze, continuare a recitare la parte di persone rispettabili, senza lasciare che nulla incrini l'equilibrio costruito.

 

È soprattutto il finale a rendere questa contraddizione particolarmente inquietante. Il suicidio del personaggio, sospeso tra colpevolezza e innocenza, rompe improvvisamente il meccanismo del gioco. I commensali sembrano turbati non soltanto dalla morte, ma dal fatto che essa abbia guastato il loro rituale, quella messinscena che, a quanto pare, ripetono ogni volta che uno straniero capita tra loro.

Il significato più amaro di questo gioco perverso è che l'essere umano diventa uno strumento di divertimento, un'occasione per mettere in scena un gioco che rassicura chi lo conduce e lo fa sentire padrone della situazione. Finché tutto resta una finzione, i partecipanti possono permettersi qualsiasi crudeltà, perché sono convinti di poter controllare le conseguenze, ma quando la finzione produce una tragedia reale, invece di interrogarsi sulla propria responsabilità, essi sembrano preoccuparsi soprattutto del disturbo arrecato alla loro tranquillità.

Che cosa vuole, dunque, trasmettere quest'opera? A mio avviso invita a diffidare delle certezze morali e delle apparenze sociali, a riconoscere quanto facilmente possiamo giudicare gli altri senza esaminare noi stessi e quanto sia sottile il confine tra il gioco e la crudeltà, tra la rispettabilità esteriore e la responsabilità interiore.

La domanda che rimane, inoltre, non riguarda soltanto la colpevolezza del protagonista ma  appartiene a tutti noi. Siamo davvero innocenti perché non abbiamo commesso il male, oppure contribuiamo a renderlo possibile ogni volta che lo desideriamo, lo giustifichiamo o assistiamo alle sue conseguenze senza sentirci responsabili?

È questo il valore più profondo dello spettacolo: aver saputo unire una rappresentazione curata e di grande qualità a una riflessione che non si esaurisce con il calare del sipario, ma continua a interrogare lo spettatore anche dopo essere uscito dal teatro.

Ma è l'immagine finale ad imprimersi nella memoria: quel corpo senza vita, sospeso nel vuoto, mentre le note struggenti di “Lascia ch'io pianga” di Georg Friedrich Kandel, avvolgono la scena e sembrano fasciare anche gli spettatori, ormai privati di ogni distanza rassicurante. 

Ecco, la musica, con la sua dolente bellezza, amplifica la tragicità dell'immagine. Non occorrono altre parole: il contrasto tra la solennità del brano e la crudezza della morte rende ancora più evidente la disumanità di un gioco che, fino a quel momento, i protagonisti avevano potuto considerare innocuo. Il corpo sospeso diventa il segno concreto di ciò che la finzione borghese non riesce più a nascondere: dietro le buone maniere, i ragionamenti e la pretesa di controllare ogni cosa, c'è una vita umana che non può essere ridotta a un esperimento, a una scommessa o a un passatempo.

Il corpo sospeso e la musica di Kandel non spiegano la tragedia: la rendono emotivamente insostenibile e ci costringono a sentirne il peso

Maria Serritiello



Ettore Scola ne aveva tratto, dalla pièce teatrale  Le Panne di Friedrich Dürrenmatt,  un film nel 1972

 

 


 

 

 

 

martedì 13 ottobre 2026

“La lingua di terra” di Paolo Trucillo

 



Notizie assemblate da Maria Serritiello

"La lingua di terra" è il romanzo distopico di Paolo Trucillo pubblicato da Graus Edizioni nella collana Specchi di Narciso, con prefazione di Francesco D’Episcopo, che verrà presentato il 5 Novembre prossimo, presso la Libreria Feltrinelli di Corso Vittorio Emanuele 230 di Salerno alle ore18,30.

La storia intensa e spietata è ambientata in un mondo devastato da guerre e carestie e dove ciò che resta dell’umanità sopravvive tra macerie, violenza e disperazione.

Il protagonista è Kael, un ex maresciallo segnato da un passato che non riesce a dimenticare. Vaga senza meta tra le rovine di una civiltà perduta, sospeso tra istinto e memoria, incapace di lasciarsi alle spalle il ricordo di Maria, l’amore che la guerra gli ha strappato via. Quando Kael, però, incontra Lina, una bambina vittima di abusi, in una realtà che ha smarrito ogni forma di umanità, qualcosa dentro di lui cambia.

In un luogo dove il bene ed il male sembrano aver perso il significato, Kael è costretto a confrontarsi con ciò che resta  della sua coscienza. 

La lingua di terra è un romanzo intenso e spietato, che intreccia azione e riflessione, raccontando la caduta dell'uomo e l'ostinata possibilità di riscatto




Paolo Trucillo classe 1988 è ingegnere chimico di Salerno.

Dopo gli studi classici, ha conseguito con lode la laurea magistrale in ingegneria chimica e il dottorato di ricerca in ingegneria industriale. E' ricercatore presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Si diletta a scrivere e la sua produzione è vasta













lunedì 12 ottobre 2026

A volte il cuore

 



di Maria Serritiello

Non so perché stamani mi sono svegliata con nella mente un motivetto che cantava, di tanto in tanto, tra i tanti, mia madre Bianca

Si, la mia dolce mamma, venuta a mancare a soli 42 anni, nel fiore della giovinezza, soleva cantare mentre sbrigava le faccende di casa. Un usignolo, una voce modulata che faceva eco alla radio, un piacere ascoltarla. Le canzone le sapeva tutte, italiane, napoletane, francesi , inglesi, una conoscenza pari alla bravura nel saperle suonare al pianoforte. Io l'ascoltavo con devozione, felice della sua bravura e dell'allegrezza che mi comunicava.

La sua gioiosità è un patrimonio di cui ancor oggi mi servo come un lascito importante. 

Oggi, la canzone, quasi non la ricordavo più tutta e me ne rammaricavo come aver perso un qualcosa  che mi apparteneva, poi la risorsa su Google, ho scritto le prime parole con la speranza di rintracciarla tutta è così è stato

Solitamente questa canzone la mamma me la cantava quando voleva che io fossi pronta ed ubbidiente, insomma un bel soldatino...

N.B  Non lasciatevi ingannare dall'enfasi con cui viene cantata la canzone, nessuno della famiglia inneggiava "qualcuno"



Ciao mamma più passa il tempo e più mi manchi...




domenica 11 ottobre 2026

Le Giornate del Fai d' Autunno per due giorni fa sosta nei Giardini Emozionali Waby di Sergio Quinto

 



Di Maria Serritiello

Per due giorni,  le giornate d'autunno, oltre alle visite programmate nei siti archeologici storici, faranno sosta nei giardini Emozionali Waby di Pontecagnano, un luogo incantato, messo su con amore dal  proprietario.

Silenzio, contemplazione, meditazione per godere della pace interiore.

Una visita contemplativa che rende lieve la giornata