In questi giorni di scioperi e di situazione caotica in Italia mi è venuto in mente, per il mio passato di Prof, la lezione che facevo sempre ai miei alunni, per far comprendere la democrazia e la sua attuazione.
Solevo iniziare raccontando loro l'Apologo di Menenio Agrippa
***L'apologo di Menenio Agrippa fu un discorso pronunciato da Menenio Agrippa nel 494 a.C. ai plebei che, per protesta, avevano abbandonato Roma e occupato il Monte Sacro per ottenere la parificazione dei diritti con i patrizi (azione detta secessio plebis).
Agrippa spiegò l'ordinamento sociale romano metaforicamente, paragonandolo ad un corpo umano nel quale, come in tutti gli insiemi costituiti da parti connesse tra loro, gli organi sopravvivono solo se collaborano e, diversamente, periscono; conseguentemente, se le braccia (il popolo) si rifiutassero di lavorare, lo stomaco (il senato) non riceverebbe cibo ma, in tal caso, ben presto tutto il corpo, braccia comprese, deperirebbe per mancanza di nutrimento.
Ecco il testo:
«Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso [ad attendere cibo], ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca, né che, portatolo, la bocca lo accettasse, né che i denti lo confezionassero a dovere. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui. Così senato e popolo, come fossero un unico corpo, con la discordia periscono, con la concordia rimangono in salute.»
Grazie alla mediazione di Agrippa, la situazione fu ricomposta ed i plebei fecero ritorno alle loro occupazioni, scongiurando così la prima grande rottura fra patrizi e plebei.
Successivamente, la plebe ottenne l'istituzione dei tribuni della plebee degli edili della plebe e l'istituzione di una propria assemblea, il concilium plebis, che eleggeva i tribuni e gli edili plebei. Le delibere dei concilia plebis (plebisciti) avrebbero avuto valore di legge per i plebei. Sia i tribuni che gli edili della plebe erano inviolabili e inizialmente erano cariche solo per i plebei.
La morale dell'apologo di Menenio Agrippa è che tutte le parti di una comunità sono indispensabili e interdipendenti: se una componente tradisce o combatte le altre, l'intero organismo sociale (lo Stato) finisce per ammalarsi e morire.
Il significato della favola
La metafora del corpo umano: Menenio Agrippa paragonò la società romana a un corpo vivente, dove il Senato rappresenta lo stomaco e la plebe rappresenta le membra (braccia, gambe, bocca e denti)
L'errore della ribellione: Nella favola, le membra si ribellarono allo stomaco accusandolo di restare ozioso mentre loro faticavano, e decisero di non nutrirlo più. Facendo così, però, le membra stesse si indebolirono e l'intero corpo rischiò di morire.
La lezione politica: Applicata alla Roma del 494 a.C. durante la secessione della plebe sul Monte Sacro, la favola spiegava ai plebei che separarsi dal Senato non avrebbe danneggiato solo i patrizi, ma avrebbe distrutto l'intera città e loro stessi
Allo stesso tempo, il racconto ricordava ai patrizi che il loro potere non avrebbe senso senza il lavoro e il sostegno del popolo. Questa mediazione portò alla riconciliazione e alla nascita della carica dei Tribuni della Plebe.
Menenio Agrippa
Menenio Agrippa (nome completo Agrippa Menenio Lanato, morto nel 493 a.C.) è stato un importante politico e console romano del V secolo a.C., celebre soprattutto per il suo ruolo di mediatore durante la prima secessione della plebe.
Il Senato scelse Menenio Agrippa come ambasciatore perché era un uomo saggio, facondo e gradito al popolo.
Fu console a Roma nel 503 a.C. e ottenne un trionfo militare contro i Sabini
“La più bella giornata
della mia vita”, ovvero quando la rispettabilità nasconde
le nostre colpe, è stata un'esperienza davvero piacevole, resa speciale dalla
grande cura con cui ogni aspetto dello spettacolo è stato realizzato.
La rappresentazione si è
distinta per la bravura degli attori, impeccabili sia nella recitazione, sia
nei movimenti in palcoscenico. La loro capacità di interpretare i personaggi e
di muoversi con naturalezza e sicurezza ha contribuito a rendere lo spettacolo
armonioso, coinvolgente e piacevole da seguire. Complimenti ad ognuno degli
attori: Andrea Carraro, che ha curato anche la regia, Davide Curzio, Amelia
Imparato, Augusto Landi, Claudio Lardo, ma anche i costumi; Virna Prescenzo si sono rivelati
perfettamente adeguati, curati nei dettagli ed in sintonia con la
rappresentazione, contribuendo a creare un'atmosfera convincente e raffinata.
Un'attenzione particolare
merita il pranzo, presentato dal cuoco/ boia, con grande cura e attenzione
all'estetica. La presentazione delle pietanze ha aggiunto un ulteriore tocco di
qualità all'esperienza, dimostrando come la passione e la professionalità
possano esprimersi attraverso forme diverse, unite dalla stessa ricerca della
bellezza. Nel complesso, lo spettacolo ha dato prova di un lavoro attento e ben
coordinato, nel quale recitazione, movimenti scenici, costumi e cura dei
dettagli hanno contribuito ad un risultato di grande qualità e offerto al
pubblico, quale momento di arte, eleganza e piacevole condivisione, oltre ad
interrogarsi quanto la rispettabilità nasconda le nostre colpe.
A questa ambiguità morale
si accompagna la rappresentazione di una borghesia che sembra vivere in un
mondo perfettamente ordinato, dove tutto è sotto controllo e ogni cosa trova il
proprio posto. Le buone maniere, la compostezza, il rito della convivialità e
l'apparente serenità diventano una sorta di facciata dietro la quale si
nascondono egoismi, giudizi e giochi crudeli. L'importante sembra essere
salvaguardare le apparenze, continuare a recitare la parte di persone
rispettabili, senza lasciare che nulla incrini l'equilibrio costruito.
È soprattutto il finale a
rendere questa contraddizione particolarmente inquietante. Il suicidio del
personaggio, sospeso tra colpevolezza e innocenza, rompe improvvisamente il
meccanismo del gioco. I commensali sembrano turbati non soltanto dalla morte,
ma dal fatto che essa abbia guastato il loro rituale, quella messinscena che, a
quanto pare, ripetono ogni volta che uno straniero capita tra loro.
Il significato più amaro
di questo gioco perverso è che l'essere umano diventa uno strumento di
divertimento, un'occasione per mettere in scena un gioco che rassicura chi lo
conduce e lo fa sentire padrone della situazione. Finché tutto resta una
finzione, i partecipanti possono permettersi qualsiasi crudeltà, perché sono
convinti di poter controllare le conseguenze, ma quando la finzione produce una
tragedia reale, invece di interrogarsi sulla propria responsabilità, essi
sembrano preoccuparsi soprattutto del disturbo arrecato alla loro tranquillità.
Che cosa vuole, dunque, trasmettere
quest'opera? A mio avviso invita a diffidare delle certezze morali e delle
apparenze sociali, a riconoscere quanto facilmente possiamo giudicare gli altri
senza esaminare noi stessi e quanto sia sottile il confine tra il gioco e la
crudeltà, tra la rispettabilità esteriore e la responsabilità interiore.
La domanda che rimane,
inoltre, non riguarda soltanto la colpevolezza del protagonista ma appartiene a tutti noi. Siamo davvero
innocenti perché non abbiamo commesso il male, oppure contribuiamo a renderlo
possibile ogni volta che lo desideriamo, lo giustifichiamo o assistiamo alle
sue conseguenze senza sentirci responsabili?
È questo il valore più
profondo dello spettacolo: aver saputo unire una rappresentazione curata e di
grande qualità a una riflessione che non si esaurisce con il calare del
sipario, ma continua a interrogare lo spettatore anche dopo essere uscito dal
teatro.
Ma è l'immagine finale ad
imprimersi nella memoria: quel corpo senza vita, sospeso nel vuoto, mentre le
note struggenti di “Lascia ch'io pianga” di Georg Friedrich Kandel, avvolgono
la scena e sembrano fasciare anche gli spettatori, ormai privati di ogni
distanza rassicurante.
Ecco, la musica, con la
sua dolente bellezza, amplifica la tragicità dell'immagine. Non occorrono altre
parole: il contrasto tra la solennità del brano e la crudezza della morte rende
ancora più evidente la disumanità di un gioco che, fino a quel momento, i protagonisti
avevano potuto considerare innocuo. Il corpo sospeso diventa il segno concreto
di ciò che la finzione borghese non riesce più a nascondere: dietro le buone
maniere, i ragionamenti e la pretesa di controllare ogni cosa, c'è una vita
umana che non può essere ridotta a un esperimento, a una scommessa o a un
passatempo.
Il corpo sospeso e la
musica di Kandel non spiegano la tragedia: la rendono emotivamente
insostenibile e ci costringono a sentirne il peso
Maria Serritiello
Ettore Scola ne aveva tratto, dalla pièce teatrale Le Panne di Friedrich Dürrenmatt, un film nel 1972
"La lingua di terra"è il romanzo distopico di Paolo Trucillopubblicato da Graus Edizioni nella collana Specchi di Narciso, con prefazione di Francesco D’Episcopo, che verrà presentato il 5 Novembre prossimo, presso la Libreria Feltrinelli di Corso Vittorio Emanuele 230 di Salerno alle ore18,30.
La storia intensa e spietata è ambientata in un mondo devastato da guerre e carestie e dove ciò che resta dell’umanità sopravvive tra macerie, violenza e disperazione.
Il protagonista è Kael, un ex maresciallo segnato da un passato che non riesce a dimenticare. Vaga senza meta tra le rovine di una civiltà perduta, sospeso tra istinto e memoria, incapace di lasciarsi alle spalle il ricordo di Maria, l’amore che la guerra gli ha strappato via. Quando Kael, però, incontra Lina, una bambina vittima di abusi, in una realtà che ha smarrito ogni forma di umanità, qualcosa dentro di lui cambia.
In un luogo dove il bene ed il male sembrano aver perso il significato, Kael è costretto a confrontarsi con ciò che resta della sua coscienza.
La lingua di terra è un romanzo intenso e spietato, che intreccia azione e riflessione, raccontando la caduta dell'uomo e l'ostinata possibilità di riscatto
Paolo Trucillo classe 1988 è ingegnere chimico di Salerno.
Dopo gli studi classici, ha conseguito con lode la laurea magistrale in ingegneria chimica e il dottorato di ricerca in ingegneria industriale. E' ricercatore presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II. Si diletta a scrivere e la sua produzione è vasta
Non so perché stamani mi sono svegliata con nella mente un motivetto che cantava, di tanto in tanto, tra i tanti, mia madre Bianca
Si, la mia dolce mamma, venuta a mancare a soli 42 anni, nel fiore della giovinezza, soleva cantare mentre sbrigava le faccende di casa. Un usignolo, una voce modulata che faceva eco alla radio, un piacere ascoltarla. Le canzone le sapeva tutte, italiane, napoletane, francesi , inglesi, una conoscenza pari alla bravura nel saperle suonare al pianoforte. Io l'ascoltavo con devozione, felice della sua bravura e dell'allegrezza che mi comunicava.
La sua gioiosità è un patrimonio di cui ancor oggi mi servo come un lascito importante.
Oggi, la canzone, quasi non la ricordavo più tutta e me ne rammaricavo come aver perso un qualcosa che mi apparteneva, poi la risorsa su Google, ho scritto le prime parole con la speranza di rintracciarla tutta è così è stato
Solitamente questa canzone la mamma me la cantava quando voleva che io fossi pronta ed ubbidiente, insomma un bel soldatino...
N.B Non lasciatevi ingannare dall'enfasi con cui viene cantata la canzone, nessuno della famiglia inneggiava "qualcuno"
Per due giorni, le giornate d'autunno, oltre alle visite programmate nei siti archeologici storici, faranno sosta nei giardini Emozionali Waby di Pontecagnano, un luogo incantato, messo su con amore dal proprietario.
Silenzio, contemplazione, meditazione per godere della pace interiore.
Una visita contemplativa che rende lieve la giornata
Esattamente 20 anni fa,
era l’agosto del 2006, quando le frecce tricolori si sono esibite per la prima
volta a Salerno, tornano di nuovo il 25, 26 e 27 settembre in occasione del 22°
Raduno Nazionale
Air Show è promosso
dall'Associazione Arma Aeronautica Aviatori d'Italia, organizzata in
collaborazione con la sezione di Salerno e l'Aero Club Salerno, patrocinata dal
Comune di Salerno e si avvale del contributo della Camera di Commercio di
Salerno, sempre in prima linea a sostegno dello sviluppo economico e turistico
del territorio. Alle attività organizzative ha collaborato, inoltre, la CNA
Salerno.
I principali appuntamenti
per seguire l’evento
• Il "Villaggio Azzurro": (da
venerdì 25 a domenica 27 settembre): s’inaugura venerdì 25 settembre
alle ore 10:30 presso il Lungomare Santa Teresa. Il villaggio
rimarrà aperto per tutto il week-end offrendo al pubblico esperienze immersive,
tra cui un simulatore di volo, la mostra statica del cockpit dell'aereo Tornado
e gli stand informativi dell’Aeronautica Militare e dell’Associazione
Aeronautica.
• Sabato 26 settembre, ore 19,30, Concerto
della Banda dell’Aeronautica Militare al Teatro Augusteo, l’esibizione
della banda diretta dal Maestro Magg. Pantaleo Leonfranco Cammarano.
◦ Sabato 26 settembre (inizio ore 15:30
circa): prove ufficiali di volo della manifestazione aerea, con la Pattuglia
Acrobatica Nazionale, sul lungomare di Pastena.
◦ Domenica 27 settembre (inizio ore
16:00 - 18:00 circa): grande esibizione acrobatica dell’Air Show delle Frecce
Tricolori sul lungomare di Pastena / Marconi, preceduta
dal gruppo elicotteri HH139 del IX Stormo “Francesco Baracca”, simulazione di
un soccorso aereo in mare, lancio di paracadutisti dell’Aeronautica Militare,
passaggio di aerei dell’Aeroclub Italia di Salerno ed esibizione di un pilota
campione di acrobazia aerea a motore.
• Il Raduno Nazionale
dell'Associazione Arma Aeronautica (domenica 27 settembre):
la giornata di domenica vedrà il momento clou del raduno nazionale con
il ritrovo dei partecipanti sul Lungomare Trieste (ore 9:00 - 9:30) e il
solenne corteo da Piazza Dante Alighieri a Piazza della Libertà (dalle ore
10:30), dove si terranno le celebrazioni ufficiali alla presenza delle Autorità
Civili e Militari.
Infine nella mattinata
di lunedì 28 settembre, a partire dalle ore 9.00, anche la visita dei
piloti e di una delegazione dell’Aeronautica Militare presso l’Ospedale San
Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona: in particolare saranno portati doni ai
piccoli ricoverati nel reparto di Pediatria.
• “Il cielo nelle Mani” –
Spettacolo dedicato al Made in Italy
Io e Dina Franciulli
siamo amiche da più di 40 anni, so bene come tratta l’amicizia e come si
prodiga perché la qualità del sentimento amicale sia di buona fattura. Nessuna
meraviglia, perciò, nell’aver tra le mani “La mia amicizia con Joyce
Lussu”, il libro da lei scritto e pubblicato a marzo 2026, per conto
di Andrea Livi editore in Fermo e ad avere conferma, ancora una volta.
Ad intraprendere il
viaggio, perché di questo si tratta, indicato dalla copertina sanguigna e dall’immagine
di una lussuosa carrozza ferroviaria, con due donne eleganti sedute in
conversazione, si ha l’immediata percezione che scopriremo, andando avanti
nella lettura, oltre a tanto altro, il sentimento devoto del sapere di due
donne: Joyce e Dina.
Diciamolo subito che
Joyce, l’eccezionale donna della cultura mondiale, Sibilla e Strega,
è un’icona per studiosi convinti e per quell’ insieme di curiosi del sapere, ma
sconosciuta al grande pubblico, ahimè!
“…La mia
esperienza con te, quella di una sintonia reciproca, speciale: la nostra
alleanza, la nostra profonda amicizia…”
Queste le parole
di Dina, per la grande maestra, nell’incipit, così come le innumerevoli ore
trascorse a discettare, ad immergersi nelle profonde radici del sapere,
scoprirne altre ed a progettare collaborazioni. Pensa finanche di comprare una
parte di villa di casa Salvadori a San Tommaso, messa in vendita da Clement,
nipote della scrittrice.
Ecco, Dina in
Joyce ha trovato il mentore, l’alter ego, il contraltare dei suoi pensieri più
reconditi e conoscendola, si materializzano facilmente, dinanzi ai miei occhi,
le loro figure, avvolte in candidi scialli, vicino al grande camino, a parlare
fitto, fitto. E di cose se ne sono dette…
È il percorso nel
tempo, di ciò che Joyce le ha mostrato in cose, luoghi, persone e come lei
stessa dice tutto ciò che le ha cambiato la vita, “…sollevando incertezze
di approccio critico nei confronti di una formazione, seppur solida rimaneva
d’impronta accademico/borghese monoculturale…”
Il libro, oltre ad
essere un devoto e dovuto omaggio rivolto alla preziosa amica, è un dialogo della
scrittrice con sé stessa, è quel desiderio nascosto di esternare tutto ciò che
ha dentro e di presentarsi, finalmente, così com’è.
La via fissata, in
questo prezioso scritto di 182 pagine, comprese le appendici, è lastricata di
luoghi, di aneddoti, conoscenze, di frequentazioni, di tenerezze, di poesie, di
viaggi e di racconti per le Cicce, le sue adorate nipoti, quasi certamente un
felice surrogato di maternità.
Fa capolino, nelle
pagine di questa preziosa raccolta, anche il buon Alferio, la solida
figura affettiva, il compagno-marito di Dina, che con la sua bravura in cucina
si era guadagnato da Joyce la stima di chi, uomo, aveva la stessa cura e
preferenza di un’azione del tutto al femminile.
Negli affetti
Joyce era molto riservata, le sue intime ansie, le incertezze, le inquietudini,
l’infinita dolcezza nel ricordare Emilio, l’amato marito, erano sempre
manifestate con riserbo, il riguardo dovuto chi le ha dato la completezza di
donna e di artista.
“Trent’anni, mio
compagno, trent’anni
Le nostre vite
sono intrecciate
Come vimini al
canestro…”
E quanta tenerezza
per suo figlio Giovanni e che similitudine per lui con il roseo creato, ma già paventa il
distacco e ne resta spaventata
“piedini che non
avete mai camminato
morbidi come uccelletti implumi nel nido
tiepido
rosei come l’aurora
Piedini che non avete camminato ancora
dove porterete il mio figliolo?”
Sì, gli affetti familiari, così importanti per
l’anima sua, bella e desiderosa di condividere amore.
Anche Dina,
ugualmente a Joice, c’è ulteriore concordia nel condividere amore e conoscenza
con le sue tenere nipoti, l’albero di gelso, per esempio e la sua funzione di
nutrimento di sapere.
“C’era na vota, nu
sorece e na carota. Se mettèro rota rota… ‘U vvuò sente ‘nata vota?
Di Joyce, Dina ci ricorda
la sua eleganza informale, ma allo stesso tempo civettuola, quel tanto che
basta per dare il tocco personale alla sua femminilità, parliamo delle sue
scarpette basse, le comodissime cinesine, dei suoi pettinini vari e colorati
per trattenere i capelli candidi, dei suoi magnifici scialli in cui si
avvolgeva tutta.
Con Joyce, Dina ha
viaggiato, coordinate fattive esperienze a scuola, conosciuto personaggi, uno
fra tutti, Vittorio Foa, rivangato il passato, riletto libri, fruito l’arte,
ascoltato musica, la scelta trama del tempo trascorso. Una vastità di emozioni,
un’estensione del proprio io, al pari teso a corde di un arco.
Che bella la vita
se la vivi così!!
Vittorio Foa, una lunga
amicizia con Joyce, la condivisione dell’opposizione al Fascismo, l’esilio, la
guerra, per Lui, oppositore al Regime ed ebreo, sette anni di durissima
prigionia, la Resistenza. A quell’incontro ne seguirono altri con gli studenti
di Dina che portava avanti nel Liceo Virgilio di Roma, la Metodologia della
Storia.
“Non c’è nulla di
eroico in guerra. Non c’è nulla di eroico di morire soli nel fango di una
trincea” dice Vittorio Foa
Partecipazione e
lacrime dei ragazzi in ascolto.
“Non che è vero
che i giovani non amino la storia. Il fatto è che bisogna sapergliela
raccontare, con Chiarezza ed Onestà. Saper leggere gli eventi nella loro
essenzialità e con essi fare i conti, senza mezzi termini” Joyce Lussu
Padre, Padrone,
Padreterno, Tradurre poesia, Fronti e frontiere sul finire degli
anni ’60, Dina, attraverso la lettura di questo saggio, incontra per la prima
volta la scrittrice partigiana e sarà per sempre.
*mi piace
sviscerare (N.D.) l’idea centrale di questo saggio che ha tanto dato alla
causa del Femminismo, quasi dimenticato dalle giovani donne attuali o
considerato gratis.
La triade del potere: Il Padre (La
famiglia): L'istituzione patriarcale che confina la donna al ruolo di
fattrice di figli (proprietà del marito) e custode della casa.
Il Padrone (L'economia): Il sistema
di sfruttamento economico (dallo schiavismo al capitalismo) che estrae
valore dal lavoro non pagato o sottopagato delle donne.
Il Padreterno (La religione): Le strutture
religiose e ideologiche che hanno storicamente legittimato la superiorità
maschile, fornendo una giustificazione divina alla subordinazione della
donna.
Che
illuminazione per la giovane Dina, l’allure che non si spegnerà più!
Nelle pagine, poi,
si susseguono tanti usi pignoli di Joyce che Dina annota con puntigliosità
notarile: la collocazione degli oggetti, le sciarpe, le scarpe, le borse, la
moka, le tisane, il caffè, sempre allo stesso posto ed il ripetersi di poesie a
memoria. Vezzi? Macché esercizi per mantenere viva la mente. Negli anni di
Joyce, Dina conosce, collabora e propaga nei suoi alunni conoscenze, in piena
sintonia culturale: Teresa Lapis, Anna Fresu, Annio Stasi, Mimma De Leo,
Sara Zanghì, Mimmo Franzinelli, Pietro Altieri, Aureliano Amadei, Camilla
Cocchi, Valeria Peraizza, Lorenzo Briotti, Filippo Trojano.
Un prezioso
patrimonio accumulato, spendibile e ricordevole per gli anni meno effervescenti
del poi inevitabile.
Te lo ricordi il
’68?
Eccome Dina, all’istante sono tornata là dove non mi sono più mossa, così il
programma di vita è stato scelto per immetterlo nella scuola da rinnovare, nella
didattica da applicare, nella musica da preferire, nel cinema da vedere, nel
teatro da scegliere, nei viaggi da affrontare, nelle mostre da fruire. La vita
cambiata da un bel viaggio nel sapere…
Grazie per questa
tua conoscenza di Joyce condivisa e parafrasando il titolo del tuo libro