Chiesa di Sant'Apollonia Via San Benedetto - Salerno
"E così sei con me" Alberto Bertoli ragiona e canta di suo padre Pierangelo
con
Erminia Pellecchia - Giornalista Antonio Daltrocanto Giordano - Presidente Associazione Daltrocanto e musicista Sergio Martin - Autore del libro "Di mestiere faccio l'organizzatore"
Vero e proprio "cantastorie], voce sincera della sua terra[autodefinitosi "artigiano della canzone, egli fu una figura emblematica della canzone d'autore italiana dagli anni settanta ai primi anni 2000, spaziando dalla musica popolare al rock, con testi diretti e densi di riferimenti sociali e politici.[4] Di lui è stato scritto che «l'immediatezza dei messaggi e la sincerità dell'ispirazione sono la peculiarità delle sue composizioni; la denuncia sociale, ora più meditata ora più aggressiva, connota il suo modo di raccontare l'uomo e il tempo in cui vive. Non ci sono coinvolgimenti nel consumismo del mercato, ma semmai una rabbia autentica certo non più attuale nel dilagante qualunquismo, ma frutto anche della maggiore sensibilità che egli ha come portatore di handicap» (venne colpito dalla poliomielite durante l'infanzia)
Pierangelo Bertoli è stato anche paragonato ai celebri compositori di ballate politiche popolari del passato, erede di una tradizione a cui appartenne, ad esempio, l'anarchicoPietro Gori.[6]
Raccontare
il terremoto e tutto ciò che genera prima e dopo non è mai facile, meno che mai lo è in Campania, dove il ricordo di quel 23 novembre
1980 non si è mai allontanato dalla
mente. Quando si è aperto il sipario del Teatro Genovesi, per il 2° incontro di
domenica due marzo, all’interno dell’Evento Nazionale Festival Teatro XS, si è
subito compreso che la rappresentazione avrebbe graffiato gli animi perché il
testo in concorso, altro non è che la
vera narrazione di come siano andate, effettivamente le cose all’Aquila, il 6
aprile di cinque anni fa.
Si
può correre il rischio che il tempo metta sotto il tappeto lo sporco, che i
nostri figli e i figli di quella terra non sappiano. Le radici sono importanti,
sono il passato, il passaggio e poi il
futuro delle generazioni, per cui Giorgio Cardinale, autore ed interprete,
coadiuvato da Pietro Larotonda, compositore e cantore delle musiche e da lui suonate
alla chitarra, iniziano a raccontare dalle origini la magnifica città dell’Aquila.
Il narratore ed il barbuto menestrello, al pari di una storia antica, gli
avvenimenti ce li raccontano con dinamica vivacità, ironia sottile e accuse
precise, sia pur sottese. I personaggi implicati diventano così, di volta in
volta, pagliacci, re magi, sciamano, mentre
la narrazione va avanti con movimenti sincronici dei due, con parole
all’unisono e con canzoni che frantumano la tensione. La scena è
vuota, buia, con due sedie che si trasformano, nel gioco dell’immaginazione, in
un veicolo in transito per il Gran Sasso e una scrivania che il narrante dice
di appartenere al nonno. La storia antica dell’Aquila, Amiternum, è stata
proprio lui a raccontarla al giovane nipote, sicché parla il vecchio, quanto
parla e ripete, quanto ripete ma la sua non è smemoratezza dell’età Il
pavimento dell’antica casa sotto passi cauti del ragazzo che va ripetendo a noi
le notizie apprese dal vecchio, scricchiola, ahimè e non per vetustà. Del resto Giampaolo Giuliano,
un ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetari, distaccato
presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, ha previsto che nella zona ci
sarà una forte scossa di terremoto, proprio in quel periodo, in base al rilascio di radon dalla crosta
terrestre ed il verificarsi di terremoti, ma nessuno l’ascolta anzi
viene accusato di allarmare la popolazione.
Il
prima dell’Aquila, nel racconto, è dolcissimo, tra la precisione descrittiva
che s’incontrava negli anni addietro nei libri di geografia blu scuro della
Garzanti e l’amore, l’orgoglio, il vanto di chi in quella terra ( non l’autore )
vi è nato. Scorrono sotto gli occhi, non ancora rovinate dai crolli, di quel
triste 6 aprile, immagini bellissime di una piccola città tranquilla,
addormentata nel sonno operoso, lontano dalla frenesia e dall’agitazione, dal ritmo costante ed invariato, con il corso affollato
in determinate ore, per lo struscio,
all’uscita della messa, all’aperitivo, all’incontro della gioventù nativa con
quella universitaria. E’ dal 1458 che
L’Aquila, daFerdinando d'Aragona,
ricevette il privilegio dell’istituzione
dell’Università,destinata a conseguire, grande rinomanza. I
monumenti, emergenze delle varie epoche storiche, sono visibili nelle parole
del giovane autore, senza i segni malvagi del sisma: La fontana delle 99
cannelle,La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, La Porta Santa, La Basilica di San
Bernardino, La chiesa di Santa
Maria del Suffragio, popolarmente detta delle Anime Sante, patrimonio sì dell’Aquila ma dell’intera Italia.
Viceversa accanto alla bella storia della città, i due giovani artisti,
con la piacevolezza di cui sono capaci, avvenuto il terremoto, proprio come
aveva predetto lo sciamano Giuliani, sono costretti ad elencare una lista nera
di figuri che senza nessuna vergogna e quel che è peggio guadagnandovi anche,
hanno gestito il terremoto come un affair
personale, risuonano offensivi ancora nelle orecchie gli sghignazzi al
telefono di chi ne avrebbe ricavato profitto da quella sciagura, senza tener in
nessun conto le vite delle 309 vittime e dei loro familiari, spezzate per
sempre. Nella lista segnata figurano: Bertolaso, Boschi, Barberi, De
Bernardinis ed altri, figure al vertice del potere che hanno condizionato con
il loro sapere(?) le scelte dei poveri aquilani. Boschi: "Escluderei che lo sciame sismico sia preliminare di eventi (...) - siamo in una zona sismica attiva.Barberi: "Gli
sciami tendono ad avere la stessa magnitudo ed è molto improbabile che nello
stesso sciame la magnitudo cresca (...) Noi rappresentiamo la situazione
scientifica" De Bernardinis:
"La comunità scientifica conferma che non c'è pericolo, perché c'è uno
scarico continuo di energia; la situazione è favorevole. ". L'assessore Stati : "Queste vostre affermazioni mi
permettono di andare a rassicurare la popolazione". E che dire
della farsa del “pagliaccio nero” a cui i cittadini dell’Aquila, con la vita segnata
dal lutto, hanno dovuto assistere? Dal 6
aprile del 2009, L’Aquila, sepolti i
propri morti, è là che vive la sua triste agonia.
Il
pezzo è forte, intenso, emotivamente coinvolgente ed appartiene al filone del
teatro di denuncia ed impegno civile, tanto caro a Marco Paolino e ad Ascanio Celestini. Anche lui, Giorgio
Cardinali, l’autore oltre che il bravo
attore, ha seguito la traccia del teatro di narrazione, rifacendosi
perfettamente alle fonti, ricercando le notizie e verificando la loro
veridicità. Il testo, recitato con bravura, ha il pregio della leggerezza e della
lievità, grazie al buon assemblaggio di tutte le parti, ma anche grazie alla sinergia magnetica ed all’intesa perfetta
tra Giorgio Cardinali e Pietro Larotonda. Evitato il richiamo nozionistico
sulle origini della bella città si è potuto godere a pieno la piacevolezza del
racconto, aiutato dalle canzoni e dagli effetti sonori del bravo Pietro Larotonda che, sulla cassa armonica
della chitarra, ha tamburellato lo scricchiolio e il boato del terremoto. Buona
l’espressività corporea di Giorgio Cardinali nel muoversi in scena come un burattino
mantenuto dai fili e piacevole la parlata dialettale aquilana, inserita nella
sua recitazione, per uno come lui che non vi è nato.
Si
occupa di critica letteraria da diversi anni, prevalentemente della narrativa
giallo-poliziesca, cura rubriche, redige recensioni, fa interviste, su MilanoNera, è corrispondente di
Global Press e collabora con i blog Liberi di scrivere. Lei è Cristina Marra e
così la presenta all’incontro con l’autore del Teatro del Giullare,
l’insostituibile Luca Badiale, accanito lettore che per Koinè”, l’associazione
culturale di Cava dei Tirreni, divora libri e li recensisce. Cristina Marra, è nata
a Reggio Calabria, dove vive spostandosi tra Milano e Roma. Giovane e sottile,
una cerbiatta dolcissima e suadente, Cristina è al Giullare per promuovere due
raccolte gialle, da lei curate, Vento Noir
e Animali Noir, della Falco editore. Luca
Badiale, con maestria d’intrattenitore, elenca tutto ciò che la giovane riesce
a fare, tra un treno e l’altro, tra una presentazione e una collaborazione, tra
una scrittura e una presentazione a Festival. Inoltre modera incontri con
l'autore presso librerie, è componente della Giuria Popolare del "Premio
Letterario Nazionale Tropea", è membro della Giuria del Premio
"GialloLuna NeroNotte" di Ravenna e del "Premio Letterario città
di Sortino"ed è il direttore
artistico del Festival del Giallo di Cosenza che si tiene per tre giorni a
giugno, il prossimo sarà già la 3° edizione. Ma non è finita, ha anche un blog “Barche controcorrente” dedicato a
libri, luoghi e curiosità sul mare ed è stata chiamata a dare il suo apporto e
la sua esperienza al primo Festival del Rosa di Santa Margherita Ligure, che si
terrà dal 7 al 9 marzo prossimo. Una
ragazza di prim’ordine, accurata e pugnace e quel che più conquista, senza
nessuna rampante aggressività. Come sia giunta alla passione del noir, una
certa curiosità l’ha suscitata tra il pubblico e lei dalla poltrona
ottocentesca su cui è seduta e quasi risucchiata, lo riferisce piano, piano,
quasi meditativa e non per cercare le parole, ma per dare piacere all’ascolto.
Si apprende così che fin da bambina il genere l’ha appassionata, per approdare
alla sua tesi di laurea per cui ha
scritto ed approfondito la “novela negra” spagnola.
Il
format delle serate d’incontro, una volta al mese, al Giullare, è stato
interamente creato dalla versatile Brunella Caputo che si divide, con uguale
bravura, tra la recitazione e la regia. Ai precedenti cinque incontri hanno
partecipato, con largo consenso di pubblico, gli scrittori: Rocco Papa, Piera
Carlomagno, Maurizio de Giovanni e Patrizia Rinaldi. Nelle prossime date, il 6
marzo, all’appuntamento ci saranno:Letizia Vicidomini e Tina Cacciaglia, mentre il 26 dello stesso
mese, concluderà la serie, Diego De Silva. Gli appuntamenti del Giullare sono
impreziositi, ogni volta, dagli strepitosi reading degli stessi attori del piccolo teatro :Brunella Caputo,
Cinzia Ugatti, Caterina Micoloni,
Augusto Landi e Rocco Giannattasio, Andrea Bloise, Amelia Imparato, Matteo
Amaturo e Giovanni Caputo a cui si aggiunge la sempre appropriata scelta
musicale, curata da Virna Prescenzo. Dire che il gruppo recitante si cala così
bene nei personaggi, sì da dare loro corpo e anima, estrapolandoli dalle pagine
dei libri, sembrerebbe esagerata retorica, ma non lo è, la loro è solamente
confermata bravura.
Litigare fa bene all'amore secondo gli esperti. Ma come lo si fa può avere ricadute negative. La psicoterapeuta ci aiuta a scoprire le 10 frasi che tutte prima o poi diciamo e che invece non dovremmo mai pronunciare A QUANDO IL DECALOGO PER GLI UOMINI ? PERCHÉ' A DOVER EVITARE DOVREMMO ESSERE SOLO NOI? I SUGGERIMENTI LI TROVO DISCRIMINANTI E SUGGERISCO DI COMPLETARE I CONSIGLI PER LA COPPIA E NON PER UNA SOLA PERSONA DI ESSA.DOTTORESSA COZZOLINO UN PO' PIU' D'IMPEGNO, IA'... ( Maria Serritiello)
Libera dalle tensioni senza trasformarle in rancori, migliora la comunicazione e fa crescere la coppia, perché si affrontano assieme le difficoltà. Insomma, litigare fa bene all’amore secondo innumerevoli studi scientifici, come conferma anche la dottoressa Marinella Cozzolino, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione italiana di sessuologia clinica. “Il fatto che una coppia bisticci è assolutamente sano e naturale, perché aiuta a ristabilire la differenza che c’è tra il bisogno di appartenersi e la fusione, che alcune volte vengono confuse. Quando si discute animatamente è per affermare se stessi, la propria individualità, la differenza che si sente con l’altro. Non è negativo il fatto che si litighi ma come lo si fa”, afferma l’esperta. Perché spesso si trascende con uscite infelici e reazioni verbali volte solo a ferire, che magari neanche si pensano realmente, che possono creare lacerazioni insanabili nell'equilibrio della coppia, compromettendo inesorabilmente il rapporto. “Il linguaggio serve a creare collaborazione, complicità ed accordo. A costruire e non a distruggere, anche perché la relazione di coppia si basa innanzitutto su una scelta, quella del partner, che non può essere costantemente rinnegata o messa in discussione. Ecco perché è importante evitare parole forti e offensive, che spesso sono solo la punta dell’iceberg di un’aggressività accumulata, che gratuitamente si scarica sul partner” spiega la psicoterapeuta.
Il decalogo
Ma quali sono le frasi che non andrebbero mai pronunciate in una relazione tra due persone che si amano davvero? Eccone dieci pensate dalla dottoressa Cozzolino, da evitare di dire se non si vuole mettere a rischio il futuro della storia.
1. Con tutti i problemi che ho ti ci metti anche tu…
In questo modo gli stai dicendo: vieni dopo i miei problemi e sei a tua volta un problema. Indica in qualche modo l’inclusione dell’altro solo nella sfera problematica. Significa che non ti capisce, che non è in grado di comprendere né tantomeno di alleviare i tuoi problemi. La puoi sostituire semplicemente con un po’ di grazia. “Amore, perdonami, non sono dell’umore giusto, ho un po’ di problemi, anzi ti va se ne parliamo?”
2. Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te…
Le cose che hai fatto per lui e con lui, invece di essere fonte di piacere o gioia diventano privazioni. Rinfacciare al tuo uomo le cose materiali e non, date e messe in gioco nella relazione, ti rende vittima e generi un senso di colpa nell’altro che a quel punto diviene, per difesa, aggressivo, generando un circolo vizioso in cui si fatica a comprendere la differenza fra vittima e carnefice. Questa espressione puoi sostituirla con: “ho agito sempre per il tuo ed il nostro bene, in buona fede. Magari ho sbagliato, ma involontariamente”.
3. Dovevo dar retta alle mie amiche, loro sì che hanno capito chi sei
Questa frase di uso comunissimo, indica una divisione netta in squadre. Tu e le tue amiche da un lato ed il partner, visto come il nemico, l’estraneo, l’avversario nella squadra opposta. È infelice perché oltre ad indicare esclusione, sottolinea che il gruppo, quello affiatato, quello di cui ci si fida e da cui ci si sente amate, sono le amiche, non la coppia. Il pericolo è di creare un distacco e un senso di non appartenenza che può allontanare definitivamente.
4. Non ne fai una giusta! Lascia, faccio io….
Lo svilimento del proprio compagno, costante in molte relazioni, va contro l’elemento base di una relazione affettiva: l’amore. Chi ama, sprona, incoraggia, stimola. Questa frase sottolinea invece l’incapacità dell’altro generalizzata a molti aspetti, perché equivale a dire che sbaglia in tutto, quindi è sbagliato. E’ l’annientamento totale del partner, la squalifica assoluta di tutte le sue capacità. Senza stima, l’amore non esiste. E meglio sostituirla, aggiungendo un po’ di ironia e un tono scherzoso, come se il suo essere un po’ imbranato fosse suo pregio poiché ci fa sorridere, dicendo “Anche io non ci riesco mai, dai proviamo insieme”.
5. È tutta colpa tua
Scaricare colpe e quindi responsabilità sull’altro è una tecnica comunicativa usata frequentemente. Agli occhi del partner questo atteggiamento, antipatico e molto pesante da sopportare, molto spesso ha l’unico scopo di giustificare la colpa stessa: “io ho sbagliato proprio perché tu sei così…” Se lui ha mancato in qualcosa sente già il peso dello sbaglio commesso a cui non ne andrebbero aggiunti altri. Una persona che ama a questo punto potrebbe dire “se hai sbagliato in qualcosa, si può sempre rimediare, dimmi se e come posso aiutarti”.
6. Te l’avevo detto
Queste parole generebbero rabbia in chiunque. Molti spesso se la sono sentita ripetere dai genitori ed infatti crea irritazione, perché sposta il potere all’interno della relazione: l’altro ci tratta come un bambino. È una affermazione tipica di chi tende in maniera ossessiva a puntualizzare fatti, colpe , eventi e mancanze. La precisazione costante è assolutamente deleteria nella relazione di coppia poiché crea una dinamica impari. Per sostituire una frase così ci vuole solo la capacità di creare squadra e complicità con il partner, magari dicendo: “lo avevamo detto che sarebbe potuto accadere”.
7. Maledetto il giorno che ti ho incontrato
Chi pronuncia questa frase vuole distruggere l’altro, accusandolo in qualche modo di averle rovinato la vita. Lui diventa la fonte di ogni colpa e di ogni dolore, caricandolo di responsabilità che in realtà vanno spartite se si vive un rapporto infelice. Perché si dimentica che, malgrado l’incontro avvenuto in un “maledetto giorno”, poi c’è stata una scelta, consensuale, di rincontrarsi, vedersi, frequentarsi e stare assieme.
8. Il mio ex era più bravo
Sottoporre il tuo attuale compagno ad una specie di esame per avere un posto sul podio di una ipotetica classifica dei precedenti uomini, è forse tra tutte la cosa peggiore che si possa dire per il gran numero di significati che contiene. E’ come se gli stessi dicendo: “il mio ex era meglio di te, anche in una sola cosa, ma era migliore. E poi ancora penso a lui, tu non sei alla sua altezza, quindi forse ho sbagliato scelta e un po’ lo rimpiango”. Non serve scomodare la psicologia per capire quanto e perché questa frase può essere tanto negativa e crudele. Basta porsi una sola domanda: se lo dicesse lui cosa proveresti?
9.Lo sapevo che di te non mi dovevo fidare
È come affermare: “non mi sono mai fidata di te fino in fondo, perché una parte di me sapeva che eri un incapace, una persona inaffidabile, un immaturo”. In questa espressione si tirano fuori una gran fetta di emozioni negative, magari a lungo rimuginate, nei confronti del partner. Quel “lo sapevo” sposta chi accusa su un livello di superiorità e abbassa l’altro a livelli di allievo. E’ un’ asserzione negativa, perché crea insicurezza nel compagno ed indebolisce il rapporto. Possiamo renderla una domanda e trasmettergli il nostro senso di frustrazione e smarrimento, chiedendogli: “stai dicendo che di te non mi posso fidare?”
10. Non hai capito
Anche questa è molto comune e non la si usa solo con lui, ma anche quando si parla con gli amici, con i figli, con i genitori e i colleghi. È l’opposto di qualsiasi regola di una sana comunicazione e di una buona educazione. “Non hai capito” semplicemente non si dice perché è scortese e maleducato. Se l’altro non ha compreso quello che volevi dire, è evidente che sei tu a non esserti spiegata bene. La responsabilità del fallimento della comprensione del discorso è di chi parla non di chi ascolta. È meglio ammettere, “forse non mi sono spiegata bene”
Sesto incontro con la scrittura al Teatro del Giullare.
Giovedì 6 marzo alle 20:30
Tina Cacciaglia con "Il sussurro di Vico Pensiero" (Runa editrice) e Letizia Vicidomini con "Il segreto di Lazzaro" (edizioni CentoAutori).
Le autrici dialogheranno con Luca Badiali
Reading degli attori: Cinzia Ugatti, Brunella Caputo, Andrea Bloise, Giovanni Caputo, Matteo Amaturo della Compagnia del Giullare.
INGRESSO GRATUITO
TINA CACCIAGLIA
Tina Cacciaglia, sociologa e conciliatrice napoletana, vive da molti anni a Salerno. Ha pubblicato diversi articoli e racconti su giornali e antologie. Vincitrice del concorso Io Scrittore 2011 con un romanzo giallo, pubblicato nel 2012 in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol. Nel maggio 2013 ha pubblicato un noir napoletano "Il sussurro di Vico Pensiero" per la Runa Editrice (prefazione di Maurizio Ponticello) e sempre con la stessa casa editrice ha pubblicato a dicembre 2013 in seconda edizione il romanzo storico di cui è coautrice "La signora della Marra", già segnalato per merito al Premio Calvino 2009.
LETIZIA VICIDOMINI
Letizia Vicidomini è nata e vive a Nocera Inferiore, ma è cittadina onoraria di Napoli che raggiunge per lavoro ormai da vent'anni, ogni giorno. Da pendolare ha lavorato come speaker in tutte le maggiori radio campane, da Kiss Kiss a Rtl 102. 5, da Marte a Club 91, passando per Crc e Punto Nuovo. Sempre in viaggio ha concepito le sue creature letterarie: nel 2006 pubblica "Nella memoria del cuore" e nel 2007 "Angel" con l'editore Akkuaria che ha inserito anche diversi suoi racconti in antologie a tema. Nel 2013 pubblica "Il segreto di Lazzaro" con CentoAutori, la casa editrice dei primi libri a tema sportivo di Maurizio de Giovanni che le regala una splendida prefazione. A breve sarà dato alle stampe il suo nuovo romanzo. E' attrice per passione, voce pubblicitaria e presentatrice.
Con
“Tango”, testo di denuncia e d’impegno civile, scritto da Francesca Zanni, attrice,
drammaturga e regista, si è dato inizio, il 23 febbraio, alla VI edizione del
“Festival Nazionale Teatro XS” città di Salerno. Un evento di prestigio, sia
per l’entusiasmo delle compagnie
teatrali a partecipare, sia per l’impaziente attesa del pubblico salernitano. Anche questa volta e con enormi sacrifici, il
Teatro Genovesi e il suo gruppo coeso sono riusciti ad organizzare l’ormai tradizionale
manifestazione, fiore all’occhiello della città. Invariata la formula con sette spettacoli in gara, che vanno dal 23
febbraio fino ad arrivare al 4 maggio,
con la serata di premiazione finale.
Per
entrare nell’atmosfera emotiva della rappresentazione non si può non considerare
quale sia stato per il popolo argentino, il dramma dei “desaparecidos”.
Trentamila dissidenti o presunti tali, tra il 1976 ed il 1983, sotto il
regime della Giunta militare, sparirono per essere imprigionati, torturati,
uccisi e sepolti in fosse comuni o gettati
nell’oceano, con i cosiddetti voli della morte. Le vite sconvolte dei “desaparecidos”
non erano solitarie, molti di loro avevano figli e tante donne stavano per
averli. Quei, bambini strappati alle
famiglie, furono fatti svanire nel nulla e, orrore aggiunto, illegalmente
adottati da coloro che erano stati gli aguzzini delle proprie madri. Tutto ciò
avvenne nell’indifferenza generale del mondo civile, ma anche all’interno dello
stesso Paese, vuoi per mancanza totale
d’informazione, vuoi per paura di ritorsioni. Intanto le masse popolari del
pianeta, a quel tempo, erano tutte
intente a seguire i mondiali di calcio, giocati e vinti proprio laddove
avvenivano i feroci eccidi e la stessa parola “desaparecidos” per i più era solamente uno slogan vociato nelle manifestazioni
di protesta, scissa dal reale significato, ma chi sapeva…Si deve alle donne argentine, alle Madri di Plaza de Mayo,
in cerca dei loro figli, se è stato sollevato
il drappo della verità, se si è scoperto
che le loro creature, perse per sempre,
avevano generato a loro volta figli.
D’allora oltre che madri anche nonne,
cercano con tenacia, senza mai perdere la speranza di trovare la carne
della propria carne, viva.
Tango
E’
buia la scena e lo sarà per tutta la durata,
60 minuti, escludendo la luce intermittente, che a turno illuminerà, al
pari di un interrogatorio, i monologhi dei due attori. Un semplice fondale, su cui si leggono scritte parole, come writers
sui muri, una comoda poltrona a sinistra ed una
vecchia sedia a destra, sono gli unici mobili che arredano la scena, tra i due oggetti, uno spazio consistente,
terrà separati per tutto il tempo i protagonisti, Carla e Claudio-Miguel. Che
sia stata diversa la vita dei due lo si
intuisce subito, prima delle loro stesse parole, sottolineata da tanti piccoli
particolari, tra cui lo spazio che intercorre tra loro, il non rivolgersi mai
direttamente la parola, l’ostentata agiatezza di lui, la disperata solitudine di lei. Ciò che non s’intuisce
subito, invece, e questo lo si avverte inizialmente come una limitazione, è che cosa abbiano in comune i
personaggi e per quale ragione si rimandano soliloqui, parlando ognuno per proprio conto, come in una confessione. A mano a mano che il
monologo dei due andrà avanti si apprenderanno tanti tasselli, sì da ricomporre il finale
mancante al puzzle. Ai bordi del palcoscenico, abbandonate, vi sono sette paia di scarpe usate, segno che chi le ha calzate non potrà più
farlo, ma può essere ricordato il loro martirio. Affiora un passaggio mentale
inevitabile, anche i nazisti accumulavano cataste di oggetti dei loro uccisi. Nel silenzio iniziale si diffonde struggente
la musica di un tango e prima due ballerini e poi altri tre si affiancano,
esprimendosi in una coreografia appassionata. In scena il tango irrompe e si fa
metafora delle due vite, un ballo libero, senza una coreografia precostituita,
ma solo movimento fluido e passionale “Avete mai ballato il tango? Avete mai
provato?”… Carla e Miguel, loro si che si sono ritrovati a doverlo ballare come danza della loro vita,
con un ritmo ed una musica che non avevano scelto. I monologhi intrecciati ci
danno altre notizie, nuovi orribili
particolari su di loro, vite che in qualche modo scorrono parallele ma sono collocate
in due luoghi e periodi storici diversi .
“Me llamo Carla, desaparecidos el 25 de agosto
del 1976.”
Prima
della sparizione Carla, era una giovane innamorata,
aveva un ragazzo, ballava il tango e viveva la vita spensierata come tutte le fanciulle
della sua età. Quando la presero, la paura, la prigionia e le torture, riusciva
a sopportarle, ripetendosi delle parole: speranza, estate, libertà, amore,
figlio, ognuna con un significato, ognuna con un peso. E figlio, la parola più
importante, è il bandolo dell’intreccio tra i due
Claudio-Miguel
ha sempre avuto una vita agiata e sulla sua esistenza c’è poco da dire.Figlio unico di un ex colonnello, famiglia ricca, parla
3 lingue, gioca a tennis. Il padre, con cui non ha un buon rapporto, è uno dei colonnelli del golpe, Di ciò che è
successo in Argentina sa quello che il padre stesso gli ha raccontato e cioè
che c’era bisogno di ordine e qualcuno doveva pur farlo. Saprà e capirà ogni cosa quando scoprirà di
aver vissuto la vita di un altro.
Lo
spettacolo, che ha coinvolto nel profondo il pubblico in sala, è stato ottimamente
diretto da Paolo Pignero, un nostro conterraneo, trasferitosi a Genova trent’anni fa. Bravi, regista e Compagnia “Gli Amici di Jachy”, nel portare
in scena e all’attenzione un dramma che ancora continua . Se un appunto si può
muovere a Pignero è che la musica
tanghera si è sentita poco, un sottofondo da milonga avrebbe reso la vicenda
ancor più struggente. Martina Lodi (Carla), intensa e sicura delle sue capacità
espressive, ha avuto il peso maggiore dello spettacolo. Momenti forti della sua
recitazione, infatti, sono stati lo stupro subito dai militari, la scoperta di
aspettare un figlio e la morte per torture con il corpo gettato nell’oceano.
Giovanni Tacchella (Claudio-Miguel) ha reso bene il suo personaggio, prima
figlio di papà e poi vittima. Buone le coreografie create da Paola Grazzi e
ballate dai tangheri Giulia Bruzzone, Massimiliano
Bet, Cesare Cocito, Lorenzo Monte e brava
anche Francesca Saitta che si è occupata delle scene e delle luci.
Quest’anno
la stagione teatrale di “Che Comico 2013-2014” ha inserito intelligentemente nel
programma “quote rose”, le cui esibizioni hanno incontrato il favore del
pubblico, abituato a veder sfilare prevalentemente comici di genere maschile. Ed
ecco Maria Bolignano, presente al Ridotto di Salerno per due serate con lo
spettacolo “Zitellandia” e già dal
titolo s’intuisce su che cosa e su chi si riverserà la comicità dell’artista.
Dopo la classica entrata in palcoscenico che la fa dialogare con il pubblico,
improvvisando in modo spigliato, soprattutto con gli uomini in sala, attacca
con il suo monologo. Così, tutti i luoghi più comuni sulla zitella, vengono ironicamente sviscerati,
dall’appartenere all’associazione “Asso”, sigla che ingloba le zitelle senza
“zizze” organizzate, all’invitare impudica gli uomini, per il prossimo 8 marzo,
a non regalare le mimose ma il loro corpo. Tra una battuta e l’altra s’informa
se tra il pubblico femminile e loro se ne guardano bene dal mostrarsi, c’è
qualche zitella. Ora la parola che ha fatto soffrire più di una donna in
passato per l’uso dispregiativo che se ne ricavava, si è commutata in “ single”
e tutto sembra andare diversamente, invece non è così, anzi sono aumentati i
pregiudizi. “La single è tale per scelta personale propria” dice Maria “ la
zitella, invece, lo è per scelta
collettiva altrui” ed ancora “se la single fa sesso, si parla di normali
esigenze fisiologiche, se lo fa la nubile si dice che O purpe addà sfugà . I ritmi della single li decide lei, non così
se è la zitella, che li stabilisce la sua famiglia, responsabile essa stessa di
averla protetta, a suo dire, dai giudizi malevoli della gente. Il monologo va avanti per oltre
un’ora, le battute si susseguono a ritmo serrato, così anche le risate
divertite del pubblico. Maria Bolignano sa tenere bene la scena, canta con voce
accattivante, ha buone capacità espressive, comunica con facilità ad è una
brava attrice, oltre a possedere una naturale verve comica. Il tema della
zitella, che poteva risultare desueto, è stato da lei reso divertente ed originale. Prima di
concludere lo spettacolo le chiedo (ndr) di rifarmi, Karina, la cameriera
ucraina, un vecchio pezzo portato al successo a Telegaribaldi, la popolare
trasmissione comica andata in onda su
scala regionale, sull'emittente napoletanaTeleoggi - Canale 9.
tra il 1996 e
il 2002 e
poi dal 24 dicembre 2008 al maggio 2009.
Backstage
Quando
l’incontro, prima dello spettacolo è lei stessa a dirmi che “Karina”, la cameriera
ucraina è veramente esistita. Quella buffa parlata era della sua insegnante di
russo, quando frequentava l’Orientale a Napoli, Maria Bolignano, infatti, è
diligentemente laureata in lingue straniere. La Prof, che aveva conservato gli accenti del suo
Paese mescolandoli a quelli napoletani,
le diede lo spunto d’imitarla e creare il personaggio. A fare la comica non ci
pensava affatto anzi lei frequentava tutt’altro genere di spettacolo,
l’Accademia di Teatro sperimentale di Napoli, ma fu invitata da Biagio Izzo,
che allora, insieme a Gianni Simioli, conduceva Telegaribaldi, e fu l’inizio della
sua carriera nel teatro leggero E’ lei a
scriversi i testi ma al monologo
presentato al Ridotto vi ha collaborato
Paolo Caiazza, interamente suo, invece, con annessa regia, è lo spettacolo
“Caburlesc”, un interessante rappresentazione teatrale che ingloba
attori, giocolieri, mimi, cantanti, giochi utilizzando il fuoco e abiti che si
trasformano, grazie all’abilità di Anna Zuccarini. E’ sua anche la sit commedy “Corsia d’emergenza”, 36 episodi che vanno in
onda su Canale 8 , ma le puntate si possono vedere anche in internet su YooTube.
La
domenica sera presenta il laboratorio comico degli esordienti al Tam di Napoli.