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martedì 19 ottobre 2010

Via delle Tofane e altre cronache di Paolo D’Amato


MIEI SCRITTI


FONTE:WWW.LAPILLI.EU
DI MARIA SERRITIELLO

Via delle Tofane e altre cronache è il secondo libro di Paolo D’Amato, titolo tratto da uno dei racconti inserito al suo interno: Via delle Tofane, appunto, una vecchia via di Palermo. Le narrazioni, dieci in tutto, affrontano argomenti di verosimile cronaca, squarci di vita e possibili scenari del quotidiano, che puntano soprattutto al “noir”. Quasi tutte le storie sono intrecciate da internet, il nuovo mezzo di comunicazione, che fa conoscere, interagire ed incontrare molti dei personaggi delle storie raccontate. In esse, Paolo D’Amato, ingabbia certi soprusi e certe violenze di ordinaria quotidianità, che hanno un risvolto tragico, una spada giustiziera che quasi sempre si abbatte per punire e purificare. Così alla base dei racconti, di volta in volta, si trovano corruzioni facili, situazioni di degrado, uomini e donne presi dallo sconforto o da reazioni esagerate e finanche situazioni paradossali, dovute al lento iter dei processi o alla giustizia che arriva in ritardo per gli innocenti . A volte la narrazione si fa triste, perché il racconto affronta la solitudine della vecchiaia, accompagnata dal cinismo dei parenti, che si ostinano a volerla trascurare. Ecco, le storie parlano di noi, della nostra epoca, dei tempi difficili, estesi sempre più verso il male che non al bene, tempi ormai rivolti con troppa disinvoltura alle facili uccisioni, per via di una concezione che nega valore alla vita. Paolo D’Amato, barba e pizzetto, classe 1965, sorriso accattivante, con questo libro, di diritto s’inserisce nel classico genere “noir” ma con una particolarità aggiunta: le violenze e le uccisioni dei suoi racconti, nascono sempre da un movente psicologico. Dieci bozzetti di cronaca nera che potrebbero essere, disinvoltamente, utilizzati per comporre film ad episodi, le parti, infatti, ci sono tutte, finanche il colpo finale non prevedibile. Nei racconti di D’Amato si nota una certa somiglianza con gli arguti telefilm degli anni ’60, confezionati dal maestro del brivido Alfred Hitchcock, che capovolgevano alla fine tutto l’impianto del racconto. Lo stile usato dallo scrittore è chiaro, preciso, sia nel dettaglio, che nella descrizione in generale, ogni parola utilizzata è pensata e mai impiegata a caso Un linguaggio comprensibile, il suo, che non lascia dubbi all’interpretazione e nel far procedere il racconto, D’Amato si serve del mezzo narrativo che è l’attesa e cioè di quell’avanzare prudente che inocula nel lettore la curiosità di conoscere la conclusione della storia. Due dei dieci pezzi, tra cui il primo: “Non c’è tempo”, poetico, sentimentale, dove l’autore riversa tutta la sua sensibilità, il suo cuore e l’ultimo, “Non puoi”, si discostano dal noir persistente ma nei restanti otto, il racconto riprende il genere trucido, a montare rabbia, fino ad arrivare al pezzo “ Ospedale degli Aragona”dove si scatena l’orgia della violenza. Tutti i racconti, forti nell’impianto, hanno un tratto in comune: il fatto scatenante e la risoluzione cruente al fatto, mentre si distacca del tutto da questo schema “Cronache del Settantacinque”, ovvero gli anni di piombo, descritti in modo impersonale dall’autore, che nel racconto, non fa trasparire le sue esperienze pregresse ma dice solamente



“……Non so chi abbia vinto: forse solo chi non ha combattuto. Non so chi abbia perso: forse solo chi è morto. Sicuramente, tra i perdenti, ci sono i familiari dei caduti, innocenti e colpevoli nello stesso tempo, vittime e carnefici.”



Di se stesso e della sua scrittura, infine, dichiara “invento fatti e li descrivo come se fossero veri e narro cose reali come se fossero inventate.”



Paolo D’Amato è nato a Salerno nel 1965 dove vive e lavora nell’ufficio legale di una banca. E’ sposato e ha una figlia di 13 anni. Ha esordito con il romanzo breve “Tempo”un noir ambientato in parte negli Anni di Piombo. Primo posto, per la narrativa e premio della Giuria al concorso “Tammorra d’Argento” e semifinalista al Premio Editoria Indipendente di Qualità. Via delle Tofane è edito da Cicorivolta.



Il libro è stato presentato al pubblico il 5 ottobre scorso, presso la libreria Feltrinelli di Salerno. Sono intervenuti: il Dirigente scolastico Prof. re Nicola Scarsi e il giornalista del Mattino Antonio Manzo.

Maria Serritiello

lunedì 18 ottobre 2010

Settimia Spizzichini


PERSONAGGI


SETTIMIA SPIZZICHINI

(Dal libro "Gli anni rubati" di Settimia Spizzichino)

Ci sono cose che tutti vogliono dimenticare. Ma io no. Io della mia vita voglio ricordare tutto, anche quella terribile esperienza che si chiama Auschwitz: due anni in Polonia (e in Germania), due inverni, e in Polonia l’inverno è inverno sul serio, è un assassino.., anche se non è stato il freddo la cosa peggiore.


Tutto questo è parte della mia vita e soprattutto è parte della vita di tanti altri che dai Lager non sono usciti. E a queste persone io devo il ricordo: devo ricordare per raccontare anche la loro storia. L’ho giurato quando sono tornata a casa; e questo mio proposito si è rafforzato in tutti questi anni, specialmente ogni volta che qualcuno osa dire che tutto ciò non è mai accaduto, che non è vero.

Ho una buona memoria. E poi quei due anni li ho raccontati tante volte: ai giornalisti, alla televisione, ai politici, ai ragazzi delle scuole durante i molti viaggi che ho fatto per accompagnarli ad Auschwitz... anche se non sempre sono entrata nei particolari.

Ad Auschwitz si desidera tornare - anche molti di quei ragazzi lo desiderano - e a qualcuno sembra strano. Ma perché? È come andare al cimitero a portare un fiore e una preghiera. - Raccontavo sul pullman che ci portava in Polonia. È sul pullman che si parla, quando si arriva ad Auschwitz parla la guida e parlano le cose. Le poche che sono rimaste. C’è un museo, ma i forni crematori, le camere a gas, le costruzioni in muratura sono state distrutte. La prima volta che ci sono tornata ho provato più delusione che emozione, non riconoscevo il posto.

In questi cinquant’anni trascorsi da allora sono stata spesso sollecitata a scrivere questo libro.
E io lo volevo fare; ma c’erano ancora i parenti di quelle che sono rimaste là, i genitori, i fratelli, i mariti, i figli delle mie compagne del gruppo di lavoro. Quarantotto eravamo, e sono uscita viva soltanto io. Molte di loro le ho viste morire, di altre so che fine hanno fatto. Come raccontare a una madre, a un padre, che la loro figlia di vent’anni è morta di cancrena per le botte ricevute da una Kapò? Come descrivere la pazzia di alcune di quelle ragazze a coloro che le amavano? Adesso molti dei genitori, dei fratelli, dei mariti, non ci sono più; le ferite non sono più così fresche. A quelli che restano spero di non fare troppo male. Ma adesso devo mantenere la promessa che ho fatto a quarantasette ragazze che sono morte ad Auschwitz, le mie compagne di lavoro. E a tutti gli altri milioni di morti dei Lager nazisti.

Di quel gruppo faceva parte anche mia sorella Giuditta. Giuditta, così bella, così fragile, deportata assieme a me il 16 ottobre 1943. Giuditta, causa involontaria della cattura mia e della mia famiglia.

Nell'ottobre del 1938 il governo fascista italiano accetta l'ideologia della razza, già enunciata dal regime nazista di Hitler con le leggi di Norimberga del 1935, e promulga le leggi razziali. Per gli ebrei italiani comincia un momento terribile, di discriminazione e esclusione dalla vita pubblica. Anche in Italia inizia la persecuzione e la caccia agli ebrei.

La notte del 16 ottobre 1943, un sabato di festa, le SS naziste fanno irruzione innanzitutto nel quartiere ebraico di Roma e in altre case abitate da ebrei. Vengono catturati 1022 ebrei romani. Sono portati per due giorni al Collegio militare in via della Lungara, a Trastevere. Da lì cominciano la lunga strada che li porterà in treno ad Auschwitz attraverso un viaggio terribile di 5 giorni.


All'arrivo, sotto la direzione del dottor Mengele cominciò la selezione: i bambini, i vecchi, i malati e coloro che avevano un aspetto debole furono separati e portati subito a morire nelle camere a gas. Erano circa 500. Poi ci fu un'altra selezione, che risparmiò solo 149 uomini e 47 donne, reputati atti al lavoro. Furono mandati ai lavori forzati. Degli ebrei razziati il 16 ottobre ne tornano solo 15, 14 uomini e una donna, Settimia Spizzichino. Nessuno degli oltre 200 bambini ritornò.

*****
Nell'olocausto, lo sterminio degli ebrei d'Europa, morirono circa 6.000.000 di ebrei, 3.000.000 in Polonia su una popolazione ebraica di 3.500.000, 1.600.000 in Russia su una popolazione di 3.000.000. In tutto gli ebrei italiani deportati furono 7.500, di cui ne tornarono in 60. Furono uccisi nei campi di sterminio nazisti anche 500.000 zingari.


Il 16 ottobre del 2003 è stata dedicata la Scuola Media Statale "Poggio Ameno" (XI Municipio) a Settimia Spizzichino, unica romana superstite del campo di sterminio di Auschwitz. Abitava nel quartiere romano della Garbatella, dove è morta nel 2001, dopo avere speso gli ultimi anni della sua vita a tenere viva la memoria della Shoà soprattutto tra i giovani

il 13 ottobre 2010 è morto Italo Tibaldi


PERSONAGGI

ITALO TIBALDI

Italo Tibaldi (Pinerolo, 16 maggio 1927 – Ivrea, 13 ottobre 2010) è stato un superstite dei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. Dopo la sua liberazione si è dedicato alla ricerca e ha pubblicato un libro sulla deportazione dall’Italia ai lager nazisti

Il padre di Tibaldi era ufficiale di Cavalleria alla scuola di Cavalleria di Pinerolo. In seguito al disgregamento dell’esercito il padre si unì ad una formazione di Resistenza e Tibaldi diventò “automaticamente“ staffetta

Scendendo a Torino il 9 gennaio 1944 venne arrestato da italiani (e probabilmente anche tedeschi) in borghese. L’arresto avvenne a seguito di una delazione, di cui fu informato solo al rientro. Fu trasferito all’ufficio del SD, dove subì un interrogatorio. Il giorno dopo venne portato "alle Nuove", il carcere giudiziario della città di Torino.

La mattina del 13 gennaio Tibaldi e gli altri detenuti vennero portati alla stazione Porta Nuova, rinchiusi in carri bestiame sigillati e deportati al campo di concentramento di Mauthausen, che raggiunsero il giorno dopo.

Arrivati al campo situato su una collina, i deportati furono fatti spogliare, spinti nelle docce, disinfettati e portati alla baracca di quarantena. Lì avvennero la vestizione e l’immatricolazione. A Tibaldi vennero assegnati il numero di matricola 42307 e il Triangolo rosso per i deportati politici. I prigionieri non potevano né uscire, né avevano compiti esterni.

Il 28 gennaio 1944, dopo due settimane di quarantena, Tibaldi e circa 500 altri deportati furono trasferiti al campo di concentramento di Ebensee che in quel periodo era ancora in costruzione

Tibaldi contribuì alla costruzione del campo, lo scopo del lavoro dei prigionieri però era un altro: costruire un sistema di gallerie enorme nella montagna che consentisse lo sviluppo e la produzione di missili intercontinentali.

Dapprima fu assegnato ad un lavoro che consisteva nel tagliare delle piante, poi al lavoro nelle gallerie. In generale gli italiani non furono ben visti nel lager, perché “la figura dell’italiano è belligerante”. A causa della sua giovinezza e la sua attività di partigiano riuscì a farsi rispettare, particolarmente dai deportati russi.

Insieme ad altri italiani Tibaldi fece parte del Comitato di Resistenza che esisteva nel campo di nascosto.

Il 4 maggio – due giorni prima della liberazione del campo da parte delle truppe americane – il comandante del campo invitò i deportati ad andare nelle gallerie per salvaguardarli. In realtà le SS volevano farle saltare ed uccidere tutti quanti. I prigionieri si rifiutarono di obbedire all’ordine e il personale del campo fuggì

Tibaldi pesava appena 36 chili e venne ricoverato all’ospedale americano a Salisburgo, che era stato istituito in una caserma. In seguito fu portato all’ospedale militare di Bolzano. Lì trovò qualcuno che lo portò fino a Milano. Già a Milano cominciò il primo duro impatto: erano i familiari che chiedevano notizie riguardanti i figli, i fratelli, etc.

A proposito di queste esperienze dolorose Tibaldi dice: “...oppure anche il discorso di spiegare a una madre che hai visto il figlio andare al forno crematorio e alla camera a gas, come si fa?”

Con un trasporto raggiunse Torino, dove venne accolto dalla Croce Rossa. Tibaldi – malato di scabbia - riuscì a chiamare sua madre, che venne a portarlo a casa su una carrozzella – era già fine di giugno o metà luglio.

Più tardi Tibaldi entrò nel Comune di Torino come geometra. Si dette inoltre alla ricerca e pubblicò un’opera preziosa sui trasporti dall’Italia ai lager nazisti.

Dopo essere entrato in uno stato di depressione permanente, Italo decide di mettere in atto uno sciopero della fame. A due settimane dall'entrata in atto dello stesso, la mattina del 13 ottobre 2010 è colpito da infarto, che nel tardo pomeriggio fa sopraggiungere la morte.

LE RAGAZZE SONO COME LE MELE SUGLI ALBERI


POESIE

LE RAGAZZE SONO COME LE MELE SUGLI ALBERI
DI WILLIAM SHAKESPEARE

Le ragazze sono come le mele sugli alberi.
Le ragazze sono come le mele sugli alberi.
Le migliori sono sulla cima dell'albero.
Gli uomini non vogliono arrivare alle migliori, perché
hanno paura di cadere e ferirsi.
In cambio, prendono le mele marce che sono cadute
a terra, e che, pur non essendo così buone,
sono facili da raggiungere.
Perciò le mele che stanno sulla cima dell'albero, pensano
che qualcosa non vada in loro, mentre in realtà
"Esse sono grandiose". Semplicemente devono essere
pazienti e aspettare che l'uomo giusto arrivi, colui che sia
cosi coraggioso da arrampicarsi fino alla cima
dell'albero per esse.
Non dobbiamo cadere per essere raggiunte, chi avrà
bisogno di noi e ci ama farà
di TUTTO per raggiungerci.
La donna uscì dalla costola dell'uomo, non dai piedi per
essere calpestata, ne dalla testa per essere superiore.
Ma dal lato per essere uguale, sotto il braccio per essere
protetta, e accanto al cuore per essere amata.

Due pesi... due misure....


CRONACA

FONTE.L'UNITA'
CONCITA DE GRAGORIO

............Il ministro Gelmini ha mandato gli ispettori a controllare una lapide e una bandiera che la onora. Prestissimo, di domenica mattina. Deve essere andata così: insieme alla colazione ha letto il Giornale, ha visto che anche a Livorno - come ad Adro! Come ad Adro! - c'è una bandiera rossa all'ingresso di una scuola e con sprezzo del riposo festivo ha inviato i suoi uomini a controllare che in quel covo di comunisti «l'istruzione sia garantita in modo imparziale da qualsiasi orientamento politico». Gentile ministro. Il teatro San Marco di Livorno è un edificio storico in cui il 21 gennaio del 1921 Amedeo Bordiga ed Antonio Gramsci fondarono il Partito comunista. Quella lapide e quella bandiera lo ricordano. È un episodio storico che forse - sono certa che un ministro lo conosca nei dettagli - le dispiacerà, ma non si polemizza con la storia. In quello stesso isolato, da una via laterale, si accede all'asilo «L'alveare». Come potrà constatare dalla foto in copertina i bambini non passano sotto la lapide né sotto la bandiera: la facciata è pericolante, la strada transennata. Non ne saranno, i treenni, turbati. Certa di averla tranquillizzata, torno a chiederle se sia stato rimosso il lastricato con il sole delle Alpi della scuola di Adro di cui, solo dopo una settimana di proteste, ha chiesto conto al sindaco suo alleato di governo. Certa di una sollecita risposta, fosse anche nei giorni feriali.

Ieri il sottosegretario Giro ha detto, riguardo all'assassino (italiano) dell'infermiera romena morta per un pugno: «Ha 20 anni, non è giusto metterlo in prigione». Avrebbe detto lo stesso se fosse stato un romeno ad uccidere un'italiana? Infine, l'ottimo Ghedini interviene per bloccare la messa in onda di Report, trasmissione dedicata alle società off shore e ai cospicui interessi immobiliari di Berlusconi nei Caraibi. Restiamo in attesa degli scoop di Lavitola sull'Avanti, e naturalmente di un mese di prime pagine prodotte dai segugi e dai loro addestratori sui giornali liberi di casa B.

PER SAPERNE DI PIU'
FONTE: WIKIPENDIA

l'Unità è un quotidiano della sinistra italiana fondato il 12 febbraio 1924 da Antonio Gramsci.
Dal 1924 al 1991 è stato l'organo ufficiale di stampa del Partito Comunista Italiano.

« Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l'Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale »
(Antonio Gramsci, lettera per la fondazione de l'Unità, 12 settembre 1923)

Il 1º gennaio 1927 esce il primo numero dell'edizione clandestina del giornale, che viene pubblicato a Torino, Milano, Roma e in Francia ad intervalli irregolari.

Il 1º luglio 1942 l'Unità ritorna in Italia, seppure in clandestinità. La diffusione clandestina de l'Unità prosegue per tutta la seconda guerra mondiale e con l'arrivo degli alleati dal 6 giugno 1944 riprende a Roma la pubblicazione ufficiale del giornale. Il nuovo direttore è Celeste Negarville

Dopo la Liberazione, escono nel 1945 l'edizione genovese, quella milanese e quella torinese. Nei primi mesi del 1945 i responsabili dell'edizione di Torino del quotidiano sono Ludovico Geymonat e Amedeo Ugolini; tra i collaboratori del quotidiano ci sono Davide Lajolo, Ada Gobetti, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini, Aldo Tortorella, Paolo Spriano, Luigi Cavallo, Augusto Monti, Massimo Mila, Raimondo Luraghi. Nel 1945 si tiene a Mariano Comense la prima festa di diffusione del quotidiano, la Festa de l'Unità. Il giornale crea una vasta rete di diffusione casa per casa della sua edizione domenicale; nei giorni "speciali" (25 aprile, 1º maggio) la tiratura supera il milione di copie

Dal 1º agosto 1957 si fondono le edizioni de l'Unità di Genova, Torino e Milano dando origine ad un'unica edizione per l'Italia settentrionale. A partire dal 9 marzo 1962 vengono unificate le direzioni di Roma e di Milano; il direttore è Mario Alicata, mentre condirettori sono Aldo Tortorella per l'edizione settentrionale e Luigi Pintor per quella centro-meridionale.

Dopo la scomparsa di Mario Alicata nel 1966, la direzione del giornale è affidata a Maurizio Ferrara. Nel 1969 i membri del comitato centrale del PCI Lucio Magri, Luigi Pintor e Rossana Rossanda sono espulsi dal partito e nel 1971 trasformano in quotidiano il mensile Il manifesto: l'Unità in un suo articolo pone polemicamente l'interrogativo "chi vi paga?".

Dal 1967 l'ex-deputato della Democrazia Cristiana Mario Melloni diviene corsivista de l'Unità e viene ricordato per i suoi interventi graffianti e satirici firmati con lo pseudonimo di Fortebraccio

Nel 1974 la tiratura de l'Unità è di 239.000 copie giornaliere. Nel 1975 Pier Paolo Pasolini spiega dalle colonne del quotidiano il suo voto al PCI.

Il 18 settembre 1977 il redattore de l'Unità Nino Ferrero viene ferito a Torino da un attentato di Azione Rivoluzionaria. Nei giorni del rapimento di Aldo Moro del 1978 l'Unità condanna duramente le Brigate Rosse, definite "nemici della democrazia", e proclama lo sciopero generale.

Nei primi anni ottanta il giornale ha una forte flessione di vendite: si passa dai 100 milioni di copie annue del 1981 ai 60 milioni del 1982. Il 17 marzo 1982 l'Unità accusa il ministro democristiano Vincenzo Scotti di collusioni con la nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo. Il documento che denuncia i membri del governo (fornito dai servizi segreti), però, si rivela falso: è il caso Maresca; il direttore Claudio Petruccioli deve dimettersi e al suo posto viene nominato Emanuele Macaluso.

Sotto Macaluso, nel 1986 si dà il via libera all'allegato Tango, settimanale satirico che creerà non poche frizioni fra il quotidiano e il Pci, ma aiuterà il giornale a risalire nelle vendite. Nel 1988 Tango chiude e un paio di mesi dopo (1989) viene sostituito da Cuore a cura di Michele Serra. Dal 1991 Cuore diverrà settimanale a sé.

Nel 1991 l'Unità cambia sottotitolo, da "Giornale del Partito Comunista Italiano" a "Giornale fondato da Antonio Gramsci". La tiratura è di circa 156.000 copie al giorno.

Dal 1992 al 1996 il giornale passa nelle mani di Walter Veltroni, che rilancia il quotidiano e ne fa uno strumento sul quale si confronteranno molti uomini politici di altri partiti e che diventerà il luogo del dibattito nel centrosinistra. Veltroni offre ai lettori una serie di gadget a pagamento in allegato al quotidiano che rappresentano una novità nel panorama dei quotidiani italiani: libri, audiocassette, videocassette di film rari e fuori catalogo e la ristampa degli album delle figurine Panini dei calciatori.

Il 25 gennaio 1994 nasce l'Unità 2, quotidiano di cultura e spettacoli che raccoglierà il meglio dei giovani scrittori e degli intellettuali italiani. Al prodotto lavorano il condirettore Piero Sansonetti insieme con il redattore capo Pietro Spataro, Alberto Cortese , Roberto Roscani .

Dal 28 gennaio 1995 è il primo giornale ad allegare film in VHS ogni sabato pressoché ininterrottamente per tre anni. Grazie a queste operazioni l'Unità risana i suoi debiti

Nel 1997 prende il via il processo di "privatizzazione" che permette agli imprenditori Alfio Marchini e Giampaolo Angelucci di entrare nel giornale. In conseguenza di ciò, nel gennaio 1998 viene chiamato a dirigere il giornale l'editorialista de la Repubblica Mino Fuccillo, cioè un esterno. L'operazione durerà appena 7 mesi e in agosto arriva il vicedirettore de Il Messaggero Paolo Gambescia. Le vendite crollano a 60mila copie e a gennaio 1999 si decide l'immediata chiusura delle redazioni di Bologna e Firenze.

Il 13 luglio 2000 il quotidiano è in liquidazione e si tenta una disperata rinascita con l'editore Alessandro Dalai (Baldini & Castoldi), ma non se ne fa nulla e il 28 luglio 2000 il quotidiano cessa le pubblicazioni. In quel periodo il quotidiano arriva a tirare circa 28.000 copie.

Il giorno della chiusura la notizia rimbalzò su tutti i mezzi di comunicazione mentre in edicola c'era l'ultimo numero. La ripresa delle pubblicazioni grazie alla cordata di finanziatori guidata da Alessandro Dalai fu solo un'ipotesi. La chiusura del giornale, che Michele Serra definì quasi un "delitto perfetto" sulla prima pagina de la Repubblica non riguardò solo il giornalismo e la politica nazionale. Il quotidiano è stato uno dei protagonisti della cultura italiana del Novecento e ha ospitato sulle sue pagine gli interventi di intellettuali italiani e stranieri di primo piano, tra cui Pierpaolo Pasolini, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Italo Calvino, Massimo Bontempelli, Cesare Pavese, Alfonso Gatto, Paul Eluard, Paul Aragon, Federico Garcia Lorca ed Ernest Hemingway.

Dal 29 luglio al 23 agosto 2000 l'Unità esce solo on-line.

Nel gennaio 2001 un gruppo di imprenditori coordinati da Dalai si organizza come Nuova Iniziativa Editoriale, rileva la storica testata e l'Unità torna in edicola il 28 marzo 2001, e si decide di far dirigere la testata a Furio Colombo, coadiuvato da Antonio Padellaro e da Pietro Spataro che è il vicedirettore de l'Unità e garantisce una sorta di continuità.

Dal 27 dicembre 2004 direttore de l'Unità è Antonio Padellaro, a seguito di una forte polemica che ha coinvolto Furio Colombo e che ha visto la proprietà costretta a chiederne le dimissioni. Vicedirettore vicario è Pietro Spataro. Gli altri vicedirettori sono Rinaldo Gianola e Luca Landò.

La tiratura del 25 agosto 2006 è stata di 131.856 copie.

A fine 2007 incomincia ad affacciarsi seriamente l'ipotesi di acquisto del quotidiano da parte della Tosinvest, società legata alla famiglia Angelucci, editrice di Libero e del Riformista. Nonostante il parere fortemente critico della redazione del quotidiano fondato da Gramsci, la trattativa è stata a lungo a un passo dall'essere conclusa, ma poi è sfumata.[2] Un altro imprenditore interessato era Francesco Di Stefano (da tempo impegnato nella battaglia giudiziaria per Europa 7

Il 20 maggio 2008 Marialina Marcucci, presidente di Nuova Iniziativa Editoriale, annuncia che la testata fondata su proposta del sardo Gramsci è stata acquistata dal sardo Renato Soru, allora presidente della Regione Sardegna e patron di Tiscali[3]. Il contratto di acquisto, firmato il 5 giugno 2008, e seguito il giorno successivo dall'assemblea dei soci, ha evitato l'ingresso nel quotidiano della famiglia Angelucci, già proprietaria di Libero e Il Riformista. Il comitato di redazione commenta favorevolmente: «In tutti questi mesi ci siamo battuti perché i nuovi assetti de L'Unità fossero coerenti con la sua storia e il suo radicamento e garantissero prospettive di sviluppo certo al giornale. La soluzione che si è determinata risponde a queste richieste e ci soddisfa appieno». Il 22 agosto la direzione del giornale è affidata dalla nuova proprietà a Concita De Gregorio, che lascia La Repubblica, firmando il suo primo numero lunedì 25 agosto 2008. Il 25 ottobre 2008 il giornale cambia formato, riducendo drasticamente le dimensioni delle pagine, fino a diventare un mini-tabloid. La campagna pubblicitaria che annunciava questa rivoluzione grafica, curata da Oliviero Toscani, ricalca una nota immagine dello stesso autore, creata nel 1973 per i jeans Jesus e raffigura il sedere di una ragazza in minigonna con in tasca una copia del giornale. La rivoluzione editoriale continua l'11 novembre 2008 anche sul web, con il restyling del sito del giornale.

A maggio 2009, a parere del comitato di redazione, il destino del quotidiano è a rischio

Firme

Fulvio Abbate
Oliviero Beha
Arrigo Boldrini
Luigi Cancrini, che cura la rubrica "Dialogo"
Furio Colombo
Diego Cugia (Jack Folla), che cura il racconto "Fuoco e fiamme"
Nando Dalla Chiesa
Vittorio Emiliani
Paolo Flores D'Arcais
Giovanna Gabrielli, che cura la rubrica "Oggi"
Walter Monier
Maria Novella Oppo, che cura la rubrica "Fronte del Video"
Antonio Padellaro
Lidia Ravera
Roberto Rezzo
Emilio Sarzi Amadé
Corrado Stajano
Antonio Tabucchi
Nicola Tranfaglia
Marco Travaglio, che ha curato sino all'estate 2009 le rubriche "Zorro" e "Ora d'aria", e precedentemente le rubriche "Bananas" e "Uliwood Party"
Gianni Vattimo
Delia Vaccarello, che cura la pagina rubricata "Uno, due, tre... liberi tutti"

sabato 16 ottobre 2010

Vedere una persona malata attiva le nostre difese immunitarie


SCIENZA


FONTE:TISCALI NOTIZIE


Se vediamo il nostro vicino di autobus starnutire a ripetizione probabilmente allontanarsi per non farsi attaccare il raffreddore non è l'unica reazione istintiva immediata: anche il nostro sistema immunitario si allerta all'istante e comincia a produrre una sostanza che attiva le difese del corpo, l'interleuchina 6. Lo dimostra uno studio di Mark Schaller dell'Università della British Columbia a Vancouver, pubblicato sulla rivista Psychological Science.L'esperto ha misurato le concentrazioni di interleuchina 6 nel sangue di un gruppo di volontari prelevato dopo aver mostrato loro delle foto di persone malate e di persone armate di una pistola. Per quanto i partecipanti dichiaravano di essere più stressati dalla vista di persone armate, il loro sangue dichiarava altro: infatti di fronte alle immagini di persone visibilmente malate nel sangue la concentrazione di interleuuchina 6 sale del 24%.L'interleuchina 6 ha un ruolo primario nella febbre e nelle fase acuta della risposta infiammatoria ed è prodotta dai globuli bianchi in condizioni di stress. E' possibile che il cervello si connetta al sistema immunitario e traduca in allerta la vista di un potenziale pericolo di contagio.

Le tre donne più ricche del mondo sono cinesi


CURIOSITA'


FONTE:TISCALI NOTIZIE


Meno di un secolo fa, molte donne cinesi avevano i piedi fasciati così stretti che riuscivano a stento a camminare; oggi, le signore più ricche del mondo sono cinesi e 11 delle 20 miliardarie di tutto il mondo provengono dalla Cina. E' quanto scrive il quotidiano britannico Financial Times, commentando la China Rich List diffusa dalla rivista Hurun Report di Rupert Hoogewerf.La donna più ricca del mondo è Zhang Yin, la regina del riciclo della carta con la sua Nine Dragons Paper, che vanta una ricchezza personale di 5,6 miliardi di dollari. "La Cina è chiaramente leader nel mondo per le donne imprenditrici - ha commentato Hoogewerf - non c'è nessun altro Paese che si avvicina ad avere lo stesso numero di self-made woman". Se 11 delle 20 miliardarie di tutto il mondo sono cinesi, tre delle altre nove hanno fatto fortuna nel mondo della moda (Zara, Benetton e Gap) e le altre tre arrivano dal Regno Unito.Secondo l'analisi del Ft, le cinesi devono ringraziare il governo comunista, in particolare Mao Zedong, se oggi possono avere le stesse opportunità degli uomini."Mao disse: 'Le donne reggono l'altra metà del cielo'", ricorda Hoogewerf. "Un secolo fa, la Cina era senza dubbio il peggior posto al mondo in cui nascere femmina, ma poi Mao ha slegato loro i piedi", concordano Nicholas D. Kristof e Sheryl WuDumm, autori del libro Half the Sky: Turning oppression into opportunity for women worldwide.A differenza di quanto accade in Occidente e in Giappone, oggi le cinesi "non rimangono a casa per badare ai figli", sottolinea Wang Jafen, capo dell'Associazione delle imprenditrici di Shanghai. "Le donne non rinunciano alla loro carriera per diventare casalinghe", sottolinea. E, a differenza dell'Occidente, questo non suscita stigma sociale. Secondo uno studio condotto di recente dal Center for Work-life Policy di New York, oggi il 76% delle cinesi aspira a un lavoro di alto livello, contro il 52% delle americane.Per la vicepresidente della Rural Commercial Bank di Shanghai, Yin Xinyu, il successo delle donne si spiega con l'autostima acquisita durante gli anni della scuola, e la fiducia, sottolinea, "è molto importante per un imprenditore". Tuttavia, come accade in tutto il mondo, anche in Cina la parità di trattamento sul posto di lavoro arriva solo dopo che le rappresentanti del gentil sesso hanno dimostrato non solo di essere uguali agli uomini, ma migliori di loro. "Le donne devono essere brave il doppio", dice Yin.Ironicamente, afferma il foglio finanziario britannico, la ricchezza accumulata potrebbe determinare in futuro una minore presenza di donne sui luoghi di lavoro: in parte perché le signore facoltose che non hanno bisogno di lavorare potrebbero scegliere di rimanere a casa, e in parte perché sempre più gli uomini ricchi cinesi tendono a preferire una moglie trofeo che non lavora. Tuttavia, "le fasciature ai piedi non torneranno, perché la parità di genere è un'eredità del comunismo ormai ben radicata", conclude il Ft.