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venerdì 21 febbraio 2020

“Il re muore” di Eugène Ionesco. Compagnia La Terra Smossa di Gravina (Bari)


Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello


Va in scena al secondo appuntamento del Festival Teatro XS di Salerno “Il re muore” di Eugene Ionesco, presentato dalla Compagnia teatrale “La Terra smossa” di Gravina di Puglia. La compagnia è una vecchia ed apprezzata conoscenza del Genovesi, alla sua quarta presenza al Festival Nazionale del Teatro XS di Salerno, ha sempre presentato spettacoli non facili, impegnativi, riscuotendo apprezzamenti dal pubblico. Anche questa volta, gli attori non si sono smentiti e la versione da loro proposta, è stata di vera eccellenza. Il Re muore di Ionesco, non è un copione facile, sia per il tema che tratta, la morte e sia per il linguaggio che l’accompagna, verboso, insistente, aulico nelle invocazioni, insomma 80 minuti per convincere il re a morire ed il re a difendersi dall’inevitabile morte. Nonostante queste premesse, la versione del testo, data dalla Terra Smossa è stata di una leggerezza incredibile, passaggi armoniosi, personaggi ben raccordati, costumi semplici, ma significativi, trucco ineccepibile a renderli dei guitti ed a fugare la tristezza della trama. Il re, interpretato magistralmente da Leo Coviello, mimica facciale inappuntabile, come la sua recitazione iniziale, ci rassicura, Lui, Bérenger I, padrone dell’universo non può morire, allontanandoci, così, dall’angoscia della fine. Le sue mossettine amorose con la dolcissima Marie, la seconda regina, lasciano ben sperare, ma Margherite, la torva prima regina, cancella ogni illusioni e dice al re che morirà, è malato gravemente e ne è fermamente convinto, soprattutto, il dottore di corte, chirurgo astrologo, batteriologo e boia.
Eugène Ionesco, nel 1959 evolve la sua scrittura verso il teatro dell’assurdo con l’ossessione della morte che occupa un posto centrale nell’azione drammatica. A dominare, infatti, alla sua drammaturgia è l’assurdo che condanna in anticipo e rende la vita e i gesti umani privi di senso.
«quando  ero a Chapelle-Anthenaise, mi trovavovo fuori dal tempo, dunque in una specie di Paradiso. Intorno agli 11 anni ho cominciato ad avere l'intuizione della fine, ero nel tempo, nella fuga e nel finito. Il presente era scomparso, non ci sarebbe più stato per me altro che un passato e un domani, un domani sentito già come un passato, la velocità non è solamente infernale, essa è l'inferno stesso, l'accelerazione nella caduta”.
Questo suo pensiero macabro e persistente viene esaltato, nel “Il Re muore”, per l’appunto, portato per la prima volta sulle scene parigine nel 1962.
 Intervento coraggioso è, dunque, quello proposto dalla Compagnia pugliese improntato ad una lettura in senso biologico-materialistico, direi quasi carnale, della progressiva consapevolezza di uomo prima che di re della propria vulnerabilità fisica, evidenziata in modo asciutto, forte ed essenziale dalle figure clownesche che “tengono” il palco con regale energia dolente e problematica, consce, ognuna di loro, della propria non appartenenza al mondo che continuerà a vivere a suo modo. Sanno ognuno di loro che se stavolta tocca al re di morire, aleggia tuttavia su di essi, una enorme falce che non promette niente di buono. Sono, ciascuno a modo proprio, altrettanto giocatori di una partita di solo vinti. La tragicità esistenziale diventa il collante che li lega e fa di ognuno di essi, un manifesto di dolorosa e faticosa esistenza, così come doloroso e faticoso, il percorso finale del re, mummificato ancora vivo. La maschera “guittesca” dei vari personaggi, in netta contrapposizione con le musiche pop -rock non fa che contestualizzare ancora di più la drammaticità della situazione che vuole ognuno di loro sullo orizzonte del confine del grande buco nero, che tutti ingoierà ma che nessuno intuisce appieno nella sua ineluttabilità. Messaggio criptico e duro da digerire, perché spesso, troppo spesso, ci sorregge la maledetta speranza, quella proposta dal grande drammaturgo, che alla fine, questa continuità biologica tutti ci accomuna e ci fa partecipi del nostro unitario destino. Alla fine la durezza del linguaggio, che è morte, trova una sua composita armonia con la forza claunescamente del trucco e l’essenzialità delle scene, con certi momenti di alto lirismo iconografico, come la cavalcata del re o la posa plastica dello stesso, mentre viene mummificato dalle bende.  Sulla bravura dei 4 protagonisti: Maria Pia Antonacci, Elisabetta Rubini, Angelo Grieco, Teresa Cicala è indiscussa la bravura, tutti meritevoli di palcoscenici di più largo respiro. Adatte le sottolineature della musica, datore di audio e luci, Gaetano Ricciardelli e complimenti alla resa della regia di Gianni Ricciardelli, che ha reso rock un’opera altrimenti pesante, infine lasciatemi dire (ndr) che il personaggio di Bèrenger I, interpretato dall’attore Coviello, lo renderà e per sempre, Re Leo

Maria Serritiello
www.lapilli.eu



venerdì 14 febbraio 2020

"Con TE" di Maria Serritiello




Bloeiende Boom, Witte Bloemen, Voorjaar, Odense


Di Maria Serritiello

 10 Anni fa, in questo giorno, dove a regnare è l'amore, per Daniela fu la morte.

Daniela è la figliola di mia cugina Eliana, mia madre Bianca era sorella di suo padre Carmine. Da piccole stavamo spesso insieme, le famiglie, nel tempo passato si frequentavano ed era un bel modo di essere stretti da una rete di protezione. L'uso si è perso, il parentado è diventato una monade isolata dal lavoro e dal ritmo frenetico di andare avanti, sicché  le occasioni per ritrovarsi sono sempre più rare. Seppi dai giornali della sciagura che aveva colpito la ragazza e la famiglia intera. E a dire che Daniela non voleva partire per Roma, dove avrebbe dovuto festeggiare l'amore  di San Valentino, mi aveva detto sua madre al telefono. Un presagio? E chi lo potrà mai dire, certo è che quel giorno, la trappola del gas del riscaldamento della casa, li ha uniti per sempre nella morte assassina e non nell'amore diletto. Tre vittime, sì tre , tra loro due c'era anche il barboncino di Daniela, dal quale non si separava mai. E' disgrazia immane, perdere un figlio, è contro natura, intanto i suoi genitori hanno dovuto sopportare la perdita e trascinare, da quel momento in poi, la loro esistenza.

Il dispiacere mi fa scrivere e per la giovane Daniela composi.

                                       Con te
Con te,
l’aria che è veleno,
il cane sopito e fedele,
il giorno nato  per caso,
l’amore  che aspetta la festa
e la vita che ancora ti sfugge.

Con te,
la madre, il padre
ed il guscio che ovunque portavi,
i prati fioriti, il canto libero
e gli uccelli sazi di primavera.
Nel cielo limpido,
nessuna insidia nascosta,
nessun assassino alle porte.

L’amore, nel giorno che impazza
ti chiama
e tu
la mano sicura
 protendi.
21-2-2010
                                     Per Daniela
Maria Serritiello






martedì 11 febbraio 2020

“C’era una volta anzi due” di e con Salvatore Gisonna e Diego Sanchez al Teatro Ridotto di Salerno



Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello


Due giorni, sabato 8 e domenica 9, di questo mese, al Teatro Ridotto, dove la comicità ha preso casa da tempo indefinito, Salvatore Gisonna ha presentato un suo pezzo dal titolo, “C’era una volta, anzi due”, scritto tempo fa e depositato in un cassetto. La commedia in due tempi, ripresa da Gisonna, consiste in due personaggi: lui attore consumato, cabarettista di valore, un monologhista con una capacità espressiva ed un ritmo a raffica, l’altro Diego Sanchez poliedrico, nelle sue performance: attore, cantante, showman, firmando anche la regia della commedia.
La storia racconta di due personaggi: Salvatore e Diego che condividono lo stesso appartamento, dissimili per carattere e per il modo di affrontare la vita. Salvatore non lavora, né si preoccupa di cercarlo, ha intenzione di scrivere un libro, non frequenta l’università e non risponde al telefono per non dire alla mamma la verità. Di contra Diego è un ragazzo perfetto, intelligente, laureato e in cerca di lavoro. Tra le qualità, bisogna aggiungere che la casa, la spesa, le bollette sono a suo carico, ovvero di suo padre. Salvatore cerca una genialata per fare soldi senza sprecare fatica, la trova nel far partecipare Diego, preparato su tutto, a quiz televisivi. Ne supera parecchi ed arriva, alla prova finale a competere per un milione di euro. Salvatore, che lo aveva sempre accompagnato nelle altre prove, ottiene un categorico rifiuto, quella sera lo dovrà accompagnare Natascia, sua fidanzata, con la quale ha deciso di accaparrarsi il premio e fuggire insieme. Salvatore ci resta male nel sapere il segreto tra i due e pensa come potersi vendicare. Lo farà di brutto, alla domanda del pubblico da casa, chiama e pone la domanda di sport in cui Diego è carente. Alla domanda “Quando è nato Maradona?” si perde mentre Salvatore esulta per i soldi vinti e la conquista di Natascia, Diego senza soldi non è più l’amore.
Una commedia leggera, divertente, scorrevole, con un dialogo serrato, ricco di battute e citazioni canore. Il ritmo dello spettacolo è un motore in carburazione, essendo Salvatore Gisonna un monologhista d’eccezione, l'unico ad aver vinto, per ben due volte, l'ambito Premio Charlot, una volta da solo e l'altra con "I Cuginetti a sfera". Un gradito ritorno al Teatro Ridotto di Salerno per testare lo spettacolo e conoscere la risposta favorevole o meno del pubblico esperto, che lo frequenta. Esordisce come imitatore, nel 1990 partecipando al programma su Rai Due "Stasera mi butto". Dal 1997 al 2004 forma il duo di cabaret con Fabio Isaia, "I cuginetti a sfera" riscuotendo consensi e successo. Partecipa a Zelig, a Made in Sud ed il personaggio che gli dà più di tutti, visibilità e simpatia è il "Dj Galeazzo", con la sua hit parade irriverente, l'unica dove " 'a canzona è originale ma o cantante è personale", slogan che ripete ad ogni sua performance.
Di giorno Salvatore Gisonna è un serio impiegato di banca, con tanto di giacca e cravatta, ma la sera si trasforma nel frizzante cabarettista e nell’ultima sua performance, attore e autore, che si conosce. Molte delle spiritose battute, lanciate a raffica sul pubblico e che fanno parte dei suoi monologhi, sono state raccolte nelle ore lavorative, quando è a stretto contatto con il pubblico, divertenti certamente, ma bravo lui a saper cogliere la comicità insita nell'animo del napoletano.

Diego Sanchez, inizialmente Joyner e musicista, poi artista poliedrico, come attore, cantante, showman, uomo di spettacolo (da otto anni è il cantante del tributo ufficiale a Massimo Ranieri, applaudito ad oggi da migliaia di spettatori in tutta Italia), ha da poco superato i trent’anni di carriera, si è dedicato alla regia come nello spettacolo presentato.
 “C’era una volta anzi due”, di e con Salvatore Gisonna e Diego Sanchez, in scena al Teatro Ridotto per “Che Comico”, fa parte della stagione ideata dalla  Gv Eventi con la direzione artistica di Gianluca Tortora.

Maria Serritiello
 www.lapilli.eu





venerdì 7 febbraio 2020

“Libere clausure” di Marina Pizzi, con la Compagnia teatrale “La Cricca” di Taranto, inaugura la XII° Edizione Nazionale Teatro XS città di Salerno



Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

“Libere clausure” di Marina Pizzi con la compagnia teatrale “La Cricca” di Taranto, una new entry, per l’XS, alla sua 12° Edizione, con un programma che, iniziato il 2 Febbraio, terminerà il 10 maggio. Una carrellata di pezzi teatrali scelti da una competente giuria selezionatrice, per offrire, ogni anno, il meglio all’affezionato pubblico. Il pezzo proposto “Libere clausure”, di un’ora circa, senza intervallo, affronta il tema dei temi e cioè quello del libero arbitrio. Come? Facendo incontrare prima, scontrare dopo e rincontrare poi una rampante architetta in carriera, alle prese con sue problematiche irrisolte e una madre badessa benedettina di clausura. L’incontro avviene, all’interno del convento della priora, nel tentativo, ognuno a suo modo, di vedere rispettate le proprie priorità ed ambizioni. Un argomento di non semplice soluzione, per chi prova ad affrontarlo, sia per la profondità analitica che richiede, sia per l’osticità dello stesso. La prospettiva teatrale della Pizzi nasce da una frequenza continua di più conventi, per motivi non bene precisati, sicché questa base di partenza condiziona molto lo spessore dei dialoghi, privi della necessaria introspezione analitica. Due personalità, apparentemente ben strutturate mentalmente, ma che ancora risentono di pregiudizi e luoghi comuni tanto da ridimensionare fortemente le due donne, facendo, intanto, apparire tutta la modernità superficiale. Quasi come se non potesse esserci una religiosità decisamente laica, capace di vivere una sua vita autonoma dalle istituzioni di fede. Una visione troppo religiosa, quale quella contemplata dalla badessa, è messa in contrasto con una visione troppo superficiale apparentemente moderna dell’architetto, poco abituata a guardarsi bene dentro, per cui scambia il benessere interiore, il riuscire a stare sempre sul pezzo, dimenticandosi della sua interiorità. Troppo facile per la badessa metterla sulla presunta retta via ed assistere così a quella sorta di redenzione che tutti le augurano e che le consentirà, in uno slancio di amore per se stessa, di mandare all’aria i suoi amati progetti professionali. E’ la morte della badessa a dare l’input scatenante all’architetta di strappare il compromesso, riducendolo a carta straccia, quello stesso ottenutolo prima del suo ricovero, quando ha mostrato alla badessa- amica la sua fragilità.
 La scena si presenta come una sorta di anticamera di un convento di clausura, con tanto di ruota girevole e grate verticali a stabilire i limiti di invalicabilità, più volte abbattuti. I canti religiosi dei i vespri serali, si diffondono misticamente nel convento, scandendo i tempi monacali, al contrario delle musiche pop e rock emanate dal cellulare dell’architetta ad ogni chiamata esterna, stanno ad indicare tutta la lontananza esistente tra le due realtà. Tra battute facete e comportamenti non sempre riguardosi nei confronti del contesto, da parte della nevrotica e irrequieta professionista, assistiamo ai vari tentativi della stessa di abbindolare, senza mai riuscirci peraltro, la serena benevolenza della badessa, che fino alla fine proverà ad indicare alla sua interlocutrice un più salutare lavorio sulla propria serenità mentale. Risultato? La professionista vedrà realizzato il suo obiettivo di una firma della badessa sul compromesso e la badessa può morire tranquilla perché l’architetta ha seguito alla lettera i suoi suggerimenti, avvicinandosi alla fede e acquisendo alla fine il coraggio di dire basta alle vessazione che i tempi moderni scaricano su di lei, strappando il compromesso firmato nel momento stesso che il suo capo è insensibile alla notizia del triste evento.
Splendide le principali protagoniste per aver interpretato due personaggi creati su misura per loro (badessa ed architetto), senza, però, trascurare la personalità sicura e forte della postulante: Anna Cofano, Angela De Bellis, Vanessa Camponio. Autorevole e senza sbavature la regia di Aldo L’Imperio e adatte le musiche.

Maria Serritiello
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martedì 28 gennaio 2020

L’Artista Ettore Cerrato e la splendida sua mostra “Santini & brillantini”





Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello
E’ stata esposta, dal 27 dicembre fino al 6 gennaio scorso, nel bel mezzo del centro storico di Salerno, irradiato dalle luci d’artista, una splendida mostra dal nome Santini & Brillantini dell’artista Ettore Cerrato, non nuovo a composizioni originali. La mostra, poco propagandata ed è stato un vero peccato, data la sua peculiarità, antichi santini rivestiti da brillantini luminescenti di grande effetto, è stata esposta al primo piano di Giuliana’s Showroom, in Via dei Mercanti. Per ammirare tale fattura basta immettersi nelle minuscole stanze, che riparano tutta l’esposizione come un allargato scarabattolo per presepi, per ritrovarsi abbagliati dalla luce, dalla luminescenza, dai riflessi cristallin, espansi ovunque. La pregevole collezione di antichi santini su pergamena e rifilata da merletti, posseduti da Ettore Cerrato, appartengono ad antica tradizione.
Il Santino, infatti, ha rivestito fin dalle sue origini, intorno al XV secolo, un’importanza fondamentale per la diffusione della religione cristiana. Il leggere ed il sapere era appannaggio di pochi, così la raffigurazioni sacre ebbero un forte impatto sul popolo. Senza voler fare la storia della diffusione dei santini, qualche notizia può risultare utile, ad esempio sapere che i santini si estesero, come ce li ha presentati Ettore Cerrato, nei monasteri all’epoca della Controriforma con la tecnica del Canivet.  I sostenitori di questa corrente ritenevano necessario tener impegnate le monache in pratiche di lavoro manuale. Il ricamo e il decoro di paramenti sacri era caldamente incoraggiato, così come quello di corredi destinati ad acquirenti privati, che col loro denaro contribuivano al sostentamento del monastero. Inizialmente i santini su carta pergamena, riportavano al centro un ovale su cui veniva dipinta la figura sacra, successivamente vedevano come una necessità il fatto di tener impegnate le monache in pratiche di lavoro manuale. Il ricamo e il prestigio di paramenti sacri era incoraggiato, così come quello di corredi destinati ad acquirenti privati, che col loro denaro contribuivano al sostentamento del monastero. Inizialmente i Santini su pergamena, riportavano al centro un ovale su cui veniva dipinta una raffigurazione sacra, successivamente Ben presto queste la voriazioni si diffusero anche al di fuori del monastero suore ed educande iniziarono ad arricchire le proprie opere con stoffa, perline, fili d’oro o d’argento, nastri, e tutto ciò che potevano suggerire loro la fantasia e la creatività.
Ettore Cerrato, riprendendo questa antica tradizione, ai più sconosciuta, dove il mordi e fuggi culturale ha raggiunto livelli colmi, ha creato veri e propri capolavori luminescenti. Alcune Madonne, di sua proprietà, le ha rivestite con broccati e sete di San Lecio, ha restaurato alcune teche dove sono al sicuro i pastori della sacra famiglia, rivestita d’accapo dallo stesso artista. Non si è risparmiato Ettore Cerrato e più paziente delle monache conventuali ha ricoperto con raffinata eleganza, che gli è congeniale, anche una serie di uova pasquali, racchiusi in delle scatole di plexiglas, che non hanno nulla da invidiare a quelle Fabergé, se non che non sono pezzi di gioielleria, voluti alla corte di tutti gli zar di Russia.

Ettore Cerrato, l'artista dall' acuta sensibilità e dal gusto raffinato, nel quotidiano, da diversi anni è in quiescenza. Nel passato lavorativo, è stato un distinto bancario, addetto all'ufficio estero. Ora, nel tempo libero si dedica con passione a diversi hobby. Di successo un’altra sua mostra, anni addietro, fatta di fiori secchi pressati, cosicché riesce a conservare intatta, se non addirittura ad esaltare, la bellezza dei fiori. I santini rivestiti con perline e altre luminosità c’introducono in un mondo di religiosità e di bellezza estetica inimmaginabile, per cui è facile avere uno slancio di fede, mentre si guardano i capolavori colorati creati con tanto amore dall’artista Ettore Cerrato.

Maria Serritiello
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lunedì 27 gennaio 2020

“Il linguaggio delle nuvole” è il secondo romanzo di Carmine Rago

   


di Maria Serritiello

 Edito nel 2019 da Largo Editore di Agropoli “Il linguaggio delle nuvole” è il secondo romanzo di Carmine Rago, nato a Salerno nel 1958. Ha già pubblicato, nel 2009 “Amore amaro” con discreto successo. L’autore coltiva numerosi interessi, oltre la scrittura, tra i quali il restauro di mobili antichi. E’ impegnato anche nel sociale, allenando un gruppo di giovani impegnati in campionati di pallavolo. Il linguaggio delle nuvole tratta delle vicende personali e familiari di Andrea Giordano e del suo modo di legare le sue e le altrui vicende terrene, alla forma e al linguaggio delle nuvole, convinto com’è che è in esso, in qualche modo, c’è è scritto il filo conduttore terreno della vita di ognuno, se solo si sapesse scrollare di dosso il gravame della realtà e sapesse stabilire, appunto, con le nuvole il giusto rapporto. Una relazione, la sua, capace di utilizzare la leggerezza delle nuvole, il loro continuo trasformismo esistenziale, incapaci, però, di materializzarsi staticamente in forme prestabilite e fare di esso un modo, quello consapevole, di approcciarsi alla problematica della vita. Cosa tutto sommato apparentemente semplice, se non fosse per il rischio di perdere in tenacia e in certi casi ferocia esistenziale tanto da essere più sapiens che lupus.  Si corre il rischio di una vita osservata ma non vissuta, pensata ma non gestita o non sempre voluta, di rinunciare per qualche verso al libero arbitrio, di cui non godono di certo le nuvole, figlie come sono di condizioni esterne alle quali non possono opporsi. Di rinunciare a quella forma di consapevolezza maturata con la conoscenza scientifica di come sono andate le cose nel tempo immemorabile della vita e che fa di noialtri esseri viventi entità minime lanciate a folle velocità a bordo di un pianeta quasi inesistente nel cosmo immenso, entità minime che tuttavia hanno la possibilità, il destino è le aspettative che le rendono uniche eccezionali ed irripetibili artefici della propria esistenza. Il rischio è proprio questo e gli eventi che investono il signor Andrea Giordano confermano quanto esplicitato. Padre quasi per caso di due figli voluti da una compagna egoista cannibale immatura e forse malata si ritrova a vivere una vita che avrebbe voluta diversa e alla quale riuscirà per certi versi a sottrarsi solo alla morte della figlia, avvenuta in un incidente d’auto, guidata dalla madre che per fortuna si salva. Il dolore della perdita della figlia, convince il sig.re Giordano che il suo debito è stato ampiamente pagato e che forse può ricominciare a pensare di poter dare una nuova figura materna a suo figlio frequentando la maestra dello stesso. Un’ indagine psicologica più accennata che elicitata del personaggio principale, una più caratterizzata in senso negativo per la di lui moglie, percorrono il lavoro affiancandosi a certi tratti fuggevoli o più incisivi delle figure dei figli. Ne viene fuori una sorta di pathos dolente ma mai esasperato che caratterizza un poco tutto il lavoro e lo rende in qualche modo godibile.

Maria Serritiello


mercoledì 15 gennaio 2020

Antonello Costa al Teatro delle Arti di Salerno con lo spettacolo “Ridi con me terapia comica di gruppo”.


Fonte: www..lapilli.eu
di Maria Serritiello


Si ricomincia bene al Teatro delle Arti, dopo la pausa delle vacanze natalizie, con Antonello Costa ed il suo spettacolo, Ridi con me terapia comica di gruppo”, andato in scena sabato 11 gennaio 2020. Anche questa volta, il direttore artistico Gianluca Tortora, della stagione umoristica “Che Comico 2019-2020”, ha saputo scegliere il meglio della risata. Ed è questo lo scopo di Antonello Costa, far ridere come terapia di gruppo, perché “rridere”, come lui pronuncia, siciliano doc di Augusta, se ne guadagna in salute. Nel ricettario della sua terapia comica ci sono 87 personaggi che alterna nelle sue serate in giro per l’Italia: Roma, Torino Milano, Bologna, Palermo, Catania e tante altre città, per planare a Salerno, intervallato da 4 spumeggianti ballerine, che a vederle volteggiare sul palco, accompagnate da fasci di luci, dai colori alterni, veramente ci si sente meglio. Una di esse è la sorella, la piccola di casa Costa, talentuosa in tutti gli spacchi musicali, ma di più in quello della    danza del ventre. Cantante, ballerino, attore comico e show man, uno spettacolo, il suo, che fa della sobrietà e della buona organizzazione un suo specifico punto di forza. Mai volgare o sciatto o banale, comico e ammiccante quanto basta, umoristico e politicamente corretto nello impianto e fluido nel suo svolgersi, per cui lo spettacolo accompagna gli spettatori per due ore buone e lo fa con una delicatezza, frutto di lavoro e impegno continuo, nel controllare con attenzione tutti i dettagli e dando una dedizione psico-fisica a tutti i personaggi che scarrozzano sul palco: Don Antonino, Tony Fasano,  la frase tormentone “Cosa, Che cosa” con la o chiusa, tutta pugliese, il grassone della dieta ed ancora macchiette, omaggio a Totò e Charlie Chaplin, elegante ballerino di tiptap e di break dance, facendo il verso ad uno snodato Michel Jackson, ed ancora Arcangelo Bottiglia, Bella bè, Uomo di mondo, con un divertente ed asemantico grammelott geografico e  Karefastcose sul ritornello di Luna di Gianni Togni. Un protagonista che fa della sua poliedricità, gestita senza sforzo apparente, la sua arma vincente. Con un parlare forbito e mai banale introduce i suoi personaggi, i suoi obbiettivi e le sue aspettative, con una voce ben modulata e con un senso del ritmo ben supportato da un fisicità atletica non indifferente, classe 1970, canta e balla per tutta la serata, due ore sono un bell’impegno, eppure a fine spettacolo lo si ritrova fresco, elettrico e nessun segno di stanchezza sul viso. Le barzellette, suscitano ilarità e umorismo sottile. E allora ci riesce facile considerarlo un vero attore di varietà, nella scia di quelli che l’hanno preceduto. La regia è sua, i testi anche, bene assemblati, adatti a curare, da bravo dottore, gli spettatori, la coreografia invece è di sua sorella Annalisa Costa. Abbandonando il teatro ci si accorge che la terapia comica di gruppo ha funzionato, abbiamo tutti il sorriso sulle labbra, grazie al dott.re Costa.

Maria Serritiello
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