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sabato 13 maggio 2017

Al Palazzo Fruscione di Salerno la retrospettiva dell’artista folignate Antonietta Innocenti

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Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Il 21 aprile scorso, nella magica location del Palazzo Fruscione di Salerno, incantevole gemma architettonica, regalata alla città dalla civiltà longobarda, che tante traccia lascia di sé, intessute nel costrutto cittadino, si è inaugurata, un’affollata retrospettiva, spalmata sui tre piani della fabbrica, dell’artista folignate Antonietta Innocenti, classe 1937. Il vernissage già di per sé eccezionale, è stato nobilitato dalla presenza del famoso critico d'arte Philippe Daverio, le cui profondità critiche ed analitiche, oltre che quelle comunicazionali, si affacciano dagli schermi televisivi nazionali ed internazionali. La mostra, una retrospettiva di ampio e notevole contributo di opere, se ne contano oltre 250, consente di fruire ed ammirare il percorso artistico personale della pittrice, ma anche di scorgere in esso il riflesso degli influssi del processo pittorico italiano europeo e mondiale, che via, via ha lasciato e caratterizzato sulla sua vasta produzione. Si parte dai segni lasciati da Mimmo Rotella a quelli di Felice Casorati, da Renato Guttuso a Tamara de Lempicka, dal fauvismo all'astrattismo, per approdare là dove la grande facilità di mano la portava, cioè alla scenografia e al realismo interpretativo della condizione umana, della donna in particolare, un tema ossessivamente monotematico. Ed in tal senso il palazzo Fruscione, con i suoi vari piani in altezza, ben si presta alla lettura cronologica dei vari periodi artistici che l’hanno caratterizzato. Dopo i cerimoniosi saluti di Rita Rocconi, organizzatrice del progetto espositivo, della Vice Sindaco Eva Avossa, in rappresentanza del Comune di Salerno, della Presidentessa del Club Soroptimist International, sezione di Salerno e della Presidentessa dell' Ordine degli Architetti di Salerno, conoscendo la naturale ritrosia dell'artista, ha preso la parola Philippe Daverio che ha preso spunto dalla condizione di unico maschio, tra le quattro donne sedute alla presidenza del tavolo, incantando il pubblico, nel rivendicare al gentil sesso la capacità di fare arte, oltre alle tante mansioni che il maschio le ha rifilato strada facendo. Esse impastando e manipolando, quasi senza pennello, tanto caro e metaforico strumento, per l'artista maschio, le materie prime e non solo quelle essenziali e fisiologiche, quoad vitam, ma anche quelle più propriamente pittoriche, divenute un lusso per i molteplici impegni donneschi, sono riuscite a farsi valere comunque. Antonietta Innocenti ne rappresenta uno spaccato e ne incarna un esempio forte e significativo. Momento emozionante della manifestazione, vuoi perché imprevisto, vuoi perché autentico e sincero, è stato l’omaggio floreale all’artista, da parte della nipotina, che all’ultimo momento, per la ritrosia capricciosa dei più piccoli, si è vergognata di consegnarglielo. Ha provveduto con tempismo e amorevolezza, sua madre, flessuosa e filiforme figura, che non ha lesinato alla genitrice, l’artista, un affettuosa testimonianza di amore filiale, inviandole con le dita affusolate un bacio dolce e gentile, al quale l’artista ha reagito con commozione fino alle lacrime.
Il percorso artistico dell’Innocenti in esposizione, viene ad iniziarsi negli anni ’60, con i manifesti per il cinema, locandine che pubblicizzavano i film del locale del padre a Foligno, per proseguire in quelli successivi, ’70, ’80, ’90, con disegni in bianco e nero, con la ceramica, con gli acquarelli, con disegni umoristici e con bozzetti di vetrate. Un’opera omnia e completa, la sua, tanto da non risparmiare del suo umorismo e della sua ironia graffiante, la classe borghese, presa sotto tiro. Umorismo, che le valse il primo premio al Concorso Nazionale dell’Umorismo. Negli anni ‘2000, l’artista continua la sua produzione e fa il punto sulla donna, per altro da sempre vista dalla storia dell’arte: angelo, madonna, femme fatale, incantatrice, madre, mentre le sue sono donne sensuali, eleganti, misteriose, fragili eppure sicure di sé, dolci ma mai ingenue. Alla domanda se le fosse pesato allontanarsi progressivamente dal colore, per privilegiare la mano felice nel disegno, con onestà e coraggio, ha confessato che il colore è stato per lei sempre un problema fastidioso.
La mostra è stata promossa dal Comune di Salerno in collaborazione con il Club Soroptimist International Salerno, con il Patrocinio dell’Ordine degli Architetti e della Provincia di Salerno ed il sostegno dell’azienda Elève
 
E’ visitabile fino al 14 Maggio
 
Maria Serritiello
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Elena o il sogno del doppio” di Euripide presentato al Circolo Canottieri di Salerno

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Fonte :www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Lo scorso Mercoledì Santo, quando la scuola ha già fatto il bagaglio per le sospirate vacanze pasquali, al Circolo Canottieri Irno, un’ex scolaresca del Liceo classico De Sanctis, appassionata di teatro antico, per averlo più volte interpretato, negli anni passati, sotto la sapiente regia della Prof.ssa Anna Rotunno, ha portato in scena: “Elena o il sogno del doppio”. Opportunamente, dato il valore della rappresentazione, il gruppo è stato invitato ad esibirsi, dinanzi ad un folto pubblico, dalla Presidente del Parco Schelgaita, Clotilde Baccari Cioffi.
La tragedia scritta da Euripide ha una trama che vuole riabilitare l’onorabilità di Elena, persa definitivamente nell’Iliade di Omero, per cui Paride, a Troia avrebbe condotto un “eidolon”, plasmato dagli dei, al posto della donna più bella del mondo. Trascorsi i dieci anni di guerra e Troia finalmente espugnata, Menelao riprende sua moglie, ovvero quella che crede fosse la sua donna e alza le vele per Sparta. Trascorrono sette anni di spericolate peregrinazioni, senza arrivare a destinazione, anzi Menelao naufraga sulle coste dell’Egitto. Qui 17 anni prima, Ermete aveva trasportato in volo e messa sotto protezione di Proteo la vera Elena, che non ha perso mai la speranza di dimostrare la sua innocenza. I due s’incontrano, alfine, ma non è facile ricongiungersi definitivamente, uno perché Menelao sa di aver lasciato l’altra Elena, l’eidolon, in una grotta e solo la venuta del nunzio ristabilirà la verità, due, il nuovo re dell’Egitto, Teoclimeno intende sposare la bella spartana. Per avere un finale rassicurante, non in linea con quelli tragici, Euripide fa ricorso al deus ex machina, i Dioscuri che assicureranno il successo in questo del piano di fuga degli sposi ricongiunti. Il loro intervento capovolgerà il finale tragico della tragedia antica in commedia, annunciando quella che si chiamerà “commedia nuova” anche se conserverà l’impianto classico. La struttura della tragedia euripidea, infatti, è molto più punteggiata e ricca di novità rispetto al passato, soprattutto nelle tragedie più tarde, e per la progressiva svalutazione del ruolo drammatico del coro. Anche lo stile della ricerca euripidea rompe con la tradizione, mediante l'alternanza delle modalità narrative.
Il libero adattamento del dramma euripideo è stato realizzato dalla bravissima Prof.ssa Anna Rotunno, e, come lei stessa ci dice, ha aggiunto molto opportunamente gli sconfinamenti del comico, facendo passare tutta la vicenda come un'invenzione di Elena, che per sfuggire ai sensi di colpa si abbandona al sogno del doppio, rifacendosi così la pura facciata della fedeltà coniugale. Nello sdoppiamento si possono cogliere tutte le battute sfacciate lanciate contro la bella Elena dal coro delle “comari”, le uniche ad essere esterne al sogno e per questo consapevoli della realtà. Elena, infine, ritrovando se stessa, si allontanerà dai vuoti fantocci della sua immaginazione.
Un team bene affiatato di giovani, provvisti di sana passione per l’arte ed encomiabili per essere degli ex: Francesca Credentini (Elena), Davide Giudice (Menelao), Carmine Nastri (Teucro), Nunzio Brancaccio (Teoclimeno), Chiara Salzano (Teonoe), Rocco di Muro (Messaggero), Francesco Paolo Volpe (Messaggero Rap), Gaia Rocco (Vecchia Comare), Andrea Bonfrisco (Eco, Alfabeta, Comare) Benedetta Moresca, Marta Genovese (Scenografia), Davide Caravano (Aiuto Regia). I ragazzi hanno saputo ben caratterizzare i vari personaggi, tutti bravissimi nel recitare e nel ricordare il copione, che in più punti ha molto divertito per l’inserimento di battute attuali. Che dire, poi, del testo e della regia della Prof.ssa Anna Rotunno, per altro nota per il suo rigore stilistico tutto classico in cui emergono, sfortunatamente per noi in modo raro, perle di leggiadria comico-satirico-umoristico, impensabili e godibilissime. Una lettura apparentemente superficiale consente all'autrice di operare traslati situazionali moderni, contemporanei, realistici, mettendo in atto così una pièce teatrale leggera, piacevole, allegra ma non per questo meno aderente al testo originale e perfettamente in linea con la realtà odierna. Bella l’atmosfera creatasi tra i giovani che interamente l’hanno trasferita al pubblico, divertito da tanta ingenua giovialità e splendida leggerezza. Curati i costumi, sebbene siano usciti solamente dall’abilità creativa dei giovani e non da designer. Buona la scelta delle musiche a far da sottofondo: Renee Aubry (Lungomare , Salento), Requiem di Berio.
Maria Serritiello

“La strana storia del dottor Jekyll e Mr Hyde” ultimo lavoro in gara al Festival Teatro XS di Salerno.


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Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Ultimo spettacolo, il sesto in gara, al Festival Teatro XS di Salerno, con il titolo “La strana storia del dottor Jekyll e Mr Hyde” è stata una divertente storia, tratta dal famoso libro dell’800, dal titolo originale: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, dello scrittore scozzese R.L. Stevenson, rielaborata dal regista Benoit Roland e portato in scena dalla Compagnia Teatroimmagine di Salzano (Ve).
La scelta del pezzo ce la motiva lo stesso regista che, nel rileggere il noto libro, si è lasciato avvolgere dall’atmosfera nebbiosa di Londra, tanto da sentirne il rumori dei passi lungo il Tamigi, l’acqua scorrere e le ombre muoversi nell’oscurità. Il clima inglese del romanzo ha tante affinità con quello veneziano, perfetto per trasferire i personaggi nella città italiana, così particolare e così adatta a prestarsi ad usare la Commedia dell’Arte. Una chiave di lettura inusuale, per la trama in sé, data dal regista, e per come si muovono i quattro interpreti, avendo posto l’accento sull’ antinomia e sull’opposto che è in loro, piuttosto che sul perverso. Così i quattro attori sono di volta in volta il D.R. Jacopo e Miss Heidy (Ruggero Fiorese), Pantalone, Fontego servo del dottore (Roberto Zamengo), Lucilla figlia di Pantalone , Teodolinda governante del dottore (Claudia Leonardi), Ottone figlio del dottore, Tellurio (Daniele Baron Toaldo) e in un’ora e mezza di rappresentazione si muovono in maniera giocosa come solo la commedia dell’arte e le sue maschere possono fare, il resto lo aggiunge il recitato gustosamente dialettale.
Il D.R Jacopo ha un figlio di nome Ottone, che umilia ogni volta che può. Lo ritiene un buono a nulla e lo mantiene in un vero stato di soggezione a cui Ottone non sa sottrarsi, in verità lo fa solo quando diventa il feroce Tellurio. Il dottor Jacopo è convinto di avere inventato una pozione, quasi magica, una panacea per tutti i mali, la “ Jacopina” di cui si vanta. Ed ecco che il romanzo dello scrittore scozzese diventa solo uno spunto, per imbastire, in una Venezia dei nostri tempi, una rivisitazione delle antinomie che ognuno di noi si porta dentro e delle quali solo raramente e in modo talvolta, molto occasionale, si riesce ad averne piena consapevolezza. Prendono corpo sulla scena, i doppi e cioè il dottore e la sua alter ego, Miss Heidy, Balanzone e il servo Fontego, la fidanzata Lucilla e la paciosa Teodolinda, il geniale Ottone ed il mascalzone Tellurio. Il primo, il D.R. Jacopo, tutto, boria e cieca presunzione, che non si risparmia di gettare rancore in faccia al figlio Ottone, si scopre che lo fa per allontanare da sé, la sua femminilità ingenua e repressa, ma tanto ben espressa da miss Haidi e preannunciata dalla notizia scandalosa del giornale lagunare, del Cristo in chiesa, vestito da donna. La genialità di Ottone, invece, sempre repressa, non trova di meglio che trasformarsi in violenza per veder affermata la sua personalità, mentre il carattere forte, deciso e liberale di Lucilla si riduce nell’osservante serva paciosa, Teodolinda. Tanto furbo e scaltro Pantalone per mutarsi, nel suo doppio, remissivo, tonto e sciocco servitore Fontego. Con i ruoli ben precisi e il viso ricoperto da maschere solide ed anche espressive, nella loro fissità, tutte le coppie provano a parlare dei difetti della società che li circonda e delle problematiche eterne e fastidiose che animano l’esistenza. Ognuno dopo aver scoperto il proprio doppio e averci fatto i conti, si ritrovano nel finale che giunge chiarificatore e risolutivo, mettendo d’accordo tutte le parti, tanto da goderne la felice conclusione.
La piacevolezza dello spettacolo è l’aver spolverato il genere Commedia dell’Arte, un tipo di rappresentazione nato in Italia nel XVI secolo e rimasto popolare fino alla metà del XVIII secolo, anni della riforma goldoniana della commedia. Le rappresentazioni non erano basate su testi scritti ma dei canovacci, detti anche scenari, che inizialmente erano tenute all'aperto, con una scenografia fatta di pochi oggetti. Le compagnie erano composte da dieci persone: otto uomini e due donne e all’estero era conosciuta come "Commedia italiana”. La commedia dell’arte si trasforma con Goldoni in vero e proprio teatro con la dignità dei testi scritti ed anche l’uso del dialetto. Fino agli anni ‘60 e parte dei ’70, famose erano le compagnie dialettali che non avevano nulla di popolare, per avere nei capi comici attori di elevata bravura e noti per le loro eccellenti interpretazioni nel mondo: Cesco Baseggio, Gilberto Govi, Checco Durante, Turi Ferro, per non parlare dei fratelli De Filippo
Un fondale iperrealistico del ponte di Rialto e quattro pannelli, con lo stesso stile, rimandano ad altri luoghi tipici di Venezia, uno sgabello bianco, a piramide tronca, che cede il posto, nel secondo atto, ad una panca più lunga, anch’ essa bianca e a base rettangolare. La scenografia semplice e funzionale per i tanti colpi di scena, contrasta molto bene con gli abiti e le maschere proprie di Venezia, così come le musiche iniziali riproducono verosimilmente quelli della città lagunare. Tutti gli attori: Ruggero Fiorese, Roberto Zamengo, Claudia Leonardi hanno caratterizzato bene i personaggi e a loro va il plauso convinto di tutti, ma a Daniele Baron Toaldo, che ha personalizzato, in maniera eccellente, sia il personaggio di Ottone che quello di Tellurio, dando a quest’ultimo, anche la voce in un friulano strettissimo ed incomprensibile, un meritato “bravissimo” Assolutamente interessante la regia di Benoit Roland, Mel Brooks si fa sentire, per aver dato allo spettacolo un suo delicato equilibrio, mai volgare, con intervalli inattesi di canto corale, accennati passi di danza e leggere pantomime.
Hanno collaborato: Lara Tonello (assistente alla regia), Matteo Destro (pantomime), Paolo Coin (musiche), Antonia Munaretti (costumi), Lorenzo Riello e Francesco Bertolini (Luci) Ilenia Pellizzaro (ideazione scenografica), PalcoBase e Paolo Librato (realizzazione scenografica), Chiara Andreetta (grafica).
Maria Serritiello












I Poeti dell’Invettiva, un miting al Liceo Torquato Tasso di Salerno

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Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Il 3 aprile scorso, al Liceo Torquato Tasso di Salerno, davanti ad un nutrito uditorio di studenti e di pubblico, si è tenuto un convegno su di un tema insolito, quello dell’invettiva letteraria. Si tratta di poeti che legarono almeno parte della loro fama alla reprimenda sdegnata, sia essa politica che antistituzionale, anticlericale e amorosa. Relatori dell’incontro, i docenti Giulia Maria Barbarulo e Santolo Sica e lo storico della medicina Giuseppe Lauriello, in veste di moderatrice, la stessa preside dell’Istituto Carmela Santarcangelo. Ad iniziare è la Prof.ssa Giulia Maria Barbarulo che ha intrattenuto i presenti su tre celebri creatori di linguaggio poetico, soggettivo e realistico della Grecia arcaica e dell’apostrofe, affidandosi ai versi di Archiloco, Ipponatte e Anacreonte, aedi di larga popolarità nell’evo antico, sia per la vivacità dei loro sfoghi, sia per la crudezza di certe immagini. Il Prof.re Santolo Sica ha tratteggiato la figura del senese Cecco Angiolieri, un campione di poesia tabernaria, deciso avversario degli stilnovisti, beffardo e stravagante, imprecatore verso il padre e la sua donna, tutt’oggi popolare per il cinismo di certi truci desideri, per il linguaggio schietto e colorito delle sue strofe, ma anche per la simpatica, proclamata vocazione verso la donna, la taverna e i dadi. Lo storico della medicina, Giuseppe Lauriello, ha, invece, illustrato la foga espressiva e l’impetuosa protesta di Olindo Guerrini, pseudonimo di Lorenzo Stecchetti, poeta minore ottocentesco, anticonformista, vissuto all’ombra del grande Carducci, ma non solo per questo, infatti fu autore di rilevante successo popolare, per le sue spinte passionali e le frementi invettive. La sua opera ebbe vasta risonanza, ai suoi tempi, per gli atteggiamenti anticlericali e socialisteggianti e per la polemica contro romantici e idealisti. L’incontro ha soddisfatto tutti per la particolarità del tema, se ne auspicano altri, perché di cultura se ne sente il bisogno più di quanto si creda.

Maria Serritiello
 

Al Festival Teatro XS di Salerno è “Terra di Nessuno” con la Compagnia Teatro Instabile di Meano

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Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

La penultima opera in gara, per il Festival Teatro XS, città di Salerno, “Terra di Nessuno” è tratta dall’omonimo libro dello scrittore Eraldo Baldini, il sessantacinquenne di Russi, in Romagna, noto per il genere “gotico rurale” che imprime nei suoi tanti scritti. E’ considerato da alcuni come lo Stephen King italiano. Il racconto, dato, dall’autore, in esclusiva ad essere rappresentato in Italia solamente dalla Compagnia Instabile, vuole essere un ossequio alla prima guerra mondiale che quest’anno celebra il centenario.
Quattro reduci: Enrico, Adelmo, Settimio e Martino, della Grande Guerra, nostalgici per aver vissuto e sopravvissuto alla ferocia della guerra, pensano di potersi ritrovare, passando un pezzo della loro esistenza, lavorando e guadagnando qualcosa, abbozzando un’attività di carbonai. Fittano un pezzo di bosco, anche se non sono mancati, all'atto del contratto, oscuri motivi di paura per fenomeni magici e inverosimili che si disvelano a poco alla volta. I quattro uomini, forti della loro presunta amicizia maturata in guerra e armati da tanta motivazione, non esitano a raggiungere e ad occupare il pezzo di montagna, desolata e lontana dal paese, conosciuto con l’inquietante nome il “il bosco delle facce”. Dopo l’allegra sistemazione, la bevuta insieme e dopo aver condiviso il pane ed il companatico che avevano comprato all’osteria del paese, da quel momento in poi, per loro avrà inizio una vita non facile. L’amicizia solidale e fedele, con il passar del tempo, si allenta e sebbene indosso abbiano gli abiti, con i quali hanno fatto la guerra, le uniformi intime, i pantaloni alla zuava, fasciati in basso e le coperte, le stesse della trincea, per ripararsi dal freddo, in loro vi è una strisciante ma pervasiva sindrome post-traumatica che li accomuna e li travolge, fino a scoppiare in tutta la sua forza devastante sui poveri malcapitati, aggravata dalla fame, dagli stenti, dal freddo e dalla paura della morte. In ognuno di loro torna l’esito della guerra patita e vissuta, più evidente in Martino ed Adelmo, un po’ meno in Enrico e Settimio, a questo stato non si salva nemmeno Cadorna, l’asino di Adelmo, sensibile quanto presago annusatore di incombenti e irreali presenze, ora sotto forma di un lupo monocolo, ora di vento forte e capriccioso, talvolta di facce angoscianti, talaltro di morti misteriose. Nello scagliarsi l’uno contro l’altro vengono fuori episodi turpi della guerra, quale quello di Adelmo che aveva ucciso Astolfo, il capitano che li vessava oltre la guerra o anche quello di Francesco Baracca, l’aviatore, ammirato dai fanti, per la sua capacità di essere al di sopra delle loro teste, ma che alla fine, aveva incontrato la morte come quelli che si dannavano in trincea. Dalla terra di nessuno non si esce vivi, un mantra che ripetono spesso i quattro amici, che ormai non credono più al loro sodalizio, ma riflettono sulla realtà, che la terra di nessuno è quella striscia di humus, nel quale non si è vivi ma neanche morti. Ed allora zombie o defunti? Fantasia o realtà? L’atmosfera in cui l'autore sguazza è noir, mentre si appresta a dare una dose di angoscia tenebrosa, che forse è l'unico viatico possibile per chi voglia affrontare il tema del conflitto e i suoi inevitabili effetti indesiderati e fisiologici. Dice del suo racconto Eraldo Baldini “Volevo che il romanzo fosse tagliente come un pugnale, teso e claustrofobico come una notte in trincea, tenebroso come una foresta stregata, la mia intenzione era quella di trascinare il lettore, pagina dopo pagina in una spirale di mistero e d’angoscia, ma anche di dolorosa riflessione.” In effetti lo stesso clima aleggia nella riduzione teatrale, ad uno ad uno, infatti, gli amici scompaiono, dopo aver scoperto cadaveri nella carbonaia dirimpettaia e nell’osteria che avrebbe dovuto fornire il cibo. La domanda che si pongono più volte i 4 reduci è “Non siamo diventati tutti più cattivi?” lo spettro della guerra è là in mezzo a loro, con gli effetti negativi e per sempre. Eccellente la regia di Sergio Bortolotti ma anche il gioco di luci e gli effetti speciali di Stefano Bassetti, suggestiva la scelta della musica di Paolo Nones, puntando, nel finale, sul Requiem di Giuseppe Verdi. Curata la scelta dei costumi di Diana Sinigaglia, Katia Bonmassar e Renzo Merci. Le piccole imperfezioni recitative sono perdonabili, vista la sindrome dei reduci in atto di Luca Santuari, Kristian Civetta, Silvia De Simone e Nicola Merci In linea e tecnicamente funzionale la scenografia, per i due atti, di 50 minuti l’uno, di Paolo Nones, Thomas Donati e Renzo Merci a ricordarci il bosco carbonifero mentre il carro tirato dall'asino ben si presta a trasformarsi, nel secondo atto, a momentaneo rifugio o alato fantasma spettrale, sotto il suo lenzuolo bianco. Quattro sgabelli quadrangolari, un tavolo e diversificate "fascine" di vario spessore rendono vivo il bosco e quasi ce lo rendono amico. Il fumo che, in più riprese, avvolge il palco, scivolando lentamente verso gli spettatori, ben si presta a rendere fantastica e noir la storia.
Maria Serritiello

Quarto pezzo in gara“L’Italia s’è desta” della Compagnia dei Ragli di Roma al Festival Teatro XS di Salerno

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Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Con “L’Italia s’è desta”, un piccolo [falso] mistero italiano, di Rosario Mastrota, che ne è anche il regista, e con Dalila Cozzolino, della Compagnia dei Ragli di Roma, il Festival Teatro XS di Salerno, il 26 marzo scorso, è giunto alla sua quarta gara di rappresentazione. Il pezzo scritto dall’autore, è un modo originale di affrontare e dire la propria sulla ‘ndrangheta’ ma anche sulla condizione di annebbiamento generale della nostra patria e lo stato della popolazione vittima di manipolazione diffusa e pervasiva dei mass media.
Carla, la protagonista del monodramma, è da tutti considerata, la scema del paese, per cui la sua non è mai la verità ma è pura invenzione del suo cervello bacato. Intanto lei, nei suoi giri solitari in bicicletta, marcata Vicini, ultimo modello, assiste al rapimento del pullman bianco della nazionale di calcio italiana, a due mesi dall’inizio dei Mondiali. Alla notizia bomba, subito si scatena il carosello da parte dell’esercito, della politica, del mondo dello sport e di giornalisti in odore di scoop. Passano i giorni e della nazionale non se ne sa nulla, eppure la soluzione della misteriosa scomparsa si sarebbe risolta presto, se avessero ascoltato la testimonianza di Carla, ma lei, si sa, è figlia di un Dio minore e come tale è invisibile, né è attendibile per quello che va dicendo. Il muro di omertà degli abitanti, servi della ‘ndrangheta, si issa e si confonde con tutte le altre forze mediatiche, che non fanno altro che confondere le tracce o possibili piste da seguire. Il paese è al centro delle notizie e si gode la popolarità, senza tener conto della verità che può essere gridata al microfono, in uno dei collegamenti televisivi, proprio da Carla, la scema del paese, che incolpevole ed ignara appartiene ad una famiglia di “boss”. Il suo stesso padre è sparito e non ha fatto più ritorno a casa, uno sgarro agli ‘ndraghetisti, ma dal suo canto, aveva precedentemente, fatto sparire per sempre, Maria, l’amica con la quale Carla si confidava. E ‘ndranghetisti risulano anche il macellaio, il giornalaio ed il fruttivendolo con i quali, la ragazza faceva cenno di conversazione, nella sue ingenue uscite.
Quando principia il monologo, Carla arriva in sella alla bicicletta, che le regala la libertà di movimento, purché la ritirata sia prima che faccia notte, a sentir sua madre, dal manubrio pendolano due buste di platica, piene di oggetti che mostrerà in seguito. La scena è arredata in maniera spartana, su cui si distinguono una sedia, con la spalliera ricoperta di figurine della raccolta Panini, un tavolino senza pretese, su cui la protagonista poggia un vecchio modello di radio, gracchiante e malfunzionante, più simile ad un vecchio giocattolo. Issata la bici sul cavalletto, Carla ci introduce nella sua condizione di come la vedono e la considerano gli altri componenti della famiglia e la gente che le sta intorno e con le quali intrattiene saltuari e occasionali rapporti. Semplice e ingenua in un mondo di lupi e faine finisce naturalmente con l'essere considerata tarda mentalmente e come tale per niente degna di attenzione o di ascolto, niente a che vedere con le informazioni di cui sono capaci e fautori, i vari soloni dei giornali o delle televisioni, pronti a gettarsi, quali condor affamati, sulle prede della cronaca nera ed a imbastire su di essi intere settimane di spettacoli spazzatura. La ragazza che sta sul palco, gonnellina corta, calze scure e fiocchetti nei capelli, era nata sana, ma una caduta dalle braccia della mamma l’ha resa infantile ed ingenua per sempre. Della sua famiglia non conosce i segreti ed attende con orgoglio il presidente “Mattarello” come lo chiama lei, per essere insignita di medaglia al valore di civile per aver scoperto dove la ‘ndrangheta nascondeva i calciatori. Nell’ attesa del suo momento di gloria, il monologo si riempie di riflessioni, niente affatto stupide, come i suoi compaesani vorrebbero che fossero, sull’Italia sempliciona, vittima dei mass-media e delle manipolazioni che da essi derivano. Un racconto metaforico di come vanno le cose e di come la parte buona dell’Italia resta inascoltata, perché l’altra parte di faine e di lupi opera affinché questa sia considerata tarda mentalmente. “Mattarello” non arriva e forse tarderà anche il riconoscimento, essendo lei, che, attendendolo, calza scarpe più adatte ad una cerimonia d’onore, figlia di un boss della ‘ndrangheta, da generazioni. A Carla non resta che l’etichetta di ritardata, continuando ad essere tale per sempre, altro che medaglia al valor civile! Ciò lascia l’amaro in bocca se poi ci si domanda: ma l’Italia s’è desta veramente?
Un testo originale, che merita tutte le menzioni, raccolte dal 2012, ad oggi, in ogni manifestazione. Bravo l’autore Rosario Mastrota che ne ha tessuto la trama, ma eccezionale il recitato di Dalila Cozzolino che ha saputo caratterizzare il ritardo mentale del personaggio, con il corpo, la vivacità facciale, la mimica e l’inflessione dialettale perfetta, un calabrese stretto ma comprensivo facile, che le addolciva il tono, anche nei momenti particolari. La sua caratterizzazione ha reso il pezzo, non sempre calibrato, vuoi per ripetitività inutili, vuoi per certi momenti lenti e caricaturali, eccellente. Efficace il fascio di luce e buona la scelta musicale curata dallo stesso autore, di Ramazzotti e Toto Cutugno, rievocativi di qualche tempo fa, che di tanto in tanto escono dalla sgangherata radio e che Carla consulta per sapere della sua premiazione.
Maria Serritiello
 

Giuseppe Toniolo, una vita spesa per il bene, ne ha parlato al Caffè dell’Artista di Salerno, Francesco Manca



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Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Al consueto appuntamento del lunedì, che da ben vent’anni e quest’anno ne cade il ventennale, si tiene all’associazione culturale il “Caffè dell’Artista" di Salerno, presieduta dalla professoressa Flora Battiloro, è intervenuto, il giorno 27 marzo, il giornalista Francesco Manca, responsabile del sud Italia per la Fondazione di Studi Tonoliani (www.giuseppetoniolo.com). Con chiare parole, all’assemblea attenta e numerosa, il dottor Francesco Manca, ben conosciuto dal Caffè dell’Artista, per le numerose collaborazioni intercorse con il sodalizio salernitano, lo stesso, infatti, è anche presidente dell’Associazione Culturale Prometeo di Torre del Greco, ha tratteggiato la figura dell’economista Giuseppe Toniolo e la sorta Fondazione di Studi Tonoliani. Conosciamo attraverso le parole del relatore, l’illuminata figura. All'incontro è intervenuto anche il professor Cosmo Giacomo Sallustio Salvemini, giornalista e presidente dell'UN.I.A.C. (Unione Italiana Associazioni Culturali).
Giuseppe Toniolo (Treviso, 6 marzo 1845 – Pisa, 7 ottobre 1918) è stato un economista e sociologo italiano, tra i principali artefici dell'inserimento dei cattolici nella vita politica, sociale e culturale della nazione italiana. È ricordato soprattutto come il fondatore della Settimana sociale dei cattolici italiani, il cui centenario si è svolto nel 2007. La settimana sociale, è un appuntamento fisso della Chiesa cattolica italiana, a cadenza pluriennale, in effetti sono riunioni di studio per far conoscere ai cattolici il vero messaggio sociale cristiano. Le giornate sono organizzate in lezioni e discussioni sui problemi sociali più attuali. Quest'anno la Settima Socile dei Cattolici italiani,giunta alla sua 48^ edizione, si tiene a Cagliari dal 26 al 29 ottobre. Giuseppe Toniolo è stato proclamato venerabile da Paolo VI il 7 gennaio 1971.
Nacque a Treviso, nella parrocchia di Sant'Andrea, nel 1845, in una famiglia della buona borghesia veneta. La famiglia si trasferì in varie città del Veneto per seguire il padre, ingegnere. Giuseppe frequentò le scuole medie in collegio a Venezia. Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Padova, dove i suoi maestri furono Fedele Lampertico e Angelo Messedaglia, si laureò nel 1866; nel 1868 fu nominato assistente alla cattedra giuridico-politica e nel 1873 conseguì la libera docenza in Economia politica. Fu dapprima insegnante presso l'Istituto tecnico di Venezia (1874) e dopo una breve supplenza del Messadaglia nell'Università di Padova, fu chiamato come professore straordinario nell'Università di Modena e Reggio Emilia (1878), per approdare definitivamente come ordinario nell'Università di Pisa, dove tenne la cattedra di Economia politica dal 1883 alla morte, nel 1918. Le sue spoglie riposano presso la chiesa di Santa Maria Assunta a Pieve di Soligo (TV). Nel 1878 sposò Maria Schiratti, dalla quale ebbe sette figli.
Il ruolo nel movimento cattolico.
La figura di Giuseppe Toniolo occupa un posto importante nella storia del pensiero e dell'organizzazione delFoto Giuseppe Toniolo laicato cattolico: nel 1889 fondò a Padova l'Unione cattolica di studi sociali, di cui fu presidente; collaborò anche con l'Opera dei Congressi. Dopo il suo scioglimento (1904), si occupò di riorganizzare l'Azione Cattolica. Fu ispiratore e promotore della prima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che tenne a battesimo nel 1907. Fondò nel 1893 a Pisa la Rivista internazionale di scienze sociali e discipline ausiliarie, e nel 1894, sulla scia aperta dalla pubblicazione della Rerum Novarum, formulò il primo programma politico cristiano democratico, il “Programma dei cattolici di fronte al socialismo”. Il Toniolo non fu mai propriamente impegnato nella sfera politica, ma fu tra i fondatori della FUCI. La sua partecipazione fu contrassegnata da una profonda sintonia con il magistero ecclesiale. Il 14 giugno 1971 papa Paolo VI chiuse l'esame della sua vita col decreto di eroicità delle virtù e oggi la Chiesa cattolica lo invoca come Venerabile. Per il suo contributo come professore e come ideatore della economia sociale cattolica cooperativistica, portata avanti dalle banche di Credito Cooperativo, due istituti sono stati intitolati a suo nome: la BCC "Giuseppe Toniolo" di Genzano di Roma e la BCC "Giuseppe Toniolo" di San Cataldo, in Sicilia. Il 14 gennaio 2011 papa Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare il Decreto riguardante un miracolo, attribuito all'«intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Toniolo, Laico, Padre di famiglia».
La fondazione degli studi Tonoliani, presieduta dal prof. Romano Molesti, esistente da sette anni e precedentemente da 40 come Studi economici e sociali, è sorta per dare approfondita conoscenza del “Nostro”, altrimenti non sufficientemente riconosciuta, anzi per molti versi trascurata. Scopo principale, quindi, è quello di riproporre le sue opere, che contengono valori fondanti per un’economia umanizzata. In una realtà, quale quella contemporanea, in cui è stato smarrito il senso civico della convivenza, la Fondazione degli Studi Tonoliani, vuole offrire un orientamento a quanti si accingono ad operare nel campo sociale, attraverso il pensiero di Giuseppe Toniolo, massimo esponente del pensiero sociale cattolico. La fondazione, pertanto, promuove incontri, convegni, corsi di studi, pubblicazione di riviste e concorsi per i giovani. La sede della Fondazione di Studi Tonioliani Campania e Sud Italia è a Napoli presso la Basilica "Incoronata Madre del Buon Consiglio" Capodimonte, gentilmente concessa da Mons. Nicola Longobardo, rettore della Basilica di Capodimonte e assistente ecclesiale della Fondazione di Studi Tonioliani della Campania.
Per info: studitoniolianicampania@gmail.com   -  Cell. 3349295428.
Maria Serritiello
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