I dati dello studio su alcune città campione meridionali
Italia a tre velocita' nella raccolta di carta e cartone. Si va da un nord che registra un recupero di 60 kg a testa ad un sud che si attesta a meno della meta' con 26 kg pro-capite, mentre il centro arriva a quasi 59 kg. Lo afferma Ignazio Capuano, presidente di Comieco (il Consorzio nazionale per il recupero di carta e cartone) - nel corso della presentazione di uno studio, 'Sviluppo della raccolta differenziata di carta e cartone nel sud Italia", su 6 grandi citta' del meridione realizzato insieme con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile. Le sei citta' analizzate sono Napoli, Salerno, Cosenza, Reggio Calabria, Palermo e Trapani. Salerno la piu' virtuosa per la raccolta differenziata totale che arriva al 68% e con il minor tasso di sofferenza per il pagamento della Tarsu (60%); Napoli si assesta al 28%, Palermo in coda con solo il 12% di raccolta differenziata, la piu' alta sofferenza nella riscossione della Tarsu (86%) e insieme a Trapani con la produzione piu' alta di rifiuti (472 Kg per abitante l'anno).
IN CAMPANIA - A Napoli e' triplicata la raccolta di carta e cartone, pari al 29% dei rifiuti differenziati e, dopo la frazione organica, ed insieme al vetro costituisce la frazione merceologica piu' raccolta. Una stima parla anche di un possibile raddoppio. A Salerno la percentuale della carta intercettata dalla raccolta differenziata e' la quantita' piu' alta tra le sei citta', il 60%; e potrebbe aumentare di un altro 9%. A Reggio Calabria la carta intercettata dalla differenziata e' pari a un quinto di quella potenziale. Cosenza ha la percentuale piu' alta di carta raccolta sul totale di rifiuti differenziati con il 35%, si tratta di 20 kg all'anno a persona. La raccolta di carta e cartone a Palermo rappresenta il 18% del totale della raccolta differenziata (meno 6% rispetto al 2005); si intercetta meno di un decimo della carta. Tra il 2005 e il 2012 a Trapani e' raddoppiata la quantita' di carta e cartone raccolti con una percentuale del 33%
La Compagnia
Daltrocanto approda in Emilia Romagna.
La formazione
musicale salernitana, dopo un tour estivo ricco di appuntamenti e contrassegnato
dalla partecipazione a numerosi festival, si attesta tra i dieci finalisti
della 1a edizione del Premio Pierangelo Bertoli nella
categoria “Nuovi Cantautori”.
Pierangelo
Bertoli, voce fuori dal
coro, cantautore nel senso più pieno e vero del termine, ha cantato i
sentimenti più profondi di almeno due generazioni. Dalla rabbia contro le
prepotenze nei confronti degli ultimi, all’indignazione per le ingiustizie della
società, senza dimenticare l’amore cantato però in maniera mai sdolcinata e
banale.
La Compagnia
Daltrocanto concorrerà nella sezione Nuovi Cantautori proponendo alla
giuria di esperti il brano inedito “Tammorriata della
ValleOffesa”. Una storia di gente, di lotta e di resistenza, una
storia facilmente associabile a un determinato popolo e alla sua bellissima
Valle e al treno che vorrebbe deturparla per sempre, ma che potrebbe essere,
anche domani stesso, la storia di noi tutti. Un testo d’amore per la propria
terra e le proprie radici, una dichiarazione di resistenza e di non
arrendevolezza. Ideali forti e ritmi mediterranei, un nuovo prodotto
contrassegnato dall’inconfondibile stile “Daltrocanto”.
La prima
edizione del Premio sarà assegnata a Eugenio Finardi.
Nel corso della
serata del 12 Ottobre, condotta da Andrea Barbi, saranno premiati
anche:
<!--[if !supportLists]-->·<!--[endif]-->per la categoria
PREMIO PIERANGELO BERTOLI "A MUSO DURO" I Nomadi;
<!--[if !supportLists]-->·<!--[endif]-->per la categoria
PREMIO PIERANGELO BERTOLI "PER DIRTI T'AMO", Il Cile;
<!--[if !supportLists]-->·<!--[endif]-->per la categoria
PREMIO PIERANGELO BERTOLI "ITALIA D'ORO" Mariella Nava.
A comporre la
giuria che decreterà il vincitore della prima edizione del
Premio: Giancarlo
Governi, giornalista e
autore televisivo, Fabrizio Pausinieditore musicale, il regista
pubblicitarioGuido De Maria,Bruna Pattacinicompagna di vita di Pierangelo Bertoli, Walter
Gattigiornalista e critico
musicale, Leo Turrini giornalista e scrittore,Stefano De MartinoPatron del Premio Lunezia,Claudio
CorradoAssessore alla Cultura del Comune di
Sassuolo,Enrico Ferraresimusicista
di Bertoli,Roberto
Alperoli Assessore alla Cultura del
Comune di Modena ePaola Gallogiornalista, voce diRadio ItaliaSolo
Musica Italiana.
Il Premio dedicato a
Pierangelo Bertoli è stato istituito dall’Associazione culturale Montecristo e
dal Comune di Sassuolo con il sostegno della famiglia Bertoli, e la Direzione
Artistica di Alberto Bertoli e Riccardo Benini.
Una
prima nazionale “Gli altri fantasmi” di Maurizio de Giovanni e la regia di
Brunella Caputo, per inaugurare, il 5 ottobre,
la stagione teatrale 2013-2014, al Piccolo Teatro del Giullare di
Salerno. Tutto esaurito per uno spettacolo che è il risultato del felice
incontro di due forti personalità: il giallista di successo Maurizio de
Giovanni e Brunella Caputo, elegante ed
accurata regista.
“Gli
altri fantasmi” è un testo di non facile approccio, non precisamente teatrale,
e si basa su personaggi che sedimentano
le loro esistenze là dove hanno svolto la vita, restandovi attaccati anche dopo
morti. Il mistero irrompe appena inizia lo spettacolo: buio, nebbia, raffiche
di vento, anime perse, perché di anime si tratta, che vagano in cerca della
loro storia. E tre sono gli episodi ad essere raccontati, rappresentati con
assoluta intensità.
In
uno di quei grandi palazzi, dall’androne immenso su cui si affacciano miseri
bassi, viveva una povera fanciulla di
cui non se ne conosce il nome, se non Filomena, di fantasia, che vuol dire
quella che deve essere amata. Prima di sei figli, ha appena 12 anni, ma già
conosce la vita essendo orfana di madre. Il padre si ubriaca e gioca a carte e
non si cura di loro, sicché tocca a lei provvedere per sé e per i fratellini.
E’ bella la giovanetta, sembra la
Madonna della Francesca…A raccontare la prima storia è
un’anima vagante che si mescola alla vita della poverella, tanto da farne
parte, tanto da essere felice per come
si è svolta la sua esistenza, tanto da confondere la sua morte con la vita e di
aggrapparsi ad essa.
“Il
dolore fa compagnia, ti abitui alla bestia che hai dentro, ti fa calore,
l’unico che mi viene da Bimbo mio e quando se ne va è un mare di silenzio che
urla…”. Cosi dice papo, il padre chiamato dal figlio con la “o” finale , perché
maschio. Papo e bimbo mio sono una cosa
sola, la madre se ne era andata via, giusto il tempo di partorire e poi seguire
la sua vita inconsistente, dove non c’era posto per essere genitrice. Quando il
piccino si ammala e muore non regge alla lacerazione, a quello strazio che
nessuno vede e altro non gli resta che dialogare con il cieco della strada, altro da sé.
“La
casa per ogni uomo è il suo regno, uno ha le sue cose piccole ma importanti, si
ritrova negli oggetti, negli spazi …” così interloquisce l’uomo del terzo
episodio con il suo pappagallo Loris. E’ preciso, meticoloso, pignolo, perfino
quando appronta il caffè, la sua unica passione. Prepararlo gli riesce bene e a
questo rito si dedica quotidianamente in modo maniacale, scegliendo la miscela
giusta, che solo don Mario della Pigna secca ha. Lui la fa venire dal Brasile,
un fanatico del liquido scuro al suo pari. Con la moglie non parla mai,
preferisce chiacchierare con Loris, il suo pappagallo. Dal canto suo la consorte
non sopporta né lui, né l’odore del caffè che ogni mattina la sveglia in modo
disgustoso. Il dialogo che ne consegue, ovvero il rinvio di due monologhi separati
con il povero Loris, altro non è che un
vomito di ingiurie. La fine dei due si addensa fosca…
Maurizio
de Giovanni è napoletano, figlio di una terra particolare, dove lo spettacolo
non è separato dalla vita, si recita a soggetto ovunque. A Napoli più che in altro posto del mondo si
ricevono doni dalla strada, regali particolari di intensa umanità, capaci, a
volte, di trasformare l’anima. Dalla sua città, Maurizio, ha ricevuto questi
doni, li ha raccolti in sé, li ha sedimentati, ha attinto con la modestia che
lo connota, qua e là, vuoi che fosse il popolo a dargli lezione, vuoi che
fossero intellettuali. Ciò che
esprime nei suoi scritti, dunque, è il tutto che si è stratificato in lui
attraverso gli studi, le letture, la cultura, la fruizione di immagini, di
musica e del grande patrimonio popolare che altro non è se non il desiderio di
completa identificazione con la sua città. Maurizio è Napoli, è nato dalle sue viscere ed è venuto
fuori come lava incandescente del Vesuvio. La sua scrittura è intrisa di
credenze, di riti, di allegria e di tristezza particolari, come solo a Napoli.
La popolazione di questa città, ad esempio, ha uno stretto contatto con i
morti, essi non se ne vanno mai definitivamente, si mescolano agli affetti e
ai misteri della popolazione, ed è così
per lo stesso commissario Ricciardi dei
suoi romanzi che vede i morti e vive
costantemente con essi. Nessuna meraviglia, quindi, se il suo scritto
teatrale, diretto superbamente dalla bravissima Brunella Caputo, abbia per titolo “Gli altri fantasmi”, in cui si scorge un omaggio a “Questi Fantasmi” del grande
Eduardo, o come nel primo episodio i palesi rimandi a Filomena Marturano: il
basso, la fanciulla-donna, il nome di essa, la
Madonna della Francesca, tanto simile alla Madonna delle
rose. E si scorge Eduardo anche nel terzo episodio, la
ritualità maniacale del caffè tanto cara all’uomo che mentre lo prepara parla
con il pappagallo. Ecco, Maurizio non si stacca dalla sua città, ha in serbo
tutto ciò che è stato il suo cammino interiore e lo srotola dolcemente per noi,
sicché Eduardo è pietra miliare. I personaggi di de Giovanni, però, hanno una
peculiarità sono fantasmi che si sovrappongono tra vita e
morte, sono apparizioni che invadono e popolano la sua fervida creatività.
Perfetta,
elegante e raffinata, la regia di Brunella Caputo, che nulla, nelle sue direzioni, affida al
caso. Sulla scena, personaggi, fantasmi o uomini che siano, si muovono surreali, avvolti da fumosa nube,
invasi da desideri tardivi. La giovane regista si è cimentata e con pieno
successo, in un pezzo di non facile ed immediata presa. Il risultato è il lungo
applauso che ha sottolineato la sua fatica.
I
tre episodi, usciti dalla nebbia e dal vento, di cui il secondo di un’intensa e
tenera liricità, sono stati interpretati da un cast di eccezionale bravura.
Mistero
e commozione connotano i primi due episodi, mentre il terzo segue marcatamente lo stile noir, di cui l’autore è
maestro. Perfetta la recitazione con inflessioni dialettali, senza essere
invasiva. Buona la musica sia negli stridii metallici, che nei passaggi
struggenti di violoncello. La scena scarna, come lo sono i fantasmi, ha
contenuto adeguatamente i pannelli in bianco e nero di Michele Paolillo.
Maria
Serritiello
Cast:
Cinzia
Ugatti, Caterina Micoloni, Augusto Landi, Michele Landi (voce fuoricampo),
Rocco Giannattasio, Mimma Virtuoso, Teresa Di Florio, Andrea Bloise.
Regia
Brunella Caputo
Luci,
musica e coreografie: Virna Prescenzo
Selezione
musicale: Brunella Caputo e Virna Prescenzo
L’ufficiale nazista aveva 100 anni Il legale: lascia una video-intervista come testamento umano e politico L’Anpi: «No a funerali spettacolo»
E’ morto a Roma l’ex capitano delle SS Erich Priebke, condannato all’ergastolo per l’eccidio delle Fosse Ardeatine: il 29 luglio aveva compiuto 100 anni. A darne notizia è stato il legale ed amico («per me è stato come un padre», ha ammesso) Paolo Giachini, secondo cui Priebke è stato trovato privo di vita all’ora di pranzo sul divano dell’abitazione di via Cardinal San Felice, dove scontava i domiciliari dal ’98. «Da alcuni giorni non stava bene, alcuni medici lo seguivano - ha confermato Giachini - ma è stato lucido fino alla fine. L’ultima volta che l’ho sentito è stato ieri sera. È sicuramente morto di vecchiaia». Nessuna camera ardente, per lui «c’è un posto accanto alla salma della moglie», a Bariloche, in Argentina ma «è ancora un’ipotesi perché ci sono aspetti burocratici da affrontare».
Mai una parola di pentimento per il proprio passato, mai un’espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie: Priebke è rimasto fedele a se stesso, ed a quello che ha fatto. Lui e Kappler stavano percorrendo a piedi la breve strada che unisce Villa Wolkonski a Via Tasso, il 23 marzo 1944, quando seppero dell’attentato a Via Rasella. Hitler ordinò prima la distruzione di Testaccio e San Lorenzo, poi si optò per la rappresaglia del 10 a 1: dieci fucilati per ogni tedesco ucciso. A fare la lista, nel corso di una notte, fu Kappler. E alla fine sui camion diretti alle vecchie cave di tufo dell’Ardeatina finirono in 335, contro i 330 previsti. Tutti uccisi a gruppi di cinque.
La cattura e il doppio processo in Italia, solo mezzo secolo più tardi, a interrompere la «seconda vita» vissuta oltre oceano.
«Non riesco a provare né pietà né gioia, non mi viene né da piangere né da sorridere per la morte di quello che era un essere vivente, non un uomo», ha spiegato Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana. «Ora le sue vittime sono ad attenderlo lassu’ in cielo». «Non ha scontato in vita e mi rammarico che non si sia mai pentito», ha detto Piero Terracina, uno degli ultimi reduci italiani al lager di Auschwitz: «non gioisco della morte di nessuno, spero che faccia i conti nella sede opportuna». Per Marcello Pezzetti, storico e direttore della Fondazione del Museo della Shoah di Roma, «non è morto nessuno! Priebke è nessuno. Il mio pensiero va a quelli che sono morti uccisi da lui».
«Rispettiamo la persona di fronte alla morte ma non possiamo dimenticare le vittime delle fosse Ardeatine. Erich Priebke è stato un criminale, al servizio di una dittatura sanguinaria», ha sottolineato Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi. «Da bravo avvocato rispettoso dei principi costituzionali - ha ricordato Bruno Andreozzi, che nel processo per l’eccidio difendeva l’Unione delle Comunità Ebraiche e la figlia di una vittima - sono sempre stato contrario alla pena dell’ergastolo. Quando ho concluso la mia arringa come parte civile nel processo contro Priebke, dissi al tribunale che `finché c’è l’ergastolo uno che merita di sopportarlo è proprio questo imputato».
E mentre la notizia della scomparsa del «boia» trova spazio anche sui siti esteri, suscita sconcerto l’ultima intervista «autografata» dallo stesso Priebke, risalente ai giorni dell’ultimo compleanno, in cui l’ufficiale rivendica «la fedeltà al proprio passato e nega l’esistenza stessa delle camere a gas: «non si sono mai trovate, salvo quella costruita a guerra finita dagli americani a Dachau». Una sorta di impressionante testamento politico, in cui si straparla di una «verità storica» manipolata dai «vincitori del secondo conflitto mondiale», che «avevano interesse a che non si dovesse chiedere conto dei loro crimini».
Per lo scienziato Berns i cani sperimentano emozioni come l'uomo
Gregory Berns, neuro-scienziato alla prestigiosa Emory university Usa, non ha dubbi: i cani hanno una capacita' di sperimentare emozioni come gli esseri umani.
Probabilmente come i cuccioli degli esseri umani, i bambini. A confermare le teorie di Berns - scrive lo stesso ricercatore sul 'New York Times' - sono i risultati di una serie di esperimenti condotti su decine di cani per due anni sottoponendo gli amici a quattro zampe ad esami di risonanza magnetica cerebrale mentre venivano impartiti segnali diversi. In pratica - spiega Berns - per determinare i 'sentimenti' degli animali non ci si e' basati sui comportamenti degli stessi, ma sull' attivazione di zone della materia grigia, comparando i dati con quanto avviene nelle persone.
La risonanza magnetica ha cosi' evidenziato che i cani di fronte a determinati gesti delle mani - che rappresentavano qualcosa di piacevole in arrivo per l'animale, come il ritorno a casa del padrone - hanno 'attivato' la zona cerebrale chiamata 'nucleo caudato'.
Questa area e' la stessa che si 'illumina' nelle persone in associazione a sentimenti di piacere e gioia in anticipazione di determinati eventi. "La neuroscienza chiama questa similarita' tra cani e persone una 'omologia funzionale' , in questo caso puo' ben essere l'indicazione delle emozioni canine" che rassomigliano a quelle dei bambini, ha scritto Berns.
E' stato stroncato da un infarto. Tra i suoi successi, "'Na canzuncella" e "Liù" ritorno in scena era previsto per il gennaio 2014, al teatro Trianon di Napoli, anche se molti dettagli erano da definire e la notizia non era ancora ufficiale. Gli Alunni del Sole guidati da Paolo Morelli, a 45 anni dal debutto, sarebbero tornati a esibirsi dal vivo.
Paolo Morelli è stato stroncato da un infarto a Roma, mercoledì sera. Alla vigilia di un momento forse decisivo della sua carriera: all'inizio di quest'anno era uscito un cofanetto della band napoletana, mai dimenticata dagli antichi fan e riscoperta nel corso del tempo da nuovi e più giovani ammiratori. Subito dopo, Morelli aveva scritto un brano per Patty Pravo, "Na canzone". Poi ci sarebbe stato il ritorno in concerto, a partire da Napoli. Una nuova fase, insomma, si sarebbe aperta per i discreti ma rigorosi musicisti che avevano messo insieme pop sinfonico, rock progressive e melodia