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sabato 20 febbraio 2016

I giovedì in musica al C.C.C. Luigi Francavilla di Salerno

 
 
 

Morto Umberto Eco, addio al semiologo scrittore autore de 'Il nome della rosa"


 
Fonte Ansa.it

Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c'era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l'infinito. Perché la lettura è un'immortalità all'indietro



         Fonte: profilo FB
 
È vero, Maestro: chi legge c'era all'epoca di Caino e Abele, alle porte di Troia, quando sono state costruite le piramidi. La lettura, lo hai detto tu, è un'immortalità all'indietro. Ma certe scritture, la tua tra queste, sono immortali anche nell'altro verso.
Addio all'autore del più grande romanzo thriller italiano. Ma arrivederci a ogni volta che ti rileggeremo.
Maurizio de Giovanni
 

Aveva 84 anni. Il cordoglio di Renzi e l'omaggio dei suoi lettori sui social
 
Lutto nel mondo della cultura per la scomparsa a 84 anni di Umberto Eco. Verrà commemorato nella sua città d'adozione, Milano. Il feretro del grande scrittore, filosofo e semiologo dovrebbe essere esposto nel corso di un rito civile al Castello Sforzesco. Sarebbe questo, secondo indiscrezioni, l'orientamento dei parenti: un rito civile che dovrebbe tenersi martedì prossimo, alle 15, al Castello Sforzesco.
Eco, nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932,  è deceduto alle 22:30 di ieri nella sua abitazione. Tra i suoi maggiori successi letterari 'Il nome della rosa' del 1980, che ispirò il film di Jean-Jacques Annaud  e 'Il pendolo di Foucault' (1988). Il suo ultimo libro critica al giornalismo, 'Numero zero' (LA RECENSIONE ANSA) è stato pubblicato lo scorso anno da Bompiani. Oltre che di romanzi di successo internazionale, nella sua lunga carriera Eco è stato autore di numerosi saggi di semiotica, estetica medievale, linguistica e filosofia.
 
Profondo cordoglio per la scomparsa di Umberto Eco è stato espresso ai familiari dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi. "Esempio straordinario di intellettuale europeo, univa una intelligenza unica del passato a una inesauribile capacità di anticipare il futuro", sottolinea Renzi che con lui si era intrattenuto a Milano, a Expo, lo scorso giugno assieme al Presidente francese Francois Hollande, proprio sui temi della identità europea, dell'innovazione scientifica, della memoria e della lotta contro l'intolleranza. "Una perdita enorme per la cultura, cui mancherà la sua scrittura e voce, il suo pensiero acuto e vivo, la sua umanità", conclude il presidente del consiglio.
 
 
 

 
 
 

 





“ Piscature” di Raffele Viviani al teatro Delle Arti attraverso un percorso sensoriale




Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello


Nel foyer “Peppe Natella” del Teatro Delle Arti di Salerno, venerdì12 febbraio, c’era il mare e con esso la risacca ondulante, strascicata sulla riva, un artificio tecnico che ha reso magicamente il suono di questo elemento, così presente nella nostra città. Ma a colpire gli spettatori, chiamati per assistere al dramma di Raffaele Viviani “E Piscature”, non è stato solo il suono dell’acqua salata, bensì l’intero percorso sensoriale, uno spettacolo nello spettacolo, compiuto, prima di arrivare a sedersi. Il Delle Arti si presta, per lo spazio di cui dispone, a sperimentare nuove forme di spettacolarità, utilizzando e coinvolgendo, come per venerdì scorso, i sensi. Una bella intuizione del gruppo TeatroNovanta, che, aiutati da Salvatore Acconciagiochi, della Bottega San Lazzaro, insostituibile per la sua manualità e responsabile professionalità, hanno trasformato il foyer in un borgo marinaro, per cui tutti gli attrezzi, reti, “spaselle” nasse, lampare, funi, ancore, utili alla pesca, hanno invaso il percorso ed il palcoscenico. Sul mormorio degli spettatori, che a passi lenti e gustando le tartine, cosparse di burro ed alici nostrane, dell’industria salernitana IASA si accingono ad entrare all’interno, si eleva la voce di Tommaso Fichele, accompagnato dal suono della chitarra di Fabio Notari

La scena, all’interno, si presenta a sipario aperto, con il mare, un fondale filmato, che la lambisce, mentre gruppi di pescatori vanno, vengono, parlano, rammendano le reti e sperano in un futuro migliore. Sulla destra, tirata a secco, un gozzo, su cui dipinto si legge il nome di “Peppe”, un chiaro riferimento, come anche la lampara accesa, fiamma votiva, a chi non c’è più. Sulla sinistra, invece, è ben visibile una misera baracca, congegnata in modo da poter seguire contemporaneamente il fuori della corte marinara e il di dentro della catapecchia, arredata con pochi oggetti e dove alla parete troneggia il quadro di Sant’Anna, simbolo di unità familiare. I pescatori che animano la scena lavorano per Cumpà Domenico (Gaetano Stella), secondo marito della zi Carmela (Elena Parmense) e patrigno di Catarina (Serena Stella) e Cicciariello (Antonello Ronga). Con loro nella baracca vive anche zi Austino, detto cient’anni (Matteo Salazano), nonno, da parte di padre, dei due ragazzi. La trama è semplice e descrive coralmente la vita di stenti a cui è soggetto il pescatore, sia esso padrone che aiutante. La storia si accende, quando Cumpà Domenico, un uomo burbero e rude, che ha un cattivo rapporto con Cicciariello, tanto da venire alle mani, rende espliciti i torbidi sentimenti amorosi verso la giovane Catarina. Approfittando dell’assenza di tutti i componenti del capanno e dei pescatori che stazionano, per lo più sempre dinanzi al povero ricovero, Cumpà Domenico, in preda alla furia amorosa, la violenta. Nessuno si accorge di nulla, né la madre, che insegue l’unione della famiglia, né il nonno, che cerca di dare affetto e buoni consigli. Solo Cicciariello, scopre la malefatta, dopo aver strappato la confessione alla sorella, vedendola in difficoltà, per cui non gli resta altro che vendicarla. Con un ingenuo stratagemma di una festa di pacificazione, a cui tutti sono invitati, il giovane attira il patrigno nella barca e non visto da nessuno, lo affonda a mare.

Il dramma si conclude tra lo stupore dei pescatori, che non si danno pace per l’orrenda fine del loro padrone e i pianti lamentosi della moglie, che professa in continuazione l’onestà e la dirittura morale del marito.

“E Piscature” è il terzo appuntamento, dei quattro, inserito nella rassegna “Napul’è mille culure”, che affronta attraverso i testi, il policromatismo della città. Foschi, passionali e sanguigni i colori del dramma di Viviani, rappresentato in maniera corale dal gruppo dei pescatori, bravi a caratterizzare e a differenziare i personaggi l’uno dall’altro

A spasellara– Chiara De Vita
Pascale ‘o spasellaro – Antonello Cianciulli
‘o Turrese – Giovanni Caputo
Siccetella – Manuel Mascolo
Gennarino – Alfio Battaglia
Giuvannella – Martina Iacovazzo
Zufia – Lucia Di Mauro
Santella – Lucia Voccia
Fortunatina – Alessandra Galdi
Mammiluccia – Daniela Abate
Luciana – Elisabetta Condorelli
‘o Puzzulano – Daniele Nocerino
Capitone – Mauro Collina
Temmone – Michele Ceruso
Pilo ‘e purpo – Gennaro Della Rocca

Un particolare plauso va a Matteo Salzano per aver caratterizzato in maniera speciale “zi Austine, il vecchio saggio, tremolante sulle ginocchia e voce strascicata, che ha esperienza e conosce come va vissuta la vita. Una eccellente interpretazione che ha fatto la differenza dello spettacolo. A distinguersi per impegno, sentimento e disinvolta recitazione sono stati Gaetano e Serena Stella, chiamati ad affrontare una difficile prova teatrale, per essere loro un padre ed una figlia nella vita reale. L’imbarazzo per il tema trattato è stato brillantemente superato per la bravura recitativa, consumata in Gaetano, fresca e giovane in Serena. Altra stella a brillare è stata zi Carmela, Elena Parmense, che ha dato un’interpretazione precisa dell’ingenua madre, tanto da non accorgersi del disastro familiare, un personaggio eduardiano, dove al posto del presepe, c’è l’unità familiare a tutti i costi. Infine un sanguigno Antonello Ronca, convincente nella parte del vendicatore della sorella, costretto a vivere e ad uccidere secondo le regole ferree di un’organizzazione tribale quale quella dei pescatori, immaginati e poi scritti da Raffaele Viviani.
Maria Serritiello
 
 
 
 

 



lunedì 15 febbraio 2016

Al teatro Ridotto Gennaro De Rosa vincitore del Premio Charlot 2015


 
 
 
 
 
Fonte :www.lapilli.eu
di Maria Serritiello
 

Al teatro Ridotto Gennaro De Rosa vincitore del Premio Charlot 2015

Per due sere consecutive e precisamente il 13 e 14 febbraio, il Teatro Ridotto di Salerno, direttore Gianluca Tortora, ha ospitato Gennaro De Rosa, il vincitore del Premio Charlot 2015, la rassegna della comicità più importante d’Italia.

Prima dell’inizio della sua performance, in camerino, gli chiedo di conoscerlo più da vicino (n.d.r.) e lui molto amabilmente accetta. Mi bastano poche battute per individuare in lui la dote naturale della comunicazione, che non è solo mestiere. Semplice, spontaneo, un sorriso quasi ingenuo su di un volto rassicurante, è il classico bravo ragazzo della porta accanto. Ogni tanto gli passa una punta di malizia sul viso, ma è lo scugnizzo che si fa spazio. Magro, occhi neri, capelli tagliati corti ed un leggero strato di barba spalmato sul viso, non si riesce, in lui, ad immaginare il fanciullo di 86 Kg della sua infanzia, eppure, lo è stato, con una dose massiccia di comicità, grazie alla quale oggi è un cabarettista che si sta facendo strada. Dalla sua ha l’umiltà di chi vuole migliorarsi, ha partecipato, infatti a due laboratori, a Napoli ed a Bari, studia i personaggi e le gag con cura, osservando la sua città, Napoli, una fonte inesauribile di umorismo. E’ un buon monologhista, non tira quasi il fiato, il suo spettacolo “Le cose non stanno bene” è un grosso calderone di barzellette, battute sulla famiglia, sui giovani, sulla crisi, sui soldi che sono sempre pochi, sulle cose che un tempo andavano in un modo ed oggi non più così, sulla fidanzata, prima e moglie, dopo, un repertorio che coglie ogni spettatore. Gennaro De Rosa ha anche una bella voce, infatti inizia lo spettacolo cantando “Sambaccussi” del grande Pino Daniele, per dare un certo taglio a tutta la sua esibizione, perché poi sceglie brani di Carosone “O russo e a rossa”, facendo cantare anche il pubblico e “O sarracino”, per continuare con “E allora” di Armando Gill, portato al successo dall’ indimenticato Roberto Murolo, una selezione, la sua, ispirata alla sapiente classicità napoletana. Non è stato sempre un solista, Gennaro De Rosa, infatti ha fatto parte del trio comico “I tre per tre”, esibendosi con loro, in estate, a Paestum, quando il Premio Charlot si era trasferito nella zona dei templi. Ancora non si dedica totalmente allo spettacolo, tutti i giorni per lavoro è rappresentante di detersivi, si augura di poter calcare il palcoscenico, se il successo lo arride. Ha 35 anni, diploma liceo scientifico, è sposato ed ha due belle bambine di 3 e 6 anni. Si scrive da solo i testi dei suoi monologhi, ogni volta che ne sente l’impulso, non legge molto, ma ascolta e partecipa al dibattito politico ed ama i grandi comici, da Totò a Troisi. Gli chiedo quale sia stato il consiglio più utile ricevuto “E luvà mano” (di desistere), mi risponde divertito ed autoironico, ma è ovvio che io la pensi al contrario, se una semplice sua battuta mi rallegra tanto.

Maria Serritiello
 

venerdì 12 febbraio 2016

Al C.C.C “L. Francavilla” s’incontrano tre associazioni culturali della città


Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello



Una serata artistica a tutto tondo, quella di lunedì 8 febbraio, in cui si sono riunite, presso il C.C.C. “L. Francavilla”, presidente Giovanni Paracuollo, appoggiato a casa Ruggiero di Via Lungomare Colombo, l'Associazione Centro Artisti Salernitani, l'Associazione Culturale Cypraea (sez. di Salerno e provincia), l'Associazione Yacthing Club Salerno e il C.C.C. L. Francavilla, ospitante.
La manifestazione, un bel l'esempio di associazionismo culturale, ha avuto come tema: "Ispirazioni Salernitane" e ad essa hanno partecipato artisti, poeti e musici.
Lungo le pareti dell'accogliente sede sono state esposte le opere di: Antonio Caroniti, scultore; Silvana Valese, ceramista; Rolando Lambiase pittore; Elena Ostrica, pittrice; Ferdinando Bove, pittore e Giovanna Orilia pittrice. Il commento ai quadri e le interviste agli autori sono state curate da Elena Ostrica e Nunzia Clarizia.
Per la poesia si sono esibiti: Rosalba Fieramosca, Vittorio Pesca e Chiara Rispoli.
Nel contesto artistico non è mancata la musica, che è stata espressa dai giovani clarinettisti: Sabrina Mercurio, Simone Esposito, Gerardo Aliberti, Raffaele De Maio, Pierfrancesco Senatore, Kauan Santoriello, del Liceo Musicale “Galdi” di Cava de' Tirren, diretti dal Prof.re Gioacchino Zito. Un repertorio musicale di tutto rispetto con brani tratti da Vivaldi, Mozart, Peter Warlock e Giuseppe Verdi. Due ore serene e godibili trascorse in assenza di bigia quotidianità. Conclusasi la parte artistica il conviviale, tra i presenti, è stato acceso dall'ottima cena, approntata da Francesco Stanzione del Delirium Pub. Il successo della serata ha fatto sì che di questi incontri ce ne saranno altri a seguire.
 
Maria Serritiello
 
 

giovedì 11 febbraio 2016


Fonte: In rete

 26 /27/ 28 febbraio  2016
Circolo Arci Mumble Rumble
Salerno
Ottava Edizione
 
 
 

La Compagnia dell’Eclissi al Teatro Genovesi con Il delitto all’isola delle capre di Ugo Betti

 
Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello
 
Già al suo apparire, alto, cappello a larghe falde calato sulla testa, bisaccia in spalle ed andatura sicura, risulta un personaggio ostile.  In effetti gli basta poco per scompaginare la quiete vita, sebbene poco appagante, delle tre donne che abitano la deserta isola. Esteticamente bella la scena di Luca Capogrosso, come anche la locandina, che ne annuncia lo spettacolo, è costruita in modo da fare entrare d’impeto nel magico ed addormentato, mondo pastorale, di una indefinita isola mediterranea. E se ne odono i suoni, il campanellino tintinnante delle capre, il fruscio setoso del vento e se ne avverte la calura dal pozzo che può abbeverare e se ne scorge il colore sia della sera, dai lumi accesi che del giorno, per l’affaccendarsi nella casa. Pia ed Agata, vestite di nero, rispettivamente sorella e vedova del padrone di casa, defunto in guerra e Silvia, sua figlia, poco più di una fanciulla, sono un perfetto trio da tragedia greca e così essa si svolge, tra passione folle e lucida vendetta. E così anche il posto, deserto e popolato solo da cupide capre, è simile ad una reggia omerica in cui si consuma l’attesa e dove la cisterna diventa un’ara sacrificale, mentre Pia, Agata e Silvia sono sempre più simili a tre parche, intente a filare, con la conocchia e l’aspo, la morte. Ed essa non tarda ad arrivare, nella maniera più orrenda, per vendicare l’offesa arrecata in modo esplicito, senza alcuna forma e nessuna riserva alle tre donne dall’insinuante forestiero.
Un dramma, quello di Ugo Betti, rappresentato poche volte ma sicuramente il più interessante, forte, pregnante ed esplicito nei modi e negli atti. Le tre donne, ognuna pervertita dalle voglie di Angelo, infatti non se ne risparmia nessuna, sono il suo angelo vendicatore ed il pozzo la sua condanna. Alcuni passaggi, quelli tra madre e figlia, sono particolarmente inquietanti e violenti, essere rivali e per lo stesso uomo, scatena in loro bassi istinti. La vendetta cova sia in Silvia, violentata e forse prena di lui, che in Agata, divisa tra l’amore materno, molto rude e l’aspra gelosia che ne prova. Solo Pia, sebbene innamorata, riesce con la fuga, in cui coinvolge la nipote, a sfuggire al triste epilogo. Silvia e Pia si sono allontanate dall’isola è questo che voleva Agata per salvare Angelo ed avere la sua parte di orrenda felicità. La fune che srotola all’interno, della cisterna, inutilmente, in modo convulso ed in preda ad una frenesia amorosa, è l’evidente prova che la sua anima e tutto il resto sono ormai persi per sempre.
Una rappresentazione perfetta, confezionata in maniera esemplare, ad iniziare dal buio di scena che è fosco, quanto lo sarà il testo, per continuare con la musica di Nick Cave, compositore australiano ed il canto evocativo di Savina Yannatou, con gli abiti, così curati di Angela Guerra e con gli oggetti pastorali a formare l’impianto scenico. E poi i protagonisti, eccezionali, non hanno sbagliato nulla della loro interpretazione, tutti adatti al ruolo da Roberto Lombardi, con la sua sicumera, spavalderia fisica e la voce impostata giusta, ha reso il più possibile ostile il suo personaggio, tant’è che il suo crepare nel pozzo, fa orrore ma solleva anche.
Marianna Esposito, immensa nella sua interpretazione, stigmatizza il personaggio con occhi, mani, corpo, camminata, voce, mobilità del viso, insomma con tutta se stessa. La sua freddezza ansiosa di essere “femmina” per Angelo, perché stanca di solo capre da pascolare, le danno una ferinità animale che travasa tutta sugli spettatori.
Buona la prova di Marika Mancini, una ventata di freschezza recitativa nel cupo dramma, ha reso bene l’innocenza prima e la voglia lasciva in seguito.
Lea Di Napoli, è la prima ad incontrare lo straniero, l’invasore della forzata sua quiete e se ne sente subita attratta. Pia vuole la sua parte e ciò lo esprime bene, Lea Di Napoli, interpretando in modo eccellente il ruolo. Come sempre la regia di Uto Zhali è curata, raffinata e di grande stile.
 
Maria Serritiello