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lunedì 18 gennaio 2016

A Salerno al Tempio di Pomona “Luci in Avalon” terza edizione Expo d’Arte Contemporanea



Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Il 9 gennaio scorso, a Salerno, presso il Tempio di Pomona, l’antico edificio di epoca romana, dedicato alla dea dei frutti “Patrona pomorum”, che Ovidio descrive con una falce in mano, si è inaugurata la terza edizione dell’Expo d’Arte Contemporanea “Luci in Avalon”. A curare l’evento, all’interno della luci d’Artista, di cui si accende Salerno, è stata l’associazione culturale “Avalon Arte”, presidente Dina Scalera, la cui organizzazione si perfeziona ogni volta di più.  Avalon Arte è una associazione senza scopo di lucro, che s’interessa di Arte in tutte le sue espressioni ed il cui nome la dice lunga, infatti Avalon … è un'isola britannica fantastica dove regnano bellezza, pace ed armonia, le sacerdotesse l'hanno circondata con dense nebbie e solo chi sa credere in lei può vederla. Un mondo fantastico dove regnano bellezza, sentimenti e fantasia, colmo di forme, colori, musica e parole.
33 artisti provenienti da ogni parte d’Italia e dall’estero, sono in esposizione, fino al 16 gennaio, dalle 10,00 alle 12,30 e dalle 17,00 alle 21,00, ingresso libero.
Anna Avossa, Francesco Bartolini, Cinzia Bisogno, Melinda Borysevicz, Calogero Buttà, Tommaso Campagnuolo, Daniela Capuano, Raffaele Concilio, Antonio Cosimato, Gisèle Dalla Longa, Antonietta D’Amico, Mena D’Antonio, Ugo de Cesare, Milena Gallo, Raffaele La Cava, Biagio Landi, Ida Mainenti, Gennaro Pascale, Marco Petillo, Giuseppe Quagliata, Rita Rotunno, Carmela Santi, Elena Savokhina, Arcangela Scalella, Antonio Scaramella, Pietro Sellitti, Paola Siano, Maria Sibilio, Marcello Silvestre, Francesco Tortora, Giuseppe Varuzza, Oriana Vertucci, Rosario Viano.
Clou della serata d’apertura è stato l’assegnazione del Premio Nolava 2015 al maestro salernitano Virginio Quarta, per la lunga e brillante carriera di oltre mezzo secolo. Il maestro, nativo di Taranto ma operante a Salerno dagli anni ’50, è considerato uno degli artisti più rappresentativi dell’intero Mezzogiorno d’Italia. Di lui hanno scritto  personalità del calibro di Vasco Pratolini e Filiberto Menna, Ferdinando Bologna e Raffaele De Grada, Luigi Compagnone e Domenico Rea, solo per citarne alcuni.
Virginio Quarta, classe 1938, si stabilisce a Salerno con la famiglia all’inizio degli anni cinquanta: dal 1954 al 1958 frequenta il liceo artistico di Napoli, dove studia, tra gli altri, con Eugenio Scorzelli, Guido Tatafiore e Renato Barisani. La sua attività espositiva ha inizio con la partecipazione ad alcune mostre e rassegne nazionali: Giovani pittori salernitani, (1953); Prima Mostra Provinciale d’Arte Giovanile, tenutasi al Centro di Cultura di Salerno (1958); VII Premio Nazionale Biennale di Pittura di Gallarate (1959). Nel 1974 riceve da Carlo Levi il primo Premio Marino Mazzacurati di Teramo, dedicato al disegno; dello steso anno è l’invito alla rassegna Arte Contemporanea ’73, tenutasi al Museo Civico di Bologna. Negli anni ottanta si segnalano numerose mostre personali; alla Galleria Il Catalogo di Salerno (1984, 1988), alla Galleria Il Babuino di Roma (1987, 1988), e le altre tenutesi alla Galleria Il Punto di Ravello (1988). Dagli anni novanta s’interessa alla ceramica, presentando i suoi lavori in alcune personali e nelle edizioni del Premio Nazionale Viaggio attraverso la Ceramica di Vietri sul Mare (2001 e 2003, 2012). Dal 2005 una sua opera è nella Collezione Permanente del Fondo Regionale d’Arte Contemporanea di Baronissi che, 2007, ospita una mostra antologica con opere dal 1960 al 2005. Nel 2011 è presente alla LIV Biennale Internazionale d’Arte di Venezia.“
All’Expo il Maestro è presente con una tela di grandi dimensioni (cm 100x100) dal titolo “Le carezze della sera”
Il premio “Nolava 2015” che consiste in una scultura originale in terracotta, rappresentante l’antica dea Nolava, simbolo dell’associazione culturale è stata realizzata dall’artista Biagio Landi, socio di Avalon Arte.
 
Maria Serritiello
 
 
 
 

All’Eco Bistrot di Salerno il gruppo folk “A Voce d’o Popolo”




Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Prima che l’anno finisse all’Eco Bistrot di Salerno, il particolare locale di Gianluca De Martino, aperto ai giovani di tutte le età, sito in via Lungomare Colombo, si è esibita la formazione folk “A Voce d’o Popolo”. 5 gli artisti: Iole Citro, Angela Genovese, Rosapia Genovese, Gaetano Genovese, Gerardo Genovese, rispetto ai 10 di quando sono al completo, hanno deliziato i presenti, che numerosi sono accorsi per ascoltarli, stando comodamente seduti e gustando le prelibatezze dell’accogliente locale.
La formazione al completo, con anche gli strumenti, è così composta: Gaetano Genovese (voce e tamburo), Guerino Citro (voce e tamburo), Donato Aliberti (voce e chitarra), Rosapia Genovese (sax e grafica), Iole Citro (voce), Angela Genovese (voce), Francesca Aliberti, Eeleonora Citro, Giandomenico Sessa, Bernardina Citro (ballerini).
Il gruppo è nato nell’agosto 2012 ed è formato da giovani, che gravitano nell’area del Comune di Fisciano e Calvanico (Sa), innamorati del canto e della musica popolare. La loro passione li ha condotti a fare ricerca, a migliorare le conoscenze musicali e a far rivivere canti, quelli più precisamente contadini, dimenticati o addirittura sconosciuti. Procedendo alla scoperta di canti “villici” si sono inoltrati in un percorso musicale di pregevole interesse. Le voci sono spontanee e piene di vigore e le versioni arrangiate sono di tutto rispetto e di una peculiarità propria. Dalla sua “A Voce d’o Popolo” ha bravi strumentisti, come Rosapia Genovese, la quale è in perfetta sintonia con lo strumenta e dialoga con il sax come una parte integrante del suo corpo, fiatandogli dentro senza il minimo sforzo. Tutto ciò che il gruppo esegue è godibile, estesa è la voce di Gaetano Genovese che sovrasta la tammorra, dal suono incassato e forte, popolari, senza essere sgraziate, le voci femminili di Iole Citro e Angela Genovese   a fare da controcanto e brave le ballerine, le stesse delle voci, a muovere volute aggraziate nel poco spazio a disposizione. Gerardo Genovese, padre di Rosapia e Gaetano, per la sera dell’Eco Bistrot, ha suonato, di rincalzo, la chitarra e si capisce, attraverso la sua esibizione, la passione musicale dei suoi due figli. I canti attraenti per il loro impianto popolare, vigorosi e addolciti ogni volta che l’esecuzione lo richiede, hanno trasportato, in pieno centro cittadino, della Salerno orientale, il mondo elegiaco della madre terra, unita indissolubilmente alla religiosità che regolava tutta la vita del popolo contadino. Pregevole, quindi, è il lavoro di ricerca a monte dei canti, prodotto dal gruppo e lodevole lo sforzo per la conservazione del patrimonio delle nostre radici, altrimenti perso.
Un’altra serata di successo all’Eco Bistrot di Gianluca De Martino, quella che ha ospitato “A Voce d’o Popolo”. La formula del locale è sapiente, ogni sera, per tutta la settimana, si propongono eventi culturali, tutti di grande rilievo e varietà, acciocché ognuno trovi il proprio interesse. L’entrata è libera, con la possibilità di consumare prelibatezze della casa, cucinate in maniera genuina o di bere solamente.
Il Bistrot è l’evoluzione dell’osteria, in seguito anche piccolo caffè e prende il nome dalla lingua francese.La leggenda metropolitana farebbe derivare il nome dei piccoli locali parigini, dal russo bystro, che significa "rapidamente". Al tempo dell'occupazione russa di Parigi (1814 - 1818) i soldati che non avevano il diritto di bere alcolici e temevano di essere sorpresi dagli ufficiali, dicevano spesso bouistro, bouistro, "rapidamente, rapidamente!" Un'altra interpretazione sull’origine del nome si basa sul fatto che, essendo i soldati russi, occupanti malvisti di Parigi, i camerieri servivano loro da bere molto lentamente e questi irritati gridavano loro “bistro bistro” Il bistrot si afferma in pieno illuminismo e si caratterizza per le frequentazioni di artisti e pensatori.
L’Eco Bistrot di Gianluca De Martino ha qualcosa in più rispetto ai locali del passato o quelli correnti e cioè l’obiettivo di far pensare ad un modo di vivere più sostenibile ed ecologico, nell’interesse del nostro territorio. Lodevole è l’impegno di Gianluca che, dall’aprile 2013, porta avanti non senza sforzi e fatica, il locale così particolare, finanche nella struttura e che se solo si frequenta si comprende quanto sia possibile un discorso eco-culturale, senza essere solamente commerciale.
Maria Serritiello
 
 
 
 

lunedì 11 gennaio 2016

È morto David Bowie, il trasformista del rock





 
 
Fonte: R.it Spettacoli

La notizia arrivata dai profili social ufficiali. Tre giorni fa, l'8 gennaio, aveva compiuto 69 anni ed era uscito il suo nuovo album, "Blackstar"

Tre giorni fa aveva compiuto 69 anni, nello stesso giorno era uscito Blackstar, il suo ultimo album, resterà il suo testamento. Due settimane fa aveva annunciato il ritiro "definitivo e irrevocabile" dai palcoscenici che non frequentava dal 2006. E' morto David Bowie, l'annuncio sul suo profilo ufficiale Twitter e Facebook: "Dopo 18 mesi di lotta contro il cancro se ne è andato serenamente, circondato dalla sua famiglia". La conferma dal figlio, con un messaggio accompagnato da una sua foto da bambino insieme al padre. "Davvero addolorato e triste nel dire che è vero. Sarò fuori dalle reti sociali per un po'. Grande affetto a tutti". Una notizia inaspettata, che ha colto di sorpresa e gettato nello sconforto il mondo intero. Se ne va una delle figure artistiche più celebrate e di maggiore successo della storia della musica.
David Robert Jones - questo il vero nome - nasce a Brixton, Londra, l'8 gennaio del 1947. Il suo primo singolo, Can't help thinking about me, viene pubblicato il 14 gennaio del '66 a nome di David Bowie e The Lower Third.  Nel 1967 l'incontro cruciale per la sua carriera, quello con Lindsay Kemp. Dall'artista apprende i segreti della teatralità, della mimica, dell'uso del corpo, elementi fondamentali della sua personalità artistica che si affermerà attraverso le sue tante "personalità". Il primo tour ufficiale è lo "Ziggy Stardust Tour", iniziato il 10 febbraio 1972 al Toby Jug di Tolworth, 103 date in 60 città, l'occasione per promuovere l'album The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, disco venerato che racconta la storia del primo dei suoi alter ego scenici, Ziggy Stardust, un extraterrestre bisessuale e androgino trasformato in rockstar, fra teatro kabuki e fantascienza, che fa di Bowie un portavoce della libertà sessuale. Ma è solo uno dei tanti alter ego di Bowie, da Aladdin Sane al Duca Bianco, una continua reinvenzione di se stesso che gli ha permesso di mostrare varie sfaccettature della sua arte nel corso della sua prolifica carriera. Nel 1973, con uno straordinario concerto all'Hammersmith Odeon di Londra, insieme agli Spiders from Mars, Bowie annuncia la fine di Ziggy Stardust. All'inizio degli anni Ottante è un mito. Uno dei pochi artisti in grado di conciliare rock e teatro, pop e avanguardia, ambiguità sessuale e arti visive, trasgressione e letteratura. Conta su solidi legami che vanno dal rock'n'roll stardom a Warhol e William Burroughs.

Dopo Station to station ('76) e The Thin White Duke ('76), Bowie lascia Los Angeles e si trasferisce a Berlino. Con la collaborazione di Brian Eno registra tre degli album più importanti della sua carriera, Low, Heroes e Lodger. Nella capitale tedesca riesce a liberarsi dalla cocaina e inaugura gli anni Ottanta con una nuova, clamorosa svolta stilistica che gli frutterà il più grande successo commerciale della sua discografia, Let's Dance, un raffinato viaggio attraverso il rock'n'roll, il funky, la dance più elegante. E' il periodo più commerciale di Bowie che spiazza ancora una volta i fan formando i Thin Machine, un quartetto chitarra, basso, batteria che suona un rock durissimo, disastroso dal punto di vista del mercato.

Non si fa mancare le incursioni nel cinema. Dopo piccole apparizioni, il grande successo nel 1976 come protagonista di L'uomo che cadde sulla Terra di Nicolas Roeg. Ma tra le sue interpretazioni si ricordano anche quella in Furyo di Nagisa Oshima del 1983, Absolute Beginners e Labyrinth del 1986 fino a Basquiat di Julian Schnabel del 1996, nel quale ha interpretato il ruolo di Andy Warhol.

Riservato, poco disponibile a interviste, nel 1992 si era sposato con Iman, modella di successo, che da allora gli è sempre stata accanto.  Per celebrare il matrimonio era stata scelta l'Italia, la chiesta americana di St. James a Firenze (ma si erano già sposati con rito civile a Losanna, dopo un fidanzamento che durava dall'anno precedente). Bowie aveva avuto due figli: Duncan Zowie Haywood (nato nel 1971 dal precedente matrimonio con Mary Angela Barnett) e Alexandria Zahra (nata nel 2000), ma considerata sua terza figlia anche Zulekha, nata dal precedente matrimonio di Iman.

Dal 1997 viene anche quotato in Borsa, grazie all'emissione dei Bowie Bonds effettuata offrendo a garanzia le royalties ricevute per i dischi venduti fino al 1993 (circa un milione di copie l'anno). Nel 2007 ha ricevuto il Grammy alla carriera, nel 2008 era stato inserito al 23º posto nella lista dei 100 migliori cantanti secondo Rolling Stone.






domenica 10 gennaio 2016

Alla Ribalta di Salerno" Un delitto tira l'altro"della compagnia" I soliti dispetti" di Roma

 
 

Venerdì 15 Gennaio 2016

alle ore 21,00

                    Teatro "La Ribalta"
           Via Salvatore Calenda, 98 Salerno

La Compagnia I Soliti Dispetti
            Presenta

Un delitto tira l'altro
da un'idea di Barbara Torre


                            Personaggi ed Interpreti 

Paola Verdecchia (Francine)
Patrizia Giancotti (Suzette)
Maura Boncristiani (Ernestine)
Peppe Paternosto (Alain )
Angelo Montella (Rose)
 
Scenografia: Barbara Torre
                 
                                    Regia
                             Barbara Torre




venerdì 8 gennaio 2016

Addio a Silvana Pampanini, esuberante bellezza. L'attrice aveva 90 anni


Fonte:R.it spettacoli

Ricoverata d'urgenza al Policlinico Gemelli di Roma, era stata operata lo scorso ottobre. Veneta di origini, celebre per la sua avvenenza, corteggiatissima, la sua prima grande passione è stata il canto
Silvana Pampanini, 90 anni, è morta dopo un lungo ricovero al Policlinico Gemelli di Roma, dove due mesi fa era stata sottoposta a un complesso intervento chirurgico addominale. Dopo un'iniziale ripresa, tanto da far pensare a un ritorno a casa, sono insorte complicanze che ne hanno interrotto il recupero. I funerali si svolgeranno venerdì 8 gennaio ore 11 presso la Parrocchia Santa Croce in Via Guido Reni 2 Roma. A dare la notizia è l'amico e manager dell'attrice Alessandro Lo Cascio. La notizia delle sue precarie condizioni di salute era stata diffusa lo scorso 25 ottobre dalla presentatrice Barbara D'Urso durante la trasmissione Pomeriggio 5. Paolo Limiti era intervenuto telefonicamente per annunciare che la Pampanini "era al corrente di tutto quello che le stava succedendo".
Nata a Roma il 25 settembre 1925, cresciuta in una famiglia veneta trapiantata da tre generazioni nella Capitale, nipote della celebre cantante lirica Rosetta Pampanini, si è diplomata all'istituto magistrale e al conservatorio musicale di Santa Cecilia. La passione per la musica è l'eredità che le lascia la zia Rosetta. Studentessa 21enne, viene iscritta dalla sua maestra di canto, senza esserne a conoscenza, all'edizione del concorso di Miss Italia del 1946. Non vincerà, poiché la vittoria andrà a Rossana Martini, ma saranno le proteste del pubblico a trasformare il primo posto della Martini in un ex aequo con la Pampanini.

La sua fortuna comincia da qui: sarà infatti proprio il concorso di bellezza più famoso della Penisola a lanciarla nel mondo del cinema: decisa inizialmente a intraprendere la carriera di cantante, la Pampanini inizia come interprete di pellicole musicali. È proprio cantando che ottiene una popolarità crescente, finendo sui settimanali illustrati e i cinegiornali all'epoca vendutissimi. Il padre, contrario alla carriera della figlia come attrice, lasciò successivamente il proprio lavoro e diventanto suo agente.

Nella prima metà degli anni Cinquanta è lei il volto dell'Italia che rinasce dopo la Guerra: più provocante di Sophia Loren e Gina Lollobrigida, il primo passo nel cinema avviene nel lungometraggio Il segreto di Don Giovanni di Camillo Mastrocinque, nel 1947. Diventa anche il simbolo della bellezza italica più rappresentativo nel mondo, accanto a Lucia Bosè e Silvana Mangano. Grazie all'ottima preparazione musicale, nel decennio che va dal 1947 al 1957 registra anche dei dischi, interpretando brani incisi su 78 e 45 giri.

A quel punto le proposte sono numerose: tutti la vogliono, Finisce sul set di commedie come 47 morto che parla (di Carlo Ludovico Bragaglia, 1950) o Bellezze in bicicletta (di Carlo Campogalliani, 1951), dimostrando di riuscire a recitare non solo ruoli della donna fatale ma anche calarsi in personaggi più impegnativi, recitando in storie drammatiche come Processo alla città di Luigi Zampa (1952) e Un marito per Anna Zaccheo di Giuseppe De Santis (1953).

Spezza il cuore a molti illustri uomini: la cronaca rosa racconta di flirt con principi e re, da quello afgano Ahmad Shah Khan a Faruq I d'Egitto, fino a colossi del cinema mondiale come Tyrone Power, Omar Sharif e Orson Welles. Persino Totò pare avesse scritto la celebre Malafemmena per lei, oltre che per la prima moglie Diana Rogliani, in procinto di lasciarlo per sposare un altro. L'unica certezza - lei smentì sempre tutto, parlando di un unico amore, un uomo più vecchio di lei e mai identificato - è che Antonio de Curtis la chiese in moglie incassando un "ti amo come amerei un padre". Lo stesso che provava per l'inseparabile padre-manager che, da sempre gelosissimo della figlia, la "scortava", nel fiore degli anni, per le strade di Cinecittà. In Francia la Pampanini è conosciuta con lo pseudonimo di Ninì Pampan: molti locali parigini, colpiti dalla popolarità dell'attrice sinonimo di sensualità ed avvenenza, vengono così ribattezzati in suo onore; in Giappone l'imperatore Hiro Hito, per riuscire a vederla da vicino, è addirittura pronto a infrangere le regole del più rigido cerimoniale.

Sul grande schermo, la bellezza della Pampanini fa altrettante vittime: la vita di stimati e integerrimi magistrati viene stravolta dall'amore per lei (La presidentessa di Pietro Germi del 1953) e, sempre in onore della sua avvenenza, riceve indulgenza da un altro giudice, Peppino De Filippo, in un altro titolo dello stesso anno, Un giorno in pretura di Steno. Amante dello sport (in Bellezze in bicilette era agile quasi come Fausto Coppi), nel 1955 fa girare la testa anche a Paolo Stoppa e al notoriamente diffidente Alberto Sordi (La bella di Roma di Luigi Comencini).


Nel 1958 diventa regista: realizza un cortometraggio dedicato alla passione che non l'ha mai abbandonata, quella per la musica: si intitola Melodie a Sant'Agata ed è un omaggio a Giuseppe Verdi. Dagli anni Sessanta dirada la sua attività cinematografica. Nel 1964 Dino Risi la dirige ne Il gaucho, il film che chiude, di fatto, la sua carriera al cinema. Due anni dopo, con vent'anni di carriera alle spalle, si ritira per dedicarsi alla cura dei genitori anziani.

Sul set tornerà soltanto nel 1971 per il film a episodi diretto dal regista Mariano Laurenti, Mazzabubù... Quante corna stanno quaggiù? e nel 1983, per un'apparizione nel ruolo di se stessa ne Il tassinaro (1983) di Alberto Sordi. Autrice del libro di memorie Scandalosamente perbene, nel 1998 prende parte al film televisivo di Pier Francesco Pingitore, Tre stelle.

 




“O di uno o di nessuno” di Luigi Pirandello al teatro Genovesi di Salerno


Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

La musica che introduce lo spettacolo di Luigi Pirandello “O di uno o di nessuno”, al teatro Genovesi di Salerno, è di Mendelssohn, "Lied ohne Worte" (Canto senza parole). Le note aleggiano dolcissime, prima tra gli spettatori, poi si posizionano, ad apertura di sipario, tra Tito e Carlino, i giovani protagonisti, tentando di addolcire la disputa che di lì a poco prenderà consistenza. Ed eccoli l’uno di fronte all’altro, separati da un tavolo tondo, a consumarsi in una simbolica partita a dama, nel tentativo di stabilire un unico vincitore, che si scoprirà non essere possibile.
Tito e Carlino, la cui amicizia affonda ai tempi dell’Università, decidono, una volta sistemata la vita lavorativa, di chiamare a sé, per dividere le spese ed il divertimento, Melina, la giovane che, ai tempi dell’Università, aveva scaldato i loro corpi. Tutto sarebbe stato perfetto, se la donna, che aveva accettato la conveniente proposta, casa e mantenimento, non scoprisse di essere incinta e senza sapere chi dei due possa essere il padre.  La notizia, caduta come scure su di loro, incapaci come sono, per insano egoismo, di assumersi in alcun modo responsabilità, accende rozze discussioni, in tono aggressivo e bieca gelosia che non tengono in nessun conto delle nuove esigenze della povera Melina. Di contro la giovane, nello stato di grazia e che solo la maternità consegna alle donne, si contrappone per dignità e nobiltà di sentimenti, il figlio è suo e l’unico desiderio è di tenerselo senza pretendere niente dai due. Nulla si svolgerà come avrebbe desiderato Melina, il figlio sarà dato in adozione, perché lei, minata da salute malferma, morrà. Tito e Carlino sgravati da ogni responsabilità riprenderanno la loro vecchia vita da amiconi e la partita a dama dove l’avevano interrotta.
Il testo teatrale ricavato dalle “Novelle per un anno” dallo stesso Pirandello nel 1925, fu portato in scena nella primavera del 1929, dalla compagnia Almirante –Tofano e nei panni dell’avvocato Merletti, un giovane Vittorio De Sica.
In “O di uno o di nessuno”, ancora una volta Luigi Pirandello porta fino all’esasperazione il rapporto d’amore, costruendo un ménage a trois che va contro ogni regola sociale, in considerazione dell’epoca in cui fu scritta, tant’è che Melina vive ai margini, isolata, in una casa lontana dai due e senza mai apparire, per salvaguardare la convenienza sociale.  La prevaricazione dell’uomo sulla donna, in questo scritto come in altri, è così palese da costringere a pensare ad una rivalsa dell’autore, su ciò che doveva subire dalla sua stessa insana moglie. Infatti Luigi Pirandello ci consegna, ogni volta, la figura femminile come donna dimessa, tenera, docile, modesta, i cui diritti sono facilmente calpestabili. Melina è sì una prostituta e già il mestiere la condanna a “cosa” nelle mani dei due miserevoli, ma tende a riscattare la sua rassegnata condizione, con grande dignità, quando ha per sé il dono della maternità. L’insensibilità maschile, tesa solo a cancellare il problema della paternità di uno dei due, nascondendosi dietro al fatto che non si potesse stabilire effettivamente la responsabilità di uno e l’esasperato egoismo, scompaginano il solo legittimo desiderio di Melina di tenersi il figlio che, malgrado di chi fosse, è suo per un diritto naturale. Tito e Carlino non sono un modello risoluto e considerevole di uomini, anzi sono tanto più puerili ed infantili quando più la vita reale gli presenta il conto. A pensarci bene, se Pirandello tratteggia la donna vittima ed ineluttabilmente sacrificale, non tratta meglio gli uomini che, ogni volta, per sistemare la loro vita, non esitano ad andare contro l’etica e la morale. Melina pur nella disfatta è una figura di donna che trattiene per sé dignità e rispettabilità e le irraggia intorno, una docile “Filumena Marturano” ante litteram, a cui Eduardo darà forza e vigore.
Una piacevole scoperta sono stati i giovani attori impiegati nel testo minore di Pirandello, per cui hanno tenuto alto le buone interpretazioni che la Compagnia dell’Eclissi, di questo autore, mette in campo. Una recitazione quella di Mario De Caro e Marco De Simone (Tito, e Carlino), soddisfacente, non di maniera, con un buona dose di sicurezza, energia vitale e giusta aggressività verbale. Buona la presenza scenica di Monica De Vita, (l’affittacamere) nel rendere il personaggio di infingarda e moralista, il più reale possibile. Ottima la prova di Gerarda Mariconda, una Melina delusa, rassegnata, nobile, elegante, dignitosa e volitiva, aggettivi passati sul suo volto e nella sua voce. Che dire di Enzo Tota (l’avvocato Merletti), il valore aggiunto tra questi giovani, bravo come sempre, dosato, ironico, commosso, la triplice faccia di un consumato attore che ha trascinato tutto lo spettacolo, un mentore per consigli scenici e di copione. A corollario Andrea Iannone (il dottore), che con poche battute reso giustamente il personaggio. A tutto il team e cioè: Angela Guerra (costumi e direzione scenica), Felice Avella (direzione artistica), Luca Capogrosso (allestimento scenico) e Marcello Andria (adattamento e regia) va il plauso caloroso, per aver confezionato, di concerto, ancora una volta, uno spettacolo gradevolissimo, bilanciando alla perfezione tutte le sue parti.
 
Maria Serritiello
 
 
 

BUON ANNO 2016



TUTTO CIO' CHE VORRESTE CONSIDERATELO ESAUDITO...
PER ME SALUTE E SERENITA' UNITAMENTE AI MIEI CARI