OLIVETO CITRA STRALCIO DI UNA FOTO DI GRUPPO IN VISITA AL PASTIFICIO PEZZULLO
Con Rossella Di Giorgio( al centro della foto), di cui ricordo perfino la voce, ci messaggiamo spesso. Lei insegna a Verona e mi aggiorna con alternanza della sua vita al nord. Ieri sera mi ha inviato questo messaggio di cui desidero lasciare traccia nel mio blog.
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Giunti ad un certo punto della vita, sapere gli effetti prodotti sugli alunni fa bene, ora che il mondo va così contrario agli insegnamenti dispensati. Quando mi contattano e mi parlano, li riconosco come figli spirituali e ne sono profondamente felice. Grazie Rossella e a tutti voi che mi portate nel cuore, io vi ho dato tutto quel che avevo del mio, anni fa. Vi abbraccio. La Prof.
Ciao prof.....come sta? Indovina
quale è stato il mio primo libro in assoluto? Cent'anni di solitudine....ero in
seconda media quando l'ho letto, mi ricordo ancora l'entusuiasmo di leggere un
libro di uno scrittore che aveva appena ricevuto il premio nobel....non so se
si ricorda..ma io ricordo benissimo il suo entusiasmo e la passione con cui
parlava del libro e dello scrittore....e quando io racconto in giro che l'ho
letto in seconda media, nessuno ci crede....io la ringrazio prof.Maria per
tutto quello che mi ha anzi ci ha donato...ciò che ricordo è una didattica
rivoluzionaria ferma sulla passione della lettura e dell'immaginazione lontana
dalla struttura rigida dell'apprendimento, ma che ci stimolava
nell'osservazione di tutto quello che ci circondava e del nostro territorio: il
giornalino, le nostre tradizioni, l'origine del mercato etc etc Thank you
prof.Maria.....le auguro una meravigliosa Pasqua....un abbraccio Ross
Chiudete gli occhi,ragazzi, siamo seduti in circolo nella spazio retrostante alla scuola di Oliveto Citra. E' giugno, fra qualche giorno andremo tutti in vacanza, ma prima la recita finale che riassuma tutte le attività svolte. Il sole ci picchia in testa, ma che importa e quando tutti i genitori , professori e Preside si saranno accomodati noi interpreteremo, tutti assieme, me compresa ed il Prof, re Guido Cataldo, Maestro d'eccelenza , che allora insegnava inglese, "O Cunte e Cicerenella". Guido ne aveva una versione creata dal padre e che gentilmente aveva messo a disposizione della scuola. Il prof Cataldo fece di più, quella volta, oltre che suonare la chitarra, il sassofono e preparare la parte musicale, dipinse anche le scene. La parte recitata , ovviamente,era a mio carico, come la raccolta di ginestre che addobbarono in un mare di giallo, la scena.
Lei gli domandò in quei giorni se era vero, come dicevano le canzoni, che l'amore poteva tutto. – È vero – le rispose lui – ma farai bene a non crederci. »
La sua notorietà si deve principalmente all'attività di scrittore, nella quale si è espresso ad un altissimo livello, ottenendo un grande successo di pubblico e di critica in tutto il mondo. Considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico in narrativa, ha contribuito a rilanciare fortemente l'interesse per la letteratura latinoamericana
La sua prosa è sempre scorrevole, ricchissima, immaginifica e costantemente pervasa di una amara ironia; la struttura dei suoi romanzi complessa e articolata, con frequenti intrecci fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda, con una grande padronanza nel gestire diversi piani di lettura, anche allegorici, oltre che di un uso sapiente di analessi e dello svolgersi di vicende parallele. Il suo romanzo più famoso, Cent'anni di solitudine, è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnolapiù importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.
Narra le vicende delle varie generazioni della famiglia Buendía, il cui capostipite, José Arcadio Buendía, fonda la città di Macondo. La storia, non lineare, è narrata attraverso diverse cornici temporali, tecnica ispirata dallo scrittore argentino Jorge Luis Borges (come ne Il giardino dei sentieri che si biforcano). Il libro, ampiamente apprezzato, considerato da molti l'opera maggiore dell'autore, è stato pubblicato inizialmente in spagnolo nel1967, successivamente è stato tradotto in trentasette lingue e ha venduto più di 20 milioni di copie
Il realismo magico e la materia tematica di Cent'anni di solitudine lo rese un importante e rappresentativo romanzo del boom latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta,[3] influenzato stilisticamente dal Modernismo (europeo e nordamericano) e dal movimento letterario legato alla rivista cubanaVanguardia.
Mercoledì 16
aprile, alle ore 16.30, presso Villa Guariglia a Raito di Vietri sul Mare, si
terrà l’iniziativa “Salerno Capitale a Villa Guariglia. Opere e testimonianze
nella biblioteca dell’Ambasciatore”.
Nell’ambito delle
iniziative di “Salerno Capitale”, che hanno visto coinvolti tutti gli Enti e le
associazioni territoriali con il coordinamento del Comune di Salerno, la Provincia di Salerno ha
voluto celebrare l’evento ricordando la figura di Raffaele Guariglia, con un
incontro di studi, l’allestimento di una mostra bibliografica e una visita
animata alla splendida Villa di Raito, dove furono ospitati il re Vittorio
Emanuele III e alcuni ministri.
L’incontro
seminariale si pone come momento introduttivo necessario per contestualizzare storicamente
la figura dell’ambasciatore, di cui si ricostruisce la biografia sotto il
profilo pubblico, rappresentato dall’intensa attività diplomatica, e privato
legato ai rapporti familiari e sociali.
Il legame
dell’Ambasciatore con la città e con il territorio fu fortissimo, come
documentano le sue pubblicazioni e le opere presenti nella biblioteca privata
che egli volle donare, insieme alla casa di Raito, proprio alla Provincia
“perché Salerno ne abbia maggior fama e lustro”.
Il percorso
espositivo si articola secondo tracce di ricerca che tengono conto dei “segni”
di possesso ritrovati sui volumi della biblioteca Guariglia (ex libris, timbri,
cartigli) e delle presenze editoriali attestanti, da un lato, l’attività
pubblicistica dell’Ambasciatore e il suo interesse per i temi politici e
sociali e, dall’altro, i rapporti che egli ebbe con le personalità del tempo e
le cui testimonianze si ritrovano in dediche e note manoscritte.
A conclusione
dell’iniziativa, pièces teatrali, a cura dell’Associazione Erchemperto,
animeranno la visita alla Villa.
“L’evento – afferma
l’Assessore Matteo Bottone – rappresenta un momento importante per la
promozione di Villa Guariglia, un complesso architettonico di grande fascino e
bellezza, in cui si coniugano natura e cultura”.
“Il percorso
espositivo – sottolinea Barbara Cussino, Dirigente del Settore Musei e Biblioteche
– costituisce un primo passo per la valorizzazione del ricco fondo librario di
Villa Guariglia, la cui catalogazione, già avviata, consentirà di mettere a
disposizione della comunità degli studiosi un patrimonio bibliografico di
grande pregio”.
Alla manifestazione
interverranno Franco Benincasa, Sindaco di Vietri sul Mare, Ermanno Guerra,
Assessore alla Cultura del Comune di Salerno, Matteo Bottone, Assessore al
Patrimonio, Cultura e Beni Culturali della Provincia di Salerno, Antonio
Iannone, Presidente della Provincia di Salerno, Barbara Cussino, Dirigente del
Settore Musei e Biblioteche della Provincia di Salerno, Alfonso Conte, Docente di Storia Contemporanea dell’Università
degli Studi di Salerno, Pasquale Natella, Storico.
Nemmeno
questa volta la “Compagnia della Betulla” di Nave (BS), diretta da Bruno Frusca,
abituale presenza al “Genovesi”, ha scelto un testo facile, per il quarto
appuntamento, del VI Festival Nazionale Teatro XS, Salerno. Ed infatti “Copenaghen”,
il dramma scientifico, presentato lo scorso 23 marzo, è di forte impatto
culturale. L’autore Michael Frayn, un londinese
del ’33, con questo pezzo è al suo tredicesimo
scritto teatrale, oltre a tutte le diverse sue composizioni.
Autunno
1941, la Danimarca
è occupata dall'esercito nazista, quando il fisico Werner Heisenberg, a capo
del progetto nucleare tedesco, fa visita al suo antico maestro, il danese Niels
Bohr. Quale fu l’argomento della conversazione, tra i due studiosi, resta
ancora un mistero, oggetto tuttora di dibattito, intorno al quale Michael Frayn
congegna un raffinato lavoro teatrale. Il pregio dello scrittore sta nell’aver coniugato,
in modo equo, l’inevitabile erudizione dell’argomento, trattasi della bomba
atomica, con gli ingredienti propri
della drammaturgia.
Ottant’otto
minuti, una scena oscura, 5 sediolini sparsi qua e là, una lavagna su cui sono
fissate formule scientifiche ed un dialogo nella sua interezza di difficile
comprensione è ciò che è i tre attori della Betulla hanno avuto a disposizione per attrarre l’attenzione ed affascinare il pubblico del Genovesi, il quale,
in verità, ha osservato un silenzio reverenziale, per non perdere nessun passaggio della storia.
Niels
Bohr, per metà ebreo, matematico,
filosofo della scienza e teorico della fisica, vive a Copenaghen con la fedele
moglie Margreth, al momento della rappresentazione teatrale, loro due, ma anche
l’allievo prediletto, sono già morti. Si, tutti e tre defunti e così la storia,
per essere compresa, prende il via da un episodio trascorso e cioè quando l’ex
allievo li raggiunge nella loro casa. La venuta nella città danese da Berlino di
Werner Heisenberg, uno scopo ce l’ha, ma non si palesa mai. L’ex allievo, con
il maestro, non gioca a carte scoperte, forse lo fa solo quando, allontanandosi
per una passeggiata fittizia, confiderà a Bohr il vero motivo della visita,
lasciando sua moglie Margreth ed il pubblico all’oscuro, fino alla fine. La conversazione
colta, quella palese per intendere, a
cui il pubblico assiste, non squarcia
nessuna verità e nulla aggiunge a quanto già si sa sui due scienziati, ma serve
a dialettalizzare sulle proprie scoperte,
quella del “Principio di Complementarità”
che portò Niels Bohr, a vincere, nel ’22, il Premio Nobel ed al “Principio di
Indeterminazione” di Werner Heisenberg, con il quale, 10 anni dopo al suo
maestro, nel ’32, vinse il Nobel per la fisica. Sia quello di complementarità che
di indeterminazione, sono stati i
pilastri portanti della grande interpretazione della meccanica quantistica, detta
appunto di “Copenaghen”, attaccata da Albert Einstein. Da parte sua lo
scienziato non credeva in una natura probabilistica,ma un sistema perfettamente ordinato di leggi
naturali, semplici e deterministiche.
Se
per tutte le nozioni erudite, rimandate in
scena, si pensa di assistere ad una
dotta lezione di cervelloni o ad uno sfoggio di formule oscure, astruse, si è
in errore, il dialogo creato dall’autore ha una leggerezza sì sorprendente da rendere
comprensibile e piacevole tutto ciò che i
due scienziati si dicono. Sta proprio
nell’intendere i fatti, non propriamente conosciuti dai più, il vero fascino di
questa ricercata rappresentazione. In aggiunta, poi, vi è anche il dramma
umano, quello di un’amicizia che si tronca, di una collaborazione scientifica
non più possibile, della diversità di nascita, l’uno ebreo, l’altro ariano
e del senso di colpa di entrambi o forse
di uno, nel sapere che il futuro degli altri può stare nelle proprie mani.
“ Cophenaghen e di colpo eccomi qua che scendo
dal treno, proveniente da Berlino” principia Werner Heisenberg, apparendo
in scena dove ad attenderlo c’è il maestro Bohr, contraria alla sua visita,
invece, per intuito tutto femminile, la moglie Margarth, che non si spiega la
ragione di quell’incontro “ nella borsa”
continua” ho il testo della lezione che
devo tenere, nella mente ho un’altra
comunicazione che deve essere consegnata, la lezione è sull’astrofisica, il testo
nella mia mente è più difficile…”
L’allievo
più bravo di Bohr, lo si intuisce, è venuto appositamente a Copenaghen per
invitarlo a collaborare al programma
nucleare tedesco, il progetto del regime nazista, finalizzato alla costruzione
della bomba atomica. Heisenberg da due anni è alla testa del programma, la
conferenza da tenere nella città danese è
solo una copertura.
“Copenaghen” di Michael Frayn al Teatro “Genovesi” viene rappresentato priva
di orpelli, neanche la musica lo accompagna, in scena nessuna distrazione, laddove
si rappresenta la lotta tra la scienza e la coscienza, tra il bene ed il male, tra la salvezza ed il potere. C’è vuoto intorno, quasi a
voler rappresentare quello interiore, quello che ha invaso, ad un certo punto, i personaggi,
specchio della società. Gli anni bui nei quali sono costretti a vivere hanno
cambiato le loro vite e sebbene il nazismo non appaia nella sua crudezza, come
viene ogni volta figurato, alita intorno, fiatando sul collo dei tre, nelle
loro parole monche, attente e guardinghe.
Di ricordi in comune ne hanno tanti, provano anche a raccontarseli ma si
sfaldano per la diffidenza e si accantonano senza più rimpianto.
Le
caratterizzazioni dei tre personaggi risultano perfette, nessun trucco, semplicità di costumi, solo piccoli
particolari per tracciarne l’epoca: la gonna grigia a ruota di Margreth, il
pullover verde militare, ma anche gli occhialini
spessi e tondi da miope o il nodo scappino della cravatta di Bohr, i capelli folti,
aggrovigliati di Heisenberg ed ancora le mani intrecciate dietro la schiena
dell’uno, mentre ascolta il dire dell’altro,
la collana di perle ed i capelli raccolti sulla nuca, la sobria eleganza di Margreth.
Piccolezze volute per l’allestimento, nulla è affidato al caso e che fanno di “Copenaghen” uno spettacolo di grande
pregio. L’attenta e curata regia di Bruno Frusca, solo lui è capace di
scegliere pezzi così poco popolari e non è la prima volta, tramutandoli in capolavori,
ha fatto la differenza. Eccezionale la bravura di Luca
Bassi Andreasi (Niels Bohr), Andrea Albertini (Werner Heisenberg) e Ester
Liberini (Margreth), oltre che per l’ottima recitazione, sopratutto per la
straordinaria memoria impiegata nel ricordare
un testo di così smisurata difficoltà.
Nel
febbraio 2002, da un lettera di Bohr ad Heisenberg, del 1957, mai spedita, si
apprende che, nella conversazione del ’41, Heisenberg non si era posto nessun problema
morale a riguardo il progetto di costruzione della bomba, anzi aveva
convinzione che l’ordigno mortale avrebbe deciso l'esito della guerra in favore
della Germania nazista.
Divulgare
è conoscenza, così per “Copenaghen”, grande rispetto per la scelta della
Compagnia della Betulla di Nave.(ndr)
Caro Dio” di Giovanna Castellano, la cui prima è andata in scena il 5 aprile scorso, alla presenza dell’autrice e di Angela luce, la famosa cantante partenopea, sarà in cartellone al teatro del Giullare di Salerno fino al 20 aprile prossimo. Il pezzo si avvale della stupenda recitazione di Cinzia Ugatti, colei che si pone le domande sulla fede, di quella perfetta del prete, Matteo Amaturo, delle luci di Virna Prescenzo, della scenografia, di Olga Marciano e Giuseppe Gorga e della Regia del giovane Angelo Ruocco. Un team di eccellenza, unitosi intorno ad una pièce che affronta con asprezza ma anche ironia, i tanti perché del nostro credere, scaturiti dalla lettura della Sacra Bibbia. Il libro “Caro Dio”, è già alla sua terza edizione ed ha vinto il premio “Ente Teatro Miseno 2004” per il miglior testo come spettacolo teatrale. Da sottolineare che la scenografia dello spettacolo è stata interamente realizzata con dei rifiuti. Olga Marciano e Geppino Gorga, gli scenografi artisti, da anni sono impegnati nell’arte del riciclo e per la rappresentazione del Giullare hanno firmato l’ecoscenografia per la prima volta.
Lo spettacolo prende inizio, in scena tra luci ed ombre, un grande libro della Bibbia fa mostra di sé, con altri oggetti che hanno a che fare con la religione, come una marmorea acquasantiera, un viscido serpente, quello del peccato originale ed una cassetta per le offerte. Un corpo disteso a terra dinanzi ad una raffigurazione del mondo sta in silenziosa meditazione, mentre un prete sgattaiola furtivo a prendere posto su di un piccolo trono dorato, metafora evidente, per recitare il santo ufficio. Quando il corpo prende movimento e si sposta raggiungendo il librone delle sacre scritture per sfogliarlo, ecco che cominciano tutte le domande ad affollarsi nella mente della protagonista. Con voce ferma ed occhi alti, lei si rivolge all’Ente Supremo, dicendo “Caro Dio”, come per dire solo tu mi puoi illuminare, solo tu puoi darmi spiegazioni e risposte ai miei dubbi, perché sei l’essere superiore all’umano pensiero. E le domande, in verità, sono molte, in un’ora e più di spettacolo, tra le tante: “Perché si ha fede?” “Come fa a pregare chi non ne ha?” “Le guerre sono giuste?” “Perché un Dio infinitamente buono ha creato la sofferenza” “In principio Dio creò il cielo e la terra, ma prima che cosa faceva?” E poi l’implacabile ira di Dio alla disubbidienza di Adamo ed Eva, corrotti dal serpente, senza nessuna misericordia, per uno fatto come Lui, producendo reazioni terribili quali l’inferno, il purgatorio, il lavoro con il sudore della fronte per gli uomini, e il partorire con dolore per la donna. Ma anche le storie di Sara, Abramo, Agar, Isacco, la strage degli innocenti e quella dei primogeniti, non sono poi tanto comprensibili con un minimo di ragionamento illuminato, se poi si aggiunge anche il pensiero sulla verginità della Madonna che è solo del secolo scorso. Il libero arbitrio e il mistero della sua volontà giungono ogni volta quando non si sa dare risposta alcuna, come fa il prete, chiamato in causa dall’angolo della sua preghiera. Le domande sono poste con sommo rispetto e senza blasfemia, ma solo per poter credere con raziocinio oltre che per dogma da chi il dono della fede non l’ha ricevuto, ma ha un bisogno assoluto di poterne fare conto.
Immensa Cinzia Ugatti, un‘ora e cinque minuti di grande interpretazione, un gigante in scena che ininterrottamente parla, chiede ed interroga l’invisibile Dio, con solo qualche respiro, offertole da Matteo Amaturo, caratterizzazione perfetta del prete e con il quale lei interagisce in cerca di risposte immediate. Con la sua recitazione ineccepibile, dosata ed elegante, Cinzia Ugatti ha riconfermato il suo talento e tratteggiato un personaggio femminile che resterà quale icona nel teatro. L’impiego fisico è enorme, il monologo, se si escludono le risposte del misurato Matteo Amaturo, difficile da sostenere.
Note di Regia
“La Sacra Bibbia è sicuramente la più grande storia mai raccontata. Colpisce tutti, credenti e non, chi per un motivo, chi per un altro. Ma per chi vive la situazione “borderline”, diventa addirittura affascinante. Partendo dal presupposto che questo sacro testo sia stato scritto da uomini (certo, ci dicono “ispirati” nel trascrivere ciò che Dio voleva far sapere agli esseri umani), viene spontaneo chiedersi se, in alcuni momenti, l’essere umano non abbia avuto la meglio sul sovrannaturale lasciandosi andare ad un “pizzico” di favolistico. L’uomo è di per sé fallace, e quindi, qualche piccolo errore, potrebbe averlo fatto, soprattutto partendo dal presupposto che difficilmente la bozza sarà stata inviata alla fonte d’ispirazione per i dovuti correttivi. Inoltre gli altri esseri umani, non quelli ispirati, ma la massa, sono dotati di ragione, e spesso la ragione genera dubbi. Esporli è sinonimo di intelligenza: chiedere perché, andare a fondo alle cose senza accettarle tacitamente come dogmi acquisiti non svilisce l’uomo, anzi, lo rafforza. E sfogliando la Sacra Bibbia, quante domande sono comparse nella mente della gente? Pochi hanno avuto il coraggio di esporle, e spesso questo gettito di sincerità non è stato apprezzato. Per questo c’è molta ammirazione nei confronti dell’autrice del testo “Caro Dio”, Giovanna Castellano, che ha con grande capacità dialettica messo in fila la serie di domande che in tanti si pongono senza avere il coraggio di uscire allo scoperto. Nell’allestimento teatrale tanti di questi “perché?” saranno affrontati: a volte con ironia, a volte con crudezza, ma mai in maniera dissacrante o blasfema. Un piccolo viaggio attraverso la Sacra Bibbia che, però, come è giusto che sia, apre le porte alla speranza”.
Backstage
Angelo Ruocco, 22 anni appena, è il giovane regista dello spettacolo ed è alla sua seconda conduzione. Con la prima, “La stanza al buio” di Giuseppe Manfridi, andata in scena dal 14 al 29 dicembre 3013, al Teatro del Giullare di Salerno, ha diretto sua madre Cinzia Ugatti, attrice notissima e di grande sensibilità artistica, affiancata dal duttile Matteo Amaturo. Anche questa volta, come l’altra, in “Caro Dio”, si troverà a dirigerà i due consumati attori. Non è il legame familiare a fargli scegliere Cinzia Ugatti, quale interprete per le sue regie, ma perché, malgrado la giovane età, sa sceglie il meglio.
Come ti senti a dirigere tua madre?
E’ una grande emozione, e dà anche un po’ di soddisfazione potersi mettere dalla parte di chi comanda. A parte gli scherzi, c’è un grande senso di responsabilità, perché lei è un’attrice affermata, ha interpretato ruoli meravigliosi con grande intensità e bravura, ma è anche disciplinata: nelle vesti di regista mi ha sempre ascoltata e seguito le mie direttive.
Che cosa vorrai fare da grande?
La mia massima aspirazione è entrare nel mondo del cinema. Quel tipo di regia mi affascina anche perché con le attuali tecniche si può veramente fare di tutto. Ma anche la regia teatrale è interessante, forse proprio per il rapporto umano che si crea nella produzione.
La passione per il teatro, colpa della mamma?
Sono cresciuto a pane e teatro. Sin da piccolo seguivo mamma nelle prove e ciò che mi incantava maggiormente era vedere il regista Andrea Carraro che riusciva a far comprendere all’attore l’idea dello spettacolo che aveva in mente. Mi sedevo spesso accanto a lui e lo ascoltavo rapito. Devo indubbiamente a mamma e a lui la mia grande passione per il teatro.
Attore preferito
Su tutti sicuramente Robbie Williams: quando ho visto per la prima volta L’Attimo Fuggente sono rimasto incantato dall’umanità e dalla dolcezza che è riuscito a trasmettere. Quel film l’ho rivisto decine di volte e riesce sempre ad emozionarmi. Williams è sicuramente un attore che sa trasmettere le emozioni. Un altro attore che trovo fantastico è Geoffrey Rush: Il discorso del re, La migliore offerta…ne vogliamo parlare? Semplicemente splendido!
Quali registi?
Uno su tutti: Tim Burton! E’ incredibile come riesca ad immaginare una varietà infinita di mondi e a crearli per renderne partecipe lo spettatore. I suoi film, che riesce a porgere con leggerezza favolistica, racchiudono verità indiscusse. Un vero mito!
La musica?
Ascolto di tutto: spazio dalla musica rapper a quella d’autore, dal rock alla classica. Mi piace ascoltare bene i testi, comprenderli, ma anche riuscire a comprendere le sonorità e le melodie. Nelle compilation che porto in macchina si trova, per esempio, una canzone rap e, dopo, una lirica da Madame Butterfly.
Come passi il tempo libero?
Tra università e teatro non c’è tantissimi tempo libero. Mi piace molto stare con gli amici e rimanere fino a tardi a parlare sotto un portone con loro. Ma ciò che maggiormente amo fare è andare a cinema. Guardo di tutto, vado almeno due volte la settimana a cinema e non faccio mai caso alla critica e alle opinioni generali perché anzitutto mi piace formare una mia opinione senza condizionamenti, e poi perchè qualcuno un giorno mi disse: osserva tutto, sempre, perché se non vedi il brutto non potrai, poi, apprezzare il bello!
Finale
con i botti, a conclusione della stagione di “Che Comico 2013 2014”, al Ridotto di Salerno che, per la serata del
22 marzo ha usato la grande sala del “Delle
Arti”, due passi più in là, per poter soddisfare le numerose richieste. I
comici ospitati: i “Duo X Duo”, Peppe Laurato e Massimo Borrelli, “Pasquale Palma” e Mariano Bruno, quelli di Made
in Sud, per intenderci, lanciatissimi per il successo ottenuto nella trasmissione,
che va in onda ogni martedì, in prima serata su Rai 2, sono tornati alla casa
madre, da chi ha sempre creduto in loro, contribuendo al successo. E’ la terza
volta che tornano al Delle Arti, in formazione ridotta, però, ma quando Made in
Sud non era la realtà comica conosciuta in tutta la penisola, è venuto tutto il cast al completo,
per divertire il pubblico salernitano che gli ha sempre tributato apprezzamento
E’
al grido di “nessuno nasce impanato” che Arancino, il nuovo personaggio di Pasquale
Palma, irrompe al Delle Arti, infiammando
il pubblico giovanile ma anche chi è più avanti negli anni. Il giovane rapper, dal nome assolutamente partenopeo, fa
il verso, come è suo solito, storpiando le parole, al genere musicale che è tanto popolare tra i giovani. Per gli affezionati,
però, Pasquale Palma, non trascura di ripetere il personaggio di “Vivo
D’Angelo”, il nostalgico della prima
maniera del suo idolo, al quale non vuole si applichi nessun cambiamento, ma rifà,
divertendo, anche “Bimbominkia96” e le faccine del computer. Risate a
profusione, per il gioco delle identità, il suo muoversi, mentre attende che il concorrente indovini il
mestiere, è da pupazzo caricato a pile. Una comicità giovanile, la sua, che
piace e diverte ognuno. Lo spettacolo continua a ritmo serrato con “ma che è
capite, ah certo, certo”, il demenziale tormentone di Mariano Bruno, che
irrompe invariabilmente sia a Made in Sud che al Delle Arti, ripetuto con la stessa
intonazione da quasi tutti i giovani,
per proseguire, prima di lanciarsi in un
monologo serio, fatto anche di acre risate,
con una nuova caratterizzazione, quella divertentissima di ” Pigromen”, un
super eroe, niente affatto sprint . Un comico intelligente, sagace e di largo
spessore, lontano dal personaggio strampalato che appare in tv. Quando arrivano
loro “veloci, veloci,” i “Duo X Duo”, ovvero Peppe Laurato e Massimo Borrelli, le
risate si raddoppiano, sono divertentissimi e grandi intrattenitori di pubblico,
improvvisando al momento con esso e interagendo con una facilità incredibile. Vivacissimi,
nel rimandarsi guizzi, lazzi e battute e con spogliarello finale, che al Delle
Arti non poteva mancare, il loro è stato uno spettacolo nello spettacolo, apprezzato
moltissimo sia per la naturale
spontaneità con cui si sono rivolti ai presenti, sia per l’ironia, senza
risparmio, rivolta a se stessi “Hey Bambola...ci sei per una serata a tutto Strip”?
Conclusasi
la stagione di “Che comico 2013-1014”,
direttore artistico Gianluca Tortora,
che, sul piccolo palco del Ridotto, tempio della risata di Salerno, ha fatto
sfilare il meglio della comicità attuale e
cioè: Alan De Luca, Barbara Foria, Angelo Di Gennaro,
Gabriella Germano, Fabian Grutt, Maria Bolignano, Dino Paradiso, Anna
Mazzamauro, Pasquale De Palma, Mariano Bruno, Peppe Laurato e Massimo Borrelli,
l’appuntamento resta fissato per il prossimo “Che comico 2014-2015”, passando per l’incontro
estivo di fine luglio del Premio Charlot, ritornato, di nuovo a Salerno, dallo
scorso anno. A presto, dunque.