Due serate, alla ripresa
dalle festività natalizie, con Marco Lanzuise in “Non solo Mast”,
scritto e diretto dallo stesso, con la presenza di due giovani comici emergenti:FrancescoDe
Cenzo e Daniele Fiorentino.
Marco Lanzuise
è alla sua prima volta nell’attuale sede del Teatro Ridotto, ma già era venuto
a Salerno nella vecchia ubicazione con i Teandria, un trio di
cabaret con Lello Musella e Rosario Verde, attivo negli anni’90.
Nel 1995 partecipa
al Premio Charlot, ma è nel 1996 che viene premiato da Nino
Mnfredi, all’interno del famoso Premio di Claudio Tortora. Molto
noto come attore, per film e produzioni teatrali, è anche conosciuto per aver
recitato in diverse commedie.
In “Non solo Mast”,
Marco Lanzuise ha raccolto tutti o quasii personaggi che gli hanno dato visibilità e successo, partendo dal Mast
, una figura grottesca di un capo d’azienda per continuare con il ring master del
circo, lo stuntman per scene mortali nei film, agente funerario, impiegato del
banco dei pegni e poi il vecchio, il famoso luminare, il podcast Castagna,
l’onorevole Tracchia e Tony Servillo, quando interpreta la famosa: sciavica, un
condensato d’imprecazioni liberatorie che alleggeriscono le avversità che
colpiscono.
La presenza scenica, la
voce possente, l’interpretazione adeguata dei personaggi e la capacità
linguistica, da intendersi come spaziosità dei lemmi fino dargli significato
altro, nella ricerca dell’effetto risata, sono la caratteristica più ricercata
di Marco Lanzuise e del suo piacevole spettacolo.
Un buon inizio per
affrontare il cammino dell’anno nuovo, con la letizia e la spensieratezza che
tanto ci aiuta.
10 Repliche, 4 a dicembre
e 6 in gennaio, per rappresentare un classico di Raffele Viviani “La Morte di
Carnevale” dove per Carnevale sta il cognome del protagonista e non per la
festa godereccia a cui tutti sono portati a pensare. Una carrellata di
personaggi, 15 per l’esattezza diretti in maniera egregia da Roberto
Nisivoccia. E qui è d’obbligo soffermarsi sul cognome di Roberto, erede
talentuoso di Sandro Nisivoccia, che è stato e lo sarà per sempre “Il Teatro
a Salerno”. Il San Genesio, il luogo di cultoper i tanti attori
della città formatisi alla severa scuola di Sandro e Regina Senatore,
sua moglie, la migliore interprete di tutti i tempi (N.D.S.) di Filumena
Marturano. Insomma, la Storia!
E così, 38 anni fa, fu
messa in scena, La morte di Carnevale, con un cast, tra l’altro, di attrici
virtuose, che partite dal teatro amatoriale, si sono affermate
professionalmente e con successo, come Beatrice Fazi e Autilia Ranieri.
La nuova edizione,
presentata al Piccolo Teatro del Giullare è già diventata un cult, perché ad
interpretare ‘Ndunetta è la gemella di Roberto, i figli unici di
Alessandro e Regina, Pasquale Capuozzi, detto Carnevale per via della
sua mole, è affidata a Tonino Peluso, più noto, almeno per me (N.D.R.)
come commentatore della Salernitana ed a Giovanni Caputo, il nipote
Rafele, bontà del tempo, come 38 anni fa, ha mantenuto il fisico giusto, il
viso giovane e la caratterizzazione performante dei 38 anni passati. Una chicca
tutta da ascoltare, è il commento musicale che per volere del regista, in
questa sua ricerca del tempo perduto e rielaborato il più fedele possibile, è
inviato al pubblico da un nastro, lo stesso degli anni trascorsi, per fare
arrivare agli spettatori, la fedeltà del suono. Roberto, all’epoca era proprio
il tecnico del suono e questa sciccheria se l’è voluta concedere.
“La morte di Carnevale di
Raffaele Viviani è una commedia napoletana che narra la storia di Pasquale
Capuozzi, detto "Carnevale", un vecchio e avaro usuraio che,
sentendosi morire, si gode i preparativi per la sua morte e il conseguente
sperpero di denaro da parte del nipote Raffaele e del vicinato, solo per
scoprire, nel finale esilarante, che era solo una morte apparente La trama si
sviluppa tra equivoci comici, funerali finti, pettegolezzi e lamenti,
mostrando la miseria e i vizi di un quartiere popolare napoletano”
Un impegno corale che ha
dato la sua pregevolezza a tutta l’opera rappresentata e che è risultata legata
dal filo sottile della bravura di ognuno, infatti tutti hanno dato una
caratterizzazione esemplare al personaggio assegnato, non solo per il recitato
ma anche per la fisicità.
Mi piace elencarli tutti:
Anna Scarpetta, Giovanna
Cicalese, Francesco Petti, Giovanni Lopardo, Renato Del Mastro, Maurizio
Barbuto, Fortunata Russo, Rosa Ricciardelli, Ludovica Pecoraro Scanio, Armando
Incolingo, Cristiana Piraino, Mariella Pontrandolfi.
Una menzione a parte va
ad Anna Nisivoccia che si accolla i personaggi e li fa tutt’uno con i
movimenti, la voce, l’espressività e la capacità di dare la sua impronta ad
ogni interpretazione, lei è ‘Ntunetta e nessuna sarà come lei, neppure
ad imitarla. Bravo, bravissimo a Tonino Peluso, mi chiedo da dove l’ha
cacciata quella voce così graffiante, raspante l’orecchio, facendolo apparire
un cupido avaro? E’ pur vero che la voce possente da commentatore davano
avvisaglie…
E poi che dire di Giovanni
Caputo, perfetto, diligente, meticoloso, accurato, scrupoloso per ogni
ruolo assegnatogli, in questo, oltre alla caratterizzazione precisa, è comprensiva
di commozione, anche 38 anni fa il ruolo fu suo. Tanti anni e non sentirli è
solo suo merito per la versione fresca, giovanile e di convincente innamorato.
Ha reso credibile, oltre gli anni, un ruolo che solo un giovane, con energia
vitale può interpretare. Chapeau Giovanni!
Lunga vita teatrale al Teatro
Popolare Salernitano ed Il Sipario di Sandro e Regina
Prima d’iniziare la
comicità, nel piccolo Teatro Ridotto, dove l’imperativo è ridere, un passaggio
d’obbligo con l’attrice Cinzia Ugatti che, con la sua bravura
interpretativa, ci fa ben riflettere su di un pezzo che ha come soggetto la
Violenza Sulla Donna. Il Ridotto, come altri teatri della città, ha aderito
alla campagna di sensibilizzazione indetta dalla Prefettura di Salerno per l’emergenza
violenza - donna, un triste fenomeno sempre più in ascesa.
Avverto il bisogno
(N.D.R.) di riportare il monologo per intero, scritto da Beppe
Stoppa, in occasione del lancio del progetto Libellula, primo
network di aziende unite contro la violenza sulle donne, partendo dalla
diffusione della cultura della bellezza nei luoghi di lavoro.
Beppe Stoppa,
professionista nell'ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo
delle risorse umane
“Io sono una donna
fortunata, ho imparato ad usare il trucco da piccola, prima con le bambole, poi
su di me. Piano piano, sono diventata una vera esperta. Non ne uso mai tanto,
non voglio apparire, non voglio che mi guardino, non mi piace avere gli occhi
addosso. Mi fanno paura. Ma se capita voglio che il trucco mi nasconda,
nasconda prima me e poi, insieme, i segni che mi porto addosso. Non voglio che
la gente pensi, immagini, si faccia delle domande. Ma la gente non pensa, non
sa, non immagina.
Io sono chiusa nel mio
tailleur su questa metro. Ho gli occhi fissi sul pavimento. Mi sento protetta
in mezzo alla gente, non mi disturba nemmeno essere spinta, toccata, qui è
lecito, qui lo accetto, so che è la ressa e non la volontà. Però non alzo gli occhi,
non voglio incrociare altri sguardi.
Non voglio incrociare gli
occhi di un’altra donna e chiedermi se anche lei si è truccata come me questa
mattina o se è davvero felice. Non voglio scoprire la sua felicità, quella
aggiungerebbe del male alla mia vita. Non voglio che lei mi guardi e riconosca
nel mio trucco il suo e pensi, siamo uguali. No non siamo uguali. Magari lei se
l’è cercata, se l’è meritata. Io no. Non siamo uguali.
Non alzo gli occhi per
non incrociare lo sguardo di un uomo. Anche lui mi guardava sempre, prima. Poi
mi parlava, poi mi baciava. Quegli occhi che ti guardano, adesso mi fanno paura
perché adesso conosco la storia, so come va, come funziona questo rito.
Ieri sera non mi
guardava, era di spalle, poi non so, non ricordo, ha detto qualcosa, ricordo
solo che ha ripetuto più volte la stessa cosa, ma cosa non so, e ad ogni
passaggio il tono era più alto. Poi si è girato e l’ho visto in faccia. Non era
la sua faccia, non poteva essere la sua, lui non ha quella smorfia cattiva, non
ha gli occhi così stretti, lui assomiglia a nostro figlio, è bello. Ricordo che
il piccolo piangeva forte, faceva rumore. Ricordo solo il rumore. Poi un
dolore, uno schiaffo forte che mi butta a terra. Mi fanno male i capelli. Li
sta tirando e mi butta indietro il collo. Poi mi spinge la testa in avanti,
sento un calcio sulla gamba, poi uno nel costato e ancora due pugni in testa,
non rapidi. Prima uno, poi, con calma, arriva un secondo colpo. Ma non urlo.
Poi nulla. Il piccolo continua a piangere, sempre più forte, ma lui se ne è
andato. Mi alzo e vado a calmare il piccolo. Lui è uscito.
Quando è rientrato non
aveva più gli occhi stretti. Il piccolo dormiva. In casa c’era silenzio. Non mi
ha detto nulla, si è versato un bicchiere d’acqua poi, mi ha guardato. Non
aveva gli occhi cattivi. Mi ha guardato a lungo, poi mi ha parlato, poi mi ha
baciato, poi mi ha accarezzato il livido sotto gli occhi, mi ha baciato il
livido, poi mi ha slacciato la camicetta e il reggiseno, mi ha slacciato i
jeans, poi mi ha portato in camera. Il piccolo no, continua a dormire
tranquillo.
Arrivo finalmente in
ufficio. Saluto la collega e abbasso la testa verso la tastiera del pc facendo
cadere i capelli sulla faccia. No, non vado a bere il caffè. Non voglio stare
con la gente, non voglio che mi facciano domande, che mi chiedano cosa hai fatto
di bello ieri sera, sempre ammesso che qualche collega uomo non mi chieda dove
sono andata a sbattere la faccia e mi dica stai attenta quando fai i mestieri,
l’ho sempre detto che non sei una donna di casa, che lui saprebbe come
occuparmi il tempo…
Accendo subito il
computer e mi metto al lavoro. Apro la mail. La solita fila infinita di
messaggi a cui dare una risposta. C’è la mail di buongiorno piena di cuoricini
del ragazzo dell’ufficio acquisti. Ma non sorrido, come al solito non rispondo,
la cancello, poi svuoto subito la casella di posta eliminata. Guardo l’iPhone.
Un messaggio su WhatsApp. È lui. Mi dice scusa per ieri sera, perdonami, però
poi è stato bellissimo, torna presto stasera, ti aspetto, ho voglia di vederti,
mi manchi… Non rispondo, mi alzo, vado in bagno. Devo vomitare”.
Con la sua magistrale
interpretazione, Cinzia Ugatti ha calato un velo di tristezza su ogni
donna presente e di palese ribellione alle parole che raccontano la vita
infelice di tante, troppe, ormai, dell’altra metà del cielo. Quasi si fa fatica
a riprendere la spensieratezza, la ragione per cui ci si trova al Ridotto, ma è
solo all’inizio, perché The show must go on e dietro le quinte c’è
Gennaro De Rosa, che scalpita, pronto a farci ripigliare e a godere dello
spettacolo che Gianluca Tortora ha voluto regalare ai suoi abbonati. GRAZIE!
Gennaro De Rosa,
vincitore del Premio Charlot 2015, è una cara conoscenza, per chi l’ha
lanciato nel mondo del cabaret: il Patron Claudio Tortora e nel segno
della continuità del figlio Gianluca. È affezionato, si vede, si sente,
al pubblico Salernitano e non si risparmia sul palco. Con una spontaneità che
ammalia, inizia con il cantare un pezzo di Carosone che lancia a mille
l’adrenalina di chi lo ascolta e l’accompagna con lo schiocchio delle mani. Il
suo spettacolo è un turbinio di battute, spontanee, semplici, ma tanto
divertenti, porte con garbo, con il sorriso, con educazione e rispetto. Il
pubblico lo applaude, ride, apprezza il suo spettacolo che alterna non solo
canzoni di pregio “Tu si na cosa grande” “A tazze e caffè”, ma anche quelle
conosciute, quale repertorio, della canzone macchiettistica napoletana. Gi
autori rispondono al nome di Raffele Viviani “O guappe nammurate”, di
Armando Gill “Allora “e di Pisano e Cioffi “Fatte Pittà”.
Uno spettacolo, dosato,
calibrato in maniera piacevole, dove la battuta inizia e completa la voce
limpida di Gennaro, un napoletano appassionato, che non può non concludere il
suo spettacolo con il Principe della risata “Malafemmene: Totò.
Un gradevolissimo
divertissement, uscito dal cilindro creativo di Brunella Caputo, della
durata di un’ora o poco più, è stato replicato 4 volte nei due ultimi fine
settimana. Lo spettacolo, tratto dal libro “A Salerno” di Corrado De
Rosa, più tifoso della Salernitana che psichiatra, è stato adattato e
recitato dalla stessa Brunella Caputo, che ne ha curato anche la regia.
Hanno coadiuvato allo spettacolo, in maniera egregia Davide Curzio e Alfredo
Micoloni. L’ aiuto alla regia è di Virna Prescenzo.
La performance di
Brunella si rivela subito dilettevole, uscita in punta di piedi e con aria
vergognosa, tenendosi appuntato dietro alle spalle i lembi del sipario, si
palesa come un pinguino. Una genialata degli anni addietro delle luci
d’artista, che si ripetono da 20 anni nella città, oltre alle lucine in ogni
dove, si pensò di non lasciare soli gli scogli del lungomare, addobbandolicon sprovveduti pinguini. La novità fu
attrattiva, per qualche anno resistette, poi come tutte le cose ripetute perse
d’interesse e dei pinguini si smarrirono le tracce, chiusi come furono negli
addetti depositi. E là che Brunella l’ha tirato fuori, scegliendone uno, per
rinnovargli la popolarità e per dargli l’anima che nessuno ha mai ha
considerato. Il pinguino di Brunella ha
sentimenti, passioni, visione del mondo pieno di sogni e notte di comete, il
rimpianto della sua terra, ma anche l’affezione agli scogli del lungomare. A
tratti il monologo si fa triste per ripigliare in seguito l’ironia e il
divertimento di chi guarda la città senza essere considerato. Al pinguino il
trasferimento nella città, con il mare carezzevole piace, saluta i bambini e fa
gli occhi dolci agli innamorati e osserva con attenzione ciò che lo circonda e
si fa capace che Salerno “…è a metà strada fra la terra e la luna, è
l’ombelico del mondo, è dilaniata da un dilemma se ambire a diventare una
metropoli cosmopolita o proteggere le sue bellezze in una dimensione di
provincia. Questo dilemma la consuma la costringe a dover sempre fare i conti
con l’ansia da prestazione…”.
Il pinguino Brunella
raccoglie una serie di tic e consuetudini di Salerno nei quali, chi più e chi
meno, si riconosce, ne sorride e si rinchiude in una bolla di ricordi, per
quelli passati e partecipativi per quelli che si avranno da adesso in poi. Uno
resiste felicemente intatto, anzi due, l’amore sfegatato per la Salernitana e
il “Passiatone” delle vigilie di Natala e di Capodanno, un abbraccio circolare
di tutta la città per augurarsi il bene, la salute, la serenità e conoscere ciò
che andrai facendo per le festività, insomma un voler sapere attraverso i tuoi
passi, come si evolverà la città, a breve tempo, una sicurezza irrinunciabile
peculiare ai salernitani
Un’insolita Trotula de
Ruggiero, per due serate al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno,
che fa della sua conoscenza medica il punto per scoprire un omicidio. “Croce
senza Cuore” è il titolo del lavoro di Pino Tierno, con Miriam Mesturino
e Barbara Cinquatti e la regia di Pietro Bontempo.
Trotula, primo medico
d’Europa, nata a Salerno, è stata una sicurezza per le donne di questa città,
vissute nell’undicesimo secolo, è conosciuta per aver trattato con competenza
questioni di salute femminile, d’igiene, di aver praticato visite
ginecologiche, inusuali per l’epoca e aver esposto argomenti tabù come
l'infertilità, sia maschile che femminile. Una donna invisa, negli anni in cui
si muove, la sua intelligenza, la competenza e per ciò che va dicendo, come il
piacere femminile ed il controllo delle nascite, sono ritenute insopportabili
ed invereconde pratiche. La sua figura è controversa e molti studi ritengono
Trotula non esistita, intanto la sua fama valica il tempo e c’è chi scrive e ne
fa un’erudita pièce teatrale: Pino Tierno con “Croce senza cuore”.
Di sicuro a Salerno
intorno agli anni 1050, nell’ambito della Scuola Medica Salernitana, si
respira aria scientifica e d’avanguardia che le deriva dall’incontro da quella greca,
araba, ebraica e latina, disquisita nella città
Poche notizie, intorno
alla sua figura, sappiamo che è nata da nobile famiglia di origine longobarda,
sposata al medico Giovanni Plaetario, ed ebbe due figli Giovanni e Matteo. Tra
le mulieres salernitanae, fu l’unica a lasciare scritti nei quali si apprende,
tra l’altro, la superficialità dei medici che ritenevano la gravidanza ed il
parto “questioni di donne”
«La miserevole condizione
delle donne, e la grazia in particolare di una che mi ha colpito il cuore, mi
hanno indotta a trattare con chiarezza le malattie femminili al fine di poterle
curare”
E così la troviamo,
colta, preparata, battagliera, pronta ad abbattere i più vistosi pregiudizi,
legati al mondo femminile ma nel pezzo rappresentato al Giullare, non è subito evidente.
Ad apertura di sipario, infatti, fasciati dall’ atmosfera sacrale del coro celestiale
delle suore, non s’immagina che la ferocia è là rinchiusa. Trotula è in visita
ad una vecchia amica, la nobildonna Ermelinda, che ha scelto di vivere
appartata e nella preghiera quotidiana del convento. L’incontro si rivela
felice e pieno di nostalgia nel ricordare il tempo trascorso assieme. Opportuni
si rivelano alcuni feedback della giovinezza, interpretati dalle due stesse amiche
ed inseriti nella rappresentazione, sì da rendere più vivi i dialoghi delle due
nobildonne. Ad ogni verità disinibita di Trotula, Ermelinda risponde con il
segno della croce, ripetuto più e più volte, ritenendo il discorso peccaminoso.Ancora non è scontro, ma tra la cultura laica
dell’una e la forma bigotta, priva di scientificità dell’altra si comincia ad
intravedere che la visita di Trotula non è di pura cortesia.Prende il via, così, un’indagine serrata dai
toni polizieschi del miglior “Tenente Colombo” quando con calma e senza
scomporsi attanaglia il colpevole. Trotula lo fa uguale e utilizzando le sue
conoscenze scientifiche sul corpo umano, incastra Ermelinda per l’omicidio
della nuora, colpevole di essere incinta di un vecchio amore, essendo il marito
impotente. Inoltre la medichessa intuisce che la donna, sepolta sotto terra,
non è la moglie del figlio di Ermelinda, non ha, infatti, il segno di una
vecchia cicatrice sul cranio, che ben conosceva, bensì è una povera
contadinella scomparsa nei boschi e mai più ritrovata.
La conoscenza fortificata
da un metodo di ricerca il più rigoroso, è capace d’intuizione e di verità ed è
questa la condizione d’indagine di Trotula.
Un pezzo di grande pregio,
per la crudezza senza scampo del personaggio e per il contenuto intrigante così
lontano dalla quiete conventuale. La lentezza nel disquisire, prima di arrivare
alla verità, un pregio attoriale di Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti,
onorate di aver portato Trotula proprio nella sua città natia, dalla lontana
Torino. La regia di Pietro Bontempo curata e scevra da orpelli in scena,
sono bastate, per la realizzazione, le voci e la memoria delle due valenti attrici
C’è voluta una replica in
più, in aggiunta alle due stabilite, il sabato sera e la domenica pomeriggio,
per soddisfare le richieste, di chi domenica sera, complice il primo freddo, si
è voluto rilassare con le risate di “Che Comico” 2025/2026.
“Standup Comedy”
è il titolo dello spettacolo presentato da Daniele Ciniglio, Luca Bruno, Alessio
D’Andrea, Sissi Iannone ed Alessandro Bolide, special Gues della serata, in
cui si sono esibiti a seconda delle proprie peculiarità. Una Poc comedy,
dunque, cioè uno spettacolo in piedi con argomenti leggeri e di cultura
popolare per un pubblico tradizionale, un collettivo messi insieme da Claudia
Caiazza. Il palcoscenico del Ridotto non li avrebbe contenuti tutti insieme
per l’esibizione, così il pubblico se li è goduti uno alla volta, con gag, sì,
popolari, ma sempre di grande effetto. I contenuti e cioè: la mamma, la sua
cucina, le sue manie, la fidanzata e la sua gelosia, i soprannomi usati nei
quartieri, che solo a sentirli sono di una comicità travolgente, i matrimoni
d’estate e la famosa busta, che è la peggior condanna, oltre al caldo
asfissiante di quest’ultimo quinquennio, l’affermazione che la bellezza non è
tutto se ad asserirlo è: Diletta Leotta, sono stati i temi di preferenza
dei divertenti monologhi. Tutti molto bravi sia per i tempi di battuta, sia per
la mimica facciale, come Luca Bruno, una vecchia conoscenza del Ridotto,
vivace, accattivante, amabile, sia Alessio D’Andrea, che della flemma
scenica, nel porgere il monologo, ne ha fatto la sua virtù. Che dire di Sissi
Iannone, un debutto gradevole, accolto con simpatia dal pubblico in sala,
ma ancor più dai giovani presenti, per essere conosciuta protagonista, nella
vita e nei filmati del web, quale fidanzata di Daniele Ciniglio e si
sente la sua mano in quello che dice. Di lui, la prima volta al Ridotto, preceduto
dalla fama di tiktoker, c’è bisogno di qualche parola in più, chiedendo venia
agli altri.
“Napoli è una città
famosa per tante cose. Il teatro, il cinema, ma soprattutto per i sorrisi. È
che quando ci fanno uno scherzo noi non ci prendiamo collera perché è uno
scherzo”
Con il monologo la “Camorra
è uno scherzo” presentato qualche anno addietro in tv nelle reti
commerciali ad “Italia’s Got talent,” ho conosciuto Daniele Ciniglio.
È a dire che la trasmissione l’ho seguita se non occasionalmente (N.D.R.) e
neppure con piacere, ma per quella prima volta di Daniele, fermai lo zapping. A
colpirmi fu il suo viso pulito, imberbe da bravo ragazzo che trattava, con
leggerezza di linguaggio, un contenuto così gravoso, qual è la camorra. E lui
di camorra sulla pelle, come i suoi concittadini, ne sa qualcosa, essendo nato
ad Ottaviano, che vuol dire Raffaele Cutolo!
Era il 2020 e di suo era
già un affermato content creator del veb. D’allora ne ha fatto di strada
e ne farà, i suoi testi sono di una linearità linguistica invidiabile,
asciutti, scarni, priva di svolazzi, concentrati essenzialmente sul contenuto,
che ha sempre un risvolto moralistico, sociale, educativo, un invito a prendere
coscienza, in modo collettivo, sì da aprire orizzonti offuscati da una società imitativa
e di massa.
All’allegra cordata, si è
aggiunta la figura di Alessandro Bolide, special gues, ospite d’onore,
tanto per capirci, che ha raccordato con la sua potente “Vis Comica” la
serata di divertimento. Una colonna, una conoscenza ormai carnale tra pubblico
e comico, che non è solo risate ma anche scrittore, presentatore radiofonico e
creatore di testi. Un personaggio a tutto tondo dello spettacolo, un’adozione
di fatto della famiglia Tortora che l’ha lanciato nello spettacolo. Si
presenta e già si ride, agguanta il microfono, e dialoga con esso, quasi non si
comprende il suo dire, ma sortisce l’effetto di una grossa ilarità. I temi sono
noti, ma è la maniera ad essere differente ed è ciò che lo caratterizza. È
padrone della scena, il viso tondo fa pari con il suo corpo, ma non dispiace,
ride assieme al pubblico, si diverte, racconta, piace e si piace. Tutti da lui
si aspettano, dopo tanto ridere di gusto, che nel finale dica la frase famosa, di
buon auspicio per tutti “Ma che ce ne fotte”.
E lui non delude, ci
accontenta soddisfatto, lanciando, il suo mantra più amato, un invito a
resistere senza lasciarci coinvolgere più di tanto. Mai come adesso, ci prende
giusto!