Ho letto il libro e questa la mia recensione
Io e Dina Franciulli
siamo amiche da più di 40 anni, so bene come tratta l’amicizia e come si
prodiga perché la qualità del sentimento amicale sia di buona fattura. Nessuna
meraviglia, perciò, nell’aver tra le mani “La mia amicizia con Joyce
Lussu”, il libro da lei scritto e pubblicato a marzo 2026, per conto
di Andrea Livi editore in Fermo e ad avere conferma, ancora una volta.
Ad intraprendere il
viaggio, perché di questo si tratta, indicato dalla copertina sanguigna e dall’immagine
di una lussuosa carrozza ferroviaria, con due donne eleganti sedute in
conversazione, si ha l’immediata percezione che scopriremo, andando avanti
nella lettura, oltre a tanto altro, il sentimento devoto del sapere di due
donne: Joyce e Dina.
Diciamolo subito che
Joyce, l’eccezionale donna della cultura mondiale, Sibilla e Strega,
è un’icona per studiosi convinti e per quell’ insieme di curiosi del sapere, ma
sconosciuta al grande pubblico, ahimè!
“…La mia
esperienza con te, quella di una sintonia reciproca, speciale: la nostra
alleanza, la nostra profonda amicizia…”
Queste le parole
di Dina, per la grande maestra, nell’incipit, così come le innumerevoli ore
trascorse a discettare, ad immergersi nelle profonde radici del sapere,
scoprirne altre ed a progettare collaborazioni. Pensa finanche di comprare una
parte di villa di casa Salvadori a San Tommaso, messa in vendita da Clement,
nipote della scrittrice.
Ecco, Dina in
Joyce ha trovato il mentore, l’alter ego, il contraltare dei suoi pensieri più
reconditi e conoscendola, si materializzano facilmente, dinanzi ai miei occhi,
le loro figure, avvolte in candidi scialli, vicino al grande camino, a parlare
fitto, fitto. E di cose se ne sono dette…
È il percorso nel
tempo, di ciò che Joyce le ha mostrato in cose, luoghi, persone e come lei
stessa dice tutto ciò che le ha cambiato la vita, “…sollevando incertezze
di approccio critico nei confronti di una formazione, seppur solida rimaneva
d’impronta accademico/borghese monoculturale…”
Il libro, oltre ad
essere un devoto e dovuto omaggio rivolto alla preziosa amica, è un dialogo della
scrittrice con sé stessa, è quel desiderio nascosto di esternare tutto ciò che
ha dentro e di presentarsi, finalmente, così com’è.
La via fissata, in
questo prezioso scritto di 182 pagine, comprese le appendici, è lastricata di
luoghi, di aneddoti, conoscenze, di frequentazioni, di tenerezze, di poesie, di
viaggi e di racconti per le Cicce, le sue adorate nipoti, quasi certamente un
felice surrogato di maternità.
Fa capolino, nelle
pagine di questa preziosa raccolta, anche il buon Alferio, la solida
figura affettiva, il compagno-marito di Dina, che con la sua bravura in cucina
si era guadagnato da Joyce la stima di chi, uomo, aveva la stessa cura e
preferenza di un’azione del tutto al femminile.
Negli affetti
Joyce era molto riservata, le sue intime ansie, le incertezze, le inquietudini,
l’infinita dolcezza nel ricordare Emilio, l’amato marito, erano sempre
manifestate con riserbo, il riguardo dovuto chi le ha dato la completezza di
donna e di artista.
“Trent’anni, mio
compagno, trent’anni
Le nostre vite
sono intrecciate
Come vimini al
canestro…”
E quanta tenerezza
per suo figlio Giovanni e che similitudine per lui con il roseo creato, ma già paventa il
distacco e ne resta spaventata
“piedini che non
avete mai camminato
morbidi come uccelletti implumi nel nido
tiepido
rosei come l’aurora
Piedini che non avete camminato ancora
dove porterete il mio figliolo?”
Sì, gli affetti familiari, così importanti per
l’anima sua, bella e desiderosa di condividere amore.
Anche Dina,
ugualmente a Joice, c’è ulteriore concordia nel condividere amore e conoscenza
con le sue tenere nipoti, l’albero di gelso, per esempio e la sua funzione di
nutrimento di sapere.
“C’era na vota, nu
sorece e na carota. Se mettèro rota rota… ‘U vvuò sente ‘nata vota?
Di Joyce, Dina ci ricorda
la sua eleganza informale, ma allo stesso tempo civettuola, quel tanto che
basta per dare il tocco personale alla sua femminilità, parliamo delle sue
scarpette basse, le comodissime cinesine, dei suoi pettinini vari e colorati
per trattenere i capelli candidi, dei suoi magnifici scialli in cui si
avvolgeva tutta.
Con Joyce, Dina ha
viaggiato, coordinate fattive esperienze a scuola, conosciuto personaggi, uno
fra tutti, Vittorio Foa, rivangato il passato, riletto libri, fruito l’arte,
ascoltato musica, la scelta trama del tempo trascorso. Una vastità di emozioni,
un’estensione del proprio io, al pari teso a corde di un arco.
Che bella la vita
se la vivi così!!
Vittorio Foa, una lunga
amicizia con Joyce, la condivisione dell’opposizione al Fascismo, l’esilio, la
guerra, per Lui, oppositore al Regime ed ebreo, sette anni di durissima
prigionia, la Resistenza. A quell’incontro ne seguirono altri con gli studenti
di Dina che portava avanti nel Liceo Virgilio di Roma, la Metodologia della
Storia.
“Non c’è nulla di
eroico in guerra. Non c’è nulla di eroico di morire soli nel fango di una
trincea” dice Vittorio Foa
Partecipazione e
lacrime dei ragazzi in ascolto.
“Non che è vero
che i giovani non amino la storia. Il fatto è che bisogna sapergliela
raccontare, con Chiarezza ed Onestà. Saper leggere gli eventi nella loro
essenzialità e con essi fare i conti, senza mezzi termini” Joyce Lussu
Padre, Padrone,
Padreterno, Tradurre poesia, Fronti e frontiere sul finire degli
anni ’60, Dina, attraverso la lettura di questo saggio, incontra per la prima
volta la scrittrice partigiana e sarà per sempre.
*mi piace
sviscerare (N.D.) l’idea centrale di questo saggio che ha tanto dato alla
causa del Femminismo, quasi dimenticato dalle giovani donne attuali o
considerato gratis.
- La triade del potere: Il Padre (La
famiglia): L'istituzione patriarcale che confina la donna al ruolo di
fattrice di figli (proprietà del marito) e custode della casa.
- Il Padrone (L'economia): Il sistema
di sfruttamento economico (dallo schiavismo al capitalismo) che estrae
valore dal lavoro non pagato o sottopagato delle donne.
- Il Padreterno (La religione): Le strutture
religiose e ideologiche che hanno storicamente legittimato la superiorità
maschile, fornendo una giustificazione divina alla subordinazione della
donna.
Che
illuminazione per la giovane Dina, l’allure che non si spegnerà più!
Nelle pagine, poi,
si susseguono tanti usi pignoli di Joyce che Dina annota con puntigliosità
notarile: la collocazione degli oggetti, le sciarpe, le scarpe, le borse, la
moka, le tisane, il caffè, sempre allo stesso posto ed il ripetersi di poesie a
memoria. Vezzi? Macché esercizi per mantenere viva la mente. Negli anni di
Joyce, Dina conosce, collabora e propaga nei suoi alunni conoscenze, in piena
sintonia culturale: Teresa Lapis, Anna Fresu, Annio Stasi, Mimma De Leo,
Sara Zanghì, Mimmo Franzinelli, Pietro Altieri, Aureliano Amadei, Camilla
Cocchi, Valeria Peraizza, Lorenzo Briotti, Filippo Trojano.
Un prezioso
patrimonio accumulato, spendibile e ricordevole per gli anni meno effervescenti
del poi inevitabile.
Te lo ricordi il
’68?
Eccome Dina, all’istante sono tornata là dove non mi sono più mossa, così il
programma di vita è stato scelto per immetterlo nella scuola da rinnovare, nella
didattica da applicare, nella musica da preferire, nel cinema da vedere, nel
teatro da scegliere, nei viaggi da affrontare, nelle mostre da fruire. La vita
cambiata da un bel viaggio nel sapere…
Grazie per questa
tua conoscenza di Joyce condivisa e parafrasando il titolo del tuo libro
“La mia amicizia con Dina
Franciulli”
Ci
può stare…
Maria Serritiello
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