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sabato 15 marzo 2025

“Novecento” di Alessandro Baricco è il quinto spettacolo in concorso al XVI esimo Festival Teatro XS Città di Salerno con la Filodrammatica Orenese di Vimercate (MB)


                      



 Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello


Il mare sciaborda e salsedine e freschezza si attaccano al corpo, il garrito rauco del gabbiano volteggia e sfiora la testa, in lontananza una sirena lancia richiami e la nave Virginian s’avvicina al porto, Questo l’inizio, attraverso i sensi, di Novecento, il monologo teatrale scritto da Alessandro Baricco, nel 1994 per Eugenio Allegri. D’allora in poi il racconto è uno dei pezzi teatrali, il più sublime, un tempo narrativo veloce, comprensibile e particolare

La scena è scarna, solida, di legno al naturale, con una serie di piccoli scanni sparsi, che di volta in volta rappresentano sagome di personaggi raccontati, due sacchi di iuta ed una lanterna completano l’immagine fissa.

“Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America”.

L’incipit preciso e tutta la trama del racconto sono affidati, a colpi di ricordi, ad un trombettista, tale Tim Tooney, che, per sfuggire alla miseria e ad una vita grama, accetta l’ingaggio sul transatlantico Virginian, per rallegrare le serate dei passeggeri. Su quella nave oltre a sbarcare il lunario conosce Novecento, la leggenda della musica e gli resta affezionato. Il nome per intero di questo fuoriclasse, però, è: Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, nel quale si abbina il nome del fochista nero che lo adotta, più l’anno nel quale è stato trovato, Novecento, per l’appunto. Danny Boodman, senza pensarci su, lo crescerà come padre amorevole, il suo vecchio cuore si scoglie quando lo trova abbandonato, scesi tutti i passeggeri, sul pianoforte nero e lucido della prima classe, sistemato in una misera scatola di limoni e avvolto in una copertina, senza uno scritto di accompagnamento. Tutto l’equipaggio lo accoglie con calore, pur temendo che quell’adozione non sia regolare, ma l’uomo, a chi glielo ricorda, risponde, con un’alzata di spalle “In culo alle regole”. Per 8 anni gli insegna tutto quello che può della vita, circoscritta al transatlantico e non lasciandolo mai scendere a terra, nel timore di perderlo. Poi un triste giorno la morte pone il dilemma di che farne del piccolo Novecento, sicuramente sbarcarlo e affidarlo a mani competenti, ma il piccolo, avvertito il pericolo, si nasconde senza farsi trovare se non dopo che lil transatlantico ha preso il largo.  Gli anni passano e la nave diviene la sua casa e la sua esistenza ed è lì che lo trova Tim Tooney nel 1927 restandogli amico per tutta la vita. Tutto quello che sappiamo di Novecento, infatti, lo dobbiamo a lui, per esempio della sua bravura al pianoforte senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato, della sua mitezza di carattere, del suo credere nella bontà altrui e del suo realizzarsi in maniera totale con la musica. Pensieri e desideri semplici, di un uomo vissuto a stretto contatto con il proprio io e con temi musicali scelti, colonna sonora della propria vita.

Quando Novecento sfiora i tasti, senza mai spostarsi dal Virginian, conosce luoghi e vive esperienze appaganti, riuscendo incredibilmente a vivere ogni viaggio, ogni luogo ed ogni sensazione, le stesse che sente raccontare dai passeggeri del piroscafo, testimoniando, poi, di conoscere luoghi senza averli mai visitati. Vive momenti esaltanti ed accetta e vince un duello musicale con il famoso pianista Jelly Roll Morton, presunto "inventore del jazz", conosciuto per i suoi modi poco rispettosi, nessuno crede, possa saper suonare meglio di lui. Novecento senza sforzo alcuno, riesce a battere Morton, eseguendo un'energica ma delicata sinfonia.

Tim Tooney si esalta nel ripensare alle prodezze del suo amico e raddoppia i ricordi, ad esempio l’episodio “della caduta dei quadri” che precede, poi, la volontà di scendere a terra. Solo un caso?

“A me m’ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per

anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono.

Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un

certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto,

con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran.

Non c’é una ragione. Perché proprio in quell’istante?

Non si sa. Fran. Cos’è che succede a un chiodo per

farlo decidere che non ne può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto?

Prende delle decisioni?...

Un passaggio stupendo lo spunto dei quadri, che indica come nella vita attimi insignificanti creano, invece, un’opera complessa e affascinante, momenti congelati nel tempo, ognuno con una storia e un'emozione unica.

Ed eccolo, Novecento con il suo cappottino di cammello, rimesso a nuovo proprio per fare la sua bella figura, appena messo il piede a terra. Sì, ha deciso di scendere dal Virginian per guardare il mare di faccia e la nave alle spalle. Vuole riprendersi la vita al di fuori della polla in cui è stato chiuso

Tutta quella città… non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito che sarei sceso, non c’era problema primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi…”

Novecento non mette piede a terra e mai più lo farà, figlio di quella nave è là la sua grandezza e il suo limite. Nella città è uno sconosciuto, sul Virginian, una leggenda. La conoscenza delle cose gli è stata data dalla sicura tastiera del pianoforte, con i suoi 87 tasti finiti. Stranamente la nave, metafora della sua vita, racchiusa e galleggiante, dovrà essere trasferita sulla terra ferma per essere conosciuta, raccontata e non da lui. Il desiderio di realizzare i suoi sogni mal si concilia con la paura del mondo, per cui l’uomo insicuro e timoroso si consegna, senza rimpianto all’unica cosa certa della sua vita, a quel grembo materno di nome Virginian, che l’ha accolto in semplicità e protetto teneramente, consegnandogli pianoforte e musica. E quando la nave dovrà essere distrutta per raggiunti limiti di percorrenza, Novecento, per l’estremo legame con essa, sparirà nel liquido amniotico del mare per un’ultima carezza materna

Lo stile colloquiale e la narrazione sotto forma di ricordi fanno di Novecento un monologo di pregio unico, che l’attore Fulvio Perrone, della Filodrammatica Orenese, per la prima volta partecipante all’XS, ha interpretato in maniera egregia, oserei dire da innamorato pazzo. Non si è risparmiato, Fulvio, sicché ha volteggiato su di un enorme rocchetto, utile per corde e cavi, ha caratterizzato personaggi del racconto, affollando la scena, ha smosso scanni, ha montato scale, ponti, passerella, ha indossato vestiti, cappotto, cappello e quel che più conta, per 75 minuti, ha raccontato senza dimenticare nulla, un monologo che di semplice ha solo l’apparenza.

La storia è singolare, vuoi perché si occupa della vita di un solo uomo, che può essere quella di tutti e vuoi perché le sue paure ci toccano profondamente ed ognuno si sente incluso. L'identità, la libertà e il senso di appartenenza, volteggiano, come voli larghi di gabbiano nel racconto e si confrontano con il mondo esterno del protagonista, che rimane legato, però, al suo unico ambiente.

Questo suo modo di comportarsi, per paura di non essere in grado di gestire la vita al di fuori di un luogo protetto, mi fa pensare (N.D.R.) ai tanti ragazzi Hikikomori, che si moltiplicano sempre più nell’attuale società.

 

Infine “Novecento” di Alessandro Baricco, in assoluto il capolavoro italiano, sviluppa tematiche che toccano tutti, come il legame per la propria origine, vuoi che sia famiglia o luogo in cui cresci e ti realizzi, vuoi che sia il sogno di vivere una vita autonoma senza lasciare il porto sicuro della tua esistenza. Un binomio che se raggiunto è la felicità!

Maria Serritiello

 

*La leggenda del pianista sull'oceano” il film di Giuseppe Tornatore del 1998, 5 nastri d’argento, è tratto da Novecento di Alessandro Baricco

 

Compagnia Filodrammatica Orenese

Interprete: Fabrizio Perrone

Luci ed audio: Mattia Nodari, Sara Biollo

Grafiche: Alessio Bonizzoni

Regia: Fabrizio Perrone e Mattia Nodari

 

 

 


 

 

 

 

domenica 9 marzo 2025

2.24 di Pascual Carbonell e Jeronimo Cornelles è il quarto spettacolo in concorso, presentato dalla Corte dei Folli, regia Pinuccio Bellone, al Teatro Festival XS, Città di Salerno

 



Fonte: www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

L’interno della metropolitana a vista, ha 9 sediolini rossi, di fuori un grosso timer scandisce secondi che addizionano 2.24 minuti, un tempo ineluttabile, un limite stabilito, entro il quale si muove l’azione di due sconosciuti: un uomo, Marcos ed una donna, priva di nome. Realtà e immaginazione s’impossessano della scena e neanche nel finale c’è nitida chiarezza.

 Un contesto banale, dove la metro fa da sfondo all’incontro occasionale di due sconosciuti, che vivono insieme solo per due fermate, un luogo quotidiano ed anonimo, ideale per incontri senza conseguenze, una chiara metafora della vita misteriosa ed intricata.

Sono distanti, 7 sediolini li dividono, abito nero, capelli corti e scialle rosso sulle spalle, intenta nella lettura di un libro, lei, completo grigio, camicia bianca, senza cravatta, capelli trasandati e borsa da lavoro in pelle, lui. Ed ecco avere inizio la narrazione di un tratto di vita disvelata per 2.24 minuti dei due passeggeri. Un foglietto di carta, per caso o voluto, è lasciato cadere a terra da parte dell’uomo, prima di scendere alla sua fermata. La donna lo raccoglie con sussiego e vi legge un’anonima lista di acquisti per la casa, ripromettendosi di consegnarglielo il prossimo fine settimana, quando si sarebbero nuovamente incontrati. Inizia, così una fitta rete di messaggi dall’uno all’altra, dove la posta si alza sempre più e dove il confine dell’innamoramento si fa sempre più sottile, fino alle richieste impossibili dei due. La donna, con arte, confeziona il gioco sottile della seduzione, concede e si ritira con estrema destrezza, implicando nei suoi gesti, forzato sentimento, sensualità ambigua e sessualità palese, mentre lui innamorato perso, ormai, è in balia dell’umore volubile della donna. La musica è un forte attrattore tra i due, il tango triste ballato senza avvitarsi nel vagone vuoto della metro è, però la negazione più assoluta della voluttuosa seduzione. Marcos ha un piano per vivere libero l’amore che l’ha preso e che celebra con i versi del poeta statunitense Wolt Witman, uccidere la moglie e sua figlia! Sì, è sposato, ma non è l’unico segreto della sua vita, sua madre è stata uccisa(?!) e lui soffocato dalle sue cure, tanto da esserne malato, è stato nient’altro che un uomo debole e mai decisionista.

Ecco che la Metro gli viene in soccorso, con quel breve lasso di tempo, abbinato alla particolare condizione di solitudine del vuoto vagone, invalicabile dall’esterno, per dare la stura liberante ai suoi pensieri impossibili, che un disturbo dell’attaccamento ha potuto provocare nella sua mente. La donna, distante a sette sediolini rossi, come sanguigno è lo scialle sulle sue spalle, già seduzione e manifesta carnalità, gli rende forza, vigore e capacità di realizzare un sogno, quello nato dalla forza del desiderio e non dalla debolezza accumulata.

 Ha in suo possesso tre colpi di rivoltella, tre colpi per aggiustare la sua vita, forse anche uno e i 2.24 minuti disposizione che stanno per scadere…

 

Rivelare la conclusione sarebbe “delitto” quel finale che ci ha tenuti incollati alle sedie per 90 minuti, senza accorgersene, va svelato sere per sere in teatro, a noi resta di riflettere sulla bontà del pezzo, della scelta, della bravura attoriale e della eccellente regia

Decisamente 2.24 è un dramma psicologico di grande intensità, gli autori hanno dato vita ad una scrittura a due mani impegnativa e con buoni risvolti creativi, scrivere al femminile, per l’altro genere, non è sempre facile ed i due scrittori Pascual Carbonell e Jeronimo Cornelles, amici per caso, ci riescono in maniera egregia. Scegliere, poi, un lavoro così impegnativo ed avere la volontà di portarlo in scena, al concorso dell’XS, va tutta la lodevole ammirazione, distribuita equamente tra il regista Pinuccio Bellone, Della Corte dei Folli, una nostra vecchia conoscenza e dei due attori: Annachiara Busso e Corrado Vallerotti, di straordinaria bravura.

Essere stati per 90 minuti rinchiusi nello scompartimento della Metro sotto terra in balia, ora dell’uno, ora dell’altra, ostaggi dei due personaggi e delle loro ubbie, i segni di effettiva claustrofobia ed angoscia smisurata ci sono stati tutti. I dialoghi incisivi e ricchi di sfumature, hanno permesso di esprimere una vasta gamma di emozioni, dalla gioia alla tristezza, dalla frustrazione alla speranza, da una conclusione annunciata, a quella non sperata. Non avrà un finale rosa 2.24, come l’amore filmico di “Innamorarsi”, nato nella Metropolitana di New York, tra Meryl Streep e Robert De Niro, Marcos, che alla donna darà il nome equivoco di Clodinette, è invaso da un amore folle, forse mai realmente esistito, se non nella frustrazione della sua mente e della sua psiche disturbata. Una linea sottile tra sanità e follia, proiezione tra ciò che vede o crede sia il riflesso del suo stato mentale.

 Uno sguardo lucido ed analitico degli autori su di una mente disturbata e che nell’anonimato della Metro ha la sua compiuta espressione.

“Non aspettarmi questa notte, al mio fianco c’è l’inverno…e sono la tristezza e l’inferno.” Marcos

Maria Serritiello

 

2.24 -Dueventiquattro

di Pascual Carbonell e Jeronimo Cornelles

con Annachiara Busso e Corrado Vallerotti

Allestimento scenografico Gianfranco Sarotto

Coaching Enzo Brasolin

Regia Pinuccio Bellone











domenica 2 marzo 2025

Caro Ninì









 di Maria Serritiello

Caro Ninì,

tutto per una banale caduta in casa, ci abbandoni.

Senza una parola, uno sguardo, una rassicurazione, una promessa per rasserenarci. In silenzio e privo di conoscenza, ti sei avviato senza voltarti indietro, come per raggiungere una meta. Eppure ti ho conosciuto, tanti anni fa, ma mai abbastanza, soccorrevole, amichevole, presente nella vita di chi, al di fuori della tua famiglia, volevi bene.

Io, tra questi e tu come un buon fratello, un caro amico, un allegro compagno di svaghi e più̀ di un disponibile parente. Una mano protesa, con slancio ogni volta, per cui, ora, mi è difficile trovare le parole giuste per esprimere quanto fossi speciale e che qualità pregiata di gentiluomo e signore d’altro stampo, tu fossi.

La nostra amicizia è durata quasi 50 anni, un viaggio lungo, ricco di esperienze, di giornate trascorse, di racconti e avvenimenti della vita condivisi. La tua gioventù dorata, quale signore di Mottola, ti era restata attaccata come una seconda pelle e la Puglia dei tuoi natali, viva ma non invasiva, nella parlata dialettale, tipica l’espressione quando ti salutavo “Adda’ sci” o quando volevi insegnarmi la pronuncia corretta di Acqua sale”. Uomo, un nobil uomo, di vasta cultura e di sensibilità acuita verso l’estetica ed il bello. Amavi la musica classica, quella ascoltata nell’atrio del duomo di Salerno, o dalla terrazza immensa di Ravello od anche dai tuoi sofisticati mezzi acustici di casa. Il tuo studio un sacrario, arredato con libri antichi e foto della tua famiglia di origine e lasciata a Taranto, a tenerti compagnia.  La lettura, un hobby, dei tuoi, che ci ha permesso di scambiarci analisi e considerazioni, a volte anche in opposizione, su quanto andavamo leggendo. Ogni conversazione con te era un'opportunità per imparare o esplorare qualcosa di nuovo, per condividere risate e spensieratezza. Un uomo completo come marito, Iole, la tua compagna di una intera vita, piange la tua assenza, senza nessun conforto ed è stretta dall’abbraccio dei tuoi diletti figli, Tommaso e Checco, due uomini buoni che si apprestano a vivere la loro esistenza, senza avere le spalle coperte dalla tua forza discreta. I giovani nipoti, Everton e Wellington, ora a guardare il futuro con l’esempio della tua professionalità e l’integrità esemplare.

Per tutti di famiglia eri considerato “Il Gattopardo”, dal bonario sfottò che ti eri guadagnato da me, nel pretendere da Iole, oltre a tanto altro, l’accuratezza del mettere la tavola. Col tempo abbiamo sommato tanti di quei lemmi, per richiamare alla mente episodi divertenti, ma anche no, di quelli trascorsi insieme. Eccoti una sintesi e nel citarli, tutta la nostra vita avvolge il nastro.  

“lo scrittoio leopardiano”, Il vino di Locorotondo, Le cene al castello (dove il castello era la mia casa fuori città), Le feste in costume a ferragosto, Gli anni estivi al Lido Olivieri, giovanili, divertenti e spensierati, I compleanni, Gli onomastici e le ricorrenze ricordevoli.  La visita a Foggia e la mia ricerca puntuta di trovare un luogo alto nel tavoliere delle Puglie.

 Lo so, stai ridendo tutt’ora.

E poi il tuo andare generoso, avanti e indietro dall’ospedale, per portarmi frutta fresca nella calura estiva, alleviando la mia malattia, le discussioni articolate, seduti al fresco nell’aia di Emma, ribattezzato l’Ozio Di San Casciano, consumato tra il frinire delle cicale e l’albero secolare che gettava ombra nell’ acqua tersa della piscina. Le mie poesie, che devono a te la luce, accompagnate da un tuo colorito apprezzamento “Ma lo sai che sono belle ste c...di poesie!!

Così Ninì, mi lasci, ci lasci, un patrimonio di affettiva eredità, raccolto nei tanti anni distesi dinanzi a noi e poco importa se te ne sei andato da un’altra parte, io continuerò a chiederti testarda: “Come stai, oggi? E tu a rispondermi: “Botti, Botti”, per rassicurarmi ancora.

Maria Serritiello


 




giovedì 27 febbraio 2025

“Che pasticcio Mrs Peach” Terzo spettacolo in concorso al XVI Festival Teatro XS città di Salerno

 

Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

Il XVI Festival XS, organizzato dalla Compagnia Dell’Eclissi di Salerno, continua il suo cammino di rappresentazioni, delle 7 in concorso, con un genere musicale, una novità assoluta: il musical, mai portato in scena, nei 16 anni di manifestazione.

“Che pasticcio Mars Peach" di Alessandro Iacovelli è il titolo del musical, ad esibirsi è la Compagnia della Lira di Casamassima (BA) e tratta di una donna Mrs Peach, per l’appunto, che nel piccolo villaggio di Bibury, nel sud dell’Inghilterra, è rimasta a dirigere, quale governante, la rinomata pasticceria del Sir Martin, alla sua prematura scomparsa, senza che vi sia un erede certo. Questa l’ossatura del racconto musicale nel quale s’innestano situazioni particolari, tra il comico, ad esempio l’arrivo ingombrante (!!) dell’erede inglese- partenopea, cognata e vedova del fratello del Sir Martin ed il surreale, il morto avvelenato dalla leccornia, impastata con veleno per topi dall’inesperta ed improvvisata pasticcera e poi nascosto nel banco da lavoro. Il tutto è condito da opportune musiche, da motivetti cantati e da passetti di “tip tap”. Quello che appare subito, oltre al resto, è la cura impiegata nella resa della scenografia, modellata in perfetto stile english, dai colori pastello e bianchi merletti, dai vasetti perfettamente incolonnati sulle mensole degli scaffali, dalle finestre e dal bancone dove due cameriere provvedono a spolverare, sotto l’occhio attento della rigida governante e ad impastare i dolci, senza sgarrare in orari prestabiliti. A scompaginare le donne della casa ci pensa, suo malgrado, il tutto fare di genere maschile, servizievole oltremodo nei riguardi di Mrs Peach, che profitta della sua devozione per condurre la pasticceria ed i suoi affari. La nuova conduttrice, invece, sparge intorno alla sua mole formosa, profumo di cannella e polvere di farina, basta poco e voilà gli ottimi dolci della casa, sono rinnovati nel gusto e nel sapore, insomma una “Mary Poppins” di vecchia conoscenza, per come sa usare la semplicità ed a risolvere i guai. Tutti i componenti si sentono sollevati ed anche il morto non dà pensieri se nel finale si apprende che tutti e 5 personaggi sono usciti da un libro a cui manca una pagina strappata, l’ultima.

Bravo l’autore a creare una soluzione di riparazione per tutti e a regalare il finale agli spettatori, ognuno, infatti, proverà a cercarne uno. Inoltre Il significato del musical si concentra su temi come l'accettazione di sé, l'importanza dell'amicizia e la capacità di affrontare le difficoltà con un sorriso. Attraverso le peripezie di Mrs. Peach, che nel finale trova ciò che ha sempre cercato, mandando all’aria la sua rigidità e il senso del dovere, il pubblico viene invitato a riflettere su come le piccole complicazioni della vita possano trasformarsi in opportunità di crescita e di connessione con gli altri.

La novità del genere all’XS è stata presentata dagli interpreti con grande scrupolosità e diligenza che oltre alla bravura recitativa, posseggono timbri di voce e modulazioni di buono ascolto; tutte le canzoni, tra il primo ed il secondo atto, sono state cantate dal vivo. Buoni gli arrangiamenti musicali e la capacità di accordo tra di loro. L’impegno e la volontà di riuscire al meglio c’è stata tutta ed anche apprezzata dal pubblico, l’unica nota deludente è proprio la costruzione della storia che poggia su stereotipi scontati a cominciare proprio da Mrs Peach.

Maria Serritiello

www.lapilli.eu





mercoledì 19 febbraio 2025

“Inviolata” Compagnia Senza Confine Fasano Brindisi terzo appuntamento al festival Teatro XS città di Salerno

 

Fonte : www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

“Inviolata”, al XVI concorso Teatro Festival XS di Salerno, ha smosso la memoria collettiva dei presenti, con una riflessione all’indietro, sì da ricordare il cammino principiato, le dinamiche usate, le sofferenze affrontate, i pregiudizi umani e culturali sormontati, ma anche per ben rammentare    che il processo di emancipazione non è affatto concluso, anzi.

Una gran fetta di donne, ancora ovunque, subisce violenze e soprusi inimmaginabili, 40 milioni di persone è vittime della schiavitù moderna e tra queste, il 71% sono donne e ragazze, sicché 28 milioni di donne vivono in condizioni di schiavitù e privazione dei diritti.

Quella rappresentata, la scorsa domenica, è una micro storia di un piccolo paese della Sicilia degli anni ’60: Alcamo, dove la donna è “serva anche di Dio” (nelle preghiere) che di uguaglianza va predicando. Franca Viola, una giovane donna si accinge ad ingaggiare una lotta titanica contro la morale corrente, contro la tradizione patriarcale e contro una cultura che giustifica la violenza sulle donne.

Lo spettacolo ha inizio. Tre giovane donne, scalze e vestite di bianco si rincorrono sull’aia contadina, vivendo momenti di spensieratezza mentre stendono vestiti, cravatte, sottane, sulle corde tese. Giocano e sbeffeggiano il maschio con gli abiti del bucato, imitando la volgare sfrontatezza quando si rivolgono al loro essere brave ragazze mute. Sguardo chino e sottomesso, capo coperto dallo scialle nero, dopo il disgusto delle “toccate”, dopo che è successo ancora una volta.  E così per un’ora intera rivediamo rappresentata la storia di ribellione della giovane contadina siciliana, Franca Viola, nel rifiutare il matrimonio riparatore, dopo essere stata stuprata e tenuta in ostaggio dal mafioso Filippo Melodia.

La sua storia, la nostra storia! Ad una donna disonorata e privata della virtù, un valore secolare per accertare all’uomo di essere il primo nella procreazione, che altro resta se non consegnare la sua vita all’ aguzzino di turno? È oggetto di sua proprietà, con buona pace del rapitore, della famiglia, del vicinato, dell’opinione pubblica ed anche della religione. Questo il credo di accettazione per la donna degli anni ’60 che si trascinava dietro secoli di schiavitù. Più volte parole, senza rispetto, come svergognata, disonorata, infangata, spudorata, sfacciata, sono state rivolte alla donna deflorata dall’uomo orco, ma quello che colpisce di più sono le zizzanie delle donne stesse, nei loro cortili, per strada, dietro le persiane e mentre si recano in chiesa. Eva contro Eva, il danno maggiore fatto dalle donne alle donne, una rovina che ha stagnato il movimento di emancipazione, solo perché soffocate dal pauroso conformismo, dalla rassegnazione e dall’incapacità di liberarsi dai pregiudizi, divenendo così, le peggiori accusatrici delle donne stesse, utile ad alimentare e confermare il potere maschile.

La storia affrontata sul palco è stata potente ed è quella che ha segnato un momento cruciale nella lotta per i diritti delle donne in Italia, non meno di 65 anni fa. Le bravissime attrici ci ricordano, non senza emozioni le leggi che hanno scandito il percorso: 1981 eliminazione del delitto d’onore, 1996 il matrimonio riparatore non estingue il reato.

Colpo di Teatro, per non trascurare l’aspetto letterario, a sostegno dell’evolversi della vita, il monologo sulla libertà, la dignità ed il coraggio di opporsi a norme sociali oppressive, tratto dal Don Chisciotte di Miguel Cervantes, reso magistralmente dalla piccola attrice, di appena 17 anni.

Tutto è stato assemblato in maniera perfetta: la recitazione: uno stretto dialetto siciliano, non essendo la prima lingua delle attrici, la scena, semplice, ma rievocativa di un paese del sud, i personaggi maschili resi scenici da cravatte e coppole, le movenze sinuose, volgari ad imitazioni del maschio, la bellezza della danza a piedi nudi ed alla freschezza delle giovani interpreti, continuazione e testimone di donne passate, ma così presenti nel bel pezzo di teatro. Franca Viola, l’interprete principale, evocata in assenza per tutto quello che ha rappresentato ed una volta messa alla gogna dall’ignoranza del tempo, ha spezzato le catene del conformismo e si è protesa al di là dell’arretratezza. La musica, il canto le luci ed il tempo, un buon esempio di Teatro civile

Maria Serritiello

 

INVIOLATA  Compagnia Senza Confine Fasano Brindisi

Drammaturgia e Regia David Marzi e Teresa Cecere

Con Maria Barnaba, Sandra Di Gennaro, Ilenia Sibilio

Allestimento scenico Lisa Serio

Musica di scena Kemonia

Cunto Mario Incudine




 

martedì 18 febbraio 2025

Il Pettirosso

 


Fonte :Web

di Maria Serritiello


La leggenda del pettirosso è affascinante e ha diverse varianti, ma una delle più conosciute racconta di come questo uccellino abbia ottenuto il suo caratteristico petto rosso.

Secondo la leggenda, durante la crocifissione di Gesù, un pettirosso volava nei pressi della croce. Mentre cercava di rimuovere le spine dalla corona di Cristo, il suo petto si macchiò del sangue sacro. Da quel momento, il pettirosso è stato benedetto e il suo petto è diventato rosso, simboleggiando il sacrificio e la compassione.

Questa storia ha dato al pettirosso un significato speciale in molte culture, associandolo a temi di amore, sacrificio e speranza. È un uccellino che spesso viene visto come un messaggero di buone notizie e un simbolo di rinascita.







domenica 9 febbraio 2025

Al Ridotto di Salerno, “L’ Amico dei sogni” con Salvatore Gisonna e Peppe Laurato, per Che Comico 2024/2025

 



Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello


"L'Amico dei sogni", una divertente sit comedy, portata in scena al Ridotto di Salerno, per due sere consecutive, nel fine settimana scorsa, da Salvatore Gisonna e Peppe Laurato. Una ventata di freschezza e risate, un intreccio di momenti alternati di comicità brillante a situazioni esilaranti. Il nuovo progetto teatrale, vuole combinare divertimento ed emozioni, una vera e propria sfida. Già lo scorso anno gli stessi attori sono stati impegnati in “Tre sfumature di giallo” ed il successo ottenuto li ha convinti a ripetersi, parlando di amicizia, quella vera che vince sugli inevitabili contrasti.

Fulvio Cortese e Peppe Borrelli, vecchi compagni di scuola e di banco, il primo della classe e l’ultimo, si ritroveranno dopo 21 anni, l’uno stimato professore d’ italiano, l’altro manager di successo. La vita tranquilla del padrone di casa, il professore, per intenderci, viene letteralmente sconvolta da situazioni paradossali e niente sarà come prima dell’arrivo del compagno di scuola. Tutto ruota, dunque, attorno al protagonista e alle situazioni paradossali che dovrà affrontare, suo malgrado, dal momento in cui viene a contatto con l’amico, irresistibile sia per la mole impegnativa, sia per la comicità  scoppiettante. L’uno spalla dell’altro, ognuno con la propria peculiarità. L’allestimento scenico e i costumi semplici hanno contribuito   a rendere giusta ogni scena. La regia ha saputo mantenere un ritmo incalzante, alternando momenti di riflessione ad esplosioni di ilarità. Ed anche il finale sorprenderà

Con Salvatore Gisonna, una conferma, ogni volta, al Teatro Ridotto e Peppe Laurato, uno scoppio di ilarità a tutto campo, il cast si avvale della presenza di Lucia Gisio, Peppe Isaia e Mario Brancigliano

Maria Serritiello

www.lapilli.eu