Dal cappello a cilindro
della programmazione del Teatro dei Barbuti di Salerno, il 24 agosto, alle ore
21,00, esce la colomba bianca, firmata Giovanni
Caputo, artista conosciuto e cresciuto sulle tavole del palcoscenico, poeta
ed il 24 sera, anche ideatore e regista dello spettacolo dal titolo “Salerno legge Napoli”. E ‘coadiuvato,
nel viaggio tra Salerno e Napoli, da valenti compagni: Cinzia Ugatti, Teresa Di Florio, Augusto Landi e Marco De Simone.
Ho chiesto a Giovanni (ndr) quale fosse l’idea di
fondo dello spettacolo di lunedì prossimo, mi ha risposto che partendo dalle
suggestioni che continuamente la poesia, l’arte, il teatro napoletano
suscitano, ha avuto lui stesso il desiderio di scoprire, quanta arte non
conosciuta e nascosta ci fossero nelle composizione dei poeti Salernitani. Una lettera d’amore che dalla città arrivi fino
a Napoli per sentirsi uniti nei versi, la parte migliore di noi, una vera
dichiarazione di sinergia, in un periodo, come quello che stiamo vivendo, dove
tutto ci distanzia e ci divide. Bene, poeta
Giovanni, siamo lieti di assistere lunedì al tuo lavoro, alla tua fatica
artistica e ci saremo tutti come il live motive della pubblicità ci ha spinti “ Nun o facimme piglià collera”.
Avevi compiuto, un mese fa, il 4 luglio, 72 anni, ma io ti ricordo come il fratello piccolo delle mie amiche ( sorelle) di sempre: Gina, Rosetta ed Anna. Una vita di ragazze vissute con lo stesso slancio e la stessa affettività . Ora è la seconda persona che se ne va, di quella fratellanza che eravamo riusciti a formare con i nostri due fratelli.
Poi la vita ci ha dato svolte diverse, ma non abbiamo mai tralasciato di mantenere i contatti ed ogni anno, in estate, se non prima, ci vedevamo una serata per rinvangare i vecchi tempi.
Sono davanti allo schermo luminoso, inebetita dallo smarrimento, per dare luce al tuo ricordo e privarti del buio.
.
Che tu non abbia più paura, là dove andrai, sarai accolto dai tuoi genitori, da tua madre amorevole. Finito è il tuo calvario, sii felice da adesso in poi.
Ho imparato a conoscere Tonina Salvatore, durante i giorni duri
della pandemia. Di persona non l’ho mai incontrata, ma l'immagine buona che mi
arrivava da Fb, mi faceva già credere in Lei, persona buona. Tonina è di
Avigliano, la Lucania discosta, conosciuta nei miei primi 8 anni d'insegnamento
e che per certi versi non è mai cambiata nei valori essenziali e fondanti,
anche se la mano di vernice, giustamente di modernità se l’è data.
Tonina
Salvatore, una bella signora di mezz' età , possiede un telaio
centenario che utilizza per la produzione artigianale di manufatti in lana e
stoffa. Durante il momento più tragico della pandemia, per mancanza di
mascherine, Tonina non ci pensa due volte ed invece di starsene a girare i
pollici, come la gran parte di noi, terrorizzata dalla paura, comincia a
produrre mascherine gratis, per la comunità , arrivando a confezionarne in
tessuto, oltre 2500. Così, anche con
l'aiuto delle figlie Paola e Maria, ragazze
generose, quanto la madre, hanno fornito interi reparti dell’ospedale San Carlo di Potenza, tra cui: pneumatologia, terapia intensiva,
otorinolaringoiatra, olistica, ematologia, pediatria, pronto soccorso e 118.
Un nobile impegno se si pensa che tanti medici ed infermieri hanno svolto il
loro dovere lavorativo, senza nessuna protezione, lasciandoci la vita. Inoltre,
chiunque abbia fatto richiesta al team di lavoro, sono state pronte a
tranquillizzare, chi in quel momento fosse in difficoltà , per la paura di
essere sfornita di un mezzo così importante a salvarsi la vita.
Molti sono stati i riconoscimenti ricevuti per
la prontezza, con la quale si sono attivate in una crisi mondiale, dove ognuno
pensava al proprio particolare e a salvarsi a danno anche del proprio simile, per
non parlare delle speculazioni, messe furbescamente in atto. Loro no, come damigelle del medio evo, si sono
sedute al telaio, lavorando notte e giorno, per dare il loro contributo
all’Italia.
E seguiamo la storia di
questo telaio che già ad immaginarlo sembra una favola ascoltata da bambini,
anche il linguaggio usato per conoscerlo, sa di arcaico e ci trasporta nei
mitici paesi antichi, dove c’è sempre una principessa che lavora pensosa al
telaio, aspettando il suo principe azzurro.
Il
telaio di Tonina Salvatore ha una storia centenaria. La prima
persona che utilizzò questa stupenda "macchina"
fu sua nonna Domenica Maria Mancusi,
conosciuta da tutti come zia Nenna
Mussluong, che trasmise quest'arte alla nuora Vita CrescenziaSalvatore,
madre di Tonina. All'epoca i teli
prodotti venivano realizzati con lana di riciclo e venivano adoperati per
coprire il pane detti "
tr'zzarule" o a mo’ di coperte. Tonina, dopo aver lavorato per molti
anni sempre nell'ambito dell'artigianato artistico, decise di riprendere la
tradizione di famiglia, per suo conto, ed iniziò a realizzare tessuti
tradizionali con un tocco d’innovazione, per cui alla produzione classica, si
aggiunsero complementi d'arredo, capi di abbigliamento, accessori e calzature.
Il nuovo avanza, Maria e Paola ne
sono e saranno depositarie di questa antica virtù. Tutto viene rigorosamente
tessuto e rifinito a mano, ogni pezzo realizzato è unico ed esclusivo a
garanzia dell'originalità ed artigianalità del prodotto.
La
storia della tessitura segue
passo, passo quella dell'umanità , i primi telai apparvero nel neolitico,
costruiti semplicemente con rami di pali messi verticalmente, l’immagine la si
trova, molto spesso, sui vasi greci unita all’immagine di Penelope I popoli
antichi oltre al telaio con pesi, usavano telai orizzontali a terra.Questo tipo di telaio, solamente un po' più
raffinato, continuò ad essere utilizzato per millenni, dagli Egizi e dai Romani. Nel medioevo il telaio verticale continua
ad essere usato per il confezionamento degli arazzi,
e nel 1250 fu dotato per la prima volta di pedale
La tessitura diviene un'arte, grazie all'arrivo della seta dalla Cina
e con la lavorazionedi tessuti pregiati
come raso, broccato, damasco
evelluto.
Nella seconda metà del Settecento nella nuova
produzione industriale, il cotone è la più diffusa ed utilizzata delle fibre
naturali ed è la maggiore coltura agricola non alimentare. Il cotone, dunque,
ha antiche tradizioni, infatti, fu introdotto in Sicilia dai
Saraceni, nel IX sec.
Nel 1787 per
la prima volta al telaio, viene applicato il motore a
vapore per muoverlo, nasce così, il telaio
meccanico. Nel XIX secolo,
invece, la produzione tessile esce dall’ ambito artigianale
e domestico per diventare uno degli artefici della rivoluzione industriale.
Ebbene sì, ricominciamo.
E’ martedì’, 30 giugno alle 20,40 che le porte del Teatro Genovesi, della
Compagnia dell’Eclissi, si aprono per proclamare il vincitore del I° Concorso di drammaturgia "XS testi
di scena", ideato, organizzato, fortemente voluto e finanziato dalla
Compagnia dell'Eclissi di Salerno. Il premio, prevede un riconoscimento in
denaro, 400,00 euro, per dare un segno tangibile a chi crea in un periodo tanto
difficile per il Teatro, fortemente colpito dal Covid-19.
L’emozione dei convenuti
è palese, l’ultima volta a varcare il teatro è stato il 7 marzo, il giorno dopo
ci sarebbe stata la chiusura in casa per quasi tre mesi. Ci salutiamo tutti
come dei sopravvissuti, in effetti la paura è stata tanta e mai ci saremmo
aspettati di doverla combattere al chiuso e in modo solitario. E tanto per
ricordarci che, almeno per il momento, non siamo fuori dal meccanismo della
prevenzione, siamo solo in trenta, per osservare la distanza sociale, Angela
all’ingresso ci misura la febbre, ci disinfettiamo le mani e mascherina a fare
bella mostra sul viso di ognuno. Il sipario aperto lascia intravedere 4
postazioni di lettura. Enzo Tota, Presidente, sale sul palco e dice. Mi piace
riportare (N.d.R.) parte del suo discorso di apertura così vicino al nostro
comune sentire.
Il concorso è evidente, nasce
da una costola dal Concorso Nazionale, Teatro XS, città di Salerno, cavallo di
battaglia annuale della Compagnia dell’Eclissi, che riprenderà il 25 ottobre,
per concludere la dodicesima edizione, sospesa bruscamente a causa del covid 19.
Hanno partecipato al
primo concorso 21 autori l’età è
compresa tra i 20 e i 70 anni, 11 uomini
e 10 donne, 8 del nord, 6 del centro e sei del sud, più uno italiano, ma
residente a Parigi.
La giuria, formata dai
soci: Marcello Andria, Felice Avella,
Gianfranco Casaburi, Marco De Simone, Marica De Vita, Angela Guerra, Roberto
Lombardi e Maria Tota, ha deliberato quanto segue:
“Per
l’approccio attuale, non convenzionale e intelligente al tema doloroso della
violenza sulle donne, esplorato nella complessità e nella sottigliezza delle
sue implicazioni, fisiche, sociali, psicologiche; per la coerenza del sistema
dei personaggi, organizzato secondo linee ben riconoscibili di complementaritÃ
e di opposizione nelle due coppie; per l’incalzante ritmo narrativo, che
procede senza pause verso il dramma conclusivo, sempre sostenuto da una
scrittura tagliente, incisiva e da una conoscenza solida di linguaggi e
meccanismi che regolano la messinscena; per la nitida costruzione drammaturgica",
ha decretato vincitrice l’imperiese Giorgia
Brusco con il testo ‘Il veleno
dell'indifferenza’
Giorgia nasce ad Imperia
nel 1977 e si avvicina al teatro come scenografa.
Dopo gli studi superiori compiuti presso l’Istituto d’Arte di Imperia si diploma come Maestro d’Arte presso
l’Istituto Statale d’Arte di Imperia. In seguito si laurea in Storia e
conservazione dei Beni Architettonici ed Ambientali presso L’Istituto
Universitario di Architettura di Venezia e Master Post Laurea in Direttore
d’Archivio. Diplomata alla Scuola di recitazione presso il Teatro
Stabile del Veneto C. Goldoni di Venezia anno 2000 è stata modella in servizi
fotografici, presentatrice di serate ed eventi. Da 6 anni si occupa di
formazione teatrale tenendo corsi di dizione e recitazione, sia per enti
pubblici che privati. (fonti Web)
Giorgia
Brusco non è nuova al Teatro Genovesi, infatti con la
compagnia “I cattivi di cuore” d’Imperia e con la Regia di
Gino Brusco, hanno portato in scena “Zone d’ombra” seconda
parte del Trittico delle Gabbie di Stefano Massini, scrittore,
drammaturgo e saggista italiano, consulente artistico del Piccolo Teatro di
Milano, al decimo anno del Festival Teatro XScittà di Salerno.
Il veleno
dell’indifferenza èun
testo complesso, ma di grande attualità , la condizione della donna sempre più
colpita da questa serie di delitti assurdi, da far coniare la parola
“femminicidio” Quasi che le notizie sembrino tutte uguali e sì che ci
colpiscono, ma è un eccidio ripetuto, un’altra che ha concluso con la violenza
la vita. Giorgia tratta con raffinato linguaggio sia la violenza psicologica,
oserei dire di tipo borghese, quella che non porta segni sul corpo, ma graffi
nell'anima, sia la violenza Tout Court, quella dei calci, dei pugni, delle ossa
rotte. Due donne a confronto, la signora che subisce l’indifferenza, l’ironia,
il dispotismo del marito, con la patina in pubblico di buon marito e la giovane
badante che è costretta a lavorare nella casa dei signori, per la madre del
padrone e che subisce violenze fisiche, ogni giorno, da un marito un poco di
buono fannullone, bevitore e sciupafemmine. Inizialmente non si sopportano, Eva
contro Eva, ma quando comprendono che la loro vita si assomiglia nonostante la
differenza di classe, si accordano e… il finale sarà una scoperta.
I
quattro personaggi sono stati interpretati con maestria e bravura da Marcello
Andria, Marco De Simone, Marianna Esposito e dalla giovane attrice della
quale mi sfugge il nome e me ne dispiace.