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lunedì 7 aprile 2014

Ieri 6 aprile il fondatore di "Repubblica"ha computo 90 anni.






Da leggere la bella intervista su Repubblica del 6

aprile 2014 che non sono riuscita a fare copia ed 

incolla, citando la fonte com'è mio solito.



Fonte:  "Il Foglio" del 14 marzo 2014
Ora, è diventato una star della tv, dei talk-show. Nel 1987 non era così. Portare Eugenio Scalfari a "Domenica In", per un'intervista che avrebbe avuto un ascolto di 10-12 milioni, in diretta, era un azzardo. Lui arrivò perfetto come sempre, allontanò l'inevitabile truccatrice armata di cipria con un'affermazione netta: "Non sudo mai". Accidenti. Io tremavo, non avevo ancora mai lavorato con lui, tormentavo degli appunti (diversamente da molti colleghi mi sono sempre scritta i testi interamente da sola) un po' ciancicati.
Eugenio ScalfariEUGENIO SCALFARI
Lui immobile: quasi non credevo che sarebbe arrivato, un monumento del giornalismo sul divanetto bianco ideato da Gianni Boncompagni per far sembrare tutti belli, diceva che bianco e azzurro sono il segreto dei santini da secoli e sono molto donanti. Verissimo. L'intervista scivolò via veloce, la prima domanda ripercorreva le sue identità politiche fino a quel momento: "Fascista, fascista di sinistra, monarchico, liberale, liberale di sinistra, radicale, radicale di sinistra, socialista, socialista dissidente, repubblicano..." Risposta da copiare: "Sono sempre stato in minoranza".
Ci ritrovammo qualche anno dopo, era il 1989, al bar Doney di via Veneto. Stavo per entrare a Repubblica, ci avrei lavorato dieci anni. Subentravo al collega Alberto Stabile che lasciava la redazione politica per l'estero, il mio nome l'aveva suggerito Mino Fuccillo. Serviva al quotidiano qualcuno che "parlasse col nemico", allora Bettino Craxi. Eugenio però non si abbassò a parlare di queste inezie, mi ricordò che nell'immediato Dopoguerra in uno dei suoi primi lavori - funzionario della Bnl - aveva conosciuto mio nonno Luigi, agente di cambio in piazza di Spagna, e me lo descrisse come fosse seduto con noi al bar.
Intervento di Eugenio ScalfariINTERVENTO DI EUGENIO SCALFARI
Il lato umano. Scalfari lo ha coltivato con passione, arrivando a non scegliere fra due donne amatissime, "per non farle soffrire", cedendo sempre all'istinto che gli ha fatto apprezzare/detestare senza vie di mezzo ogni persona, partito, perfino ogni gesto quotidiano. O ti abbraccia, o non ti saluta. E' la faziosità, l'origine e il segreto del suo successo. Il motivo per cui molti non lo possono soffrire.
Mi raccontò una volta che, da ragazzo, perfino nella scelta del liquore allora di moda - la Sambuca - lui esercitava il potere della faziosità. Fra le due marche produttrici, Molinari e Pallini, una era di un suo parente. Il gioco consisteva nell' entrare al bar e dire, in gruppo e a voce alta: prendiamo la Sambuca x, l'altra fa schifo, non si può proprio bere".
LAMA, ANDREOTTI, SCALFARILAMA, ANDREOTTI, SCALFARI
Curioso di tutto, attratto dal mistero della religione e molto complice con le signore anche nel giornale - quando dirigeva lui tutti i servizi erano guidati da donne, Archinto, Carini, Bonsanti - era specializzato nel trovare spazi vuoti nel conformismo dilagante. La scuola del settimanale - prima il Mondo, poi l'Espresso - lo aveva costretto a montare e costruire polemiche anche senza notizie e alla Repubblica fu questa la ricetta vincente.

La malinconia del figlio unico che teme l'abbandono e la morte dei genitori non lo aveva mai abbandonato. Una sera, in casa dell'amica comune Elisa Olivetti, mi spiegò la sua molto chiacchierata bigamia con la speranza di vivere di più, di non farsi trovare dalla morte. Moltiplicare le vite, una in smoking all'Opera, l'altra in maglione ascoltando jazz gli avrebbe forse dato l'illusione di una esistenza più completa.
Eugenio Scalfari Mieli e DalemaEUGENIO SCALFARI MIELI E DALEMA
Ho imparato moltissimo da lui e dalle sue riunioni del mattino, una vera scuola. Non sono mai stata soggiogata né iscritta al suo mutevole esercito di fedelissimi. Anzi. Parlavo con gli avversari, prima i suoi ex amici socialisti, poi Cossiga e Berlusconi. Avrebbe voluto in squadra anche il direttore di questo giornale. Adorava i contrasti. Certo, non mi sono mai annoiata. Non avrei potuto dire di essere stata una giornalista politica senza avere vissuto qualche anno in piazza Indipendenza. Fra poco, il Fondatore arriverà ai Novanta. Auguri.

Barbara Palombelli 




domenica 6 aprile 2014

I primi 10 anni del “Delle Arti” di Salerno festeggiati all’interno della Giornata Mondiale del Teatro



Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello


Proprio bella la festa del 27 marzo scorso al Teatro delle Arti di Salerno per la Giornata Mondiale del Teatro, nella quale di diritto sono rientrati i festeggiamenti per i primi 10 anni compiuti dal “Delle Arti”, il teatro più moderno d’Italia, per la composita struttura. La sua costruzione fu ripresa da una vecchia già preesistente, il refettorio dell’ex seminario regionale e fu inaugurata precisamente il 2 febbraio 2004, alla presenza di numerose autorità. Claudio Tortora, Pina Testa, Peppe Natella, Gaetano Stella e Marcello Ferrante, conosciutissimi operatori dello spettacolo, intelligentemente unirono le forze, facendosi affiancare anche da un supporto tecnico, Franco Tortora ed Alfonso Tortora e 10 anni fa lanciarono la sfida artistica e cioè quella di mutare il Teatro “Delle Arti” in una fabbrica dello spettacolo, che ricoprisse cinema, teatro, danza, musica, televisione, senza trascurare la formazione. E così in tutti questi anni, al Delle Arti , sono passati circa settecentomila persone, per assistere ai 1000 spettacoli e alle 5000 proiezioni cinematografiche. 
Ogni anno vengono proposte al pubblico due stagioni teatrali, una classica ed una solo comica e di cabaret ed ancora 30 produzioni per le scuole, inserite in stagioni di diversi teatri italiani, tra i quali il Sistina di Roma e il Politeama di Napoli. Per la Danza, invece, il cartellone prevede i più grandi nomi del ballo e le compagnie italiane ed internazionali, oltre ad organizzare una rassegna a cui partecipano buona parte delle scuole di danza di Salerno e della Regione. Ma non è finita, a cura della Compagnia dell’Arte, s’istituiscono 5 laboratori di formazione, con oltre cento allievi che mano a mano vanno ad arricchire lo spettacolo più tenero del Delle Arti, le favole in musica, interamente dedicate ai bambini. Una ricaduta in termini lavorativi sul territorio da non trascurare per attori, registi, scenografi, tecnici, grafici, tipografi, addetti stampa e personale amministrativo, assunto a tempo indeterminato. Inoltre il COS, sigla per dire, Consorzio Operatori dello Spettacolo, nel quale sinergicamente si sono uniti gli artisti e i professionisti salernitani, unico esempio al Sud, ha formato una compagnia la Stabile del Teatro di Salerno, con la quale nel 2010, 2011 e 2012 ha prodotto ; l’Odissea, un musical dei fratelli Marco e Massimo Grieco, Vita d’Artista ( Charlie Chaplin), scritta da Claudio Tortora, con musica di Marcello Ferrante, le coreografie di Pina Testa, le scenografia di Peppe Natella e la regia di Gaetano Sella. Il team si ricompone di nuovo nel 2012 e produce C’era una volta ‘60.

Ecco, questa è la bella realtà del “Delle Arti” che il pubblico salernitano conosce ed apprezza, non disertando mai una serata, anche se infrasettimanale per esempio e loro, gli operatori artistici, con lo stesso stile di formazione, da squadra vincente, si sono tutti esibiti nello spettacolo di giovedì 27 marzo. Sul palco 16 metri per 12, ad apertura di sipario, come da varietà, hanno sfilato per prime le ballerine, piccole e grandi del Professional Ballet di Pina Testa, creando un clima di gioiosa festività. La serata, presentata dal misurato Gaetano Stella e dal direttore artistico Claudio Tortora, è stata una sintesi dei numeri più salienti, in cui si è prodotto il Delle Arti, nel corso degli anni, inserendo anche qualche novità, come i“Malgrado Tutto”, un duo comico, Made in Salerno, Manuel Mascolo e Davide Zottii, in cerca di successo. Cresciuti sotto l’egida del Patron del Premio Charlot, hanno richiesto, per il loro lancio, di utilizzare un vecchio cavallo di battaglia della “Rotonda”, il trio di successo a livello nazionale, dal 1979 al 1995, tra i quali Claudio Tortora, autore ed attore. Sono lanciatissimi, hanno l’energia giusta, tanto che a pochi mesi dall’inizio, già si sono prodotti in cinque spettacoli, con il tutto esaurito al Ridotto, il tempio della comicità di Salerno, Dopo il rap e la risata giovane, in sequenza si alternano, Renata Tafuri, attrice di classe, proponendo un sagace monologo sulla donna e sulla sua vita attuale, sempre sull’orlo di una crisi di nervi e ne elenca le ragioni. Brillante e divertente, poi, il pezzo dei due coniugi, Elena Parmense e Gaetano Stella, in cui lei è derisa bonariamente dal marito per la fissa di essere un’attrice drammatica mentre l’unica cosa che le riesce di fare è il Caffè Chantant. Bravi entrambi per come sono affiatati. Nella grande bellezza della serata, durata due ore mezza di fila, si fa strada la magia della musica e che musica, distendendosi soave e poderosa all’insieme su tutto il Delle Arti, fiatata dal magico sassofono del Maestro Guido Cataldo, accompagnata da un pezzo da novanta qual è Marcello Ferrante. Il “Vincerò”, lanciato con sostenuta passione e vigore assoluto da Guido Cataldo, tratto dal “Nessun dorma” della Turandot di Puccini, ha trasportato tutto il pubblico, in un empireo di bellezza e di emozioni senza pari. Grazie Guido (ndr: è il pezzo suonato da te che più adoro). Uno dopo l’altro, tutti concorrono a rendere unica la serata teatrale, dalla “Bottega San Lazzaro”, con due pezzi di Eduardo, tratti da Non ti pago e Natale in casa Cupiello, alla calda e passionale voce della giovane cantante salernitana Lucia Lisi, dal monologo di Letizia Netti sulla libertà, alle intense interpretazioni di Renata Tafuri ed Elena Parmense, le due Filumena Marturano d’eccezione, dalla Compagnia dell’Arte diretta da Antonio Ronga e Valentina Tortora che hanno presentato un pezzo, tratto da Mary Poppins e dove il padre dei ragazzi è caratterizzato perfettamente da un inaspettato Gianluca Tortora, al musical “Roma Caput Mundi” dei giovani ma già capaci e disinvolti, Serena Stella ed Alessandro Caiazza. Una menzione a parte va all’ immenso Claudio Tortora, uomo di spettacolo a tutto campo, da sempre impegnato a scrivere testi, a cantare, a dirigere, a scoprire nuovi talenti, a sostenere i giovani, a concepire il premio più prestigioso della comicità italiana lo “Charlot” e ad essere lui stesso un cabarettista di eccellenza. Il personaggio “Spalletta”, il killer bonario dell’agro, dalla caratteristica parlata con “e” aperte, un personaggio indimenticato, borsalino calato sulla fronte, giacca color carta da zucchero di una taglia in più, cravatta eccedente, giornali sotto il braccio, di una simpatia istintiva, non poteva mancare per esaltare la festa. E lui non ha deluso l’attesa di chi aspettava l’esibizione da anni. Caro Spalletta sei così attuale che è un vero peccato aver messo in pensione il personaggio, hai sempre la verve giusta per divertire quanti vogliono ridere ma anche pensare e con la comicità di Spalletta si può.

Maria Serritiello
www,lapilli.eu









sabato 5 aprile 2014

Dal giorno di San Vincenzo ai ricordi di famiglia...


                                                            di Maria Serritiello


Non passava giorno del 5 aprile di ogni anno,  che mio padre non andasse a piedi  a San Vincenzo di Dragonea. Era un rito, come quello della prima messa al mattino e del cimitero quotidianamente, a cui non si è mai sottratto fino all'ultimo dei suoi giorni. S'incamminava al mattino presto e a passo sostenuto, in compagnia dei soli suoi pensieri, si avviava verso il santuario vincenziano, a nessuno di noi veniva in mente di seguirlo. Prima di proseguire fino alla meta religiosa si fermava al cimitero di Vietri sul Mare per  salutare i suoi nonni, là sepolti.

Un tempo abitavamo, dove lui era   nato e trascorsa la vita giovanile, ma anche parte di quella  adulta, prima che se ne fosse andato "emigrato" come lui sempre diceva, a Firenze, per  35 lunghissimi anni. Abitavamo là, nel palazzo di proprietà, che portava il cognome di famiglia, perché suo padre ed i fratelli di lui, avevano inteso costruirselo per i cinque nuclei che in seguito si erano formati. Ricordo ancora il dolore stampato sul suo viso, quando il palazzo fu abbattuto necessariamente una ventina d'anni fa. Scrutò tutta l'operazione da una postazione  poco distante, quasi di nascosto, come a seguire un rito funebre o forse solo per dire addio all' ultima testimonianza del suo passato. A dire il vero anch'io nel passare di là, ancora oggi, non guardo mai il nuovo palazzo,  perché voglio ricordare il bel portone di pesante  legno verde che la sera si chiudeva con una grossa  chiave.

Così, quando si sposò,  mio padre non s’allontanò di molto da quel luogo. Infatti la casa nuova era appena di fronte alla vecchia, tanto che dalla mia finestra potevo salutare Nonna Maria, la madre di mio padre,  guardarla mentre stendeva i panni, quando girava la conserva nel piatto, esposta al sole della loggia e quando si asciugava all'aria  i lunghi capelli striati di nero, che una volta asciutti si annodava dietro la nuca. Ricordo che alla loggia non mancavano mai i “piennele” di pomodori, di sorbe e di meloni bianchi,  da mangiarsi rigorosamente a Natale e alle piante ornamentali, oltre ai nastrini bianchi e verdi, a quelle foglie larghe, all’aloe, ad altre che sembravano asparagi, c’erano sempre le piantine di prezzemolo, di basilico e di  menta per condire le zucchine alla scapece e “mbuttunà” la milza per San Matteo. Quando il cibo per il mezzogiorno e la sera era pronto, alla nonna bastava affacciarsi, per chiamare su, i cinque figli dall' officina sottostante, che si allungava sotto il terrazzo con un bel giardino, nel quale tra fiori c’erano anche le galline e dove lavoravano nel proprio: zio Alberto, Zio Peppe, zio Mario e zio Antonio. Sento ancora il rumore della macchina da cucire, una vecchia Singer, che  conservo tuttora, solo per il  ricordo, non sono capace di nessuna manualità. La nonna la utilizzava per i numerosi rammendi alle tute blu dei 5 figli e per ogni necessità della casa. Il canto ripetuto del gallo e la forgia accesa del nonno Francesco, con il battito del martello sull'incudine, svegliava me la mattina ed avviava la vita laboriosa della famiglia. Zia Rosaria, una delle due sorelle di mio padre, l’altra, Modesta, si era sposata ed aveva seguito il marito a San Donaci  in Puglia, da piccola la chiamavo, “zia chiochiara”, mi portava sempre con sé a passeggio, a mare, a fare le prove per le recite scolastiche, a cinema e  a  vedere spettacoli, in sostituzione di mia madre, perché intanto era nato, dopo nove anni, il  mio fratellino Antonio. Uno di questi mi è restato impresso “La cantata dei pastori” rappresentata al teatro Augusteo. Quella sera pioveva a dirotto e la zia aveva indossato per la prima volta un graziosissimo impermeabile di colore rosso granata, che rivoltandosi diventava  azzurro scuro, completava il tutto un vezzoso cappellino a falde larghe. Io ero intabarrata in una lunga mantella beige con ai piedi galoche di gomma, lucide e nere, alte fino al ginocchio. Mia madre me le faceva calzare con degli spessi calzettoni di pura lana che “zi Ndunetta, la vecchina che abitava accanto a noi, chiamata così per rispetto della sua anzianità, mi confezionava, sferruzzando interi pomeriggi, seduta vicino al calore del braciere. Camminavamo spedite, io e la zia, all'uscita  del teatro, ripetendoci le battute di Razzullo e Sarchiapone  che ci avevano fatte più ridere  e  sebbene la pioggia su di noi non aveva dove appoggiarsi, tanto eravamo coperte avanzavamo il passo anche per la scarsa illuminazione della strada, quando un giovanotto maldestramente e in tutta fretta, per l'incalzare del mal tempo, tentò di approcciare la zia, allora si usava fare la corte, si aspettava a lungo l’occasione propizia, lei era proprio una bella ragazza, piccola e aggraziata, tenuta gelosissima dai fratelli. Con un fil di voce ed aria imbarazzatissima, disse “Vi posso accompagnare? ”. Scoppiammo a ridere senza ritegno, ed ancora oggi ricordando, ridiamo a crepapelle, il poveraccio che voleva fare da cavaliere per noi, era senza ombrello…

Maria Serritiello  






giovedì 3 aprile 2014

Ma che moda del cavolo è la moda del “knockout game”:

Fonte::Fan page.it

Esplode la moda del “knockout game”: pugni agli sconosciuti in mezzo alla strada

Da Roma a Napoli, da Torino a Venezia, spopola la "moda" del "knockout game": pugni in faccia agli sconosciuti per dimostrare di avere fegato..


Alcuni lo considerano un gioco, ma dovremmo chiamarlo con il suo vero nome: violenza pura. Stiamo parlando del “knockout game”, un allarmante fenomeno che ha preso piede in molte città italiane ed è stato “importato” dagli Stati Uniti. Negli USA si contano già tre morti; in Italia, fortunatamente, la situazione non è altrettanto grave. Il KO Game consiste in questo: dei ragazzini aggrediscono per strada dei semplici passanti. L’obiettivo è stenderli con un pugno: senza preavviso, senza ragione, solo per dimostrare agli amici di essere sufficientemente “coraggiosi” (o meglio, vigliacchi). Casi sono stati segnalati a Roma, Brescia, Napoli, Genova e Torino.




"Carnale" al teatro del Giullare di Salerno



Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

E’ malonicamente sensuale la voce di Cristina Mazzaccaro che ad apertura di Sipario canta “Addò sta zazzà” con gli occhi socchiusi e le braccia a croce sul petto, in una stretta desiderata, per evocare l’amato che cerca con disperazione ovunque. E’ particolare la scelta dei pezzi, assemblati nel recital, tutti tesi a suscitare intense emozioni e vibrazioni di un animo ingentilito dall’amore. Ed è intensamente passionale la recitazione di Vanni Avallone, Antonia Avallone Giovanni Caputo e Mimma Virtuoso, i quattro attori che hanno animato lo spettacolo in cartellone al Piccolo Teatro del Giullare, dal 15 al 30 marzo, sostenuti dalla musicalità struggente di due musicisti di pregio: Danilo Gloriante (Violino) e Paolo Molinari (chitarra), i quali hanno sottolineato ciascun passaggio di scena, oltre che accompagnare il canto. Il recital dalle forti emozioni e dai sentimenti viscerali, ha conseguentemente per titolo “Carnale” ed è stato fortemente voluto da Vanni Avallone, come lui stesso dice a fine spettacolo e del quale è il regista.

La scena è buia, addobbata senza molti oggetti, una larga poltrona, un globo dorato e pendente dall’alto, qualche sedia, eppure essa risulta carica, pesante, forse per i chiaroscuro di Virna Prescenzo (luci e sonoro) che sono mandati uno dietro l’altro in scena e che gettano un’atmosfera intimae cupa. Una gola profonda, cupida, in cui a poco a poco entreranno versi, canzoni, parole ed interi pezzi teatrali. Ogni parte recitata diventa una piccola sceneggiatura, una cartolina sentimentale spedita all’indirizzo del pubblico cosicché “Carnale” diviene pura seduzione e se essa vuol dire passione, amore, sesso e gelosia rimestati insieme bene, senza divenire ossessione, chi può dire di non esserlo mai stato? 
Nella poltrona ricoperta da più drappi, seduto c’è Vanni Avallone, con indosso una vestaglia di colore granata e con accanto, in piedi un’austera Mimma Virtuoso. Dalle prime battute si comprende che Vanni ha preso il posto della Baronessa in “Ferdinando” di Annibale Ruccello, divenendo barone e l’altra è Gesualdina, la cugina povera, la serva umiliata. L’inizio con Ruccello è d’impatto ma a mano a mano che lo spettacolo va avanti si ascoltano brani d’autore come Eduardo, Di Giacomo, Neruda, Viviani, De Luca, De Matteis, Moscato e Bepi Felice. Le canzoni, poi, intervallano i sentimenti, accumulati nelle parole ed eccole ad una ad una Uocchie d'e' suonne, O manto da Rainha, Indifferentemente, Festa al celeste e nubile Santuario, Dicinticello vuie e Passione ma anche la sola chitarra di Paolo Molinari in: Libertango di Paco de Lucia, incanta per la sua virtuosismo. Non sono mancati i proverbi carnali, una ricerca capillare per dare vivacità e movimento al il recitato. Tutti all’altezza gli attori, ad iniziare dalla bella, brava e giovane Antonia Avallone che, con la sua spigliata disinvoltura e la consueta bravura, riesce ad entrare in qualsiasi ruolo e a fondere ogni personaggio da “Bene mio e core mio” a “ Perché vi ho messo al mondo” . Pregevoli gli spaccati recitati da Mimma Virtuoso, che si esprime con eguale bravura nel canto così come nella drammatizzazione: “Bambenella”. A toccare le corde della carnalità nelle più varie sfumature c’è lui, Vanni Avallone, viscerale, autentico e sensuale, ma colorito nella sua recitazione in dialetto così come è stata la sua trasformazione di donna Clotilde in barone. A tenere le trame più sottili e più delicate della carnalità, che non è un controsenso, ci ha pensato Giovanni Caputo. La sua presenza nell’angolo sinistro del palco, con il leggio davanti e la lettura accorata dei suoi pezzi “Lentamente muore” “E’ bella la notte” ha creato preziose atmosfere di condivisa passione spargendola intorno. La carnalità è una condizione che ci appartiene anche se a volte non ne siamo coscienti e se “Te voglie bene assaie” o “Si tutta a vita mia” lo ripetessimo più spesso, nell’era della grande comunicazione virtuale, rivolgendoci ad una persona reale, non potrebbe che farci del bene e Vanni Avallone ci ha dato una traccia.
Maria Serritiello
www.lapilli.eu







Maria Serritiello

mercoledì 2 aprile 2014

Giornata mondiale dell’autismo, “imparare a conoscerlo per non avere paura”


Fonte: Il fatto Quotidiano
di Giovanni Molaschi

Il 2 aprile è dedicato ai 400mila autistici italiani. Fino al 2007 questa condizione, che solo nel nostro Paese colpisce 1 bimbo su 80, non aveva una data apposita perché identificata con la pazzia. "Bisogna parlarne il più possibile - spiega il direttore di Superabile - per abbattere l'ignoranza"


L’autismo è un ossimoro. E’ la malattia del singolo eppure spaventa la comunità che non ha gli strumenti per gestire gli stimoli di una persona affetta da autismo. Questo paradosso, come evidenzia Stefano Trasatti, direttore del portale di informazione e comunicazione sulle tematiche della disabilità SuperAbile, genera confusione. La recente strage del Connecticut è stata, erroneamente, imputata a un autistico. Fino al 2007 la malattia, che solo in Italia colpisce un bambino su ottanta, non aveva una giornata dedicata. Da sei anni, infatti, l’autismo non è più identificato con la pazzia. Il 2 aprile è la giornata dedicata ai 400mila autistici italiani. 
Perché esiste una giornata mondiale dell’autismo?
Nel 2007 l’Onu ha istituito una giornata dedicata all’autismo per promuovere la conoscenza di questa complicata condizione. Si è presa coscienza delle specificità dell’autismo solo di recente. Fino a dieci, vent’anni fa, era riconducibile alla psichiatria o alla disabilità differenziata. Lo spettro dell’autismo va da un estremo all’altro. Ci sono autistici che riescono a condurre una vita normale e altri molti gravi.

Perché SuperAbile ha dedicato la copertina a Gianluca Nicoletti (giornalista di Radio 24)?
In “Una notte ho sognato che parlavi” racconta la vita che conduce con il figlio Tommaso, autistico relativamente grave. I genitori riescono a comprenderlo. Nicoletti, inoltre, testimonia una tendenza. Sempre più famiglie decidono di uscire dall’isolamento che provoca l’autismo. I genitori sono consci che i figli avranno bisogno di un’assistenza anche dopo la loro dipartita. Nicoletti, nel libro, ragiona anche di questo e ipotizza la creazione di uno spazio che chiama “Utopia”.

I mass media si occupano di autismo?
Non si può generalizzare. Di autismo si parla pochissimo. Spesso il confronto con esso provoca degli incidenti. Un quotidiano, riprendendo un’agenzia sbagliata, ha scritto, in un primo momento, che la recente strage del Connecticut (a causa della quale morirono 27 persone) è stata provocata da un autistico. Chi conosce questa condizione sa che l’autistico non è pericoloso. L’autistico è in pericolo perché non riesce a gestirsi.

Una ragazza autistica ha partecipato alle selezioni di Miss America. La stessa opportunità potrebbe essere data a un’italiana nella stessa condizione?
Lo spettro autistico è vastissimo. Ci sono persone che hanno una vita normale. L’autismo non si può guarire ma esistono delle cure specifiche che possono migliorare le condizioni del singolo. In Italia sono stati fatti dei passi avanti enormi. Non vedo più il bigottismo che potrebbe impedire una ragazza autistica di diventare Miss Italia.

Gli interventi spot che si fanno sul territorio per far conoscere l’autismo sono sufficienti?
Le istituzioni sono sollecitate dalle associazioni. La più grande la Angsa, è formata da genitori. La giornata dell’autismo migliorerà l’attenzione di tutti. Alcune Regioni hanno il proprio piano per l’autismo. Alla fine della scorsa legislatura sono state redatte delle linee guida anche a livello nazionale.

Lo stallo politico ha delle ripercussioni sulla quotidianità delle persone autistiche?
La sanità è di competenza, quasi esclusivamente, delle Regioni. I tagli dell’80-90% attuati negli ultimi anni incidono su tutti i momenti successivi all’assistenza. La gestione dei centri diurni o il trasporto dei pazienti, per esempio, sono attuabili grazie ai fondi, oggi ridotti a zero, per il sociale.

Le notizie sulla prevenzione dell’autismo che circolano in rete sono vere?
La conoscenza scientifica dell’autismo, negli ultimi anni, è molto progredita. Questi studi confermano che le cause sono tutte di natura organica. La ricerca è fondamentale per cancellare i falsi pregiudizi e fermare i ciarlatani dannosi. Ad oggi non si è ancora capito se l’autismo ha un’origine genetica.

Quali sono le informazioni pratiche che un familiare di una persona autistica dovrebbe sapere?
In Italia esistono diversi gruppi di mutuo auto aiuto. E’ fondamentale non farsi imprigionare i una gabbia d’angoscia. L’autismo disorienta molto più di altre forme di disabilità, ma può avere dei piccoli margini di cura. Si può intervenire con lentezza e costanza. E’ indispensabile, inoltre, evitare il fai da te. Le soluzioni miracolose non esistono ancora.







martedì 1 aprile 2014

Se 7000 cittadini salernitani a piedi non sono un problema per la Regione Campania








di Maria Serritiello

Ciò che più m’indigna in questa annosa faccenda della Metropolitana di Salerno è la totale assenza della cosiddetta Regione a tutelare i propri corregionali. Io non voglio sapere; tu, io, noi e loro, non m’interessa “Voglio” solo sapere il cittadino, nella regione più “sciammarrata” d’Italia chi lo deve tutelare. Se 7000 cittadini salernitani a piedi non sono un problema per la Regione Campania, quali sono i problemi?  E’ vero ce ne sono un’infinità, si risponderà, vuoi che si dia importanza ad una “sciocchezzuola, quisquiglia” del genere (alla Totò)? Si, ma quando “mettimme mane” (trad: quando prendiamo a principiare per risolverne qualcuno)? Anni e anni si trascinano, nel fantomatico palazzo, “uguali e insulsi, da tiramme a campà, a spremere il limone, da che ce ne fotte (slogan apprezzato alla Made in Sud), a tira oggi che viene domani, oppure cambiamo tutto (per carità solo a parole) per non cambiare nulla, di gattopardiana memoria. E danni ingenti si accumulano come la “monnezza”, imballata e messa a percolare nella terra della povera gente, che ogni mattina si alza e deve fare i conti prima con la vita e poi con la giornata che le si para. Quando finirà questo minuetto politico, quando? Il popolo non è solo una scheda per assorbire voti, dietro di lei c’è la vita, la famiglia, i figli, la casa, la vivibilità, i mezzi di trasporto, l’illuminazione, la sicurezza, il traffico…insomma tutti servizi che, tra l’altro, paghiamo, le tasse a questo servono. Eppure ogni volta che si smuovono le acque, perché trovi un idealista e realista meridionale, io direi un pazzo, nel significato positivo della parola, che vuole sradicare l’atavica lentezza, l’inconcludente apatia del gruppo regionale e ridisegnare questa terra baciata da Dio, o semplicemente far funzionare la città di cui è il primo cittadino, si trovano ostacoli inimmaginabili. Un buon padre di famiglia se all’ interno di essa si trova di fronte un problema cerca di risolverlo, o no? Mica si gira dall’altra parte e se ne va a fare una partita a bocce…sicché applicando il ragionamento alla Regione Campania, se ne deduce quanto segue: ci sono i problemi, nella fatti specie la metropolitana di Salerno? Bene io “te porta pe  i vicarielli” (trad: latita) con difese assurda e lascia 7000 suoi cittadini a piedi. Domanda, se 7000 cittadini salernitani a piedi non sono un problema per la Regione Campania, quali sono i problemi di cui si occupa? Ce ne  dia una mappatura, così ci accertiamo e non le diamo più fastidio, “l’avessema scetà ro suonne” (trad:non vogliamo svegliare la bella addormentata). Ho ancora l’immagine dell’inaugurazione del Metrò, appena sei mesi fa, tutti in prima fila per il merito del via. Vergogna…sì, vergogna e ancora vergogna,  per il tempo che c’è voluto a farla partire, i soldi spesi, una “vagonata”, sia per costruirla in tempi così allungati (stop, via, stop via…e così di seguito), sia perché, pur essendo finita da tre anni, giaceva, “mò ce vò”, su di un binario morto. Così  per metterla di nuovo in funzione altri costi, perché nel frattempo si sono dovuti fare i conti con il vandalismo, fenomeno sempre sulla cresta dell’onda, il barbarico che in noi ritorna, non c’è nulla da fare. Ho l’impressione che la Regione Campania non sia di respiro regionale, le province: Salerno, Avellino, Caserta e Benevento, tanto per rinfrescare la memoria, non siano cosa sua, ma almeno, a parte fumo e fumosità negli occhi, risolvesse qualche problema della città più bella del mondo, una vera capitale, stuprata con noncuranza ripugnante ogni volta da chi  si siede su quelle poltrone. Amiamola questa nostra terra e non distruggiamo quel che resta della  “Campaina felix”, come la chiamavano i latini, per tutto ciò che aveva ricevuto in dono da un Dio generoso, cerchiamo di conservarle la qualità della vita, integra e scevra da scopi oscuri, non fosse altro per quelli che ci seguiranno. Non aggiungiamo altro a ciò che già stiamo consegnando loro e cioè nessuna fiducia  per dire “ Quant’è bello vivere dove sono nato”.

Maria Serritiello