Due vecchietti che si abbracciano teneramente. E’ questo il soggetto di una nuova statua inaugurata oggi a Kiev, in Ucraina, nel centralissimo parco Marinski. Un piccolo monumento dedicato alla lunga e travagliata storia d’amore tra Luigi Peduto, un prigioniero di guerra italiano originario della provincia di Salerno, e Mokrina “Maria” Iurzuk, un’ucraina ai lavori forzati in un lager nazista.
L’amore sboccia nel 1943 in un campo di concentramento in Austria, dove Luigi e Maria lavorano insieme due anni. Poi, finita la guerra, i due sono costretti a separarsi e a far ritorno in patria. La cortina di ferro li ha divisi per un periodo lunghissimo: 60 anni. A farli riabbracciare, nove anni fa, è stato un programma televisivo russo e oggi – nonostante la lunghissima interruzione – la loro storia d’amore sembra destinata a continuare.
Luigi, che adesso ha 91 anni, era a Spalato con la Guardia di Finanza quando, dopo l’8 settembre del ’43, fu preso prigioniero dai tedeschi e deportato in un lager in Austria dove, ha raccontato, notò subito Maria perché ad ogni pausa correva nel settore del lager dove c’erano i deportati sovietici. Seppi dopo che c’era la sua bambina là e lei correva a prepararle qualcosa da mangiare e poi ritornava di corsa a lavorare, purtroppo sempre un po’ in ritardo e così i nazisti la insultavano, la mortificavano.
Essendo stato due anni a Spalato, Luigi riesce a capire un po’ l’ucraino e fa presto amicizia con Maria – il cui primo marito era morto a Stalingrado – e spesso le dà parte della sua razione di pane perché la porti alla piccola Nadezhda e, pian piano, nasce l’amore. “Il 9 maggio del ’45, appena finita la guerra, ci siamo fatti una foto insieme.
L’ho sempre custodita gelosamente per tutti questi anni – racconta l’ex finanziere – e non ho mai dimenticato Maria. Volevo andare con lei in Ucraina, ma un maggiore sovietico non me lo permise. Maria mi chiese di portarla in Italia con me, ma come potevo?”. All’inaugurazione della statua scolpita da Grigori Kostiukov e Aleksandr Morgatskii, c’erano – tra gli altri – il capo dell’amministrazione della capitale ucraina, Oleksandr Popov, e l’ambasciatore d’Italia in Ucraina, Fabrizio Romano.
UN RINGRAZIAMENTO SENTITO A TUTTE LE COMPAGNIE, OSPITATE ALL'INTERNO DELLA RASSEGNA, PER AVERMI LETTO E GRATIFICATO CON LA LORO PREFERENZA . GRAZIE ALLA COMPAGNIA DELL'ECLISSI PER L'AFFETTUOSA OSPITALITÀ
V° FESTIVAL NAZIONALE "TEATRO XS" CITTA' DI SALERNO 2013 TEATRO GENOVESI
Il Teatro Impiria di Verona dà il via alla V Edizione Teatro XS Salerno
Al via dal 24 marzo, per terminare il 5 maggio, serata conclusiva, presso il Teatro Genovesi di Salerno, la V edizione "Teatro XS", la kermesse annuale, unica in Italia, organizzata dalla Compagnia dell'Eclissi con l'apporto della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (Corso di Laurea in Discipline delle Arti Visive della Musica e dello Spettacolo D.A.Vi.Mu.S.) dell'Università di Salerno, della U.I.L.T. (Unione Italiana Libero Teatro) e delle Soroptimist di Salerno. Con "Teatro XS" si indicano pezzi teatrali di contenuto, rappresentati in uno spazio piccolo, quale quello del Teatro Genovesi. "Teatro XS", esclusivo nel Mezzogiorno, ha avuto con "America" di Raffaello Cantieri, unico interprete Guido Ruzzenenti del Teatro Empiria di Verona, accompagnato da un duo musicale di eccezionale bravura
La trama
Giovanni, all'inizio del secolo scorso, dalla Lessinia, zona delle Prealpi della provincia di Verona, emigra in America, come ha fatto tanta parte degli italiani, cercando fortuna. La trova in California, in una zona desolata di Hollywood con il duro lavoro di cowboy e con un "si" per procura, anche la moglie. Dal matrimonio nascono sei figli, la vita scorre serena, il lavoro è faticoso e la nostalgia per la patria lontano, di tanto in tanto si fa sentire, gli mancano la neve ed il silenzio. Ha una bella casa, una moglie affettuosa e gentile, potrebbe guardare con sicurezza l'avvenire per sé e per i suoi cari, quando la peste delle vacche lo getta nella disperazione ma non gli vieta di ricominciare e continuare imperturbabile la sua storia. A raccogliere il testimone è il figlio Lindo che diversamente dal padre non ha alcuna intenzione di fare il cowboy, anzi gli è insopportabile il cattivo odore delle vacche. Si sente americano al cento per cento e non conoscendo la terra di suo padre, le sue origini hanno radice profonda nella terra in cui vive, tanto da combattere mafia e delinquenza, con la divisa da poliziotto. La saga continua ed il figlio di Lindo e nipote di Jaco sul finire degli anni '60, dopo aver condiviso le agitazioni di un'epoca dalle grandi trasformazioni, realizzerà una fortuna con il riciclo dei rifiuti urbani. John, poi,verrà in Italia, per conoscere le sue radici, viaggio che suo nonno aveva sempre sognato ed intenderà il silenzio e guarderà ammaliato la neve.
Commento
"America" per la regia accorta ed originale di Andrea Castelletti del Teatro Impiria di Verona, si é subito imposto e direttamente, nell'unico tempo teatrale, con il pubblico che ha molto gradito la performance . Ognuno dei presenti ha trovato, nell'equilibrato spettacolo, un pezzo attinente alla sua storia personale, vuoi per come si è svolta la propria vita, l'emigrazione, infatti, è un tema che agli italiani non è sconosciuto e vuoi per l'intrinseca poesia che aleggia discreta su tutta la rappresentazione. La scena rimane sempre la stessa ed in ombra, ma ben visibile è la catasta di sedie che, composta e scomposta, raffigura, in modo originale, personaggi e scenari. Tre generazioni con le proprie peculiarità storiche, di costume e di desideri si alternano nel racconto, trovando frammenti di memoria collettiva. La semplicità delle parole "un vestito nuovo e qualche piccola donna da tenere tra le braccia" dice il capostipite Jaco, fa in modo che il pezzo scritto da Raffaello Canteri, il bravo autore presente in sala, sia compreso facilmente, anzi sia condiviso anche per le strepitose musiche che hanno accompagnato le azioni svolte in scena. Bravissimi i cantori, Acustic Duo, nelle persone di Stefano Bersan e Antonio Canteri. Ottima anche la selezione country e i brani proposti tratti dall'anthology of American Folk Music . Su tutto Lui, Guido Ruzzenenti, un gigante, per come ha saputo mantenere la scena, interpretando con invariata bravura i tre personaggi- simbolo delle tre generazioni, prese in esame dall'autore. America, con il suo viaggio verso la terra promessa , in cerca di una vita possibile, ci appartiene e Guido Ruzzenenti con la sua intensa interpretazione ci ha regalato un'emozione forte e così insieme a lui siamo entrati nel racconto, per essere di volta in volta, ora il volitivo Jaco, ora l'onesto Lindo ed ora il realistico John.
Maria Serritiello
Il Piccolo Teatro Città di Agrigento con "Uno strappo nel cielo di carta" al Festival XS di Salerno
Il fatto di essere attori del "Il Piccolo teatro Città di Agrigento" ha dato a Rosa Maria Montalbano, Salvatore Nocera e Lillo Zarbo una responsabilità in più, verso il teatro di Pirandello, che sono andati a rappresentare domenica 7 aprile, per l'attenta regia di Salvatore Nocera.
"Uno strappo nel cielo", questo il titolo del secondo pezzo in gara, alla V Edizione della Rassegna "Teatro XS" Città di Salerno, è uno studio originale su alcuni personaggi, tratti dalle opere del sommo agrigentino.
"E' un riportare, tra noi, senza irriverenza", dice Salvatore Nocera, che del lavoro è il curatore dei testi originali, della musica e della regia, " Zio Luigi, ma solo dietro le quinte, per considerarlo un punto di partenza, anzi impulso per andare oltre."
Trama
Non è semplice riassumere il testo, se non si ha sotto mano e rinverdita la produzione del teatro di Pirandello. Il recitato è un vero e proprio puzzle, composto da alcuni personaggi e situazioni tratti dal "Fu Mattia Pascal", da "L'uomo dal fiore in bocca", dalla "Sagra del Signore della Nave" e da "Sgombero". L'incipit dello spettacolo è riferito al XII capitolo del "Fu Mattia Pascal", dove "Uno strappo nel cielo di carta" prende forma, accompagnato dal suono della chitarra e della fisarmonica, strumenti e suonatori situati dietro un velario, poi, per 70 minuti ed un solo tempo, si assiste via, via ad uno spettacolo quantomeno inusuale.
In scena, arredata scarna, due figure, si alternano, si rimandano battute "Voi l'avete visto", dice la donna, vestita severa e in nero, ad Adriano Meis, un tempo Mattia Pascal, "Voi l'avete visto e volete proteggerlo" e si capisce che a parlare è la moglie dell'uomo dal fiore in bocca, messa in ombra da lui, scartata dal suo dolore. Si succedono, poi, Caloiru Pispisa, un personaggio costruito su di un precedente studio d'attore, preparatorio al ruolo del Norcino, ne "La sagra del Signore della Nave" e la rancorosa figura femminile, tratta da "Sgombero". Tutto, così, diventa comprensibile, anche l'originalità della rappresentazione.
Commento
Ciò che intralcia inizialmente la fruizione dello spettacolo è quello di avere, sì, conoscenza del teatro di Pirandello, come "L'Uomo dal fiore in bocca" e de " Il Fu Mattia Pascal", ma meno quella riferita alla "Sagra del Signore della Nave" e a "Sgombero". Lo spettacolo, non semplice, riesce, però, a colpire progressivamente la sensibilità dello spettatore, a coinvolgerlo nelle spire della trama e a farlo entrare con piacevolezza nello corpo della rappresentazione. Il puzzle dei personaggi si combina bene e la recita risulta originale, anche per gli effetti sonori, dovuti alla voce, usata in modo particolarissima, dal bravo Salvatore Nocera, dalle corde della sua chitarra e dai soffi del mantice della fisarmonica.
Viscerale e sanguigna, la recitazione di Lillo Zarba, Caloiru Pispisa, altrimenti detto "Babba". Un omone possente, adatto al mestiere che fa: scannatore di maiali, che si prende tutta la scena quando mima il suo cruento lavoro. La rozza maglia, indossata su pantaloni informi, dove si notano macchie del macello appena compiuto e il dialetto stretto, musicale, fanno di lui il perfetto "babba", di quelli che si trovano ovunque. "Babba", Caloiru, però, non è, magari incolto, cervello ne ha e tanto, anzi per la sua condizione che gli serve di comodo, si prende il lusso di dire, come gli pare, tutto a tutti.
Passionalità unita ad una recitazione intensa, si devono a Rosa Maria Montalbano, il personaggio femminile, ora severo, chiusa com'è nel suo vestito nero, lungo fino ai piedi ed espressione addolorata stampata sul volto, ora sfrontata, avvolta nello scialle rosso, il fuoco della sua rabbia verso il padre cadavere a cui indirizza e vomita la sua condizione, da lui provocata. Ad addolcire la chiusa, il canto elegante e lento, quasi una carezza, di un pezzo dell'indimenticato Domenico Modugno: "L'Uomo in frak", nel quale Salvatore Nocera mette l'anima e chiude.
Maria Serritiello
"Uomini sull'orlo di una crisi di nervi" terzo pezzo in gara al Teatro Genovesi, per l'edizione 2013 "Teatro XS Salerno
Al teatro Genovesi, alle donne in sala, spettatrici per la V edizione "Teatro XS Salerno", ha fatto molto piacere, sabato 13 aprile, che siano stati gli uomini ad essere sull'orlo di una crisi di nervi, a rasentare quell'umore isterico, altrimenti destinato alle donne, per via anche delle "loro cose".
Il Piccolo teatro di Terracina, la terza compagnia in gara per l'esclusivo Festival nazionale, targato "Teatro Genovesi Salerno", ha dato, della commedia cult, una piacevolissima versione.
"Uomini sull'orlo di una crisi di nervi", commedia scritta da Alessandro Capone e Rosario Galli, è rappresentata dal 1993, ottenendo un continuato successo. Campione d'incasso se n'è fatta anche una divertentissima versione cinematografica.
Trama
Pino, separato da poco, riceve nella casa del nonno, come ogni lunedì, gli amici di vecchia data, per la consueta partita a poker. Gianni, Vincenzo, Pino e Nicola hanno una storia matrimoniale differente ma stressante per ognuno. In scena le mogli non si vedono mai, ma nei loro discorsi, si, e qualcuna si materializza anche al telefono. Dal tono della conversazione si capisce che i quattro amici non ne possono più dei loro rapporti affettivi e per quella serata la partita a poker è bella e andata, anche perché Nicola interrompe continuamente il gioco per riferire, ad intervalli ricorrenti, l'ultimo alterco avuto con la moglie. Tuttavia tentano di giocare, come hanno fatto tanti altri lunedì, ma le loro discussioni girano sempre intorno alle comuni insoddisfazioni, provocate esclusivamente dalle loro donne. Così a Pino, per rimediare la serata, viene l'idea di telefonare ad una squillo, lasciandole un messaggio d'invito. Quando costei si presenterà, toccherà apprendere che a rispondere al messaggio non è stata Yvonne, l'escort prenotata, bensì una sua amica, decisa a fare ingelosire il fidanzato, impegnato in un addio al celibato. Gianni, sposatissimo da sei mesi, prenderà la palla al balzo e scapperà con la donna.
Commento
"Uomini sull'orlo di una crisi di nervi", un classico, ormai, da palcoscenico, è stato rappresentato in maniera precisa, rispetto al testo originale ed anche in modo gradevole dal Piccolo Teatro di Terracina. Il regista, Roberto Percoco, attentissimo a non cambiare una virgola alla versione originale, ha ottenuto un buon risultato, sia per i tempi teatrali impiegati e sia per le caratterizzazioni dirette. Il contenuto è vivace, le battute sono scoppiettanti, il ritmo si mantiene costante e i 90 minuti, ridotti ad un solo tempo, mostrano l'isteria maschile in versione inedita, svelandosi del tutto simile a quella femminile, quando l'oggetto della conversazione è l'uomo. La giocata a carte, per i 4 amici, si rivela uno sfogatoio, l'occasione per raccontarsi a turno l'infelicità coniugale ma anche l'incapacità, se si vuole, di entrare in sintonia con l'universo femminile. Si alleano tra di loro, per andare, ora contro l'uno, ora contro l'altro e ora per prendersi in giro infantilmente, mentre al malcapitato di turno schizzano i nervi.
In sostanza la fortuna del testo non si giustifica, le cose dette sono davvero poche ed anche trite ed il gentil sesso risulta avviluppata nei consueti luoghi comuni. I maschi, invece, appaiono smarriti, fortemente arroccati su ciò che è loro consueto. Dalla contrapposizione, il sesso debole ne esce risoluto, moderno e capace di svoltare la propria vita, quando questa non dà più soddisfazioni. E mentre i 4 amici si arrovellano come comportarsi con la donnina allegra, anche la chiamata alla squillo rientra nel classico copione maschile, che di professione allegra non è, lei sa già cosa farà di lì a poco e con chi.
Le caratterizzazione, da Bruno Perroni, che ha calcato un po' troppo il dialetto, ma così il testo originale, a quelle di Roberto Percoco, di Emilio Di Mauro e di Stefano Percoco, sono perfette e rendono gli amici come in realtà sono. Anche l'arredamento, il modesto tinello, nel quale troneggia attaccato al muro il ritratto del nonno, simbolicamente per sorvegliare le loro azioni, tesse, uguale ad una ragnatela, l'identikit dell'uomo medio. Intorno al tavolo rotondo, coperto dal panno verde, si compongono e si scompongono le ubbie, le battute, le confessioni e i desideri, insomma tutto il loro universo, messo in ombra dalle signore, con le quali non sanno dialogare. Così le battute, risultano un'inutile elencazione di ciò che il bel sesso, non è o lo è fin troppo bene. Anche il finale, e si nota che sono due uomini a scrivere la commedia, è un compromesso tra la donna angelicata e la prostituta, un modello caro ai maschi di tutti i tempi. Un guizzo bizzarro, bene inserito e nella commedia anche divertente, è quando per fare il verso a loro stessi, i 4 cantano 'Noi duri', un pezzo esilarante dell'indimenticato Buscaglione , accennando a goffi passi di danza. L'ingresso di Yvonne, poi, stile Jessica Rabbit, della brava Darina Rossi, mette in moto la ruota di pavone che stabilmente stanzia nel DNA dei 4 amici e che, abbandonata l'isteria, si lasciano andare al gioco preferito, quello antico, per intenderci, e con sorpresa finale.
Maria Serritiello
La Smorfia Teatro di Gravina con "Tre sull'altalena" alla rassegna teatrale Teatro XS di Salerno
Tre sull'altalena", di Luigi Lunari, è stata la quarta commedia ad essere rappresentata, il 14 aprile, al Teatro Genovesi, per la rassegna nazionale "Teatro XS Salerno"da "La Smorfia Teatro" di Gravina". Scritta nel 1989, la commedia ebbe un rilevante effetto a livello internazionale, tanto da essere tradotta in ventiquattro lingue e rappresentata in tutto il mondo.
90 minuti in due tempi, per rappresentare colpi di scena, momenti esilaranti, alternati a momenti drammatici, capaci di coinvolgere il pubblico in un crescendo di riflessioni e di leggero divertimento.
Trama
Inspiegabilmente si trovano nello stesso posto, un ufficio spoglio, per differenti interessi, un capitano, un professore ed un imprenditore. Ognuno dei tre rivendica, per i propri affari, il luogo, che per l'imprenditore è la modesta pensione nella quale ha dato appuntamento ad una donna, per il capitano è la sede fornitrice dell'esercito e per il professore è la casa editrice "Minervini", che dovrà pubblicare il suo libro. Per tutti e tre l'indirizzo è esatto, il luogo esiste, ma nessuno di loro riesce a trovare una logica spiegazione a che lo stesso luogo sia nel contempo un dimesso albergo, un luogo d'affari e una casa editrice. Il mistero comincia a prendere corpo e a creare sospensione ed attesa. I tre, dopo un inutile andirivieni per imbroccare la locazione giusta, si trovano bloccati nello strano posto, senza la possibilità di uscirne, aggravati anche da un allarme, che dà il via ad un'esercitazione antinquinamento. Costretti a trascorrere la notte insieme, in preda all'ansia, che aumenta in maniera esponenziale con il passar delle ore, giungono a sospettare che il posto, in cui si trovano, possa essere l'anticamera dell'aldilà e loro già morti, in attesa di giudizio. Secondo la natura di ognuno, i tre personaggi, hanno reazioni diverse rispetto all'estremo giudizio che dovranno affrontare. Le situazioni che si vengono a creare suscitano ilarità e divertimento, tendenti ad aumentare con l'apparire dell'uomo delle pulizie e dal cessate allarme, ma non sgomberano il campo dal mistero.
Commento
Vico, Schopenhauer, Cartesio, Voltaire, Boccaccio e la Bibbia, citati di volta in volta, sono il limite farraginoso della commedia. I continui richiami ai grandi del pensiero appesantiscono e frammentano il discorso e spezzano il ritmo e le battute che altrimenti sarebbero piacevolmente riflessive. Tuttavia il pezzo regge e diletta fino alla fine, per i paradossi, gli equivoci e i sarcasmi ma anche per l'assurdo e il metafisico di cui abbonda, un evidente richiamo a Kafka e a Ionesco. A starci sull'altalena, non sono solo i tre personaggi, bravi gli attori, Leo Coviello, Gianni Ricciardelli e Francesco Colonna, nelle rispettive caratterizzazioni, ma anche tutti noi che di paure ed angosce ne abbiamo tante. La commedia, per il tema trattato, cioè la paura del dopo e per le riflessioni che ne scaturiscono, è impegnativa, ma "La Smorfia Teatro" di Gravina, sia per la buona caratterizzazione degli interpreti, che per la regia attenta, ne ha fatto una versione gradevolmente leggera.
Sostenuta ed elegante è l'interpretazione di Leo Coviello, che dello spettacolo è anche il regista. Un perfetto militare, fisico asciutto, movimenti veloci, scatti di tacchi e battute da caserma, il suo "pardon, pardon, pardon", ogni volta, risuona come uno sfottò verso gli sventurati compagni, ma si fa perdonare facilmente. Apprezzabile è la recitazione, dell'imperturbabile professore, Gianni Ricciardelli come quella esasperata ed ansiogena, di Francesco Colonna, l'imprenditore. Quanto all'uomo delle pulizie, Giuseppe Laspalluti, la cui presenza è solo un'apparizione, ma efficace ad alimentare il clima d'insicurezza e di tensione che non si smorza nemmeno nel finale.
Maria Serritiello
"Il Visitatore" del Gruppo Teatrale la Betulla, la quinta rappresentazione alla Rassegna Nazionale "Teatro XS Salerno"
Avanti tutta al Teatro Genovesi di Salerno, il 21 aprile scorso, con la Rassegna Nazionale "Teatro XS", giunta, con il "Visitatore", del Gruppo Teatrale "La Betulla", alla quinta rappresentazione, delle sei in gara.
"Teatro XS Salerno", evento curato dalla Compagnia dell'Eclissi, si è conquistato un preciso spazio nel panorama nazionale di teatro e di successo, presso il pubblico salernitano che, ad ogni rappresentazione, accorre numeroso.
Trama
Nello studio di Sigmund Freud, a Vienna, in Via Berggasse 19, mentre per strada impazzano i cori nazisti, è la sera del 22 aprile 1938 e l'Austria è da un mese annessa al Terzo Reich, si presenta una strana figura in smoking e bastone. Freud è vecchio, ammalato e disperato, sua figlia Anna, infatti, è nelle mani della Gestapo. Chi sarà mai quell'improvviso visitatore che sembra un impostore? Un pazzo che crede di essere Dio o è lui stesso in persona? Inizia tra i due un dialogo serrato in cui l'uno, Freud, cerca di convincere l'altro delle proprie tesi, mentre Dio, o chi per esso, cerca di portare acqua al proprio mulino, affermando la propria esistenza.
Commento
"Il Visitatore", un tempo in 85 minuti, muove l'inizio da un'incantevole suggestione: il Concerto per clarinetto in A maggiore K.622, II. Adagio, di Mozart. Dolcissime le note riempiono la scena, la rivestono di particolari, la caricano di suggestioni, per poi posarsi, nella semi oscurità, sulle sagome immobili di Freud e sua figlia Anna, i personaggi della vicenda. L'atmosfera pacificata e sobria dello studio, malgrado la malattia del vecchio studioso e il pericolo reale di essere loro stessi deportati, come già avviene per altri, stride con quanto succede per le strade e per ciò che accadrà di lì a poco, nello casa dello scienziato.
L'ombra minacciosa del Terzo Reich e la sua manifestazione più crudele, la Gestapo, entra dalla porta d'ingresso, portandosi via Anna e lasciando nello sconforto suo padre. Ed ecco nello studio di Freud, materializzarsi dal nulla, quasi una marionetta, per come si muove e trastulla le mani, lo strano visitatore, proiezione del suo bisogno, chi altro se no, di ricevere aiuto, di calmare la sua ansia, di essere confortato, lui che di sostegno agli altri ne ha dato e dà tanto.
Dinanzi al visitatore, ambiguo e sicuro di sé, Freud appare indifeso, come già lo fu da bambino, all'età di cinque anni, per una sua richiesta di aiuto elusa, l'avevano lasciato solo in casa. Ora però lui è il dott. re Sigmund Freud, ha conoscenza e sapienza e prova a confrontarsi con il pensiero dello sconosciuto, l'impostore che si vuol far credere Dio e che smonta ogni sua teoria di ateo, senza convincerlo fino in fondo.
Freud gli oppone resistenza, anzi lo minaccia "Se fosse Dio, stasera, gli chiederei il conto. Gli chiederei di mettere il naso fuori della finestra, una buona volta. Lo sa Dio che il male corre per le strade con stivali di cuoio, con speroni di acciaio a Berlino, a Vienna e presto per l'Europa intera? Lo sa Dio che l'odio ha un suo partito, un odio che riassume tutti gli odi, per gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali e per tutti quelli che la pensano diversamente?"
In sostanza ciò che Freud ha da dire a Dio è quello che ognuno di noi vorrebbe esprimergli o chiedergli nell'ipotesi di averlo di fronte e anche se la risposta dell'Ente Supremo è logica, razionale, forse esaustiva, dal punto di vista filosofico –religioso: " Se tu potessi vedere il nastro degli anni a venire saresti anche più violento" dice l'eccentrica figura, ricercata come pazzo evaso, ha un limite, perché nella risposta di Dio c'è il pensiero dell'uomo che cerca, per l'orgoglio illimitato di cui è pieno, sostituirsi a Lui.
"Il Visitatore" di Emmanuel Schmitt, un pezzo di spessore, è stato rappresentato in maniera egregia dalla Compagnia "La Betulla" di Nave (BS), diretta da Bruno Frusca, che ne è anche l'eccellente interprete principale. La su recitazione è stata lineare e pulita come la regia priva di orpelli inutili. Nei panni di Dio, Pino Navarretta, si è fatto notare sia per la buona caratterizzazione del personaggio, sia per l'agilità dei movimenti, a tratti felini. Divertente il bastone che nelle sue mani, per un gioco efficace di prestidigitazione, si tramuta in bandiera. Quanto a Mariasole Bannò, Anna Freud e Michele Bolognini, l'appartenente alla Gestapo, hanno reso un' interpretazione efficace dei loro personaggi.
Nella commedia, realizzata dalla Compagnia La Betulla, c'è un quinto personaggio che non si vede ma lo si ascolta con trasporto e la cui musica, ripetuta efficacemente, nei momenti più salienti, sovrasta tutto e tutti. Il prodigio musicale risponde al nome di Wolfgang Amadeus Mozart.
Maria Serritiello
"Le Serve" dei Cattivi di Cuore e Teatro del Bancherio di Imperia, ultimo lavoro in gara alla rassegna del "Teatro XS Salerno"
Con "Le serve", titolo originale Les bonnes, un atto unico di Jean Jenet, presentato al Teatro Genovesi di Salerno, dai Cattivi di Cuore e Teatro del Banchero di Imperia, si è conclusa la presentazione dei sei lavori in gara per la V° Edizione Nazionale "Teatro XS" Città di Salerno. La commedia tragica e crudele fu scritta dall'autore nel 1946, ispirandosi ad un fatto di cronaca accaduto a Les Mans. La compagnia dei Cattivi di cuore, un gradito ritorno per Salerno e per la rassegna "Teatro XS", ha offerto al pubblico 90 minuti fuori dall'ordinario, trasportandolo nell'eccezionalità della follia.
Trama
A turno Claire e Solange, sorelle e cameriere modelle, a sevizio presso una ricca e capricciosa signora, lei assente, recitano il ruolo della padrona e della serva. Naturalmente l'oggetto della rappresentazione è odiato così tanto dalle due che, ogni volta, la recitazione si conclude con l'uccisione della padrona. Il rito quotidiano si consuma nella camera da letto di "Madame", dove le due sorelle indossano i suoi vestiti e i gioielli più belli, ne imitano la voce, gli atteggiamenti e i comandi assurdi di chi possiede potere. Attraverso il gioco delle parti sfogano così il loro inesauribile rancore, portandolo fino all'estremo e conseguentemente ad un'inevitabile tragica conclusione.
Commento
Le serve, ossia Giorgia Brusco e Chiara Giribaldi, le interpreti principali della moderna tragedia, sono state straordinariamente brave. Una prova la loro, di grande intensità fisica e d'incisiva espressività. 90 minuti di pura follia, in cui la realtà e l'immaginario non hanno avuto più confine. Claire e Solange sono due donne dannate, crudelmente perverse e quotidianamente si vomitano addosso l'odio che appartiene a Madame. Tra di loro intercorrono parole a raffica e rotolamenti sul pavimento, continuati osceni sul letto della padrona, addobbato maestosamente e posto al centro della scena. Passano in rassegna, come animali da preda, tutti i suoi vestiti indossandoli ad uno ad uno, fiutano gli odori e i profumi della padrona, calzano le scarpe e si adornano dei gioielli per a sostenere la parte non facile della signora. Il teatro nel teatro, un'intuizione magistrale e scenica dell' autore Genet, in cui si riescono a scorgere insieme le facce della realtà e della finzione. Belve assetate di sangue, non ammansite dall'amore, odiano e si odiano così tanto, anche tra di loro, da vivere ogni giorno la realtà di un crimine che le avrebbe acquetate. A descriverle bene è lo stesso aspetto secchigno, aiutate da vesti buone solo a coprirsi e dai capelli raccolti stretti all'indietro, quasi una mano invisibile che glieli tiri dolorosamente. Il gioco dell'assassinio si alterna con il delitto stesso, fondendosi così bene, che l'esito finale non meraviglia. L'esercizio quotidiano a cui le due sorelle si sottopongono ossessivamente, alla fine dà l'esito desiderato ma come in un film di Alfred Hitchcock, ne subiranno la punizione.
L'odio di classe, nel lavoro di Genet è portato all'esasperazione, anche se la padrona con i suoi capricci e la futilità strabordante complica non poco la vita delle due serve. In sostanza le due misere donne hanno bisogno d'interpretare "Madame" per esorcizzarla, sì da allontanarla per sempre dalle proprie vite. Ma non sarà così, la signora, buona la caratterizzazione di Maura Amalberti, non sarà il trofeo del loro piano diabolico, architettato dalle menti sconvolte dalla schizofrenia.
Così alle due deliranti non resterà che prendere coscienza di aver sbagliato il piano criminoso, Claire morirà uccisa dal veleno della tisana destinata alla padrona, mentre l'altra, Solange, affronterà esaltata la condanna, passando per la notorietà che l'omicidio le getterà addosso. Brave, bravissime, Giorgia Brusco e Chiara Giribaldi, due colossi in scena, la cui drammaticità dei volti, vere maschere della follia, rappresentano e meglio non si poteva fare, l'animo povero e amorale di una quotidianità che sempre più si va confondendo.
Ottima la direzione di Gino Brusco e buono l'allestimento scenico di Marco Barberis.
Avanti tutta al Teatro Genovesi di Salerno, il 21 aprile scorso, con la Rassegna Nazionale "Teatro XS", giunta, con il "Visitatore", del Gruppo Teatrale "La Betulla", alla quinta rappresentazione, delle sei in gara.
"Teatro XS Salerno", evento curato dalla Compagnia dell'Eclissi, si è conquistato un preciso spazio nel panorama nazionale di teatro e di successo, presso il pubblico salernitano che, ad ogni rappresentazione, accorre numeroso.
Trama
Nello studio di Sigmund Freud, a Vienna, in Via Berggasse 19, mentre per strada impazzano i cori nazisti, è la sera del 22 aprile 1938 e l'Austria è da un mese annessa al Terzo Reich, si presenta una strana figura in smoking e bastone. Freud è vecchio, ammalato e disperato, sua figlia Anna, infatti, è nelle mani della Gestapo. Chi sarà mai quell'improvviso visitatore che sembra un impostore? Un pazzo che crede di essere Dio o è lui stesso in persona? Inizia tra i due un dialogo serrato in cui l'uno, Freud, cerca di convincere l'altro delle proprie tesi, mentre Dio, o chi per esso, cerca di portare acqua al proprio mulino, affermando la propria esistenza.
Commento
"Il Visitatore", un tempo in 85 minuti, muove l'inizio da un'incantevole suggestione: il Concerto per clarinetto in A maggiore K.622, II. Adagio, di Mozart. Dolcissime le note riempiono la scena, la rivestono di particolari, la caricano di suggestioni, per poi posarsi, nella semi oscurità, sulle sagome immobili di Freud e sua figlia Anna, i personaggi della vicenda. L'atmosfera pacificata e sobria dello studio, malgrado la malattia del vecchio studioso e il pericolo reale di essere loro stessi deportati, come già avviene per altri, stride con quanto succede per le strade e per ciò che accadrà di lì a poco, nello casa dello scienziato.
L'ombra minacciosa del Terzo Reich e la sua manifestazione più crudele, la Gestapo, entra dalla porta d'ingresso, portandosi via Anna e lasciando nello sconforto suo padre. Ed ecco nello studio di Freud, materializzarsi dal nulla, quasi una marionetta, per come si muove e trastulla le mani, lo strano visitatore, proiezione del suo bisogno, chi altro se no, di ricevere aiuto, di calmare la sua ansia, di essere confortato, lui che di sostegno agli altri ne ha dato e dà tanto.
Dinanzi al visitatore, ambiguo e sicuro di sé, Freud appare indifeso, come già lo fu da bambino, all'età di cinque anni, per una sua richiesta di aiuto elusa, l'avevano lasciato solo in casa. Ora però lui è il dott. re Sigmund Freud, ha conoscenza e sapienza e prova a confrontarsi con il pensiero dello sconosciuto, l'impostore che si vuol far credere Dio e che smonta ogni sua teoria di ateo, senza convincerlo fino in fondo.
Freud gli oppone resistenza, anzi lo minaccia "Se fosse Dio, stasera, gli chiederei il conto. Gli chiederei di mettere il naso fuori della finestra, una buona volta. Lo sa Dio che il male corre per le strade con stivali di cuoio, con speroni di acciaio a Berlino, a Vienna e presto per l'Europa intera? Lo sa Dio che l'odio ha un suo partito, un odio che riassume tutti gli odi, per gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali e per tutti quelli che la pensano diversamente?"
In sostanza ciò che Freud ha da dire a Dio è quello che ognuno di noi vorrebbe esprimergli o chiedergli nell'ipotesi di averlo di fronte e anche se la risposta dell'Ente Supremo è logica, razionale, forse esaustiva, dal punto di vista filosofico –religioso: " Se tu potessi vedere il nastro degli anni a venire saresti anche più violento" dice l'eccentrica figura, ricercata come pazzo evaso, ha un limite, perché nella risposta di Dio c'è il pensiero dell'uomo che cerca, per l'orgoglio illimitato di cui è pieno, sostituirsi a Lui.
"Il Visitatore" di Emmanuel Schmitt, un pezzo di spessore, è stato rappresentato in maniera egregia dalla Compagnia "La Betulla" di Nave (BS), diretta da Bruno Frusca, che ne è anche l'eccellente interprete principale. La su recitazione è stata lineare e pulita come la regia priva di orpelli inutili. Nei panni di Dio, Pino Navarretta, si è fatto notare sia per la buona caratterizzazione del personaggio, sia per l'agilità dei movimenti, a tratti felini. Divertente il bastone che nelle sue mani, per un gioco efficace di prestidigitazione, si tramuta in bandiera. Quanto a Mariasole Bannò, Anna Freud e Michele Bolognini, l'appartenente alla Gestapo, hanno reso un' interpretazione efficace dei loro personaggi.
Nella commedia, realizzata dalla Compagnia La Betulla, c'è un quinto personaggio che non si vede ma lo si ascolta con trasporto e la cui musica, ripetuta efficacemente, nei momenti più salienti, sovrasta tutto e tutti. Il prodigio musicale risponde al nome di Wolfgang Amadeus Mozart.
Due commenti di due autorevoli quotidiani: Il Secolo XIX e La Stampa
Fonte: Il Secolo XIX
di Giuliano Galletta
Mandate pure i bambini a dormire alle nove. Il nuovo Carosello comincia infatti dieci minuti dopo, ma è davvero meglio perderlo che ritrovarlo. Quattro spottoni come tanti altri (magari belli, ma tutta la pubblicità oggi è “bella”, sin troppo) con una piccola inserzione del cartone d’annata Jo Condor, che al confronto sembrava Shakespeare.
Il tentativo di rilanciare Carosello, che Rai Uno ha sperimentato ieri sera, può essere tranquillamente archiviato come un fallimento. Non c’è stato l’effetto nostalgia e non ci sono state innovazioni stilistiche, se non nella lunghezza: infatti la differenza con gli spot che sono seguiti è stata, praticamente, inesistente.
Probabilmente però l’impresa era in partenza impossibile. Carosello è irripetibile non solo per la qualità dei suoi siparietti, che affondavano le loro radici nella grande tradizione del teatro leggero italiano o lanciavano i nostri maestri del cartoon, ma soprattutto perché quell’Italia non esiste più. Era un’Italia che, pur esaltata dal boom economico, si vergognava ancora un po’ della pubblicità e poteva permettersi di limitarne gli spazi e addolcirne con un sorriso il brutale potere.
Il primo Carosello, quello originale, è andato in onda per venti anni sulla tv pubblica dopo il Tg1 delle 20, dal 1957 al 1977.
Carosello, più nostalgia che appeal per i nativi digitali
dI ALESSANDRA COMAZZI
Con un’app lo spot pure su smartphone, sempre bella la sigla
Dietro il Carosello storico c’era una società in evoluzione, dietro il Reloaded c’è una società in crisi, ripiegata e triste. E dunque la Wind insiste sulle persone che vanno al lavoro senza autista e non hanno il cuoco, ma comunicano, in chiarezza, trasparenza, semplicità. La Conad ha preparato una versione lunga della storia di quel signore che si sveglia nella notte per andare a controllare la freschezza dei prodotti. La Ferrero se la cava unendo la vecchia promozione della Nutella in bianco e nero con quella a colori recante la voce di Pavarotti: potranno il Gigante Buono e il cattivo Jo Condor stupire le smaliziate nuove leve di consumatori?
Nella prima sera del rinato Carosello, ieri, lunedì 6 maggio, la palma dell’originalità va all’Eni con il suo bel raccontino animato che ripropone il cane a sei zampe tipico del marchio il quale incontra la lucertola Piera. Come tutte le lucertole, Piera le prova tutte ma non riesce a scaldarsi. Chissà che cosa significaCarosello per i nativi digitali. Nulla, probabilmente. Al massimo qualche citazione dei genitori, di noi immigrati digitali: erano i tempi in cui si andava a dormire dopo Carosello, ti ricordi i grandi attori di Carosello, la pubblicità non era nefasta, i prodotti reclamizzati si ricordavano e la via educativa della tv passava anche di lì. Se però qualche nativo digitale ha visto Carosello Reloaded, tornato in onda dopo 36 anni, non ha potuto, nemmeno questa volta, comprendere il significato che ebbe un programma durato dal 1957 al 1977, che nobilitava gli spot e diventava costume.
Intanto alcune aziende, ieri le prime quattro, hanno colto al volo l’occasione. La cosa migliore è l’evocativa sigla, una tarantella napoletana di cui si conosce il titolo, I pagliacci, ma non l’autore, arrangiata da Raffaele Gervasio e rieseguita a Torino dall’Orchestra Sinfonica nazionale della Rai. La melodia è la stessa, stessi gli strumenti solisti che la eseguono, dal mandolino alla tromba, dall’arpa all’ottavino, che caratterizzano le diverse città italiane evocate. L’orchestrazione ha però un sapore più attuale e brillante. La grafica ha mescolato le sigle che si erano succedute nei decenni, colorandole e aggiungendo figurine alla moderna, un ragazzo che fa surf, un altro con la mountain bike, la giovane in nero e tacchi alti. Come dice Anna Maria Testa, pubblicitaria, ma non parente di Armando Testa: «Carosello, così come il maestro Manzi per l’italiano, rappresenta l’alfabetizzazione allo stile di vita moderno per un’Italia che abbandonava le campagne. Per le donne è stato un parametro di liberazione: faceva vedere che esisteva la carne in scatola, per una sera si poteva non cucinare; c’era la lavatrice per non lavare i panni a mano. Per arte, animazione, grafica, è stato un meraviglioso momento di sperimentazione». Troppa roba, un carico troppo pesante, per essere subito compensato.
Il nuovo Carosello va in onda alle 21,10 su Raiuno, dura 5 minuti, poi su Radio Rai, al cinema e sul web. Si sperimenterà anche, e qui sta la vera novità, la prima applicazione di «realtà aumentata» al mondo della pubblicità. Durante la trasmissione degli spot, una semplice «app» caricata sullo smartphone o sul tablet, consentirà di accedere a contenuti di approfondimento, multimediali ed interattivi, collegati a quanto sta andando in onda. Questo sì è un gran cambiamento, e ancora una volta arriva dalla pubblicità, la vera padrona della televisione. Solo che perché venga voglia di approfondire, gli spot dovranno ben essere accattivanti. Più di quelli visti ieri.
Fonte:Corriere della Sera.it / Politica
di Massimo Franco
Una bella pagina di giornalismo di Massimo Franco, per l'addio a Giulio Andreotti, che, nel bene e nel male è stato un personaggio di grande carisma e potere nel panorama politico italiano. Il pezzo del giornalista e scrittore del Corriere della Sera, Massimo Franco, mi piace postarlo per come è stato scritto e per le cose dette.(SeMa)
Nella stanza di Andreotti crocifisso e ricordi
Ha il solito doppiopetto blu presidenziale. E se non fosse per il rosario nero che gli avvolge le mani intrecciate sul grembo, e perché è sdraiato sul letto vestito di tutto punto con gli occhi chiusi, potrebbe quasi sembrare il Giulio Andreotti di sempre. Ma il piccolo presepe vivente che lo circonda, stavolta, non è nella sua stanza da letto per ascoltare le battute al curaro, o le perle di buonsenso romano-papalino. Le tre bombole a ossigeno accostate alla parete raccontano giorni di sofferenza. E il senatore a vita Emilio Colombo, vecchio alleato e avversario in decine di congressi democristiani e di quasi altrettanti governi, si fa un segno della croce che non è solo un saluto a lui ma il commiato a un'epoca della storia d'Italia.
In questa stanza nella penombra al quarto piano di corso Vittorio Emanuele che si affaccia sul Tevere e sul Vaticano, sorvegliato e protetto da un grande crocifisso di porcellana appeso sopra al letto, è morto ieri mattina, poco dopo mezzogiorno, l'uomo-simbolo della Prima Repubblica. In quel momento in casa c'erano soltanto Gloria, la badante filippina che lo assisteva con altri due connazionali, e Giancarlo Buttarelli, il capo della scorta con lui da oltre trentacinque anni. C'era anche la signora Livia, ma per fortuna non si è accorta di nulla. E anche adesso, alle cinque del pomeriggio, mentre un silenzioso viavai di amici e mondi tramontati viene accompagnato a salutarlo per l'ultima volta, la moglie è in cucina in compagnia della cognata Antonella Danese. Forse non capisce quanto è successo. I figli vogliono che non si accorga che suo marito Giulio se n'è andato a novantaquattro anni.
Già, ci sono anche gli Andreotti: la tribù più discreta e invisibile del potere romano. Per il momento Stefano e Serena, due dei quattro figli. Gli altri, Lamberto, presidente della multinazionale Meyers Squibb, arriverà da New York in serata, e la figlia maggiore Marilena è partita da Torino, dove vive. In compenso ci sono alcuni dei nipoti, Giulio Andreotti e Giulia Ravaglioli, figlio il primo di Stefano e l'altra di Serena e del giornalista della Rai Marco Ravaglioli. Ci sono anche Marco e Luca Danese, i cugini. E sono loro, tutti insieme, ad accogliere ex ambasciatori e capi di gabinetto, alti burocrati e parlamentari figli della diaspora scudocrociata; e naturalmente sacerdoti. Il segretario di Stato vaticano, Tarcisio Bertone, si è offerto di celebrare la messa. E anche il suo predecessore, il decano del Sacro Collegio, Angelo Sodano.
«E il cardinale Fiorenzo Angelini non viene?», si chiedono nel salottino con le cineserie e le scatoline d'argento allineate in ordine su un tavolino rotondo col drappo di velluto marrone. No, non ce la fa. E nemmeno il cardinale Achille Silvestrini. Sono molto vecchi anche loro, reduci di mille battaglie e pezzi d'antiquariato del «partito romano» italo-vaticano. Ci sono invece il vescovo Matteo Zuppi, parroco di Santa Maria in Trastevere, la chiesa della comunità di Sant'Egidio, e padre Luigi Venturi, il parroco di San Giovan Battista dei Fiorentini, la chiesa di quartiere dove oggi alle 17 si celebreranno i funerali in forma privata: perché la famiglia non vuole una cerimonia di Stato. Parlano tutti del «Presidente», come continuano a chiamarlo ricordando pagine ormai ingiallite di storia repubblicana. E la famiglia, con discrezione e garbo, ringrazia e stringe mani. Ma sempre un po' appartata, cordiale e insieme vigile. Come se concedesse per l'ultima volta il padre e il nonno a quelle persone che lo hanno visto più di loro.
Non è una veglia di potenti, ma di vecchi amici. Sì, sembra che Andreotti avesse anche amici. Non piange nessuno, perché probabilmente il «divo Giulio», o «Belzebù», come lo chiamano tuttora gli avversari più irriducibili, non approverebbe. Anche Pier Ferdinando Casini e Gianni Letta sono confusi fra l'avvocato Barone e Luigi Turchi e il figlio Franz. Parlano come se tutto fosse uguale a prima. Le segretarie, Daniela e Patrizia, raccontano che lo studio a palazzo Giustiniani ormai era un guscio vuoto da mesi; e che da febbraio i figli avevano deciso di restituirlo al Senato per non tenere occupate le stanze in nome di una finzione. È passato a salutare anche il sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Sono arrivati appena si è saputa la notizia Franco e Sandra Carraro. C'è la signora Santarelli, figlia di un amico storico dell'ex presidente. E figli e nipoti osservano, rispondono alle domande, sorridono perfino, con gentilezza.
Quando Stefano Andreotti presenta a un Gianni Letta affranto il figlio, dicendogli: «Ecco Giulio Andreotti», c'è un attimo di sorpresa. Poi spunta un ragazzo alto, con i capelli un po' lunghi, in giacca blu e cravatta, che ha il nome del nonno e fa l'avvocato. L'altro, quello «vero», è sul letto con la coperta verde di lana a fiori e la foto di madre Teresa di Calcutta sul comodino, nella stanza a metà corridoio: quella annunciata dalla mensola di vetro dove sono esposti una parte dei campanelli d'argento che il senatore a vita ha collezionato per gran parte della sua lunga vita. Oltre la porta a due ante, in questo appartamento bello ma senza lusso, riposa quello che per decenni è stato considerato il sopravvissuto per antonomasia. Al punto che gli piaceva dire con civetteria: «Io, in fondo, sono postumo di me stesso». Perché lui continuava a vivere mentre finivano la Guerra fredda, la Prima e la Seconda Repubblica, e morivano o si dimettevano i Papi.
Non l'avevano schiantato né i processi per mafia, dai quali era uscito assolto e, per alcuni reati, solo prescritto, né un potere che aveva regole, riferimenti e protagonisti lontani ormai anni luce da lui. Finché era esistito un modo diviso fra Occidente e comunismo, Andreotti era parso eterno. Era il «suo» mondo, nel quale si muoveva con la leggiadria e il cinismo di chi ne conosceva non solo le apparenze, ma anche il sottosuolo. Aveva presieduto i suoi primi governi nel 1972, alleato con i liberali. Il terzo era stato nel 1976, appoggiato dal Pci. E l'ultimo, il settimo, nel 1989, a capo di un'alleanza con i socialisti di Bettino Craxi: l'ultimo della Prima Repubblica. Obiettivo: preservare la continuità dello Stato democristiano e un progresso senza avventure; e garantire il Vaticano, l'Europa e gli Usa come stelle polari. La Dc era solo uno strumento per governare. In realtà, la forza e il potere andreottiani erano fuori, non dentro al partito.
La sua base elettorale erano la Ciociaria, la burocrazia ministeriale romana, i conventi di suore, le congregazioni religiose. Come disse una volta lo scomparso capo dello Stato, Francesco Cossiga, Andreotti era «il popolo del Papa dentro la Dc». Oppure «un cardinale esterno», nella definizione dello storico Andrea Riccardi. Dei democristiani, di cui era un esemplare unico e dunque atipico, diffidava: forse perché aveva visto come erano stati rapidi a giubilare il suo mentore politico, Alcide De Gasperi, alla fine del centrismo e all'inizio degli Anni Cinquanta del secolo scorso. Non per nulla non aveva mai ricoperto cariche di partito, tranne quella di capogruppo alla Camera. E la sua corrente era piccola, combattiva e così variegata, per usare un eufemismo, che gli altri la chiamavano con una punta di razzismo «le truppe di colore» andreottiane.
Erano la sua piccola massa di manovra per ottenere ministeri; per garantirsi una longevità governativa dovuta non tanto alle sue strategie, quanto al ruolo di conservatore del sistema e conoscitore della macchina dello Stato. Eppure, quando la Dc finì insieme con la Guerra fredda, lui ne rimase un cultore nostalgico: capiva che l'archiviazione dell'unità politica dei cattolici era anche quella dei suoi punti cardinali e della sua cultura politica. Dopo la diaspora scudocrociata, a piazza del Gesù, sede storica della Dc a Roma, non voleva andare. Diceva che gli sembrava un condominio litigioso, con un partitino diverso a ogni piano. Da anni non era più un burattinaio. Anzi, rischiava di essere usato per operazioni politiche che non condivideva. Accadde nel 2006, quando Silvio Berlusconi lo candidò alla presidenza del Senato contro un altro ex democristiano, Franco Marini, scelto dal centrosinistra. Si illuse di essere «una goccia d'olio» in grado di sbloccare la situazione.
Ma fu la sua ultima illusione di potere, prima di un lungo oblìo dal quale è uscito solo ieri poco dopo mezzogiorno; e prima di essere di nuovo usato da partiti nei quali non si riconosce, come è accaduto dopo la notizia della sua morte. Il piccolo mondo antico che ieri si è ritrovato nel suo appartamento si è mimetizzato e adattato ai nuovi potenti. Ma sapeva che l'uomo adagiato in doppiopetto blu nella stanza accanto, e poi nella bara all'ingresso di casa, era la loro autobiografia: lo specchio nel quale per decenni la maggioranza silenziosa e moderata dell'Italia si era riflessa. Si tratta di un'Italia che ha rifiutato fino all'ultimo la sua scomparsa, perpetuando il mito dell'eternità andreottiana per non ammettere di essere postuma anche lei di se stessa. Ma «c'est fini», è finita, confessava a se stesso da tempo il suo segretario a palazzo Giustiniani, Salvatore Ruggieri.
E stavolta è finita davvero. Andreotti sarà ricordato come quello della battuta sul «potere che logora chi non ce l'ha»: un monumento lessicale a un potere senza alternativa, cresciuto negli ultimi anni della Dc; e pagato a caro prezzo quando quella stagione si è chiusa. Peccato che pochi ne ricordino un'altra, di molti anni prima. Chiesero all'allora ministro di qualcosa che avrebbe fatto se avesse avuto il potere assoluto. Andreotti ci pensò un secondo. Poi rispose: «Sicuramente qualche sciocchezza». Era una lezione di democrazia che molti, a cominciare da lui, hanno finito per rimuovere.
E' morto Giulio Andreotti, malato da tempo. "Nessun funerale di Stato"
Leader storico della Democrazia Cristiana, è stato Presidente del Consiglio sette volte. Partecipò alla stesura della Costituzione
Si è spento a Roma all'età di 94 anni Giulio Andreotti. Da tempo malato, era stato Presidente del Consiglio sette volte. Leader storico della Democrazia Cristiana, partecipò alla stesura della Costituzione insieme ai 'padri nobili' della Patria. Senatore a vita, fu ministro degli Esteri, della Difesa, delle Finanze e dell'Industria.
FUNERALI - Domani, secondo quanto si apprende da fonti vicine al Quirinale, si svolgeranno i funerali di Stato ma Patrizia Chilelli, storica segretaria del presidente, al suo fianco dal 1989, ha annunciato all'Adnkronos che "non ci saranno funerali di Stato né camera ardente. Le esequie saranno celebrate nella sua parrocchia con gli stretti familiari". Poi ha aggiunto: "Un grande uomo che mi ha insegnato tanto. Solo chi gli è stato davvero a fianco ha potuto capire l'uomo, non solo il politico".
LE REAZIONI Giulio Andreotti "è stato laDemocrazia Cristiana, pur non essendo stato mai stato segretario della Democrazia Cristiana". E' una delle frasi con le quali Pier Ferdinando Casini, da SkyTg24, ricorda il senatore a vita scomparso oggi.
"Con Giulio Andreotti muore una personalita' che, nel bene e nel male, ha espresso lo spirito piu' profondo della Dc". E Fabrizio Cicchitto spiega che "per lui la mediazione era l'essenza della politica e andava esercitata con tutti, dal Pci ai grandi gruppi economico-finanziari, agli alleati politici fino anche - si legge in una nota dell'ex capogruppo Pdl alla Camera - alla mafia tradizionale, mentre invece - e' il distinguo di Cicchitto - condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese".
La notizia della scomparsa di Giulio Andreotti è stata ripresa dai principali siti web d'informazione stranieri. Questi alcuni dei primissimi titoli: GRAN BRETAGNA - Bbc: "Giulio Andreotti, sette volte primo ministro italiano, e' morto all'eta' di 94 anni". - Sky News: "Il sette volte primo ministro italiano Giulio Andreotti, che era stato accusato di aver avuto rapporti con la mafia, e' morto. STATI UNITI - New York Times: "E' morto Giulio Andreotti, ex primo ministro italiano" FRANCIA - Liberation: "Morto l'ex capo del governo italiano Giulio Andreotti" SPAGNA - El Mundo: "E' morto Giulio Andreotti, sette volte primo ministro e otto (in realta' 5, ndr) ministro degli Esteri" - Abc: "Morto a 94 anni l'ex primo ministro italiano Giulio Andreotti".
LA BIOGRAFIA DEL "DIVO" GIULIO - Giulio Andreotti, politico, scrittore e giornalista. Nato a Roma da genitori originari di Segni, è stato uno dei principali esponenti della Democrazia Cristiana, protagonista della vita politica italiana per tutta la seconda meà del XX secolo. Ha ricoperto più volte numerosi incarichi di governo: sette volte Presidente del Consiglio (tra cui il governo di "solidarieà nazionale" durante il rapimento di Aldo Moro (1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della "non-sfiducia" (1976-1977), con la prima donna-ministro, Tina Anselmi, al dicastero del Lavoro); otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; tre volte ministro delle Partecipazioni Statali; due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell'Industria; una volta ministro del Tesoro, ministro dell'Interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentaquattro anni), ministro dei beni culturali (ad interim) e ministro delle Politiche Comunitarie. È sempre stato presente dal 1945 in avanti nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. È stato Presidente della Casa di Dante in Roma. Il 2 maggio 2003 è stato giudicato dalla Corte d'Appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Assolto in primo grado, il 23 ottobre 1999, fu condannato con sentenza d'Appello. Nell'ultimo grado di giudizio, la II sezione penale della Corte di Cassazione ha citato il concetto di "concreta collaborazione" con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980, presente nel Dispositivo di Appello. Il reato commesso è stato considerato estinto per sopravvenuta prescrizione e quindi si è dichiarato il "non doversi procedere" nei confronti di Andreotti.