Venerata soprattutto da marinai e pescatori la Madonna che viene dal Mare, il 5 agosto scorso, a Salerno, ha percorso il litorale partendo dalla colonia San Giuseppe e inserendo, nel tragitto, il nuovo scalo portuale, Marina d'Arechi, sito nella zona orientale, fino ad arrivare all'Imbarcadero all'altezza della Provincia. Una folla incontenibile di fedeli, si è riversata su tutto il cammino affacciato sul mare e sulle spiagge, affollate ancora di bagnanti, per assistere al passaggio della Madonna bizantina, una tavola del XV secolo, custodita nella chiesa di Sant'Agostino. Il quadro è stato trasportato, contornato da un nugolo di barche, dal peschereccio S. Costabile di Antonio Novello con a bordo 42 portatori ed il parroco Don Felice Moliterno. A seguito, sulla motovedetta della Guardia di Finanza, Monsignor Luigi Moretti e il comandante della Capitaneria Andrea Agostinelli. L'appuntamento, nella prima domenica di agosto, è una tradizione che si rinnova puntuale ogni anno ed è una consuetudine di fede per tutti quelli che con il mare lavorano, affidarsi alla protezione celeste. Tutti i "Lidi", al passaggio hanno onorato la Madonna con fiori, portati a largo e posti ai piedi della Vergine, per il Miramare, dalla rassicurante figura di Ciro Collina e dal giovane proprietario Alfredo Serritiello e con fuochi d'artificio. Quest'ultimi bellissimi e dal colore bianco, per essersi stagliati in un cielo luminoso di sole e puntati di scintille di fuoco. A lungo la rinnovata struttura del lido "Miramare" ha fatto salire al cielo i botti, uno spettacolo pirotecnico da far invidia a quello di San Matteo.
Tra leggenda e Storia La leggenda vuole che l'effige della Madonna sia stata portata dal mare e ritrovata sull'antica spiaggia di Salerno "Santa Teresa", dopo il naufragio della nave che trasportava il quadro da Costantinopoli. Per questa ragione è stata definita la Madonna che viene dal Mare e venerata in particolar modo da marinai e pescatori. In realtà il ritrovamento del quadro è da ricollegarsi all' iconoclastia, il movimento di carattere politico - religioso sviluppatosi nell'impero bizantino, intorno alla prima metà del secolo VIII., Alla base di questo movimento vi era l'affermazione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in una forma di idolatria. Questa convinzione provocò non solo un duro confronto dottrinario ma anche la distruzione materiale di un gran numero di icone. Per salvarne il più possibile vennero affidate o alle navi che dall'oriente solcavano i mari, per raggiungere l'occidente, o nascoste nei luoghi più disparati, addirittura in un pollaio, come per il ritrovamento della Madonna delle Galline a Pagani.
Il significato religioso La processione sull'acqua, come lo sposalizio del mare, tenuto in varie località, celebre quello di Venezia, assume un carattere sacrale e propiziatorio. Per tutti i naviganti , benedetto e protetto dalla Vergine, il mare si auspica possa essere calmo e tranquillo, oltre che fonte di sostentamento per quanti lo solcano. E' con questo spirito , rituale ogni anno, che i marinai e i pescatori salernitani partecipano alla solenne processione, per un altro anno, essi, protetti dalla Madonna nera, si sentono al sicuro.
Il 15 agosto 2010, in una domenica di ferragosto assolata, calda e a me intorno silenziosa, iniziai a scrivere "Il Mio Giornale", il periodico di cultura, che mi ha accompagnato per questi due anni, veloci e trascorsi. L'intento era ed è di cercare notizie, note ma anche quelle trascurate dai giornali, puntando, nella scelta, ad una sorta di continuità d'insegnamento, quello che ho svolto con passione per tantissimi anni e che non tralascerò mai. Essere in compagnia de "Il Mio Giornale", tutti i giorni, fa parte del mio rito quotidiano, somigliante a quello scolastico, quando entrando in classe principiavo per i miei alunni la meravigliosa avventura della conoscenza. Ed ancora, la compilazione de "Il Mio Giornale", mi fa essere attenta alla realtà e mi consente di esserne parte integrante, un'esperienza assolutamente gratificante, dal momento che non sono più nella vita attiva del paese. Più conoscenza, più partecipazione e scelte consapevoli, questo mi auguro per i miei giovani e per il futuro della nostra bella Italia. Mi piace citare, nel post della ricorrenza, una frase di Daniel Pennec sulla lettura
" Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere".
Carlo Rambaldi è stato soprattutto un artista e un artigiano, uno che aveva vinto tre Oscar, ma non si vantava affatto e odiava, su tutti, il computer. Una vera e propria contraddizione. "Si è persa la magia, come quando un prestigiatore rivela i suoi trucchi ai presenti. Adesso tutti i ragazzi possono creare i propri effetti speciali con il computer di casa" diceva a chi gli chiedeva del suo lavoro.
Ottantasei anni, Rambaldi il grande creatore di effetti speciali morto a Lamezia Terme (Catanzaro), dove viveva da dieci anni, era nato il 15 settembre 1925 a Vigarano Mainarda (Ferrara). Tra i numerosi altri film a cui ha collaborato, oltre ai tre per i quali aveva ricevuto l'Oscar ('King Kong' di John Guillermin, 'Alien' di Ridley Scott ed 'E.T. l'extra-terrestré di Steven Spielberg) ci sono anche 'Incontri ravvicinati del terzo tipo' (1977) sempre di Spielberg, e 'Dune' (1984) di David Lynch.
Sull'odio dell'artista per il digitale, Rambaldi che è stato il rappresentante di quell'Italia artigiana del cinema che non ha mai mancato di vincere agli Oscar più di ogni altra categoria del nostro cinema, diceva ancora: "il digitale costa circa otto volte più della meccatronica. E.T. è costato un milione di dollari, l'abbiamo realizzato in tre mesi. Nel film ci sono circa 120 inquadrature. Se noi volessimo realizzare la stessa cosa con il computer ci vorrebbero almeno 200 persone per un minimo di cinque mesi".
Nella sua lunga vita piena di successi due episodi che entrano nella cronaca e che dicono molto della sua professionalità. Nel 1971, per l'istruttoria delle circostanze della morte di Giuseppe Pinelli, il magistrato inquirente chiese il suo aiuto per ricostruire le modalità di caduta del corpo. E Rambaldi fornì un manichino ad hoc simil-Pinelli. L'anno dopo, sempre Rambaldi, fu costretto poi a dimostrare in tribunale il fatto che fosse solo un trucco la vivisezione canina nel film 'Una lucertola con la pelle di donna' (1971) di Lucio Fulci. Dopo che lo stesso Fulci, ovviamente, era stato citato in tribunale per maltrattamento e crudeltà verso gli animali.
Nato come pittore e scultore, era entrato nel mondo del cinema italiano lavorando a pellicole come 'Terrore nello spazio' di Mario Bava e 'Profondo rosso' di Dario Argento. A notarlo negli Usa fu per prima, negli anni Settanta, John Guillermin (King Kong) e poi Spielberg e Ridley Scott. Per la sua creatura più famosa E.T. aveva più volte detto: "E' ovvio che gli occhi di E.T. ricordino quelli di un felino, per i primi bozzetti mi sono ispirato al muso del gatto himalayano visto frontalmente, stesse linee espressive". Anche se la leggenda vuole che a Spielberg, la storia del gatto non l'aveva mai davvero convinto. E così, con una certa immaginazione, il regista-Creso del cinema Usa sottolineava nelle interviste che il viso di E.T. era invece un mix delle facce di Albert Einstein, Ernest Hemingway e Carl Sandburg.
FONTE: IL BLOG DI SALERNO SU VIRGILIO A CURA DI MASSIMO VECCHI0
DI MARIA SERRITIELLO
'Qualche anno fa ho scritto questo pezzo sui miei amici 'Astrali', il complesso che, più di ogni altro, ha fatto ballare, negli anni ‘60 tanti giovani salernitani, me compresa. Insieme al loro profilo è tratteggiato uno spaccato dei giovani di allora, oggi tutti signore e signori maturi e di come trascorrevano le ore del divertimento. Un “amarcord” senza eccessiva nostalgia ma come testimonianza del passato. Gli anni, ormai, della loro carriera insieme, sono tanti e baldanzosi gli Astrali si avviano, fra quattro anni, a celebrare, sia pure con qualche serata e con la formazione ridotta, i 50 anni di professione. Detto così fa un certo effetto ma vederli ogni tanto, quando riescono ad incontrarsi per combinare qualche serata, si cambia opinione. Sono inossidabili, come i Pooh e come una certa generazione che non si arrende e resta giovane dentro e a dispetto del tempo, per i più, anche fuori, con l’aspetto stigmatizzato nell’eterna giovinezza. Così ricordare gli Astrali, è come ripercorrere all’indietro un pezzo di storia della città, tanto hanno segnato con la loro melodia ogni momento passato di intere generazioni. Ed erano proprio gli anni ’60, quelli favolosi, anni in cui la guerra dei padri era del tutto archiviata, in cui l’Italia si andava industrializzando ed il boom era dietro le porte, insieme alle ventate buone del ’68, quando alcuni ragazzi, con la musica come unica passione, diedero vita ad uno dei più prestigiosi complessi musicali, con un nome che, già nel suono, si proiettava verso le alte mete degli astri ed astrali, davvero, furono per tutti perché il cielo si toccava con mano, quando le loro note si elevavano dai vari strumenti. Si erano incontrati per caso, come succedeva un tempo, rincorrendo e calciando un pallone ed era stato facile fare amicizia, manifestare le proprie preferenze, confessare i sogni nascosti. Alla chetichella per non farsi scorgere dai genitori, che ritenevano quello svago una perdita di tempo, anzi ore sottratte allo studio, ognuno di loro strimpellava uno strumento preferito e, una volta incontratisi, fu naturale pensare alla formazione di un complesso. Erano gli anni in cui anche la musica seguiva la voglia dei giovani di riunirsi, di fare esperienza nel gruppo e in gruppo di indirizzare la propria vita nel sociale, di considerare la casa solo un ricovero e i genitori che l’abitavano dei “matusa”. Ma gli “Astrali” erano innanzitutto dei bravi ragazzi, rispettosi della volontà delle famiglie, che era in quei tempi non mediatici, il desiderio legittimo di assicurarsi prima un pezzo di carta per l’avvenire e poi la passione per la musica e così lo studio non fu trascurato, tanto che tutti riuscirono in seguito a laurearsi e ad essere affermati professionisti. Non furono, però, solo i genitori ad ostacolare il volo oltre la città natia, che per la bravura poteva essere possibile ma fu anche e soprattutto la trascuratezza di ognuno verso quel successo che nulla avrebbe aggiunto a quanto già avevano. Ed eccoli oggi, come un tempo, ad essere divisi in due, di giorno impegnati seriamente nel lavoro ma la sera tutti dedicati alla passione musicale e anche se il tempo è passato, ognuno di loro per proprio conto continua a fare serate, a rallegrare, suonando, quanti non si sono stancati di ascoltare la loro musica. Vecchie e nuove armonie perfette si amplificano dai loro strumenti, trascinandosi dietro inevitabili ricordi, quelli di quando tutti insieme in pedana davano il meglio al nome di Germano Cosenza (basso e canto), Michele Avagliano (chitarra), Cosimo Palumbo (piano) Michele Mattei (batteria e canto), Guido Cataldo (sassofono) ed in seconda formazione Bartolino Cataldo al piano e Gennaro Carbone alla chitarra e ancora quando nel’68, ma già sono in testa alle preferenze dei giovani di Salerno, arriva a dare più successo al complesso la voce di Nello Buongiorno, il barbuto musicista, più volte apparso in tv, quale ospite, tra i più graditi, di Mara Venier e sarà in seguito anche l’unico del complesso a spiccare il volo. Spaccati di memorie si sommano e “Gli Astrali” appaiono i giovincelli sbarbati, dai capelli appena allungati, come vuole la moda dei capelloni, con jeans e stivaletti tralasciati in favore di completi scuri, doppio petto e cravatta, rigorosamente indossati ancor oggi, che rimandavano un’immagine da seri orchestrali e adatta ai night della costiera. Già, la divina costiera di quegli anni, frequentata bene dai personaggi che allora contavano, sia nella politica che nello spettacolo o solo intellettuali, imprenditori e ricchi che si ritrovavano là come in un’ apartheid privilegiata e che rispondevano al nome di Kennedy, Nureyev, Eduardo, Zeffirelli, Gore Vidal, Mastroianni, la Loren, De Sica, Loy, tanto per citarne alcuni e dove i ragazzi perbene chiamati “Astrali” potevano figurare e accontentare i loro gusti musicali. Il repertorio messo appunto, infatti, spaziava dai brani sussurrati ed uno in particolare Fenesta Vasce riscoperto e portato al successo, ai ritmi più sfrenati. In quegli anni gli Astrali, con insolita bravura, arrangiavano con la loro sensibilità di artisti, la musica dei più grandi complessi: Beatles e Rolling Stones, non escludendo quella ritmata, vertiginosa e nera di Wilson Pickett, James Brown, Joe Tex, Otis Redding e così Marco Lenza con la chitarra si proiettava in svisate magiche alla Jimi Hendrix, mentre i fiati, la tromba di Pasqualino Moretti, il trombone di Giuseppe Carabella e i sassofoni di Guido Cataldo e di Vincenzo Senatore scuotevano ogni parte del corpo con vibrazioni mai più provate, in seguito, così intense. La musica di allora, più che adesso, raccoglieva tutte le istanze giovanili e serviva a ribellarsi, ad affermarsi, ad amoreggiare, ad essere, infine, se stessi e le note degli “Astrali” hanno alla meglio traghettato i giovani all’età matura. Ora ricordiamo con tenerezza le pomeridiane danzanti ma quanta fatica per arrivarci, per esserci dalle 18 alle 21 e ritornare a casa in tempo utile per la cena di mamma e papà. Con gli Astrali vengono in mente tante abitudini, perse ormai in quarant’anni, ma ancora vive nella memoria di tanti, per averle vissute con l’intensità giusta e l’entusiasmo dovuto. Una fra tutte, il MKP 100, ovvero cento giorni che precedevano gli esami di stato, la festa più desiderata dagli studenti che, almeno per un giorno, allentava la spirale della tensione, dimenticava le formule matematiche, tralasciava i ragionamenti filosofici e non avviava la svogliata traduzione dei classici greci e latini. Non si proclamava festa studentesca se a suonare non era la band degli “Astrali” e loro sulle note lente di “Tre settimane da raccontare” alla Fred Buongusto o di “E la chiamano estate”, alla Bruno Martino o ancor di più sulle note martellate, portate al successo dai complessi beat dei Primitives, Corvi, Rokes, Ribelli, Fuggiaschi e Nomadi, ma dai nostri Astrali arrangiate in modo personale, hanno dato svago, spensieratezza e avviato l’inizio di tanti ma proprio tanti amori. Perciò, per aver scritto con tanta bravura e semplicità la colonna sonora dei nostri anni giovanili che, fuori retorica, resteranno sempre i più belli, siamo grati a questi ragazzi. La musica, in quegli anni dagli “Astrali” veniva diffusa da tutti i locali della città: Copacabana, Stiva, Capannina e da quelli delle due coste, Hotel Luna di Amalfi, La Fregata di Postano, Il Lanternone di Palinuro, la Taverna dei Monaci di Agropoli e per la loro bravura erano chiamati ad essere complesso d’appoggio ad artisti prestigiosi quali Peppino di Capri, Fred Buongusto, Patty Pravo, Lelio Luttazzi, Ricchi e Poveri, Giganti e tanti altri. Mi sia consentito l’amarcord personale per i fratelli Cataldo. Il primo: “Bartolino”, impeccabile nel suonare il piano, mio compagno di banco nell’ultimo anno di scuola superiore, ora affermato giornalista oltre oceano, rivisto una sola volta e per caso, in tutti questi anni trascorsi. Il secondo “Guido” l’ottimo collega di classe e di viaggio nel raggiungere quotidianamente la sede scolastica di Oliveto Citra. Io e Guido, insieme, su di un testo “O cunte e Cicerenella” scritto dal padre e da lui musicato, a fine anno, riuscimmo a far recitare e cantare tutti gli alunni della scuola. Peccato non ci sia traccia visiva di questa performance, siamo negli anni ’80 e ancora non era scoppiata la mania del telefonino fotografo, ma nella mente, nel mentre scrivo, sono là, nel cortile assolato della scuola, con accanto il Maestro Cataldo che mi accompagna con la sua chitarra, e canto felice, si perché la musica mi rende felice, con tutti i nostri alunni. “Con la musica” dice Germano Cosenza (basso e canto) “ho avuto tutto quello che un giovane di allora non poteva permettersi e pure se la fatica era tanta, (si suonava senza intervallo dalle 22 alle 3), non l’ho mai sentita, anche per la giovialità che circolava tra noi”. “La musica fa parte della mia vita”continua “come un braccio , una gamba, le mie figlie, la vivo e l’ascolto senza tregua. Certo il repertorio che preferisco ricalca quello degli anni ’70, le mie giornate sono imperniate di rhythm and blues, di pezzi orchestrali ma anche, per curiosità, di tanto Eminem, Jovanotti o dj Francesco”. Non si penserebbe mai, per averlo fissato nella mente con in spalla la tracolla del basso, che Germano Cosenza nasce musicalmente suonando la fisarmonica, lo strumento che allora appassionava per la sua possibilità di essere tastato ovunque e anche perché, dalle prime televisioni accese, un maestro come Gorni Kramer, con una buffa intensità facciale ci rimandava una passione da imitare. Oggi gli “Astrali” non suonano più insieme, l’hanno fatto, per una volta qualche anno fa e con una formazione ridotta, anche perché qualcuno non c’è più, alla Rassegna Estiva del Teatro dei Barbuti, un dono pregiato per gli ex giovani che, tutti ma proprio tutti, si sono ritrovati là a guardare, nel tempo della musica, quello trascorso per ognuno. Voce spiegata a cantare sulle note uscite dal sassofono di Guido Cataldo, il “Maestro” e pensieri fluttuanti sostenuti dalla melodia dolce o ritmata di tutti gli altri, che il pubblico non si è più trattenuto e ha “fatto orchestra” con loro. Tutti i presenti, se pure per una volta, mentre la musica innalza note al cielo stellato dei Barbuti, hanno avuto la gioia di ritrovare le atmosfere giovanili, i sapori genuini, le tradizioni incontaminate e l’ingenuità di una generazione che mentre loro cantavano è andata sulla luna!' Maria Serritiello