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mercoledì 21 ottobre 2026

“La più bella giornata della mia vita” di Friedrich Dürrenmatt per tre fine settimana al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno.

 



di Maria Serritiello

“La più bella giornata della mia vita”, ovvero quando la rispettabilità nasconde le nostre colpe, è stata un'esperienza davvero piacevole, resa speciale dalla grande cura con cui ogni aspetto dello spettacolo è stato realizzato.

La rappresentazione si è distinta per la bravura degli attori, impeccabili sia nella recitazione, sia nei movimenti in palcoscenico. La loro capacità di interpretare i personaggi e di muoversi con naturalezza e sicurezza ha contribuito a rendere lo spettacolo armonioso, coinvolgente e piacevole da seguire. Complimenti ad ognuno degli attori: Andrea Carraro, che ha curato anche la regia, Davide Curzio, Amelia Imparato, Augusto Landi, Claudio Lardo, ma anche i costumi; Virna Prescenzo si sono rivelati perfettamente adeguati, curati nei dettagli ed in sintonia con la rappresentazione, contribuendo a creare un'atmosfera convincente e raffinata.

Un'attenzione particolare merita il pranzo, presentato dal cuoco/ boia, con grande cura e attenzione all'estetica. La presentazione delle pietanze ha aggiunto un ulteriore tocco di qualità all'esperienza, dimostrando come la passione e la professionalità possano esprimersi attraverso forme diverse, unite dalla stessa ricerca della bellezza. Nel complesso, lo spettacolo ha dato prova di un lavoro attento e ben coordinato, nel quale recitazione, movimenti scenici, costumi e cura dei dettagli hanno contribuito ad un risultato di grande qualità e offerto al pubblico, quale momento di arte, eleganza e piacevole condivisione, oltre ad interrogarsi quanto la rispettabilità nasconda le nostre colpe.

A questa ambiguità morale si accompagna la rappresentazione di una borghesia che sembra vivere in un mondo perfettamente ordinato, dove tutto è sotto controllo e ogni cosa trova il proprio posto. Le buone maniere, la compostezza, il rito della convivialità e l'apparente serenità diventano una sorta di facciata dietro la quale si nascondono egoismi, giudizi e giochi crudeli. L'importante sembra essere salvaguardare le apparenze, continuare a recitare la parte di persone rispettabili, senza lasciare che nulla incrini l'equilibrio costruito.

 

È soprattutto il finale a rendere questa contraddizione particolarmente inquietante. Il suicidio del personaggio, sospeso tra colpevolezza e innocenza, rompe improvvisamente il meccanismo del gioco. I commensali sembrano turbati non soltanto dalla morte, ma dal fatto che essa abbia guastato il loro rituale, quella messinscena che, a quanto pare, ripetono ogni volta che uno straniero capita tra loro.

Il significato più amaro di questo gioco perverso è che l'essere umano diventa uno strumento di divertimento, un'occasione per mettere in scena un gioco che rassicura chi lo conduce e lo fa sentire padrone della situazione. Finché tutto resta una finzione, i partecipanti possono permettersi qualsiasi crudeltà, perché sono convinti di poter controllare le conseguenze, ma quando la finzione produce una tragedia reale, invece di interrogarsi sulla propria responsabilità, essi sembrano preoccuparsi soprattutto del disturbo arrecato alla loro tranquillità.

Che cosa vuole, dunque, trasmettere quest'opera? A mio avviso invita a diffidare delle certezze morali e delle apparenze sociali, a riconoscere quanto facilmente possiamo giudicare gli altri senza esaminare noi stessi e quanto sia sottile il confine tra il gioco e la crudeltà, tra la rispettabilità esteriore e la responsabilità interiore.

La domanda che rimane, inoltre, non riguarda soltanto la colpevolezza del protagonista ma  appartiene a tutti noi. Siamo davvero innocenti perché non abbiamo commesso il male, oppure contribuiamo a renderlo possibile ogni volta che lo desideriamo, lo giustifichiamo o assistiamo alle sue conseguenze senza sentirci responsabili?

È questo il valore più profondo dello spettacolo: aver saputo unire una rappresentazione curata e di grande qualità a una riflessione che non si esaurisce con il calare del sipario, ma continua a interrogare lo spettatore anche dopo essere uscito dal teatro.

Ma è l'immagine finale ad imprimersi nella memoria: quel corpo senza vita, sospeso nel vuoto, mentre le note struggenti di “Lascia ch'io pianga” di Georg Friedrich Kandel, avvolgono la scena e sembrano fasciare anche gli spettatori, ormai privati di ogni distanza rassicurante. 

Ecco, la musica, con la sua dolente bellezza, amplifica la tragicità dell'immagine. Non occorrono altre parole: il contrasto tra la solennità del brano e la crudezza della morte rende ancora più evidente la disumanità di un gioco che, fino a quel momento, i protagonisti avevano potuto considerare innocuo. Il corpo sospeso diventa il segno concreto di ciò che la finzione borghese non riesce più a nascondere: dietro le buone maniere, i ragionamenti e la pretesa di controllare ogni cosa, c'è una vita umana che non può essere ridotta a un esperimento, a una scommessa o a un passatempo.

Il corpo sospeso e la musica di Kandel non spiegano la tragedia: la rendono emotivamente insostenibile e ci costringono a sentirne il peso

Maria Serritiello



Ettore Scola ne aveva tratto, dalla pièce teatrale  Le Panne di Friedrich Dürrenmatt,  un film nel 1972

 

 


 

 

 

 

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