di Maria Serritiello
“La più bella giornata
della mia vita”, ovvero quando la rispettabilità nasconde
le nostre colpe, è stata un'esperienza davvero piacevole, resa speciale dalla
grande cura con cui ogni aspetto dello spettacolo è stato realizzato.
La rappresentazione si è
distinta per la bravura degli attori, impeccabili sia nella recitazione, sia
nei movimenti in palcoscenico. La loro capacità di interpretare i personaggi e
di muoversi con naturalezza e sicurezza ha contribuito a rendere lo spettacolo
armonioso, coinvolgente e piacevole da seguire. Complimenti ad ognuno degli
attori: Andrea Carraro, che ha curato anche la regia, Davide Curzio, Amelia
Imparato, Augusto Landi, Claudio Lardo, ma anche i costumi; Virna Prescenzo si sono rivelati
perfettamente adeguati, curati nei dettagli ed in sintonia con la
rappresentazione, contribuendo a creare un'atmosfera convincente e raffinata.
Un'attenzione particolare
merita il pranzo, presentato dal cuoco/ boia, con grande cura e attenzione
all'estetica. La presentazione delle pietanze ha aggiunto un ulteriore tocco di
qualità all'esperienza, dimostrando come la passione e la professionalità
possano esprimersi attraverso forme diverse, unite dalla stessa ricerca della
bellezza. Nel complesso, lo spettacolo ha dato prova di un lavoro attento e ben
coordinato, nel quale recitazione, movimenti scenici, costumi e cura dei
dettagli hanno contribuito ad un risultato di grande qualità e offerto al
pubblico, quale momento di arte, eleganza e piacevole condivisione, oltre ad
interrogarsi quanto la rispettabilità nasconda le nostre colpe.
A questa ambiguità morale
si accompagna la rappresentazione di una borghesia che sembra vivere in un
mondo perfettamente ordinato, dove tutto è sotto controllo e ogni cosa trova il
proprio posto. Le buone maniere, la compostezza, il rito della convivialità e
l'apparente serenità diventano una sorta di facciata dietro la quale si
nascondono egoismi, giudizi e giochi crudeli. L'importante sembra essere
salvaguardare le apparenze, continuare a recitare la parte di persone
rispettabili, senza lasciare che nulla incrini l'equilibrio costruito.
È soprattutto il finale a
rendere questa contraddizione particolarmente inquietante. Il suicidio del
personaggio, sospeso tra colpevolezza e innocenza, rompe improvvisamente il
meccanismo del gioco. I commensali sembrano turbati non soltanto dalla morte,
ma dal fatto che essa abbia guastato il loro rituale, quella messinscena che, a
quanto pare, ripetono ogni volta che uno straniero capita tra loro.
Il significato più amaro
di questo gioco perverso è che l'essere umano diventa uno strumento di
divertimento, un'occasione per mettere in scena un gioco che rassicura chi lo
conduce e lo fa sentire padrone della situazione. Finché tutto resta una
finzione, i partecipanti possono permettersi qualsiasi crudeltà, perché sono
convinti di poter controllare le conseguenze, ma quando la finzione produce una
tragedia reale, invece di interrogarsi sulla propria responsabilità, essi
sembrano preoccuparsi soprattutto del disturbo arrecato alla loro tranquillità.
Che cosa vuole, dunque, trasmettere
quest'opera? A mio avviso invita a diffidare delle certezze morali e delle
apparenze sociali, a riconoscere quanto facilmente possiamo giudicare gli altri
senza esaminare noi stessi e quanto sia sottile il confine tra il gioco e la
crudeltà, tra la rispettabilità esteriore e la responsabilità interiore.
La domanda che rimane,
inoltre, non riguarda soltanto la colpevolezza del protagonista ma appartiene a tutti noi. Siamo davvero
innocenti perché non abbiamo commesso il male, oppure contribuiamo a renderlo
possibile ogni volta che lo desideriamo, lo giustifichiamo o assistiamo alle
sue conseguenze senza sentirci responsabili?
È questo il valore più
profondo dello spettacolo: aver saputo unire una rappresentazione curata e di
grande qualità a una riflessione che non si esaurisce con il calare del
sipario, ma continua a interrogare lo spettatore anche dopo essere uscito dal
teatro.
Ma è l'immagine finale ad imprimersi nella memoria: quel corpo senza vita, sospeso nel vuoto, mentre le note struggenti di “Lascia ch'io pianga” di Georg Friedrich Kandel, avvolgono la scena e sembrano fasciare anche gli spettatori, ormai privati di ogni distanza rassicurante.
Ecco, la musica, con la
sua dolente bellezza, amplifica la tragicità dell'immagine. Non occorrono altre
parole: il contrasto tra la solennità del brano e la crudezza della morte rende
ancora più evidente la disumanità di un gioco che, fino a quel momento, i protagonisti
avevano potuto considerare innocuo. Il corpo sospeso diventa il segno concreto
di ciò che la finzione borghese non riesce più a nascondere: dietro le buone
maniere, i ragionamenti e la pretesa di controllare ogni cosa, c'è una vita
umana che non può essere ridotta a un esperimento, a una scommessa o a un
passatempo.
Il corpo sospeso e la
musica di Kandel non spiegano la tragedia: la rendono emotivamente
insostenibile e ci costringono a sentirne il peso
Maria Serritiello
Ettore Scola ne aveva tratto, dalla pièce teatrale Le Panne di Friedrich Dürrenmatt, un film nel 1972

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