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lunedì 17 agosto 2026

Ciao Antonio

 



Di Maria Serritiello

Ciao Antonio

Tocca a me scrivere di te, ora che, in una giornata torrida di agosto, te ne sei andato per sempre. Dei quattro amici colleghi, che negli anni ’80 hanno operato professionalmente nella scuola media di Ricigliano, tu e Margherita, ora, mancate all’appello. Almeno una volta all’anno, fino a quando è stato possibile, ci vedevamo a Natale, per augurarci un altro anno di salute, di serenità e rinnovata amicizia. Immancabili i tuoi mandarini, colti nella tua terra ed i fichi ripieni di miele e noci, essiccati al sole, di Villa a Mare, da Margherita. La conversazione si estendeva tra i “ti ricordi di quella volta…” e giù risate per gli aneddoti capitati. Ci appariva eterna la nostra amicizia, allora, né avrei pensato mai di dover riavvolgere, stasera, il nastro, per poter ritrovare, in qualche modo i ricordi della tua persona. E ce ne sono tanti, come il tuo salire nel pullman ad Eboli, io e Concita già eravamo là, infreddolite ed assonnate, per raggiungere la sede scolastica. Tu con quell’aria ordinata sia nel vestire che nell’apparire in pubblico, mai una sbavatura né un vociare in più, ti presentavi con il piccolo Fulvio per mano e tua moglie Graziella, per iniziare la giornata lavorativa, ognuno al proprio posto. Fulvio, piccolissimo, seguiva la mamma, che insegnava all’asilo di Palomonte, indossando un cappottino verde, io che sono una buontempona subito lo soprannominai “Grillo” sia per le piccole sue fattezze che si arrampicavano sui gradini del pullman, sia per il colore del piumino e questo ti fece molto ridere. Fino a quando sei stato vigile, nel chiederti notizie di Fulvio l’ho sempre chiamato “Grillo”

Sei stato un uomo buono, onesto, dedito al lavoro e rispettoso della famiglia, ma anche delle persone che sono entrate in contatto con te, mai una parola soverchia, credo di non averti mai visto alterato con qualcuno, meno che mai con gli alunni, la voce bassa ed il sorriso, la tua arma vincente. Il lavoro una costante nella tua vita, prima in Australia giovanissimo in cerca della realizzazione, poi a scuola e a quella del quadrivio, la famosa scuola guida per i tanti che hanno da te e dai tuoi fratelli preso la patente di guida.

Sei stato un emigrante volontario, la voglia di conoscere e di andare oltre il ristretto mondo semplice e dignitoso dei tuoi genitori, ti ha spinto in una parte del mondo immenso e tanto lontano dai tuoi affetti familiari. Non ricordo per quanti anni sei stato via, so per certo che la traversata della nave per raggiungere quella sconfinata terra durò più di un mese. Così i tuoi occhi solo cielo e mare hanno guardato smarriti, per ritrovare la terra ferma e abbandonare il rullio della nave ce n’è voluto. Tra gli sguardi rivolti all’orizzonte, però, ce ne fu uno diverso, quello rivolto a Graziella, una giovane donna del nord che, con la sua famiglia, era in cerca di un posto stabile ed una nuova vita, lontana dall’Italia, spesso ingrata verso i suoi figli laboriosi. Di quel tempo, sovente ci raccontavi dei tanti episodi capitati a te emigrante (non diversi da quelli di oggi) e della cerimonia del tuo matrimonio, infestata dalle mosche, così più che scambiarvi occhiate complici e d’amore, eravate intenti, invitati compresi, a scacciare i fastidiosi insetti dal viso e dal banchetto. Di quella lontana e formativa esperienza ti era restato, oltre alle tante ed innumerevoli sapienze, una figlia di nome Manuela, la buona conoscenza dell’inglese e il vezzo di chiamare Graziella “darling”.

Sei stato un appassionato radioamatore, un hobby a cui ti sei dedicato con assoluta competenza e scioltezza per via del tuo corrente inglese e che ti ha creato facili contatti con tutto il pianeta; siamo negli anni ’70 del secolo scorso, il mondo era ristretto per il suo modo di comunicare, tutt’al più lettere via aerea, inimmaginabili le video chiamate di WZ che conosciamo.

 

Nel 1980 il terremoto ci fece trascorrere un anno scolastico terribile, la distruzione accanto ci rattristava, la scuola era caduta, così le case intorno, avevamo perse due alunne, bisognava fare qualcosa, così io decisi di aprire la scuola, ad una settimana dal sisma, sotto le tende forniteci dai volontari e di raccogliere i ricordi degli alunni divisi in tre parti: prima, durante e dopo il sisma con annessa una raccolta fotografica. Nacque così la ricerca durata tutto l’anno “Ricigliano si racconta”. Senza il valido tuo aiuto e le ore trascorse a fotocopiare le notizie, rese poi pagine del libro, quello stesso che restituivano la coscienza storica del paese devastato e la forza negli allievi di ricominciare, sarebbe stata un’impresa impossibile. Che straordinaria collaborazione e senza badare alle ore superflue di lavoro, ma tant’è noi, tu, eravamo gli insegnanti, dalla radice latina insignare, che significa lasciare un segno, imprimere nella mente, che non è il ripetere delle lezioni, ma cambiare la vita di una persona, in questo caso degli allievi smarriti di Ricigliano. Tu facesti di più, a corredo del libro aggiungemmo la registrazione sonora del ribollire della terra, il tuo baracchino era in funzione durante la scossa…

Quanti ricordi si accumulano nella mente, oggi, nel mentre te ne sei andato, che ho quasi paura di perderli, per cui sai che faccio Antò, me li tengo stretti là dove sono stati fino adesso e so per certo che tu, al posto mio, avresti fatto lo stesso…

Maria

Salerno, 17-8-2026








 


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