Ciao Antonio
Tocca a me scrivere di
te, ora che, in una giornata torrida di agosto, te ne sei andato per sempre.
Dei quattro amici colleghi, che negli anni ’80 hanno operato professionalmente
nella scuola media di Ricigliano, tu e Margherita, ora, mancate all’appello.
Almeno una volta all’anno, fino a quando è stato possibile, ci vedevamo a
Natale, per augurarci un altro anno di salute, di serenità e rinnovata
amicizia. Immancabili i tuoi mandarini, colti nella tua terra ed i fichi
ripieni di miele e noci, essiccati al sole, di Villa a Mare, da Margherita. La
conversazione si estendeva tra i “ti ricordi di quella volta…” e giù risate per
gli aneddoti capitati. Ci appariva eterna la nostra amicizia, allora, né avrei pensato
mai di dover riavvolgere, stasera, il nastro, per poter ritrovare, in qualche
modo i ricordi della tua persona. E ce ne sono tanti, come il tuo salire nel
pullman ad Eboli, io e Concita già eravamo là, infreddolite ed assonnate, per
raggiungere la sede scolastica. Tu con quell’aria ordinata sia nel vestire che
nell’apparire in pubblico, mai una sbavatura né un vociare in più, ti
presentavi con il piccolo Fulvio per mano e tua moglie Graziella, per iniziare
la giornata lavorativa, ognuno al proprio posto. Fulvio, piccolissimo, seguiva
la mamma, che insegnava all’asilo di Palomonte, indossando un cappottino verde,
io che sono una buontempona subito lo soprannominai “Grillo” sia per le piccole
sue fattezze che si arrampicavano sui gradini del pullman, sia per il colore
del piumino e questo ti fece molto ridere. Fino a quando sei stato vigile, nel
chiederti notizie di Fulvio l’ho sempre chiamato “Grillo”
Sei stato un uomo buono,
onesto, dedito al lavoro e rispettoso della famiglia, ma anche delle persone
che sono entrate in contatto con te, mai una parola soverchia, credo di non
averti mai visto alterato con qualcuno, meno che mai con gli alunni, la voce
bassa ed il sorriso, la tua arma vincente. Il lavoro una costante nella tua
vita, prima in Australia giovanissimo in cerca della realizzazione, poi a
scuola e a quella del quadrivio, la famosa scuola guida per i tanti che hanno
da te e dai tuoi fratelli preso la patente di guida.
Sei stato un emigrante
volontario, la voglia di conoscere e di andare oltre il ristretto mondo
semplice e dignitoso dei tuoi genitori, ti ha spinto in una parte del mondo
immenso e tanto lontano dai tuoi affetti familiari. Non ricordo per quanti anni
sei stato via, so per certo che la traversata della nave per raggiungere quella
sconfinata terra durò più di un mese. Così i tuoi occhi solo cielo e mare hanno
guardato smarriti, per ritrovare la terra ferma e abbandonare il rullio della
nave ce n’è voluto. Tra gli sguardi rivolti all’orizzonte, però, ce ne fu uno
diverso, quello rivolto a Graziella, una giovane donna del nord che, con la sua
famiglia, era in cerca di un posto stabile ed una nuova vita, lontana
dall’Italia, spesso ingrata verso i suoi figli laboriosi. Di quel tempo, sovente
ci raccontavi dei tanti episodi capitati a te emigrante (non diversi da quelli
di oggi) e della cerimonia del tuo matrimonio, infestata dalle mosche, così più
che scambiarvi occhiate complici e d’amore, eravate intenti, invitati compresi,
a scacciare i fastidiosi insetti dal viso e dal banchetto. Di quella lontana e
formativa esperienza ti era restato, oltre alle tante ed innumerevoli sapienze,
una figlia di nome Manuela, la buona conoscenza dell’inglese e il vezzo di
chiamare Graziella “darling”.
Sei stato un appassionato
radioamatore, un hobby a cui ti sei dedicato con assoluta competenza e
scioltezza per via del tuo corrente inglese e che ti ha creato facili contatti
con tutto il pianeta; siamo negli anni ’70 del secolo scorso, il mondo era
ristretto per il suo modo di comunicare, tutt’al più lettere via aerea, inimmaginabili
le video chiamate di WZ che conosciamo.
Nel 1980 il terremoto ci
fece trascorrere un anno scolastico terribile, la distruzione accanto ci
rattristava, la scuola era caduta, così le case intorno, avevamo perse due
alunne, bisognava fare qualcosa, così io decisi di aprire la scuola, ad una
settimana dal sisma, sotto le tende forniteci dai volontari e di raccogliere i
ricordi degli alunni divisi in tre parti: prima, durante e dopo il sisma con
annessa una raccolta fotografica. Nacque così la ricerca durata tutto l’anno “Ricigliano
si racconta”. Senza il valido tuo aiuto e le ore trascorse a
fotocopiare le notizie, rese poi pagine del libro, quello stesso che
restituivano la coscienza storica del paese devastato e la forza negli allievi
di ricominciare, sarebbe stata un’impresa impossibile. Che straordinaria
collaborazione e senza badare alle ore superflue di lavoro, ma tant’è noi,
tu, eravamo gli insegnanti, dalla radice latina insignare,
che significa lasciare un segno, imprimere nella mente, che non è il ripetere
delle lezioni, ma cambiare la vita di una persona, in questo caso degli allievi
smarriti di Ricigliano. Tu facesti di più, a corredo del libro aggiungemmo la
registrazione sonora del ribollire della terra, il tuo baracchino era in
funzione durante la scossa…
Quanti ricordi si
accumulano nella mente, oggi, nel mentre te ne sei andato, che ho quasi paura
di perderli, per cui sai che faccio Antò, me li tengo stretti là dove sono
stati fino adesso e so per certo che tu, al posto mio, avresti fatto lo stesso…
Maria
Salerno, 17-8-2026
Nessun commento:
Posta un commento