Prima d’iniziare la
comicità, nel piccolo Teatro Ridotto, dove l’imperativo è ridere, un passaggio
d’obbligo con l’attrice Cinzia Ugatti che, con la sua bravura
interpretativa, ci fa ben riflettere su di un pezzo che ha come soggetto la
Violenza Sulla Donna. Il Ridotto, come altri teatri della città, ha aderito
alla campagna di sensibilizzazione indetta dalla Prefettura di Salerno per l’emergenza
violenza - donna, un triste fenomeno sempre più in ascesa.
Avverto il bisogno
(N.D.R.) di riportare il monologo per intero, scritto da Beppe
Stoppa, in occasione del lancio del progetto Libellula, primo
network di aziende unite contro la violenza sulle donne, partendo dalla
diffusione della cultura della bellezza nei luoghi di lavoro.
Beppe Stoppa,
professionista nell'ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo
delle risorse umane
“Io sono una donna
fortunata, ho imparato ad usare il trucco da piccola, prima con le bambole, poi
su di me. Piano piano, sono diventata una vera esperta. Non ne uso mai tanto,
non voglio apparire, non voglio che mi guardino, non mi piace avere gli occhi
addosso. Mi fanno paura. Ma se capita voglio che il trucco mi nasconda,
nasconda prima me e poi, insieme, i segni che mi porto addosso. Non voglio che
la gente pensi, immagini, si faccia delle domande. Ma la gente non pensa, non
sa, non immagina.
Io sono chiusa nel mio
tailleur su questa metro. Ho gli occhi fissi sul pavimento. Mi sento protetta
in mezzo alla gente, non mi disturba nemmeno essere spinta, toccata, qui è
lecito, qui lo accetto, so che è la ressa e non la volontà. Però non alzo gli occhi,
non voglio incrociare altri sguardi.
Non voglio incrociare gli
occhi di un’altra donna e chiedermi se anche lei si è truccata come me questa
mattina o se è davvero felice. Non voglio scoprire la sua felicità, quella
aggiungerebbe del male alla mia vita. Non voglio che lei mi guardi e riconosca
nel mio trucco il suo e pensi, siamo uguali. No non siamo uguali. Magari lei se
l’è cercata, se l’è meritata. Io no. Non siamo uguali.
Non alzo gli occhi per
non incrociare lo sguardo di un uomo. Anche lui mi guardava sempre, prima. Poi
mi parlava, poi mi baciava. Quegli occhi che ti guardano, adesso mi fanno paura
perché adesso conosco la storia, so come va, come funziona questo rito.
Ieri sera non mi
guardava, era di spalle, poi non so, non ricordo, ha detto qualcosa, ricordo
solo che ha ripetuto più volte la stessa cosa, ma cosa non so, e ad ogni
passaggio il tono era più alto. Poi si è girato e l’ho visto in faccia. Non era
la sua faccia, non poteva essere la sua, lui non ha quella smorfia cattiva, non
ha gli occhi così stretti, lui assomiglia a nostro figlio, è bello. Ricordo che
il piccolo piangeva forte, faceva rumore. Ricordo solo il rumore. Poi un
dolore, uno schiaffo forte che mi butta a terra. Mi fanno male i capelli. Li
sta tirando e mi butta indietro il collo. Poi mi spinge la testa in avanti,
sento un calcio sulla gamba, poi uno nel costato e ancora due pugni in testa,
non rapidi. Prima uno, poi, con calma, arriva un secondo colpo. Ma non urlo.
Poi nulla. Il piccolo continua a piangere, sempre più forte, ma lui se ne è
andato. Mi alzo e vado a calmare il piccolo. Lui è uscito.
Quando è rientrato non
aveva più gli occhi stretti. Il piccolo dormiva. In casa c’era silenzio. Non mi
ha detto nulla, si è versato un bicchiere d’acqua poi, mi ha guardato. Non
aveva gli occhi cattivi. Mi ha guardato a lungo, poi mi ha parlato, poi mi ha
baciato, poi mi ha accarezzato il livido sotto gli occhi, mi ha baciato il
livido, poi mi ha slacciato la camicetta e il reggiseno, mi ha slacciato i
jeans, poi mi ha portato in camera. Il piccolo no, continua a dormire
tranquillo.
Arrivo finalmente in
ufficio. Saluto la collega e abbasso la testa verso la tastiera del pc facendo
cadere i capelli sulla faccia. No, non vado a bere il caffè. Non voglio stare
con la gente, non voglio che mi facciano domande, che mi chiedano cosa hai fatto
di bello ieri sera, sempre ammesso che qualche collega uomo non mi chieda dove
sono andata a sbattere la faccia e mi dica stai attenta quando fai i mestieri,
l’ho sempre detto che non sei una donna di casa, che lui saprebbe come
occuparmi il tempo…
Accendo subito il
computer e mi metto al lavoro. Apro la mail. La solita fila infinita di
messaggi a cui dare una risposta. C’è la mail di buongiorno piena di cuoricini
del ragazzo dell’ufficio acquisti. Ma non sorrido, come al solito non rispondo,
la cancello, poi svuoto subito la casella di posta eliminata. Guardo l’iPhone.
Un messaggio su WhatsApp. È lui. Mi dice scusa per ieri sera, perdonami, però
poi è stato bellissimo, torna presto stasera, ti aspetto, ho voglia di vederti,
mi manchi… Non rispondo, mi alzo, vado in bagno. Devo vomitare”.
Con la sua magistrale
interpretazione, Cinzia Ugatti ha calato un velo di tristezza su ogni
donna presente e di palese ribellione alle parole che raccontano la vita
infelice di tante, troppe, ormai, dell’altra metà del cielo. Quasi si fa fatica
a riprendere la spensieratezza, la ragione per cui ci si trova al Ridotto, ma è
solo all’inizio, perché The show must go on e dietro le quinte c’è
Gennaro De Rosa, che scalpita, pronto a farci ripigliare e a godere dello
spettacolo che Gianluca Tortora ha voluto regalare ai suoi abbonati. GRAZIE!
Gennaro De Rosa,
vincitore del Premio Charlot 2015, è una cara conoscenza, per chi l’ha
lanciato nel mondo del cabaret: il Patron Claudio Tortora e nel segno
della continuità del figlio Gianluca. È affezionato, si vede, si sente,
al pubblico Salernitano e non si risparmia sul palco. Con una spontaneità che
ammalia, inizia con il cantare un pezzo di Carosone che lancia a mille
l’adrenalina di chi lo ascolta e l’accompagna con lo schiocchio delle mani. Il
suo spettacolo è un turbinio di battute, spontanee, semplici, ma tanto
divertenti, porte con garbo, con il sorriso, con educazione e rispetto. Il
pubblico lo applaude, ride, apprezza il suo spettacolo che alterna non solo
canzoni di pregio “Tu si na cosa grande” “A tazze e caffè”, ma anche quelle
conosciute, quale repertorio, della canzone macchiettistica napoletana. Gi
autori rispondono al nome di Raffele Viviani “O guappe nammurate”, di
Armando Gill “Allora “e di Pisano e Cioffi “Fatte Pittà”.
Uno spettacolo, dosato,
calibrato in maniera piacevole, dove la battuta inizia e completa la voce
limpida di Gennaro, un napoletano appassionato, che non può non concludere il
suo spettacolo con il Principe della risata “Malafemmene: Totò.
Un gradevolissimo
divertissement, uscito dal cilindro creativo di Brunella Caputo, della
durata di un’ora o poco più, è stato replicato 4 volte nei due ultimi fine
settimana. Lo spettacolo, tratto dal libro “A Salerno” di Corrado De
Rosa, più tifoso della Salernitana che psichiatra, è stato adattato e
recitato dalla stessa Brunella Caputo, che ne ha curato anche la regia.
Hanno coadiuvato allo spettacolo, in maniera egregia Davide Curzio e Alfredo
Micoloni. L’ aiuto alla regia è di Virna Prescenzo.
La performance di
Brunella si rivela subito dilettevole, uscita in punta di piedi e con aria
vergognosa, tenendosi appuntato dietro alle spalle i lembi del sipario, si
palesa come un pinguino. Una genialata degli anni addietro delle luci
d’artista, che si ripetono da 20 anni nella città, oltre alle lucine in ogni
dove, si pensò di non lasciare soli gli scogli del lungomare, addobbandolicon sprovveduti pinguini. La novità fu
attrattiva, per qualche anno resistette, poi come tutte le cose ripetute perse
d’interesse e dei pinguini si smarrirono le tracce, chiusi come furono negli
addetti depositi. E là che Brunella l’ha tirato fuori, scegliendone uno, per
rinnovargli la popolarità e per dargli l’anima che nessuno ha mai ha
considerato. Il pinguino di Brunella ha
sentimenti, passioni, visione del mondo pieno di sogni e notte di comete, il
rimpianto della sua terra, ma anche l’affezione agli scogli del lungomare. A
tratti il monologo si fa triste per ripigliare in seguito l’ironia e il
divertimento di chi guarda la città senza essere considerato. Al pinguino il
trasferimento nella città, con il mare carezzevole piace, saluta i bambini e fa
gli occhi dolci agli innamorati e osserva con attenzione ciò che lo circonda e
si fa capace che Salerno “…è a metà strada fra la terra e la luna, è
l’ombelico del mondo, è dilaniata da un dilemma se ambire a diventare una
metropoli cosmopolita o proteggere le sue bellezze in una dimensione di
provincia. Questo dilemma la consuma la costringe a dover sempre fare i conti
con l’ansia da prestazione…”.
Il pinguino Brunella
raccoglie una serie di tic e consuetudini di Salerno nei quali, chi più e chi
meno, si riconosce, ne sorride e si rinchiude in una bolla di ricordi, per
quelli passati e partecipativi per quelli che si avranno da adesso in poi. Uno
resiste felicemente intatto, anzi due, l’amore sfegatato per la Salernitana e
il “Passiatone” delle vigilie di Natala e di Capodanno, un abbraccio circolare
di tutta la città per augurarsi il bene, la salute, la serenità e conoscere ciò
che andrai facendo per le festività, insomma un voler sapere attraverso i tuoi
passi, come si evolverà la città, a breve tempo, una sicurezza irrinunciabile
peculiare ai salernitani
Un’insolita Trotula de
Ruggiero, per due serate al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno,
che fa della sua conoscenza medica il punto per scoprire un omicidio. “Croce
senza Cuore” è il titolo del lavoro di Pino Tierno, con Miriam Mesturino
e Barbara Cinquatti e la regia di Pietro Bontempo.
Trotula, primo medico
d’Europa, nata a Salerno, è stata una sicurezza per le donne di questa città,
vissute nell’undicesimo secolo, è conosciuta per aver trattato con competenza
questioni di salute femminile, d’igiene, di aver praticato visite
ginecologiche, inusuali per l’epoca e aver esposto argomenti tabù come
l'infertilità, sia maschile che femminile. Una donna invisa, negli anni in cui
si muove, la sua intelligenza, la competenza e per ciò che va dicendo, come il
piacere femminile ed il controllo delle nascite, sono ritenute insopportabili
ed invereconde pratiche. La sua figura è controversa e molti studi ritengono
Trotula non esistita, intanto la sua fama valica il tempo e c’è chi scrive e ne
fa un’erudita pièce teatrale: Pino Tierno con “Croce senza cuore”.
Di sicuro a Salerno
intorno agli anni 1050, nell’ambito della Scuola Medica Salernitana, si
respira aria scientifica e d’avanguardia che le deriva dall’incontro da quella greca,
araba, ebraica e latina, disquisita nella città
Poche notizie, intorno
alla sua figura, sappiamo che è nata da nobile famiglia di origine longobarda,
sposata al medico Giovanni Plaetario, ed ebbe due figli Giovanni e Matteo. Tra
le mulieres salernitanae, fu l’unica a lasciare scritti nei quali si apprende,
tra l’altro, la superficialità dei medici che ritenevano la gravidanza ed il
parto “questioni di donne”
«La miserevole condizione
delle donne, e la grazia in particolare di una che mi ha colpito il cuore, mi
hanno indotta a trattare con chiarezza le malattie femminili al fine di poterle
curare”
E così la troviamo,
colta, preparata, battagliera, pronta ad abbattere i più vistosi pregiudizi,
legati al mondo femminile ma nel pezzo rappresentato al Giullare, non è subito evidente.
Ad apertura di sipario, infatti, fasciati dall’ atmosfera sacrale del coro celestiale
delle suore, non s’immagina che la ferocia è là rinchiusa. Trotula è in visita
ad una vecchia amica, la nobildonna Ermelinda, che ha scelto di vivere
appartata e nella preghiera quotidiana del convento. L’incontro si rivela
felice e pieno di nostalgia nel ricordare il tempo trascorso assieme. Opportuni
si rivelano alcuni feedback della giovinezza, interpretati dalle due stesse amiche
ed inseriti nella rappresentazione, sì da rendere più vivi i dialoghi delle due
nobildonne. Ad ogni verità disinibita di Trotula, Ermelinda risponde con il
segno della croce, ripetuto più e più volte, ritenendo il discorso peccaminoso.Ancora non è scontro, ma tra la cultura laica
dell’una e la forma bigotta, priva di scientificità dell’altra si comincia ad
intravedere che la visita di Trotula non è di pura cortesia.Prende il via, così, un’indagine serrata dai
toni polizieschi del miglior “Tenente Colombo” quando con calma e senza
scomporsi attanaglia il colpevole. Trotula lo fa uguale e utilizzando le sue
conoscenze scientifiche sul corpo umano, incastra Ermelinda per l’omicidio
della nuora, colpevole di essere incinta di un vecchio amore, essendo il marito
impotente. Inoltre la medichessa intuisce che la donna, sepolta sotto terra,
non è la moglie del figlio di Ermelinda, non ha, infatti, il segno di una
vecchia cicatrice sul cranio, che ben conosceva, bensì è una povera
contadinella scomparsa nei boschi e mai più ritrovata.
La conoscenza fortificata
da un metodo di ricerca il più rigoroso, è capace d’intuizione e di verità ed è
questa la condizione d’indagine di Trotula.
Un pezzo di grande pregio,
per la crudezza senza scampo del personaggio e per il contenuto intrigante così
lontano dalla quiete conventuale. La lentezza nel disquisire, prima di arrivare
alla verità, un pregio attoriale di Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti,
onorate di aver portato Trotula proprio nella sua città natia, dalla lontana
Torino. La regia di Pietro Bontempo curata e scevra da orpelli in scena,
sono bastate, per la realizzazione, le voci e la memoria delle due valenti attrici
C’è voluta una replica in
più, in aggiunta alle due stabilite, il sabato sera e la domenica pomeriggio,
per soddisfare le richieste, di chi domenica sera, complice il primo freddo, si
è voluto rilassare con le risate di “Che Comico” 2025/2026.
“Standup Comedy”
è il titolo dello spettacolo presentato da Daniele Ciniglio, Luca Bruno, Alessio
D’Andrea, Sissi Iannone ed Alessandro Bolide, special Gues della serata, in
cui si sono esibiti a seconda delle proprie peculiarità. Una Poc comedy,
dunque, cioè uno spettacolo in piedi con argomenti leggeri e di cultura
popolare per un pubblico tradizionale, un collettivo messi insieme da Claudia
Caiazza. Il palcoscenico del Ridotto non li avrebbe contenuti tutti insieme
per l’esibizione, così il pubblico se li è goduti uno alla volta, con gag, sì,
popolari, ma sempre di grande effetto. I contenuti e cioè: la mamma, la sua
cucina, le sue manie, la fidanzata e la sua gelosia, i soprannomi usati nei
quartieri, che solo a sentirli sono di una comicità travolgente, i matrimoni
d’estate e la famosa busta, che è la peggior condanna, oltre al caldo
asfissiante di quest’ultimo quinquennio, l’affermazione che la bellezza non è
tutto se ad asserirlo è: Diletta Leotta, sono stati i temi di preferenza
dei divertenti monologhi. Tutti molto bravi sia per i tempi di battuta, sia per
la mimica facciale, come Luca Bruno, una vecchia conoscenza del Ridotto,
vivace, accattivante, amabile, sia Alessio D’Andrea, che della flemma
scenica, nel porgere il monologo, ne ha fatto la sua virtù. Che dire di Sissi
Iannone, un debutto gradevole, accolto con simpatia dal pubblico in sala,
ma ancor più dai giovani presenti, per essere conosciuta protagonista, nella
vita e nei filmati del web, quale fidanzata di Daniele Ciniglio e si
sente la sua mano in quello che dice. Di lui, la prima volta al Ridotto, preceduto
dalla fama di tiktoker, c’è bisogno di qualche parola in più, chiedendo venia
agli altri.
“Napoli è una città
famosa per tante cose. Il teatro, il cinema, ma soprattutto per i sorrisi. È
che quando ci fanno uno scherzo noi non ci prendiamo collera perché è uno
scherzo”
Con il monologo la “Camorra
è uno scherzo” presentato qualche anno addietro in tv nelle reti
commerciali ad “Italia’s Got talent,” ho conosciuto Daniele Ciniglio.
È a dire che la trasmissione l’ho seguita se non occasionalmente (N.D.R.) e
neppure con piacere, ma per quella prima volta di Daniele, fermai lo zapping. A
colpirmi fu il suo viso pulito, imberbe da bravo ragazzo che trattava, con
leggerezza di linguaggio, un contenuto così gravoso, qual è la camorra. E lui
di camorra sulla pelle, come i suoi concittadini, ne sa qualcosa, essendo nato
ad Ottaviano, che vuol dire Raffaele Cutolo!
Era il 2020 e di suo era
già un affermato content creator del veb. D’allora ne ha fatto di strada
e ne farà, i suoi testi sono di una linearità linguistica invidiabile,
asciutti, scarni, priva di svolazzi, concentrati essenzialmente sul contenuto,
che ha sempre un risvolto moralistico, sociale, educativo, un invito a prendere
coscienza, in modo collettivo, sì da aprire orizzonti offuscati da una società imitativa
e di massa.
All’allegra cordata, si è
aggiunta la figura di Alessandro Bolide, special gues, ospite d’onore,
tanto per capirci, che ha raccordato con la sua potente “Vis Comica” la
serata di divertimento. Una colonna, una conoscenza ormai carnale tra pubblico
e comico, che non è solo risate ma anche scrittore, presentatore radiofonico e
creatore di testi. Un personaggio a tutto tondo dello spettacolo, un’adozione
di fatto della famiglia Tortora che l’ha lanciato nello spettacolo. Si
presenta e già si ride, agguanta il microfono, e dialoga con esso, quasi non si
comprende il suo dire, ma sortisce l’effetto di una grossa ilarità. I temi sono
noti, ma è la maniera ad essere differente ed è ciò che lo caratterizza. È
padrone della scena, il viso tondo fa pari con il suo corpo, ma non dispiace,
ride assieme al pubblico, si diverte, racconta, piace e si piace. Tutti da lui
si aspettano, dopo tanto ridere di gusto, che nel finale dica la frase famosa, di
buon auspicio per tutti “Ma che ce ne fotte”.
E lui non delude, ci
accontenta soddisfatto, lanciando, il suo mantra più amato, un invito a
resistere senza lasciarci coinvolgere più di tanto. Mai come adesso, ci prende
giusto!
Che Wilde pregevole ci ha
rappresentato, domenica 16 novembre, Roberto Lombardi!
Lo spettacolo, adattato
dall’interprete, che ne è anche il regista, è tratto dall’opera “Sic” di
Piero Santi (1912- 1990) scrittore raffinato,molto
attento alle tematiche legate all’omosessualità ed omosessuale egli stesso, che
visse apertamente la sua condizione.
Oscar Wilde
ha incarnato da sempre la bellezza, l’eleganza, la classe, l’estetica e la
voluttà, per quel suo modo decadente di vivere, ma non è stato bastevole,
sicché in aggiunta gli è riconosciuto il fascino della parola, del sarcasmo e
l’arguzia degli aforismi.
Come, Lombardi lo avrà
ridisegnato in 50 minuti di spettacolo?
La scena si apre su di
uno spazio nudo, nel fondo solo un tavolino e due sedie, il tutto risulta
scarno, arido e si capisce subito che la sola voce di Roberto Lombardi sarà l’attrazione
principale. Il traffico di Milano irrompe nel silenzio della scena ed un
personaggio sconosciuto, in giacca e cravatta, inizia a comunicare le sue
ambasce a chi gli sta di fronte, uno incontrato per caso. Il dialogo è fitto, costruito
con pause ed accelerazioni, con punti di domanda ed ammissioni, non una
confessione, ma solamente voglia di essere se stesso, senza subire giudizi e
penitenze.Che stravaganza proprio nella
città per eccellenza dell’incomunicabilità, Milano, egli sente di trasmettere i
suoi pensieri, le sue sofferenze ad uno sconosciuto incontrato, in uno dei suoi
innumerevoli giri per il parco, durante la pausa pranzo. Lo invita a bere
qualcosa al bar ed ecco il fiume di parole uscire dal suo animo con sofferenza.
Non è Wilde, ma la sua vita è la stessa, è Salvucci, un oscuro contabile
di una ditta dell’operosa Milano, che inghiottisce chiunque non abbia la
sicumera di Wilde. Accade così che la sua figura è riflessa nello specchio
dello scrittore e la vita si scompagina. Quanto c’è di Salvucci in Wilde e
quanto Wilde in Salvucci è confuso o forse no, è la stessa faccia dell’unica
medaglia che insegue la propria omosessualità senza subire discriminazioni.
Wilde lo fu, patì 2 anni di lavori forzati, fu miseramente tradito dal suo
amante “Bosie”, ma amò con tenerezza infinita i suoi due figli, nati dal
matrimonio con Constance Lloyd. Per i piccoli di casa, Wilde scrisse le più
belle favole, un patrimonio affettivo, il più tenero tradotto in letteratura. E
così un solo specchio teatrale, per riflettere la vita di due anime, senza che
l’una sia migliore dell’altra, una considerazione sulla diversità di genere che
buca l’anima, nonostante la disinvoltura dei tempi. Come martire, Wilde si
consegna ad essere condannato per omosessualità e sconta l’amore che non
dovrebbe mai essere un castigo. “Non sono un peccatore per aver amato i
giovani “Salvucci-Wilde grida il suo dolore all’altro, all’ascoltatore che
lo saluta presentandosi: “Roncaglia capoufficio”
Asciutto, preciso, austero,
Roberto Lombardi è stato ammaliante, e l’attenzione del pubblico senza
niuna distrazione, le parole dell’illuminata pièce sono contate, essenziali,
come d’abitudine nei suoi lavori teatrali. Il dialogo ideale, poi, sulla
bellezza e sull’arte, di Oscar Wilde, intrecciate alle tematiche di Piero Santi,
un puro incantesimo in 50 minuti. La verità nell’arte e la bellezza per
resistenza, chi più di Oscar Wilde? E Roberto Lombardi non se l’è lasciato
sfuggire…
Torna puntuale, come le
feste comandate, il “Che comico 2025/2026” del sabato sera e della
domenica pomeriggio, e lo fa con una city comedy, da Salvatore Gisonna,
Peppe Laurato, Angelo Belgiovine, Peppe Isaia e Lucia Giso. Il ristretto palco
del Ridotto si è affollato di talenti che, in varia espressività, hanno dato il
meglio per rappresentare un testo semplice, ma con evidente contenuto, lanciato
là, disinvoltamente, tra le risate del pubblico diverto. La rassegna è stata ideata
in modo onorevole da Gv Eventi di Gianluca e Valentina Tortora, degni di
tanto padre “Claudio Tortora” per quel che riguarda il teatro Ridotto
“Quando la normalità incontra l’assurdo
siamo sempre in troppi “è il succo del pezzo, che nel finale, sulla pazzia,
cita la poetessa Alda Merini, un tentativo di far ridere ma anche
pensare.
Vincenzo, primario di una
clinica si ritrova a casa dopo una lunga giornata di lavoro, accompagnato
da Giampiero, suo medico collaboratore che lo scorazza avanti ed indietro in
macchina. Lui crede per affetto…Nella casa staziona Stella, una cameriera tutto
fare che lo accudisce con intenzioni di fare man bassa sui suoi avere. Capitano
nell’appartamento momentaneamente vuoto, per una chiamata dall’ospedale del
primario, due fratelli o presunti tali, per dividersi l’eredità del primario,
loro padre. Le gag che ne vengono fuori dai due personaggi, l’uno, imbottito di
religione cattolica, l’altro sbruffone in quanto a donne, aggravato da un
incidente che lo ha reso malconcio, sono tutte divertenti per la bravura dei
due comici che hanno trovato un ritmo scenico particolare. Una nota di elogio
va a tutti i partecipanti, ma uno in particolare lo merita Lucia Giso, novella,
per quel che riguarda la parlata, l’aggressività e le scene di seduzioni, alla
tiktoker Rita De Crescenzo, le parole messe in fila, senza neanche tirare il
fiato, hanno prodotto applausi convinti. Il finale è sorprendente e dopo grasse
risate, vi è un momento lirico, che scalda i cuori e fa meditare che non tutto
è perduto, se ci sono i buoni sentimenti, opposti al cinismo imperante.
È martedì, 18 novembre,
alle ore 10,30, presso la Fondazione Menna, in via Lungomare Trieste,
la presentazione della Campagna Sociale contro la violenza sulle
donne, fenomeno tristemente in ascesa. Il Rotary Club Salerno Duomo,
presieduto dal Dott.re Gaetano Cuoco ed il Consiglio Direttivo tutto, hanno
inteso dare concretezza alla problematica, così sentita, lanciando una vasta
operazione di conoscenza, soprattutto presso i giovani con lo slogan “Prima
di amare, scopri la maschera”, un chiaro invito ad accorgersi, prima di
essere coinvolti dall’amore, quale persona ci sia dietro la maschera. A dare la
visibilità, oltre alle parole che si spenderanno nelle scuole, alle quali
principalmente la campagna è diretta, ci ha pensato il Fotografo Armando
Cerzosimo e qui le parole non bastano mai per sottolineare la bravura dei
suoi scatti e se ne ha conferma, se fosse necessario, nelle 5 fotografie
realizzate per esaltare tutta la campagna. Lapurezza delle linee si sposa con
il messaggio invocato e la problematica s’infrange negli occhi visionari. Le
immagini attraenti campeggeranno sullebrochure distribuite nelle scuole e sui manifesti affissi in città.
Alla presentazione sarà
presente, la dottoressa Rosa Esposito, Ginecologa, già Responsabile del
Centro Antiviolenza AOU San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona di Salerno, persottolineare l’importanza dell’ascolto per chi ha subito violenza. Le
conclusioni saranno affidate alla professoressa Vittoria Marino, Ordinario
di Marketing presso l’Università del Sannio – Benevento, che replicherà
l’obiettivo di tutta la campagna sociale.
Il Presidente Cuoco,
infine, annuncerà una raccolta fondi tra tutti i soci rotariani, per finanziare
almeno due corsi di OSS per donne che sono state vittime di violenza.
Chico è
un amabile cagnolino dei social, in carne ed ossa, non un pupazzo, come quello
creato dall’ IA, dal nome “Papi Bot” e che impazza sul web con tutte le
finte funzioni canine, Chico di suo, invece, ha conquistato un milione di
Follower, ovvero “frollewuer” come lui, storpiando il suo linguaggio, li
chiama.
Chico
è il Maltipoo, un incrocio tra un barboncino e un Maltese, dal pelo riccio,
color albicocca, che ha cambiato la vita al suo padrone, Francesco Taverna. Viene
spontanea però, la riflessione se non sia è stato il padrone a cambiare Chico.
Infatti pur rimanendo reale cagnolino è diventato il piccolo di casa Taverna,
combinando di tutti i colori e partecipando da protagonista alla vita di e Mamy
e Papà, da lui soprannominato Fricchettone. Le avventure sono tante,
l’una più divertente dell’altra, attese con trepidazione da tutte quelle
persone appassionate di cani a cui Chico fa compagnia in modo sapiente e
divertente.
Io stessa (N.D.R.) mi
sono accostata a questi video per trarre conforto dalla perdita del mio Jace,
un jack russel vivace ma tanto affettuoso. Chico ha catturato la mia attenzione
e man mano mi ha fatto affezionare così tanto da ritenerlo un piccolino di
famiglia, che vive lontano.
In casa Taverna tutto
ruota intorno a Chico, alle sue bonarie malefatte, alle sue richieste ed
ai suoi desideri, uno su tutti stare incollato al suo umano, dire padrone
sarebbe inadatto. Quasi ogni giorno il suo sodale, il buon Francesco Taverna,
ne inventa una, dandogli fiato ed anima per la gioia dei suoi fans. Ha una voce
strascicata e carezzevole, ormai non abbaia più e non so se mai l’ha fatto, le
parole sono un divertente lessico tutto inventato, ma tanto appropriato per la
sua divertente leggerezza come “la cammarella per caramella, croccrodrillo per
il pupazzo a cui è affezionato, kato per il gatto del giardino, Alfredo
svolassi, per il piccione di cui segue il corteggiamento amoroso dedicato a
Gianna cossialunga, tacca la macarena, quando scalcia sulle zampe, la cicolata,
per quella goduria sempre vietata, perché si sa ai cani, è sempre di un quattro
zampe di cui stiamo parlando, fa malissimo. Chi lo segue con sistematica
regolarità ha imparato una quantità di parole divertenti, neologismi ricavati
dall’intreccio di un linguaggio il più delle volte onomatopeico. E cosi:
tesosforo, zzzzecca, prosiutto relaxssss, Recchio camuffo, pippolstrello,
biccio, corso di sedussssione, sguardo scenciuale, tubola, tubola, succhina,
besbol, gassella, fantasma cappuccino, autoveloss, cabbarinieri, brazzelletta,
intrenett, piciu piciu antistresss, siekera, siekera, shqualo prolungandosi su
ualooooe poi è bravo ovunque così al
mercato o a sciare, come a trovare rotte per avventure o strade cittadine, oppure
dispensando consigli all’ingenuo padrone, un passo indietro, ormai, al suo
cane. Capita di trovare semplicemente, il frugolino albicocca, al telefono,
interloquendo, invariabilmente con la pattinatrice artistica mondiale, Carolina
Kostner, o con Domenico Berardi, giocatore di punta del Sassuolo, o,
per sfogare la solitudine di qualche volta lasciato a casa, ad ordinare su
Amazon, tutto e di più con la carta di credito del povero padrone. A volte si
pensa che stia bullizzando il capo di casa, tanti sono i segnali, se non fosse
che è lo stesso Fricchettone ad inventare, non solo le avventure, quanto a
dargli la voce, per cui gli va genio così e poi chi potrebbe resistergli?Va ai concerti, stornella con il cantante di
turno, fa un gran casino al tour di motocross, ovunque va si mostra
partecipativo e produttivo, insomma è un ineccepibile compagno di vita.
L’affezione dei fans
cresce e con essa la voglia di avere qualche cosa che lo rappresenti e così a
Milano in galleria, presso la Mondadori, nasce uno store dove si vendono gadget
i più disparati, dal set pappa, ai collari, dalle magliette, alle tazze, dalle
medagline, al calendario dell’anno, non trascurando la divertente app Maps
con la voce del canino che indica il percorso da seguire. E non è finita,
Francesco ci ha preso la mano e da buon contentcreator racconta sui
suoi canali social le peripezie di Chico, ormai vera e propria web star. Gli episodi
raccontati sono diventati anche libri: Ciao, io sono Chico (Fabbi, 2023), A
tutto Chico (Fabbi, 2024), Chiedilo a Chico, libro delle risposte di Chico su
vita, amore, libertà e cicolata (Fabbi, 2024), Chico. Missione amore (Fabbri,
2025).
E udite, udite, è di
qualche settimana fa la notizia che Chico è stato nominato, quale Digital
Ambassador di Milano Cortina 2026, XXV Giochi Olimpici Invernali e sarà il
primo testimonial digitale a quattro zampe nella storia dei giochi a promuovere
i valori dello sport e raccontare il mondo olimpico e paralimpico.
Evviva, ne stai facendo
di strada Chico, ad meliora semper
Francesco Taverna,
il papà di Chico, 30 anni, sposato e senza figli. Cantautore dal nome Tavo,
durante il covid per volere della moglie prende Chico e la sua vita cambia
totalmente. Famoso sui social network, TikTok e Instagram, vive a Valsolda
in provincia di Como, in una casa di campagna.
“Chicco missione Amore”
Edizione Fabbri 2025, è l’ultimo scritto, ma il primo
romanzo di Francesco Taverna, nel quale si ritrova a riconquistare
l’amore perduto. Una semplice favola da leggere per far bene al cuore.
L’impianto è quello classico della fiaba, basato su di un personaggio
principale, nel nostro caso, due, che innamorati perdono l’oggetto dell’amore e
vanno alla ricerca. L’avventura principia in tarda mattinata, quando il
padrone di casa e Chico si risvegliano da un sonno beato e non trovano più la
Mamy. Chico comincia a cercarla in tutte le stanze, ha un fiuto infallibile che
non dà risultati.Ansioso e con il
fiatone grosso comunica la sparizione al papà che prende la cosa con salomonico
interesse, tornerà, dove si vuole che vada. Trascorrono le ore, ma della Mamy
neppure l’ombra. Chico è sempre più agitato, mentre il papà è giunto alla
determinazione di doversi dare una scrollata per capire a che è dovuta la sparizione.
Così ha inizio la ricerca, con Chico pronto ad agire con coraggio, fiuto e una
buona scorta di biscottini alla cannella, e Fricchettone, mesto, ciabattante,
senza volontà di agire e già sconfitto in partenza. A leggere l’indice si può
immaginare l’iter del racconto che è fatto d’imprevisti, di paure e fatica
fisica, prima di sbrogliare l’arcano, oppure, semplicemente, rispolverando lo
schema di Vladimir Propp, che in soccorso aiuta a capire che la fine
della storia sarà lieta.Di più non è
dato sapere, se non che il libro è in tutte le librerie ed è un vero best
seller.
E conosciamo, per
sapienza, lo schema di Vladimir Propp, linguista e antropologo russo,
nato a San Pietroburgo il 15 aprile1895 e morto a Leningrado il 22 agosto 1970,
il quale ha applicato il seguente schema identificativo per analizzare le fiabe
russe. Quattro le fasi principali per individuare la struttura della
narrazione:equilibrio iniziale, rottura
dell'equilibrio (esordio/complicazione), peripezie dell'eroe (avventura) e
ristabilimento dell'equilibrio (conclusione/scioglimento).
Propp ha inoltre identificato 31 funzioni (azioni dei personaggi) e 7 sfere
d'azione, ma questa è un’altra storia che ha a che fare con il mio passato di
Prof.ssa d’Italiano e che a Chico poco interessa. Grande successo a voi due, ma
no a voi tre, alla Mamy, che è pur sempre l’artefice dell’entrata in casa dell’incantevole
cagnolino.
È il 1926,
due personaggi che non si conoscono, ma che vengono dallo stesso paese:
Caivano, provincia di Napoli, s’imbarcano verso l’America per seguire un loro
sogno. Ed infatti l’uno per esportare il liquore d’anice di cui è produttore,
l’altro, attore, per rincorrere sogni di gloria ed amare e farsi amare
dall’attrice più famosa. Il mantra che segue uno dei due è “Se puoi
sognarlo, devi farlo” ed è così sicuro che anche quando la realtà è
tutt’altra cosa, non si abbandona alla disperazione. In sostanza il pezzo teatrale
dal titolo “Caivano dreamin”, scritto da Fulvio Sacco ed
indirizzato da Armando Pirozzi, interpretato da Cristian Giroso e
dallo stesso Fulvio Sacco, vuole aiutare ad alimentare il sogno tra giovani,
anche in un periodo così poco rassicurante per i più, realizzarlo si può e
tentare è già successo, anche se non è così semplice, tant’è vero che lo
spettacolo va avanti attraverso le peripezie a cui sono sottoposti i due.
La scena è scarna,
ristretta da un muro basso e sbilenco che dà i contorni all’azione teatrale, un
solo orpello, un wc di colore marrone chiaro. I due Caivanesi si trovano
imprigionati senza sapere il perché, ad Ellis Island sono stati fermati e
portati in galera sprovvisti di notizie che ne forniscano le ragioni. Tentano,
congetture, una, sono italiani, due, non parlano la lingua, tre, ecco non sanno
proprio a che pensare. Una cosa la
fanno, però, si presentano, si ritrovano paesani, si riconoscono anche con gli
stessi soprannomi e decidono di non abbattersi, sicuri come sono, di non aver
fatto nulla di male. Intanto i giorni passano, le settimane, addirittura i mesi
e la loro galera è sempre più un mistero.
Sulle bottiglie di anice
trasportate nella valigia, per aprire il mercato in terra americana, Carmine
Gambardella ha raffigurato di proprio pugno, perché la sua passione è il disegno,
un topo. A Caivano lo hanno deriso, per questa strana raffigurazione e allo
sgorbio hanno dato il nome di mostro, di conseguenza cosi anche il suo
soprannome. Il Topolino non era affatto brutto, anzi aveva sembianze umane per
via dei pantaloncini indossati e lo sguardo umano, ma tant’è, Caivano era
l’oscura provincia e lui ha sognato in grande. Il racconto prende una via
immaginaria, anche divertente, affidata ai rumori che si sentono attraverso le
pareti del carcere. Sarebbero topi che trasmettono e riportano scritti, proprio
dalla prima lettera che l’altro, Michele Sorice, l’attore, ha scritto
alla sua amata attrice, sul manifesto di Gambardella. Per essere liberi alfine
i due apprendono che basta pagare una cauzione cospicua che loro non hanno e
non sanno a chi cercarla, essendo venuti in America, proprio per cambiare vita
e dare una svolta all’esistenza miseranda del paese, quando in America è il proibizionismo
a fare da padrone. Non hanno speranza, pensano anche ad un duello tra di loro,
per porre fine all’episodio più triste della loro vita.
Prima dell’atto estremo,
però, si abbandonano ai ricordi, alla vita semplice di Caivano, alla giornata
domenicale, a quando usciti dalla messa guardano con compiacimento le ragazze, alle
persone che passeggiano ed a quelli che si avviano verso casa con il cartoccio
delle paste per la solennità della giornata festiva. Un poetico ed emozionale
ricordo buttato là con semplicità ed affezione e condiviso con il pubblico che
ha apprezzato.
“Se puoi sognarlo devi
farlo” ed eccoli liberi proprio grazie a quel sogno, la
cauzione viene pagata da chi si è appropriato di quello sgorbio, Walt Disney e
ne ha fatto il simbolo del successo dei suoi cartoni animati: Mickey Mouse, per
l’appunto.
A Michele Sorice ed a
Carmine Gambardella del sogno non resterà che la libertà, un dono inestimabile,
che è tante volte meglio!
PS:
Una leggenda racconta che una nota distilleria locale, per intenderci di
Caivano, avesse come marchio il famoso topolino adottato da Walt Disney per cui
Mickey Mouse ha origini nostrane.
E così si chiude il
cerchio “Se puoi sognarlo devi farlo”. Grazie Fulvio Sacco!
Il Duomo di Salerno viene fondato per volontà di Roberto il Guiscardo a partire dal 1076, anno della conquista della città di Salerno da parte dei Normanni, dopo un assedio durato sette mesi.
La chiesa è dedicata a S. Matteo Evangelista e sorge presso la sepoltura del santo, su un’area precedentemente occupata dalle chiese di S. Maria degli Angeli e S. Giovanni Battista.
Il Campanile, alto 52 metri circa, avente una base di 10 metri per lato, innalzato alla metà del XII secolo per volontà di Guglielmo da Ravenna, arcivescovo in città, si articola in quattro ordini di bifore, mentre il tiburio a cupola è decorato da archetti intrecciati su colonnine di granito.
In stile romanico, risalente al secolo XI, fu consacrata dal papa Gregorio VII, il cui sepolcro è conservato all’interno. Vi si accede tramite una scalinata che conduce ad una porta “protetta” ai lati dalle sculture di un leone e una leonessa. L’atrio possiede un caratteristico porticato dove fanno bella mostra 28 colonne di spoglio, recuperate dagli antichi edifici romani, e dove spiccano decorazioni e strutture che richiamano motivi normanni e arabi. Addossati alle pareti sono sistemati molti sarcofagi di epoca romana. Ben visibile svetta il campanile, risalente al XII secolo.
Il cuore della cattedrale è senz’altro la cripta, dove nel 1081 furono deposte le reliquie di san Matteo e dei Santi Martiri Salernitani, mentre nell’adiacente cappella San Lazzaro è ospitato il presepe artistico del Maestro Mario Carotenuto.
'...Sono un pittore figurativo, realista, un po' nostalgico, non catalogabile in nessuna scuola. Sono un cane sciolto, senza padroni,..'
nato a Tramonti (Sa) nel 1922 e morto nel 2017.
Nel Duomo di San Matteo è sepolto San Matteo Apostolo ed Evangelista, patrono della città, insieme ai resti dei Santi Martiri Salernitani Fortunato, Gaio, Ante e Felice, e alle reliquie dei Santi Confessori. La tomba di San Matteo si trova nella cripta, sotto un altare, ed è un luogo di grande venerazione, parte integrante della cattedrale fin dal Medioevo.
Sulla tomba di san Matteo, seminterrata, troneggia una statua bronzea e bifronte del medesimo, opera del 1605 dello scultore Michelangelo Naccherino.
San Matteo ha protetto, più volte durante i secoli, la città che lo venera. Nel 1544, secondo la tradizione, il Santo Patrono salvò Salerno dalla distruzione, costringendo alla fuga i pirati Saraceni capeggiati da Ariadeno Barbarossa .
E' sepolto nella cattedrale Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana (Soana, 1015 circa – Salerno, 25 maggio 1085), 157º papa della Chiesa cattolica dal 22 aprile 1073.
Fu una personalità molto importante nella storia del Medioevo e apportò sostanziali riforme alla Chiesa. Affermò la superiorità del papato sul potere temporale, entrando in aperto conflitto con i sovrani del tempo, in particolare con l'imperatore di Germania Enrico IV, su cui cadde la sua scomunica
PERCORSO DELLA PROCESSIONE
ALLE 18,00 la processione percorrerà: Via Duomo, Via dei Mercanti, Corso Vittorio Emanuele, Via Velia, Via San Benedetto, Via Giovanni Cuomo, Via dei Principati, Via Cilento, Corso Garibaldi, Via Roma fino al Teatro Verdi, Via Porta Catena, Largo Campo, Via da Procida, Via dei Mercanti, incrocio via duomo e risalita verso la Cattedrale
Una lodevole serata,
quella del 23 Agosto 2025 a Camera Chiara, per i due eventi riuniti,
poesia e fotografia, o forse uno solo con diversa sfaccettatura. Sta di fatto
che i numerosi presenti si sono trovati accolti da 9 fotografie, finemente
incorniciate in bianco e dove tutta la bravura dell’ospitante Pietro
Cerzosimo ha marcato il segno. Figlio d’arte, suo padre Armando è
noto per i suoi nobili scatti e per la sua costante ricerca su se stesso,
Pietro ne ricalca le orme, rivestendole di quel giovanile che tanto ci piace.
Pietro con la modestia che gli deriva da chi sa che il ricercare e il
migliorare il talento, dura tutta la vita, ma potrebbe anche non farlo, ha
presentato con intime parole ed un linguaggio schietto, le sue creature. L’anima
di questo giovanotto, dall’eleganza disinvolta e dall’affettività protesa,
verso chi si è soffermato ad interiorizzare il suo visibile, ci è venuta
incontro ed è stata la sensazione più piacevole della serata. E così Sognante
e sognare si può, se sopra di noi staziona il cielo azzurro del “Postale”,
un luogo di fascino incredibile di proprietà Cerzosimo.
Accorpato, l’evento
poetico di Carla Combatti da Vicenza
La poetessa ha presentato
la sua ultima fatica dal titolo: “Femminili frangenti”.
“… Frangenti sono i
flutti da cui si può essere sommerse, ma anche le contingenze in cui si trova a
vivere, contingenze che accomunano gran parte delle donne, nel mondo presente e
nella loro storia. L’attenzione di Carla Combatti è rivolta ai sentimenti che
ha vissuto e che spesso le donne vivono. Operazione non lieve, certamente
disincantata e tuttavia capace di costruire un’atmosfera lirica che scuote e
commuove. È una poesia che ci avvolge in un manto di velluto anche quando
esprime la tristezza, il vuoto della perdita, la solitudine in cui ci lascia un
amore impossibile. Queste poesie ci regalano momenti di grazia, fatti di parole
precisissime nella loro intensità, e di un’armonia del verso che è rara da
trovare.» (dall’Introduzione di Paola Corponi)
Letti, con enfasi in più,
da Rachele De Prisco, i lemmi delle donne provate dalla storia, invadono
l’interno di Camera Chiara, l’antico spazio del centro storico e che
nome gli deriva da chi, come Armando prima e Pietro in seguito,
di Roland Barthes ne hanno masticato a dismisura. La recitazione avviluppa e
sparge attenzione per essere ascoltata, quando non risulta troppo sommessa per
bucare le antiche mura e così agli euritmici versi, si riconoscono brani di Einaudi,
Chopin, l’adagio di Benedetto Marcello e l’Intermezzo dalla Cavalleria
Rusticana di Pietro Mascagni. Un pratico ripasso, per accumunare le
disgrazie passate e presenti delle donne e ci si augura non del futuro, è stato
porto con disarmante innocenza dalla prof.ssa Esmeralda Ferrara, per cui figure,
mai dimenticate, tratte dall’Iliade di Omero, come Briseide, Criseide,
Andromaca e la stessa Elena, hanno aleggiato su di noi, riportandoci a momenti scolastici
della prima alfabetizzazione, senza il reale bisogno, ma per rafforzare il
momento poetico.
E le foto di Pietro? Un
dolce incanto sognante dal quale ci allontaniamo conservandone il ricordo.
Un grazie sentito ai due
artisti per averci elevati nell’empireo del bello senza la distinzione del
tratto fotografico e della parola scritta.
Maria Serritiello
Pietro Cerzosimo
E’ la
storia che continua. Diplomato all’Istituto d’Arte Filiberto Menna di Salerno,
è Creator digitale e parte integrante della filiera di lavoro dello studio
fotografico di famiglia con diverse mansioni quali: la gestione delle
apparecchiature tecniche, software e hardware, post produzione delle immagini,
montaggio e post produzione di video filmati realizzati dallo studio. Nasce a
Salerno e lavora a Bellizzi.
Lo studio di cui si
occupa, negli anni ha mantenuto una solida reputazione per la qualità,
l'affidabilità e la cura artigianale in ogni scatto. Pietro unitamente al
fratello Nicola ha portato avanti la tradizione, unendo l’esperienza di Armando
Cerzosimo alle tecnologie e alle tecniche più moderne.
Oggi, lo Studio Cerzosimo
continua a raccontare le storie ricordevoli attraverso immagini che durano nel
tempo, rimanendo fedeli a una tradizione di eccellenza verso i propri clienti.
Carla Combatti
Carla Combatti è nata nel
1961
a Vicenza, dove risiede e lavora presso la civica Biblioteca Bertoliana. Ha
partecipato a numerosi premi di poesia, conseguendo vari riconoscimenti:
l’esito più significativo è del 1994, quando si è qualificata nella Sezione
Inediti Italiani del Premio Internazionale “Eugenio Montale”, con la silloge
Veli, poi confluita nella raccolta Canzoni per via, suo primo libro di poesia,
edito nel 2001 dal Poligrafo.
Ha partecipato a varie
iniziative tra cui la “Giornata Mondiale della Poesia” 2003 a Rovereto e il
“Bosco dei Poeti” a Dolcé (Vr) nelle edizioni 2003 e 2004. Nel 2005 è stata tra
le socie fondatrici dell’Associazione “L’ape e il trifoglio”, associazione che
si propone lo studio e l’analisi della poesia moderna e contemporanea,
mantenendo contatti in ambito scolastico e universitario. Nel marzo del 2006
l’Associazione L’ape e il trifogliosi è fatta promotrice dell’evento culturale
Giornata Mondiale della Poesia 2006 per la città di Vicenza, che ha visto la
partecipazione di poeti di fama nazionale quali Fernando Bandini, Annamaria
Carpi, Jolanda Insana, Franco Loi.
Le sue più recenti
riflessioni l’hanno spinta ad interessarsi delle tematiche femminili e, in
particolare, della figura poliedrica e dei molteplici ruoli della donna di
oggi. Alcuni aspetti di questo vasto tema e l’esperienza personale hanno
portato l’autrice a considerare la fatica della donna contemporanea nel
sostenere la duplicità del ruolo di lavoratrice e di casalinga.
Camera Chiara
Nel cuore del centro
storico di Salerno, tra vicoli ricchi di storia e scorci
affascinanti, si trova la Galleria Fotografica Cerzosimo, un luogo che si
propone come punto d’incontro per cultura, arte e creatività. Ideata per
accogliere eventi di diversa natura, la galleria rappresenta una soluzione
ideale per chi cerca uno spazio unico e professionale per presentazioni di
libri, mostre fotografiche, workshop e incontri tematici.
Una location strategica:
situata in via Giovanni da Procida 9, nel cuore di Salerno, la galleria è
facilmente raggiungibile e ben inserita nel contesto culturale della città.
Un luogo che valorizza
l’arte e la cultura
Organizzare un evento
significa non solo scegliere un luogo fisico, ma anche definire
un’atmosfera capace di esaltare il contenuto dell’iniziativa. La Galleria
Fotografica Cerzosimo offre uno spazio elegante e versatile, che si adatta a
ogni tipo di esigenza.
Le caratteristiche
principali dello spazio
Un design unico:
l’attenzione ai dettagli nell’allestimento degli spazi crea un ambiente
accogliente e stimolante per ogni tipo di pubblico.
Spazi flessibili: la
galleria è concepita per accogliere eventi di diversa natura,
dalla presentazione di libri alle mostre, fino a workshop e laboratori
creativi.