Il 10 maggio 2026, al Teatro Genovesi, Serata Conclusiva e Premiazioni della 17esima edizione del Festival Nazionale XS Città di Salerno a cura della Compagnia dell’Eclissi.
Con “Il Medico dei Pazzi” di Eduardo Scarpetta, la Compagnia dell’Eclissi ha omaggiato l’affezionato pubblico, nella serata conclusiva della17esima edizione del Festival XS.
La celebre commedia, in tre atti, è basata su molti equivoci, una bizzarra sequenza, tutti intorno a Felice Scioscammocca che, da Roccasecca, accompagnato dalla moglie, va a trovare suo nipote Ciccillo a Napoli, un debosciato che sperpera i soldi dello zio al gioco. Ciccillo ha fatto credere al poveruomo che si è laureato dottore e che ha messo su una clinica di pazzi. Il giovane all’arrivo del caro parente è in forte difficoltà, ma escogita un imbroglio pur di nascondere il suo stato di non laureato e la fine dei soldi che il povero zio gli ha inviato regolarmente. Così spinto dalla disperazione e da altro debito, contratto al gioco, il giovane indirizza Felice alla pensione Stella, dove stabilmente alloggia, facendogli credere che è là, la famosa clinica. Gli ospiti, in verità, tanto normali non sono e così senza nessuna fatica si prestano bene a rappresentare la pazzia, dal cantante lirico, all’attore drammatico, dal giornalista, alla sempliciotta figlia di Don Amalia, la padrona di casa, dal maggiore sempre in cerca di sfidare a duello qualcuno, a Raffele l’attore impegnato, insomma, un cast di persone che messe assieme, la pazzia la rappresentano proprio bene. Il povero Felice terrorizzato dagli atteggiamenti stravaganti degli ospiti della pensione-manicomio, cerca di salvarsi, alla men peggio da quei folli. Gli equivoci che si creano sono molto divertenti, fino a quando la verità viene a galla e con essa il perdono.
Questa la trama, ma ciò che ha reso speciale, particolare, unico, caratteristico, esclusivo, perfetto, sincronico, lo spettacolo è la bravura inimmaginabile degli attori. Una corale messa a punto da un’eccezionale regia, personificata da Marcello Andria. Le parole si sprecano, lo spettacolo va visto, gustato, recepito in ogni sua sfumatura e quando si dice che il teatro dà gioia è proprio questo il caso.
Grazie, perciò, a tutti gli attori della Compagnia Dell’Eclissi che hanno mutato il Teatro Genovesi in una figurazione teatrale-capolavoro. Le caratterizzazioni di ognuno sono state una prova attoriale di grande pregio, senza eccessi o sbavature, ma solo perfetta recitazione e completa interpretazione. È la prima volta che ho apprezzato (N.D.R) questo pezzo scarpettiano e ne sono contenta perché a farmelo gradire sono stati gli amici, attori unici, per amore e bravura, della Compagnia dell’Eclissi. Il merito va a tutti, nessuna graduatoria, non si può dire dell’uno senza citare l’altro, la misurata interpretazione del ruolo va elogiata nell’insieme, il loro è stato un ordito, tessuto in modo speciale: Felice Avella, Maurizio Barbuto, Leandro Cioffi, Rossella Cuccia, Marica De Vita, Lea Di Napoli, Ernesto Fava, Andrea Iannone, Alfredo Marino, Mario Procida.
A rendere particolarissima questa edizione, che celebra anche i 100 anni della morte dello straordinario attore-autore Eduardo Scarpetta, è stata l’originale colonna sonora creata dal giovane talentuoso Marco De Simone, un cammeo pregevole che come scrive Marcello Andria nel programma di sala: “… risolve i virtuali finali d’atto e accompagna le transizioni, affidando il commento alle voci dei personaggi e, talvolta, anche degli stessi interpreti moderni, che con rispetto, considerazione e una punta di benevola ironia si avvicinano al teatro ‘e n’epoca luntana”
Maria Serritiello
Regia: Marcello Andria
Scenografia: Francesca Laghezza
Costumi: Angela Guerra
Musiche originali: Marco De Simone
Vocal coaching: Marida Niceforo
Arredi: Salvatore Esposito
Con “Un borghese piccolo piccolo” della Compagnia dell’Arte di Firenze, si sono concluse le visioni in gara per il XVII Festival XS, Città di Salerno.
di Maria Serritiello
“Un Borghese piccolo piccolo”, presentato dalla Compagnia dell’Arte di Firenze, lo scorso 26 aprile si è rivelato un pregevole spettacolo, sia per la riduzione teatrale, che per l’interpretazione dei singoli personaggi. La Compagnia dell’Arte di Firenze è conoscenza apprezzata all’ annuale manifestazione dell’XS, per essere stata in concorso, nell’aprile del 2024.
Tratto dal romanzo di Vincenzo Cerami, il regista Mario Monicelli, nel 1977 ne crea un capolavoro cinematografico, affidando l’interpretazione ad Alberto Sordi.
Giovanni Vivaldi è un modesto, quanto oscuro impiegato del ministero, vicinissimo alla pensione ed ha un vivo desiderio, vedere il suo unico figlio sistemato. Mario non è particolarmente brillante, iperprotetto dai genitori non riesce a realizzarsi per conto proprio, se non per uno straccio di diploma da ragioniere. Intanto vive la sua vita all’interno della casa, senza avvertire una qualche esigenza. Si lascia coccolare dalla mamma, una casalinga trascurata ed a limite della sciatteria, una donna quasi invisibile, che trova la sua dimensione guardando la televisione. La mission di Giovanni è di sistemare il figlio con un posto fisso, come il suo, al ministero, poco ma sicuro e senza grosse responsabilità. Per questo suo progetto arriva ad umiliarsi con un funzionario, sedicente amico, che chiede in cambio l’adesione alla massoneria, per l’aiuto che gli offre. Giunge il giorno del concorso, Mario ha il testo della prova, il padre è contento, suo figlio supererà l’esame, il ragioniere Mario Vivaldi avrà il sostentamento per tutta la vita. La madre a casa prega, gli ha gettato del sale addosso per augurio, è sicura della buona riuscita dell’esame. Tutto sembra andare per il verso giusto, quando l’imponderabile si presenta nella giornata del giovane Mario, con una crudeltà inattesa e lo colpisce a morte. Ciò che segue è lo strazio della madre, tanto da diventare un vegetale, prima di essere colpita dalla morte, altra reazione, invece, sarà quella del padre, che diventerà l’aguzzino spietato dell’assassino del suo adorato Mario.
Questo il contenuto della forte rappresentazione, che ha scosso il pubblico, grazie ad una perfetta interpretazione degli attori: Aldo Innocenti, Maria Paola Sacchetti, Lorenzo Lombardi, Raffaele Todaro, Daniele Torrini.
Le caratterizzazioni dei vari personaggi dal figlio insicuro, alla madre sottoposta al marito, dall’assassino che, ha mimato con bravura gli spasmi della morte, da farci mancare il fiato, alla figura caricaturale del funzionario, dalla bocca colpita da paralisi della povera madre, alla forza disperata di Giovanni, il capofamiglia, nel voler riprendersi la scena della vita, malgrado la modestia della sua persona, sono state teatralmente rappresentate con particolare cura e bravura singola. Tutti in sala si è forse parteggiato, sicuramente, io (N.D.R), alle angherie riservate all’assassino, una sorta di giusta compensazione al male compiuto. Eppure la vita di Giovanni era fatta di piccole soddisfazioni, un oscuro lavoratore, un mezze maniche senza pretese, ignorato il più delle volte dai più, un travet che viaggiava con una macchina sgangherata a confondersi nel vortice del traffico, buona per raggiungere quasi esclusivamente il capanno della pesca. Una vita borghese, ecco per l’appunto, sicuro solamente del suo lavoro per mantenere il nucleo parentale, senza lussi, né stravizi, solo l’abituale andare avanti con esso.
È rilassato ora, da buon padre ha smosso le pedine giuste per aiutare il figlio e non importa se ha dovuto inchinarsi a chi non lo meritava. In un impeto di gioia stringe a sé la moglie e si lascia andare ad un ballo lento, nella cucina di casa, arredata semplicemente, con la voce di Sergio Endrigo che canta “Io che amo solo te”. Dura poco la gioia di quella intimità familiare, l’attimo fuggente, quasi in contemporanea, ci restituisce il dramma, che in crescendo si è avvertito fin dalle prime battute.
Bravi il regista Marco Lombardi e l’assistente Sandra Bonciani ad aver sapientemente, nello spazio del teatro Genovesi, divisi i quadri dell’azione, non la staticità, quindi, del palcoscenico, ma il cambio degli ambienti, ben orchestrati dinanzi ai nostri occhi.
Giovanni Vivaldi, un uomo mite, che per tutta la vita si è accontentato di poco, perdute le sue minime certezze, cambia e la disperazione fa il resto. Un monito per non abbandonarci allo sconforto, sebbene la morte di un figlio è “dolore insuperabile”
Maria Serritiello
Adattamento teatrale: Fabbrizio Coniglio
Costumi: Fiamma Mariscotti
Disegno luci: Silvia Avigo
Musiche originali: Marco Simoni
Quarto appuntamento al Teatro Festival XS città di Salerno con la Compagnia della Cricca di Taranto in “Farà giorno”
La Compagnia della Cricca è presente per la seconda volta, al Festival Teatro XS città di Salerno. La prima risale al 2014, un gradito ritorno ed anche questa volta il pezzo, come già nelle “Le ultime lune”, è impegnativo.
La scena per tutto il tempo è la stessa: un letto, una poltrona, un tavolo una libreria ed un cassettone, attaccati al muro alcuni quadri tra cui il ritratto di Gramsci. Nel letto disteso, coperto da un lenzuolo, c’è una sagoma, che si rivela essere il padrone di casa, in giro per la stanza, invece, s’agita, al telefono un ragazzo che racconta, a chi è all’altro capo, come ha investito la persona anziana.
Ha inizio così, tra i due, dopo scontri verbali, piuttosto sostenuti, una relazione di sussistenza per il colpito e di alleggerimento della colpa per il giovane, il tutto non senza battaglie giornaliere. Renato è un comunista colto, partigiano e medaglia d’oro al valore della resistenza, con una vita vissuta a pieno, tra poche gioie e dolori di più, come la morte del figlio maschio e la scelta della figlia Aurora di essere un’eversiva e Manuel poco più di un coatto, senza cultura e con spiccate simpatie nazifasciste. Il linguaggio di Renato è ricco di citazioni, di nomi importanti, di libri, di gesta patriottiche, quello di Manuel, non solo scadente, ma infarcito più di parolacce che di contenuto.
Distanti anni luce, il teppistello trova la convenienza di trasferirsi, almeno per i 60 giorni di degenza del vecchio, a casa dello stesso, mentre l’ammalato di essere assistito convenientemente. Renato vive da solo, nessuno può prestargli aiuto, Manuel non ha accoglienza in casa, suo padre conosce il solo linguaggio della violenza. L’affare sembra siglato e a buon mercato, per tutti e due. La convivenza, però, non risulta sempre facile, alcuni compiti da svolgere sembrano impensabili a Manuel, ad esempio lo svuotamento della padella e al vecchio aspettare i comodi del giovinastro, per avere uno straccio di assistenza. Giorno dopo giorno, l’iniziale convivenza forzata si trasforma in un incontro-scontro, tra due generazioni, e modi di vivere e sebbene i punti di vista siano distanti si riesce anche a scambiarsi affetto. Trascorrono le giornate lentamente, Manuel gira per casa non senza un libro e miracolo li legge pure. L’intesa si è fatta serrata, tanto che attaccato al muro, scomparso Gramsci, troneggia Totti.
Quando arriva in casa Aurora, la figlia eversiva di Renato, che, abbandonata la lotta armata, si è dedicata al volontariato medico, Renato fa appena in tempo a riconciliarsi con lei, a godere del mutamento della sua vita ed a dedicare a Manuel “Guerra e pace” lasciandoglielo in eredità.
“Farà giorno” è la frase che i soldati in guerra usavano per ingannare l’attesa, per Renato ormai non c’è più nulla d’attendere…
Un pezzo intenso, a tratti struggente, per la crudezza dei temi trattati, come la solitudine, la vecchiaia, la paura, la disillusione, il fallimento politico, l’incomprensione filiale. Uno spaccato di vita italiana rappresentata da tre generazioni, ognuna con le proprie problematiche irrisolte: Renato un partigiano deluso, Aurora un ex Br commutata in volontaria e Manuel che da questa esperienza cerca di prendere quanto più può. L’incontro e lo scontro sono inevitabili, momenti piacevoli si alternano a sorprese ed inganni, Aurora che torna e Manuel che ruba con scioltezza i soldi per il funerale di Renato. Tutti hanno da imparare ancora e ognuno ad insegnare le proprie reciprocità.
Fisicità e irascibilità, sia pure bonaria, sono le caratteristiche precipue del personaggio -Renato che Aldo Imperio fa sue in modo totalizzante, senza trascurare sia l’ironia che la tenerezza. Accanto alla buona interpretazione del recitato, la sua regia è da ritenersi soddisfacente, per aver diviso il testo in tanti quadri, che hanno dato dinamicità e divisioni alle azioni. Lo stacco del buio è risultato opportuno, per andare incontro alla luce, come disvelazione di nuovi avvii.
Aurora- Anna Cofono ha interpretato con scioltezza il personaggio, la naturalezza, messa appunto nel ruolo di figlia, non è passata inosservata, anzi in alcuni momenti dell’incontro con il padre è riuscita anche a suscitare commozione.
Manuel-Gionata Russo ha caratterizzato perfettamente il ragazzo borgataro, ignorante con idee qualunquistiche da bar. Senza una guida familiare, frequenta la strada a ruota libera, ma riesce a comprendere, non senza fatica, che quello dell’investimento del vecchio, può essere l’occasione giusta. La sua interpretazione ha convinto molto, bravo anche nel recitare il dialetto del coatto romano.
“Farà Giorno” certamente sì, ce lo auguriamo per Manuel, il più bisognoso di luce dei tre, a cui Renato ha lasciato in eredità il libro di Leon Tolstoj “Guerra e pace” come guida a seguire, proprio lui che di questo romanzo, non era riuscito mai a finire la lettura
Maria Serritiello
In gara con “55 giorni” la Compagnia “Le Colonne” di Sezze (LT) partecipano al Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno
“Generale dietro la collina ci sta la notte crucca ed assassina e in mezzo al prato c'è una contadina, curva sul tramonto, sembra una bambina, di cinquant’anni e di cinque figli, venuti al mondo come conigli, partiti al mondo come soldati e non ancora tornati…”
Già dalla prime note di “Generale” ad apertura di sipario, la voce tonica di Francesco De Gregorio, con la sua canzone più ricordevole di quegli anni suscita una piena di emozioni e ci riporta nostalgicamente a marzo1978, ai nostri anni ribelli, giovani e coraggiosi. Non così, quegli anni, sono eroici per l’onorevole Aldo Moro, stesso mese, stesso anno, 1978, quanta differenza e quale sofferenza, il suo rapimento e la prigionia per 55 giorni nella capitale. Non era mai successo che uomini politici fossero rapiti, uccisi sì: Cesare, Abramo Lincon, Jon Fizgerald Kennedy.
Eppure la vita delle persone comuni continua imperturbabile, si ascolta alla radio la canzone dissacrante di Rino Gaetano, Gianna, vince l’Oscar Wudy Allen con “Io e Anny” e tutto sembra pacificato intorno, nessun pensiero turbolento, era marzo e di lì a poco la primavera avrebbe dato i segni della rinascita dopo il gelo dell’inverno.
Taciuta la canzone, il buio della scena si presenta triste e scarno, 3 uomini ed una donna danno inizio al racconto più lugubre della nostra storia recente e provano, con dovizia di particolari, note precise, elenco di nomi, sentiti e risentiti, a farci rivivere i 55 giorni di prigionia del Presidente Moro.
Prima di addentrarci nel triste racconto è bene richiamare alla mente la figura della statista italiano e da quale gruppo eversivo è stato condannato
Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978). Fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana e suo rappresentante nella Costituente, ne divenne dapprima Segretario dal 1959 al 1964 e in seguito Presidente nel 1976. All'interno del partito aderì inizialmente alla corrente dorotea, ma negli anni 1960 assunse una posizione più indipendente formando la corrente morotea. Fu Ministro della giustizia, della Pubblica istruzione e per quattro volte Ministro degli esteri nei governi presieduti da Mariano Rumor ed Emilio Colombo. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di centro-sinistra "organico", promuovendo la cosiddetta strategia dell'attenzione verso il Partito Comunista Italiano, attraverso il compromesso storico e determinò la nascita del Governo Andreotti III (definito il governo della non-sfiducia) sul quale il PCI garantiva l'astensione.
Brigate Rosse
Le Brigate Rosse (BR) sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Di matrice marxista-leninista, è stato il più potente, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale
*N.B. non vi risulti troppo scolastico aver citato notizie, abbiamo la memoria corta per quanto ci è successo, viviamo sempre più con l’hic et nunc, mentre i giovani o non sanno o conoscono per sentito dire.
Ben venga, allora uno spettacolo d’impegno civile, all’IXS, come quello messo su dalla Compagnia “Le Colonne” di Sezze (LT) che ci regala uno spaccato della nostra storia, rivisitata con impegno certosino, nomi, date, personaggi, atmosfera, musica e cuore. “Un piccolo”, dicono loro “contributo alla conoscenza di eventi che hanno condizionato la tenuta democratica del nostro paese”
Il 16 marzo 1978 in Via Fani, Moro fu rapito dai brigatisti, tra cui Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli e la sua scorta sterminata. I loro nomi, vittime sacrificali, rispondono al nome di: Oreste Leonardi, Maresciallo dei carabinieri e capo scorta di Moro. Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, autista della vettura di Moro. Giulio Rivera, agente di pubblica sicurezza (polizia). Francesco Zizzi, brigadiere di pubblica sicurezza (polizia). Raffaele Iozzino, agente di pubblica sicurezza (polizia).
La pièce teatrale prosegue lentamente, uguale allo scorrere dei grani di una corona, rivelando le trattative concitate e pressoché inutili, comunicati atti a depistare le ricerche, per salvare la vita del Presidente Moro. Intanto il prigioniero scrive un suo memoriale e i brigatisti altrettanti comunicati, 7 per l’esattezza, a dare notizie altalenanti sulla prigionia del malcapitato.
In tutto questo agitarsi non si riesce a sapere, forse non si vuole, dove fosse tenuto nascosto e quali erano le intenzioni dei bierrini, qualche nome a caso: Mario Moretti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono (o Lojacono Baragiola), Alessio Casimirri, Rita Algranati, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghet.
Anche PaoloVI, da uomo misericordioso, fa la sua parte e mette a disposizione 10 miliardi per la liberazione.
Ci si chiede se è volontà della politica e dei poteri occulti liberare Moro, ora che i brigatisti, in uno dei comunicati, rivelano che il Presidente è disposto a dire tutto quello che sa, sui segreti di Stato.
Questa prigionia sta diventando sempre più un tribunale d’inquisizione, di giustizia sommaria da parte di uomini con il solo unico scopo di sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Si vuole colpire la DC italiana per lo stato imperialista delle multinazionali e Moro è il bersaglio adatto
La voce pacata del narratore e le entrate in scena dei tre attori, rigorosamente in nero, rafforzano il racconto, intervenendo con vigore nell’esposizione. Un lenzuolo bianco, più simile ad un sudario, come a significare l‘innocenza del personaggio, viene arrotolato lentamente, sprofondando la scena nel buio senza spiraglio di luce e dunque senza salvezza.
Durante la prigionia, Aldo Moro scrive una quantità di lettere ad Andreotti chiedendogli di aiutarlo e accusando la DC di averlo lasciato solo.
Fu inascoltato!
Nel memoriale postumo, Moro dichiarò apertamente che Andreotti fosse coinvolto con i servizi segreti, di essere unito a giochi di potere, ad interessi internazionali, a potenze straniere, come gli Stati Uniti e la Germania.
Vero o non vero certo è che Moro non fu liberato!
Il lavoro teatrale procede a ritmo incalzante, le notizie si accavallano, come i falsi comunicati, gli appelli, un altro il 21 aprile di Paolo VI, finanche una seduta spiritica, per chiedere a Don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira dove fosse il prigioniero. E poi messaggi cifrati arrivati a persone di riguardo ed a prelati: Il mandarino è marcio e il cane morirà domani.
È il 5 maggio quando Aldo Moro, avvertendo, ormai la fine, scrive una struggente lettera d’amore, l’ultima della sua vita e val la pena riportarla tutta, il narratore ce la legge non senza commozione:
“Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.
Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande, grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.
Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo”
È il 9 maggio del 1978 a Roma, quando in una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, fu ritrovato il corpo rannicchiato nel bagagliaio dell’onorevole Aldo Moro La scoperta fu annunciata, con una telefonata dal brigatista Valerio Morucci al professor Franco Tritto, collaboratore di Moro.
Il bianco sudario, che ricopre la scena, adesso ha cambiato il colore in rosso, segno che il sacrificio factum est. Gli attori, 3 uomini ed una donna si portano nel proscenio e ringraziano a quanti, in religioso silenzio, hanno voluto assistere alla cronologia dell’ignobile sequestro che fa parte della nostra storia
Per non dimenticare, si ringrazia la prova teatrale della Compagnia “Le Colonne” di Sezze, una new entry al Festival Nazionale XS città di Salerno, che hanno messo su uno spettacolo superbo.
55 Giorni rivissuti non senza angoscia, raccontati con lucidità e con dovizia di particolari, puntigliosi fino allo stremo. Complimenti a chi ha ricercato e ne ha composto un testo teatrale per testimoniare l’impegno civile e perseverante, Giancarlo Loffarelli. Un bravo se lo meritano gli attori con la loro discreta ma significativa presenza: Emiliano Campoli, Marina Eianti, Marco Zaccarelli e Giancarlo Loffarelli, oltre al testo e la narrazione, anche la regia.
Audio: Armando Di Lenola
Luci: Fabio Di Lenola
Sartoria Maria Teresa Rieti
Non sono passati inosservati alcuni pezzi musicali, oltre il pregevole Generale di Francesco De Gregorio, La Lacrimosa di Mozart e Teresa ha gli occhi secchi di Fabrizio De André.
Maria Serritiello
Penultimo spettacolo della Stagione “Che Comico 2025-2026” al Teatro Ridotto di Salerno con Luciano Capurro ed Anna Caso in “Una notte a Napoli”
E ’dal 2016 che Luciano Capurro mancava dal Teatro Ridotto di Salerno e per due sere, l’11 ed il 12 aprile, ha rallegrato l’assiduo pubblico della rassegna di “Che Comico 2025-2026”, direttore artistico Gianluca Tortora.
Quasi due ore di spettacolo, un mini varietà gustoso dal titolo “Una notte a Napoli”, in cui non è mancato nulla della rappresentazione classica della tradizione partenopea. E così versi poetici si sono intrecciati con le più belle canzoni del passato, come Malafemmena, Passione, Alleria, per continuare con un pezzo struggente di Enzo Gragnaniello “Vasame”. Particolari ed apprezzate sono state le contaminazioni di alcuni brani, come ad esempio Malafemmina di Totò, unita ad Amapola di Alberto Rabagliati.
Quando si dice che buon sangue non mente è il caso di ripeterlo per il bravo Luciano che è il pronipote di Giovanni Capurro, autore della famosissima canzone conosciuta e cantata in tutto il mondo “O sole mio”.
Così con la sua possente voce tenorile ha duettato con la soprano Anna Caso che ha dato prova di che è capace la sua estensione vocale. Personalità prorompente al pari della sua voce, Anna Caso si è prodotta in pezzi singoli con estrema bravura. L’ottima capacità interpretativa, con l’espressività del corpo, hanno reso significativi anche pezzi divertenti, ma semplici, uno fra tutti: “No tu mi a’ fa fa”, canzone-macchietta del 1968.
Lo spettacolo è stato condotto in maniera egregia dai due cantanti-attori, molto affiatati tra loro, per cui battute divertenti raccolte per le strade di Napoli, si sono mescolate a versi d’amore, a canzoni speciali, come “Ciucculatina mia, modulata ironicamente dal bravo Luciano Capurro ed ancora momenti teneri, serenate e tante altre canzoni, che hanno ricordato il tempo passato: Tarantelluccia, Palcoscenico, Anema e core, Catarì.
Il nuovo entra di diritto nello spettacolo con le canzoni di Sal da Vinci: Rossetto e caffè e Per sempre sì, per cui le voci appaiate di Capurro e Caso sono una melodia allungata sia del bel canto moderno, che a quello che tiene alla conservazione del patrimonio classico napoletano.
A tanta bravura, il bis richiesto è naturale, quanto consequenziale e così Luciano Capurro ci regala “O Sole Mio” di quel suo prozio che ha portato l’anima di Napoli in tutto il mondo e lui da buon e generoso erede, con Anna Caso ce la lascia.
Maria Serritiello

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