Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello
Il 17esimo Festival
Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026 Teatro Genovesi, ovvero
XVI+1 per scaramanzia, è iniziato col botto, presentando, ai fedeli abbonati: La
Regola dei terzi di Marco De Simone, il talentuoso e giovane autore, che
anche in questa pièce non si è smentito.
Drammaturgo e chitarrista
Salernitano, classe1992, ha dalla sua parte intelletto, bellezza, presenza
scenica e recitazione perfetta. Le sue opere cominciano ad essere di numero
consistente e premiate per le tematiche affrontate. “Noi Pupazzi”, per esempio,
è un’opera incentrata sul razzismo ed è stata premiata “In Scena” a New York.
Oltre alla chitarra, Marco suona vari strumenti e compone musica per i suoi
spettacoli, un 34enne immerso nel mondo della creatività come meglio non si
può.
“La Regola dei Terzi” è
una creazione di una bellezza assoluta, per come si narra, per come viene
accolta, per come penetra l’animo.
L’occasione di scrittura
è tratta da un episodio conosciuto della vita di Robert Capa, un mito
della fotografia di guerra, il solo fotoreporter che riesce a sbarcare in
Normandia con le truppe alleate, il giorno del D-Day. Rifugiatosi nella
fattoria di un vecchio contadino siciliano, dopo uno sfortunato lancio col
paracadute al seguito dell'esercito americano, ne risulta un incontro intenso,
rivelatore ed umano. In realtà il vero nome del giovane, raccolto sull’albero,
dove il paracadute l’aveva depositato pieno di lividi ed escoriazioni
sanguinanti, è André Friedmann (Budapest 1913 - Thai Binh, Vietnam, 1954),
ungherese di nascita, di famiglia ebrea e naturalizzato statunitense. I suoi
reportage ci consegnano la documentazione di cinque diversi conflitti bellici:
la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che
seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra
arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).
La storia, che si dipana
nell’ora e più di spettacolo, ha punte estreme di lirismo, di parole dette per
creare attese, per penetrare il disfacimento della maledetta guerra. Due
generazioni a confronto, ognuna con il suo carico doloroso, ognuna con
sospensioni dovute al trascorrere della vita. Provano a capirsi e non senza
difficoltà, per la poca conoscenza della lingua. Il vecchio contadino, sveglio,
attivo, ha di suo la terza rurale, ma se la cava bene, rifacendosi ai gesti
ripetuti della tradizione e gli riesce difficile capire il giovane soldato che
racconta con i suoi scatti il dolore, la sofferenza, anche se è verità. Ad ogni
punto di dialogo si aprono l’uno all’altro, si raccontano, fino a svelarsi
spezzoni significativi della vita. E così Robert gli parla di Gerda Taro,
l’amore della sua vita, la reporter appassionata del suo lavoro, morta durante
la guerra civile spagnola. Il contadino, invece, ricorda i suoi due figli:
Salvatore e Lillino, di cui uno morto al fronte, l’altro disperso in Russia,
senza notizie.
Il racconto procede a
scatti fotografici, se ne sente anche il clic, Leica o Contax, di quelle
usate dal reporter e conservate gelosamente nello zaino. La guerra è sempre
presente nella masseria, bombe e cannoneggiamenti si annunciano, mischiandosi
al più tranquillo raglio dell’asino ed allo starnazzare delle galline e delle
oche, ma il contadino forte della sua autonomia, anzi orgoglioso di come
affronta la guerra da solo, prepara da mangiare, come dire al soldato che chi
si affida alla terra, coltivandola, ha sempre di che sfamarsi.
Anche la musica c’è in
quel posto desolato, viene amplificata da un giradischi a manovella che Robert
scova in un angolo. Le note di Chopin, Tristesse, cantata da Tino Rossi,
invogliano il giovane soldato a danzare trascinando il contadino prima
riottoso, ma una volta avviato, si spreca ad insegnare perfino a giocare a
carte napoletane il soldato.
La guerra con il suo
triste carico si fa sentire nel cuore ferito del contadino, teme di aver perso
anche il secondo figlio, di cui non ha notizie certe, se non lettere accumulate
di cui una non aperta, l’ultima, per conservare la speranza che ne arrivi
un’altra. La paura l’attanaglia e ha un attacco di panico, con febbre e
tremore. Ora tocca a Robert assisterlo e carezzare le sue membra scosse da
brividi e raccogliere i suoi lamenti di sofferenza e paura.
Ed eccoli a nudo i due
uomini, sperduti in una ristretta capanna, l’uno il vero protagonista della
storia, testimone della linea del fronte, a rischio della vita per consegnare
al mondo l’atrocità della guerra; l’altro una persona qualunque, come tanti che
tirano a campare senza che nessuno si ricordi di loro, come dire, “Un Terzo”
che suo malgrado viene oppresso solamente ed ineluttabilmente dagli eventi.
Alla fine incoraggiato da
Capa, a proposito Capa è non solo il nome d’arte, ma anche quello con cui veniva
chiamato in famiglia, dall’ungherese, squalo, il vecchio ed emozionato
contadino, apre l’ultima busta e apprende che suo figlio è vivo e sta tornando
a casa. Sarà di nuovo la vita, la terra, la famiglia, l’amore.
Un clic, partito dalla
Leica, maneggiata con affezione da Capa riprende l’isolano in mezzo alla scena,
felicemente in posa, per lo scatto finale che si è meritato e così a chiudere
l’opera saranno le sue parole ironiche “Fra i due litiganti il terzo muore”. Nel
punto aureo dell’inquadratura è la sua resilienza a fare la storia così come a
Robert ad essere consacrato fotografo di pace.
Mi piace citare John
Steinbeck
Capa sapeva che cosa
cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può
ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a
fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.»
Un lavoro eccellente per
come è stato pensato, scritto e recitato. Marco De Simone, ormai, non
più una promessa artistica, ma una splendida realtà tutta nostrana, che esce dai
confini dell’Italia e si afferma ovunque per il suo ineccepibile talento,
l’augurio che le sue composizioni abbiano sempre successo.
Vincenzo Tota
il cooprotagonista, di questa splendida opera, ha reso magistrale
l’interpretazione. A suo agio nelle vesti di un rurale ha dato il meglio di sé,
sia come impegno fisico che in quello della caratterizzazione del personaggio.
La scena è sua e non potrei vedere nessuno al suo posto.
Marcello Andria ha
diretto in maniera perfetta il lavoro, che si distingue per puntuale precisione
nei suoni, nelle luci e nell’ l’ottima scelta della musica, divenuta contrappunto
naturale al fragore della guerra: Tristesse, su musica di Chopin,
cantata da Tino Rossi, Pensée d’automne, su musica di Massenet,
cantata da Tino Rossi e il tema originale composto da Marco De
Simone.
Francesca Laghezza: scenografia
ricercata e meticolosa. Una chicca diligente: il grammofono a manovella
e tutti gli arnesi per lavorare la terra, in particolare quello per il grano.
Angela Guerra:
costumi completi ed in linea con il lavoro, una conferma ogni volta.
Maria Serritiello
www.lapilli.eu

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