Escludendo Roberto
Belli, il regista e le luci e l’audio, sono tutte donne ad essere impegnate,
chi in scena e chi ad allestire, secondo le proprie competenze, lo spettacolo.
Il testo ce lo fornisce Valentina Capecci, il che è già una garanzia,
per quel che vedremo rappresentato. L’autrice, infatti, è conosciuta come
valente autrice di testi per il teatro, per il cinema e per la televisione
tra cui: I Cesaroni e Provaci ancora Prof.
Due amiche anzi due ex
compagne, a cui la vita ha riservato un destino diverso, si ritrovano, dopo
qualche tempo, a sbrogliare una faccenda complicata, in nome dell’antico
sodalizio. Carla e Viola, di opposto carattere, sono state unite più per la
buona volontà dell’una, Carla, che per l’impegno amicale dell’altra, Viola.
Quanto la vita ha dato a piene mani a Viola: un marito avanti nell’età, ma
ricco, con villa, servitù, finanche un amante soddisfacente, per sopperire le
mancanze del coniuge; tanto ha negato a Carla che si ritrova sola, dopo essere
stata lasciata dal compagno, in una casa fatiscente e licenziata dal giornale.
La sfortuna si è accanita contro di lei e quella notte si ritrova a bere vino
scadente, acquistato al discount e a consumare patatine rancide per calmare la
fame. Uno scossone alla porta ed il suo nome vociato a gola spiegata, la
risvegliano dal torpore in cui è caduta. Ed eccola, bella elegante, profumata,
alta come una gazzella sui suoi tacchi 12, in cerca sicuramente di qualche
favore, nonostante dica di essere passata di lì per affetto.
E si capirà di lì a poco
di che affetto si tratta
Con una sequenza di
battute e conversazione brillante si viene a sapere che Viola si trova nei
guai, suo marito è stato ucciso e lei non ha un alibi. Ecco la ragione di tanto
affetto nei confronti di Carla e la richiesta di dormire da lei. Al rifiuto
iniziale della padrona di casa, oppone una lauta ricompensa, che, data la vita
grama, impone qualche riflessione.Durante la trattativa se accettare o meno l’offerta di Viola, si
aggiungeranno tasselli a che la trama risulti più complessa di quanto si possa
immaginare. E così si viene a sapere che l’amante di Viola, non è altro che
l’ex fidanzato di Carla e che la stessa è stata nella villa dell’amica,
inciampando nel morto, per seguire sia l’ex fidanzato, introdotto nella casa in
cerca della cassa forte, sia per spiattellare il tradimento di Viola al vecchio
marito.
Insomma siamo in piena
pochade, con vicende amorose, intrighi e colpi ad effetto noir, che tinge di
giallo ogni cosa. Così prima le due amiche si sospettano tra loro, poi è la
volta dell’ex di Carla, che avrebbe tradito Viola per soldi, tanti soldi tenuti
nascosti in villa. Insomma tutto proposto a ritmo frenetico, a battute
divertenti ed originali e sempre citate diligentemente a proposito. La trama
non manca di una certa suspence che va dallo scoramento di un delitto,
all’euforia del possesso di una cifra considerevole. Ci penserà il finale della
rappresentazione a mettere le cose apposto e non è detto che sia come si era
sperato.
Lo stile da commedia
brillante ha avvantaggiato la recitazione delle due attrici, brave, vivaci,
pronte ad interpretare in modo sfavillante le due parti, un po' sopra le righe
Viola (Eleonora D’Achille), ma il personaggio l’imponeva e più
contenuta, Carla (Sara Colella), tutte e due, però hanno dato il meglio,
per mantenere sempre attento il livello del pubblico, fortemente coinvolto dal
tumulto di emozioni e sprazzi di grande ilarità.
Il tutto è stato avvolto
da una seducente e ricordevole colonna sonora, da Patty Pravo a Litle Tony,
da Raffaella Carra ad Ornella Vanoni, da Caterina Caselli a Loredana Bertè
“Generale dietro la
collina ci sta la notte crucca ed assassina e in mezzo al prato c'è una
contadina, curva sul tramonto, sembra una bambina, di cinquant’anni e di cinque
figli, venuti al mondo come conigli, partiti al mondo come soldati e non ancora
tornati…”
Già dalla prime note di “Generale”
ad apertura di sipario, la voce tonica di Francesco De Gregorio, con la sua
canzone più ricordevole di quegli anni suscita una piena di emozioni e ci
riporta nostalgicamente a marzo1978, ai nostri anni ribelli, giovani e
coraggiosi. Non così, quegli anni, sono eroici per l’onorevole Aldo Moro,
stesso mese, stesso anno, 1978, quanta differenza e quale sofferenza, il suo
rapimento e la prigionia per 55 giorni nella capitale. Non era mai successo che uomini politici
fossero rapiti, uccisi sì: Cesare, Abramo Lincon, Jon Fizgerald Kennedy.
Eppure la vita
delle persone comuni continua imperturbabile, si ascolta alla radio la canzone
dissacrante di Rino Gaetano, Gianna, vince l’Oscar Wudy Allen con “Io e Anny” e
tutto sembra pacificato intorno, nessun pensiero turbolento, era marzo e di lì
a poco la primavera avrebbe dato i segni della rinascita dopo il gelo
dell’inverno.
Taciuta la canzone, il
buio della scena si presenta triste e scarno, 3 uomini ed una donna danno
inizio al racconto più lugubre della nostra storia recente e provano, con
dovizia di particolari, note precise, elenco di nomi, sentiti e risentiti, a
farci rivivere i 55 giorni di prigionia del Presidente Moro.
Prima di addentrarci nel
triste racconto è bene richiamare alla mente la figura della statista italiano
e da quale gruppo eversivo è stato condannato
Aldo Romeo Luigi Moro
(Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978). Fu tra i fondatori della
Democrazia Cristiana e suo rappresentante nella Costituente, ne divenne
dapprima Segretario dal 1959 al 1964 e in seguito Presidente nel 1976. All'interno
del partito aderì inizialmente alla corrente dorotea, ma negli anni 1960
assunse una posizione più indipendente formando la corrente morotea. Fu
Ministro della giustizia, della Pubblica istruzione e per quattro volte
Ministro degli esteri nei governi presieduti da Mariano Rumor ed Emilio
Colombo. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di
centro-sinistra "organico", promuovendo la cosiddetta strategia
dell'attenzione verso il Partito Comunista Italiano, attraverso il compromesso
storico e determinò la nascita del Governo Andreotti III (definito il governo
della non-sfiducia) sul quale il PCI garantiva l'astensione.
Brigate Rosse
Le Brigate Rosse (BR)
sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra
costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata
rivoluzionaria per il comunismo. Di matrice marxista-leninista, è stato il più
potente, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del
secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale
*N.B. non vi risulti
troppo scolastico aver citato notizie, abbiamo la memoria corta per quanto ci è
successo, viviamo sempre più con l’hic et nunc, mentre i giovani o non sanno o
conoscono per sentito dire.
Ben venga, allora uno
spettacolo d’impegno civile, all’IXS, come quello messo su dalla Compagnia “Le
Colonne” di Sezze (LT) che ci regala uno spaccato della nostra storia,
rivisitata con impegno certosino, nomi, date, personaggi, atmosfera, musica e cuore.
“Un piccolo”, dicono loro “contributo alla conoscenza di eventi che hanno
condizionato la tenuta democratica del nostro paese”
Il 16 marzo 1978 in Via
Fani, Moro fu rapito dai brigatisti, tra cui Morucci, Fiore,
Gallinari e Bonisoli e la sua scorta sterminata. I loro nomi, vittime
sacrificali, rispondono al nome di:Oreste Leonardi,
Maresciallo dei carabinieri e capo scorta di Moro. Domenico Ricci, appuntato
dei carabinieri, autista della vettura di Moro. Giulio Rivera, agente di
pubblica sicurezza (polizia). Francesco Zizzi, brigadiere di pubblica sicurezza
(polizia). Raffaele Iozzino, agente di pubblica sicurezza (polizia).
La pièce teatrale
prosegue lentamente, uguale allo scorrere dei grani di una corona, rivelando le
trattative concitate e pressoché inutili, comunicati atti a depistare le
ricerche, per salvare la vita del Presidente Moro. Intanto il prigioniero
scrive un suo memoriale e i brigatisti altrettanti comunicati, 7 per
l’esattezza, a dare notizie altalenanti sulla prigionia del malcapitato.
In tutto questo agitarsi non si
riesce a sapere, forse non si vuole, dove fosse tenuto nascosto e quali erano
le intenzioni dei bierrini, qualche nome a caso: Mario Moretti, Valerio
Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono (o Lojacono
Baragiola), Alessio Casimirri, Rita Algranati, Prospero Gallinari, Anna Laura
Braghet.
Anche PaoloVI, da
uomo misericordioso, fa la sua parte e mette a disposizione 10 miliardi per la
liberazione.
Ci si chiede se è volontà
della politica e dei poteri occulti liberare Moro, ora che i brigatisti, in uno
dei comunicati, rivelano che il Presidente è disposto a dire tutto quello che
sa, sui segreti di Stato.
Questa prigionia sta
diventando sempre più un tribunale d’inquisizione, di giustizia sommaria da
parte di uomini con il solo unico scopo di sviluppare la lotta armata
rivoluzionaria per il comunismo. Si vuole colpire la DC italiana per lo stato
imperialista delle multinazionali e Moro è il bersaglio adatto
La voce pacata del narratore
e le entrate in scena dei tre attori, rigorosamente in nero, rafforzano il
racconto, intervenendo con vigore nell’esposizione. Un lenzuolo bianco, più
simile ad un sudario, come a significare l‘innocenza del personaggio, viene
arrotolato lentamente, sprofondando la scena nel buio senza spiraglio di luce e
dunque senza salvezza.
Durante la prigionia, Aldo
Moro scrive una quantità di lettere ad Andreotti chiedendogli di aiutarlo e
accusando la DC di averlo lasciato solo.
Fu inascoltato!
Nel memoriale postumo,
Moro dichiarò apertamente che Andreotti fosse coinvolto con i servizi segreti, di
essere unito a giochi di potere, ad interessi internazionali, a potenze
straniere, come gli Stati Uniti e la Germania.
Vero o non vero certo è
che Moro non fu liberato!
Il lavoro teatrale
procede a ritmo incalzante, le notizie si accavallano, come i falsi comunicati,
gli appelli, un altro il 21 aprile di Paolo VI, finanche una seduta spiritica, per
chiedere a Don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira dove fosse il prigioniero. E poi
messaggi cifrati arrivati a persone di riguardo ed a prelati: Il mandarino è
marcio e il cane morirà domani.
È il 5 maggio quando Aldo
Moro, avvertendo, ormai la fine, scrive una struggente lettera d’amore,
l’ultima della sua vita e val la pena riportarla tutta, il narratore ce la
legge non senza commozione:
“Mia dolcissima
Noretta,
dopo un momento di
esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si
veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso
di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade
sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel
definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo
di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati
in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.
Vorrei restasse ben
chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile
comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale
medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma
non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o
preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero
dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è
tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza
infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande, grande
carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel
mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in
una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici,
che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti,
volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa
tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova
assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti
ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di
un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si
vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con
te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna
Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che
hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha
fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.
Noretta dolcissima, sono
nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli
dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo”
È il 9 maggio del 1978 a
Roma, quando in una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, fu ritrovato
il corpo rannicchiato nel bagagliaio dell’onorevole Aldo Moro La scoperta fu annunciata,
con una telefonata dal brigatista Valerio Morucci al professor Franco Tritto,
collaboratore di Moro.
Il bianco sudario, che
ricopre la scena, adesso ha cambiato il colore in rosso, segno che il
sacrificio factum est. Gli attori, 3 uomini ed una donna si portano nel
proscenio e ringraziano a quanti, in religioso silenzio, hanno voluto assistere
alla cronologia dell’ignobile sequestro che fa parte della nostra storia
Per non dimenticare, si
ringrazia la prova teatrale della Compagnia “Le Colonne” di Sezze, una
new entry al Festival Nazionale XS città di Salerno, che hanno messo su
uno spettacolo superbo.
55 Giorni
rivissuti non senza angoscia, raccontati con lucidità e con dovizia di
particolari, puntigliosi fino allo stremo. Complimenti a chi ha ricercato e ne
ha composto un testo teatrale per testimoniare l’impegno civile e perseverante,
Giancarlo Loffarelli. Un bravo se lo meritano gli attori con la loro
discreta ma significativa presenza: Emiliano Campoli, Marina Eianti, Marco
Zaccarelli e Giancarlo Loffarelli, oltre al testo e la narrazione, anche la
regia.
Audio: Armando Di Lenola
Luci: Fabio Di Lenola
Sartoria Maria Teresa
Rieti
Non sono passati
inosservati alcuni pezzi musicali, oltre il pregevole Generale di Francesco
De Gregorio, La Lacrimosa di Mozart e Teresa ha gli occhi secchi di
Fabrizio De André.
Il 17esimo Festival
Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026Teatro Genovesi, ovvero
XVI+1 per scaramanzia, è iniziato col botto, presentando, ai fedeli abbonati: La
Regola dei terzi di Marco De Simone, il talentuoso e giovane autore, che
anche in questa pièce non si è smentito.
Drammaturgo e chitarrista
Salernitano, classe1992, ha dalla sua parte intelletto, bellezza, presenza
scenica e recitazione perfetta. Le sue opere cominciano ad essere di numero
consistente e premiate per le tematiche affrontate. “Noi Pupazzi”, per esempio,
è un’opera incentrata sul razzismo ed è stata premiata “In Scena” a New York.
Oltre alla chitarra, Marco suona vari strumenti e compone musica per i suoi
spettacoli, un 34enne immerso nel mondo della creatività come meglio non si
può.
“La Regola dei Terzi” è
una creazione di una bellezza assoluta, per come si narra, per come viene
accolta, per come penetra l’animo.
L’occasione di scrittura
è tratta da un episodio conosciuto della vita di Robert Capa, un mito
della fotografia di guerra, il solo fotoreporter che riesce a sbarcare in
Normandia con le truppe alleate, il giorno del D-Day. Rifugiatosinella
fattoria di un vecchio contadino siciliano, dopo uno sfortunato lancio col
paracadute al seguito dell'esercito americano, ne risulta un incontro intenso,
rivelatore ed umano. In realtà il vero nome del giovane, raccolto sull’albero,
dove il paracadute l’aveva depositato pieno di lividi ed escoriazioni
sanguinanti, è André Friedmann (Budapest 1913 - Thai Binh, Vietnam, 1954),
ungherese di nascita, di famiglia ebrea e naturalizzato statunitense. I suoi
reportage ci consegnano la documentazione di cinque diversi conflitti bellici:
la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che
seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra
arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).
La storia, che si dipana
nell’ora e più di spettacolo, ha punte estreme di lirismo, di parole dette per
creare attese, per penetrare il disfacimento della maledetta guerra. Due
generazioni a confronto, ognuna con il suo carico doloroso, ognuna con
sospensioni dovute al trascorrere della vita. Provano a capirsi e non senza
difficoltà, per la poca conoscenza della lingua. Il vecchio contadino, sveglio,
attivo, ha di suo la terza rurale, ma se la cava bene, rifacendosi ai gesti
ripetuti della tradizione e gli riesce difficile capire il giovane soldato che
racconta con i suoi scatti il dolore, la sofferenza, anche se è verità. Ad ogni
punto di dialogo si aprono l’uno all’altro, si raccontano, fino a svelarsi
spezzoni significativi della vita. E così Robert gli parla di Gerda Taro,
l’amore della sua vita, la reporter appassionata del suo lavoro, morta durante
la guerra civile spagnola. Il contadino, invece, ricorda i suoi due figli:
Salvatore e Lillino, di cui uno morto al fronte, l’altro disperso in Russia,
senza notizie.
Il racconto procede a
scatti fotografici, se ne sente anche il clic, Leica o Contax, di quelle
usate dal reporter e conservate gelosamente nello zaino. La guerra è sempre
presente nella masseria, bombe e cannoneggiamenti si annunciano, mischiandosi
al più tranquillo raglio dell’asino ed allo starnazzare delle galline e delle
oche, ma il contadino forte della sua autonomia, anzi orgoglioso di come
affronta la guerra da solo, prepara da mangiare, come dire al soldato che chi
si affida alla terra, coltivandola, ha sempre di che sfamarsi.
Anche la musica c’è in
quel posto desolato, viene amplificata da un giradischi a manovella che Robert
scova in un angolo. Le note di Chopin, Tristesse, cantata da Tino Rossi,
invogliano il giovane soldato a danzare trascinando il contadino prima
riottoso, ma una volta avviato, si spreca ad insegnare perfino a giocare a
carte napoletane il soldato.
La guerra con il suo
triste carico si fa sentire nel cuore ferito del contadino, teme di aver perso
anche il secondo figlio, di cui non ha notizie certe, se non lettere accumulate
di cui una non aperta, l’ultima, per conservare la speranza che ne arrivi
un’altra. La paura l’attanaglia e ha un attacco di panico, con febbre e
tremore. Ora tocca a Robert assisterlo e carezzare le sue membra scosse da
brividi e raccogliere i suoi lamenti di sofferenza e paura.
Ed eccoli a nudo i due
uomini, sperduti in una ristretta capanna, l’uno il vero protagonista della
storia, testimone della linea del fronte, a rischio della vita per consegnare
al mondo l’atrocità della guerra; l’altro una persona qualunque, come tanti che
tirano a campare senza che nessuno si ricordi di loro, come dire, “Un Terzo”
che suo malgrado viene oppresso solamente ed ineluttabilmente dagli eventi.
Alla fine incoraggiato da
Capa, a proposito Capa è non solo il nome d’arte, ma anche quello con cui veniva
chiamato in famiglia, dall’ungherese, squalo, il vecchio ed emozionato
contadino, apre l’ultima busta e apprende che suo figlio è vivo e sta tornando
a casa. Sarà di nuovo la vita, la terra, la famiglia, l’amore.
Un clic, partito dalla
Leica, maneggiata con affezione da Capa riprende l’isolano in mezzo alla scena,
felicemente in posa, per lo scatto finale che si è meritato e così a chiudere
l’opera saranno le sue parole ironiche “Fra i due litiganti il terzo muore”. Nel
punto aureo dell’inquadratura è la sua resilienza a fare la storia così come a
Robert ad essere consacrato fotografo di pace.
Mi piace citare John
Steinbeck
Capa sapeva che cosa
cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può
ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a
fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.»
Un lavoro eccellente per
come è stato pensato, scritto e recitato. Marco De Simone, ormai, non
più una promessa artistica, ma una splendida realtà tutta nostrana, che esce dai
confini dell’Italia e si afferma ovunque per il suo ineccepibile talento,
l’augurio che le sue composizioni abbiano sempre successo.
Vincenzo Tota
il cooprotagonista, di questa splendida opera, ha reso magistrale
l’interpretazione. A suo agio nelle vesti di un rurale ha dato il meglio di sé,
sia come impegno fisico che in quello della caratterizzazione del personaggio.
La scena è sua e non potrei vedere nessuno al suo posto.
Marcello Andria ha
diretto in maniera perfetta il lavoro, che si distingue per puntuale precisione
nei suoni, nelle luci e nell’ l’ottima scelta della musica, divenuta contrappunto
naturale al fragore della guerra: Tristesse, su musica di Chopin,
cantata da Tino Rossi,Pensée d’automne, su musica di Massenet,
cantata da Tino Rossi e il tema originale composto da Marco De
Simone.
Francesca Laghezza: scenografia
ricercatae meticolosa. Una chicca diligente: il grammofono a manovella
e tutti gli arnesi per lavorare la terra, in particolare quello per il grano.
Angela Guerra:
costumi completi ed in linea con il lavoro, una conferma ogni volta.
Questo post di sapore scolastico vuole essere un
ripasso veloce, ma utile per sgombrare la mente da input negativi o non
rispondenti alla realtà. Se si usa il metodo della conoscenza si possono
acquisire informazioni, poi ognuno le utilizza secondo coscienza.
ANCORA UNA VOLTA PROVO A FAR LEZIONE, COME HO FATTO IN
CLASSE. QUESTA RICERCA (acquisita nelle parti legislative da: La legge
Spiegata ai bambini e ringrazio per chiarezza) È DEDICATA A TUTTI IMIEI
CARI ALUNNI, ORMAI UOMINI, DONNE E CITTADINI CONSAPEVOLI, PERCHE’ LA SCELTA DI
OGNI COSA PASSI ATTRAVERSO LA CONOSCENZA E SOLO DOPO LA PREFERENZA.
I Poteri dello Stato
I poteri sono 3: legislativo, esecutivo e
giudiziario.
Il potere legislativo è il potere di fare le leggi e
compete al PARLAMENTO.
Il potere esecutivo consiste nel fare applicare le
leggi ed è affidato al GOVERNO.
Il potere giudiziario consiste nel giudicare chi non
rispetta le norme ed è compito della MAGISTRATURA, cioè dei giudici.
Questi tre poteri sono SEPARATI, per evitare
che i tre poteri si concentrino in una sola persona. Sostanziale differenza tra
Democrazia e Dittatura.
La nostra Repubblica è PARLAMENTARE
Cosa fa il Parlamento e da chi è composto?
Il Parlamento è formato dai rappresentanti politici
scelti dal popolo
Il popolo sceglie attraverso il voto chi deve andare
al Parlamento.
Il Parlamento discute e approva le leggi
Il Parlamento è composto da DUE CAMERE: la CAMERA DEI
DEPUTATI e il SENATO DELLA REPUBBLICA.
Entrambe le Camere restano in carica, cioè
esercitano i loro compiti per 5 anni. Le due Camere hanno le stesse funzioni e
gli stessi poteri.
Perché sono due se i loro compiti sono uguali? Perché
è un’ulteriore garanzia per la democrazia.
Le proposte di legge, infatti, vengono analizzate
prima da una Camera e poi dall’altra. Ognuna ha una composizione diversa,
si può essere eletti deputati dai 25 anni compiuti in poi e senatori
dai 40 anni in poi. I cittadini che eleggono i deputati devono avere 18
anni compiuti, mentre per eleggere i senatori devono averne 25.
Le Camere si riuniscono separatamente, ognuna guidata
dal suo Presidente: come ho scritto prima, i deputati si riuniscono a MONTECITORIO
e i senatori a PALAZZO MADAMA, entrambi a Roma. Alcune volte, però, si
riuniscono insieme. Questi casi sono elencati dall’art. 55 della Costituzione.
Le Camere si riuniscono in “seduta comune” per esempio per eleggere il
Presidente della Repubblica e per assistere al suo giuramento di fedeltà alla Repubblica.
Chi può proporre le leggi?
• Il Governo
• Ciascun deputato e senatori
• I Consigli Regionali
• 50.000 cittadini
• il CNEL (Consiglio Nazionale Economia e Lavoro)
Da chi è composto il Governo e quali sono i suoi
compiti?
Il Governo è formato dal Presidente del Consiglio dei
Ministri edai Ministri. Ogni Ministro ha un suo compito: Istruzione,
Salute, Lavoro e politiche sociali, Interno, Difesa, Economia e Finanze,
Giustizia, Beni, attività culturali e turismo, Infrastrutture e Trasporti,
Ambiente, Politiche agricole, alimentari e forestali, Sviluppo economico,
Affari esteri e cooperazione internazionale.
Il Presidente coordina l’attività di tutti i Ministri,
non può imporre la sua volontà e non può sostituirsi ad essi e assicura un
indirizzo unitario all’attività svolta dal Governo. Il Consiglio del Ministri,
elabora il programma di Governo, cioè gli obiettivi da raggiungere. Il Governo
ha sede a Palazzo Chigi, a Roma.
Il Governo può proporre leggi al Parlamento, fa
applicare le leggi, amministra denaro pubblico e prepara il bilancio dello
Stato.
Al Governo è affidato il potere esecutivo ed è
espressione della maggioranza parlamentare, cioè rimane in carica fino a quando
ha la fiducia della maggioranza delle Camere. Il Parlamento, poiché è eletto
dal popolo, ha il potere di sostenere il Governo, mantenerlo in vita e anche
eventualmente cambiarlo. Se infatti le Camere non manifestano più la loro
fiducia verso il Governo, possono farlo cadere. La nostra Repubblica è
parlamentare perché al centro c’è appunto il Parlamento, e si distingue da
quella presidenziale dove il Presidente è sia Capo dello Stato che capo del
Governo.
Seguite il prossimo post che organizzerò nei giorni seguenti
“Tutto fuori
controllo” segue lo spettacolo “Tutto sotto controllo” dello scorso anno,
che Mariano Grillo ha scritto assieme a Lello Marangio, un
prodotto ben congegnato, dove il comico fa entrare tutti, o quasi, i
comportamenti che ci contraddistinguono. L’ironia fa da padrona e pressoché
tutti si riconoscono e ciò gli tributa successo
Entra in scena con una
battuta accattivante, perché, dice, il suo cognome non è rassicurante per come
sono andate le cose in politica. L’allusione è palese, il pubblico intuisce ed
il contatto è stabilito. Così non gli resta che sciorinare, per quasi due ore,
senza sosta e senza risparmiarsi tutto il suo sapere sui temi essenziali della
vita: la politica, la famiglia, divisa da quella di origine per cui i nonni ed
i genitori sono i diversi protagonisti dalla famiglia formata, moglie suocera e
figli. Tra l’altro a fine spettacolo a prendere gli applausi, assieme al padre,
sono apparsi i suoi due pargoli, bellissimi e per niente imbarazzati, un quadretto
familiare piacevolissimo (N.D.R).
Cadono nella rete della
sua comicità i social, i rapporti di coppia, gli avvenimenti particolari, il
conflitto generazionale, in una sola parola, la vita quotidiana.
Vincitore del Premio
Troisi 2022 e del Premio Charlot nel 2021, con uno sketch sul
lockdown, Mariano Grillo ha tutta la capacità e la presenza scenica per
essere tra i comici più affermati del momento.
Interloquisce con
accattivante sicurezza con il pubblico e lo considera suo partner, tanto da
trasformarli da spettatori in attori improvvisati. Quelli del sabato sera, al
debutto, Mariano sarà sul palco anche la domenica, sono stati molto bravi a
reggere lo spettacolo e lui con un colpo di teatro li manda a posto, non prima
di aver regalato un fascio di fiori alla signora. Una carineria da vero
gentlemen e Mariano è anche questo e noi l’abbiamo apprezzato molto. Se tutto è
fuori controllo così, c’è da sperare… per come si va evolvendo la società.
Due serate, alla ripresa
dalle festività natalizie, con Marco Lanzuise in “Non solo Mast”,
scritto e diretto dallo stesso, con la presenza di due giovani comici emergenti:FrancescoDe
Cenzo e Daniele Fiorentino.
Marco Lanzuise
è alla sua prima volta nell’attuale sede del Teatro Ridotto, ma già era venuto
a Salerno nella vecchia ubicazione con i Teandria, un trio di
cabaret con Lello Musella e Rosario Verde, attivo negli anni’90.
Nel 1995 partecipa
al Premio Charlot, ma è nel 1996 che viene premiato da Nino
Mnfredi, all’interno del famoso Premio di Claudio Tortora. Molto
noto come attore, per film e produzioni teatrali, è anche conosciuto per aver
recitato in diverse commedie.
In “Non solo Mast”,
Marco Lanzuise ha raccolto tutti o quasii personaggi che gli hanno dato visibilità e successo, partendo dal Mast
, una figura grottesca di un capo d’azienda per continuare con il ring master del
circo, lo stuntman per scene mortali nei film, agente funerario, impiegato del
banco dei pegni e poi il vecchio, il famoso luminare, il podcast Castagna,
l’onorevole Tracchia e Tony Servillo, quando interpreta la famosa: sciavica, un
condensato d’imprecazioni liberatorie che alleggeriscono le avversità che
colpiscono.
La presenza scenica, la
voce possente, l’interpretazione adeguata dei personaggi e la capacità
linguistica, da intendersi come spaziosità dei lemmi fino dargli significato
altro, nella ricerca dell’effetto risata, sono la caratteristica più ricercata
di Marco Lanzuise e del suo piacevole spettacolo.
Un buon inizio per
affrontare il cammino dell’anno nuovo, con la letizia e la spensieratezza che
tanto ci aiuta.
10 Repliche, 4 a dicembre
e 6 in gennaio, per rappresentare un classico di Raffele Viviani “La Morte di
Carnevale” dove per Carnevale sta il cognome del protagonista e non per la
festa godereccia a cui tutti sono portati a pensare. Una carrellata di
personaggi, 15 per l’esattezza diretti in maniera egregia da Roberto
Nisivoccia. E qui è d’obbligo soffermarsi sul cognome di Roberto, erede
talentuoso di Sandro Nisivoccia, che è stato e lo sarà per sempre “Il Teatro
a Salerno”. Il San Genesio, il luogo di cultoper i tanti attori
della città formatisi alla severa scuola di Sandro e Regina Senatore,
sua moglie, la migliore interprete di tutti i tempi (N.D.S.) di Filumena
Marturano. Insomma, la Storia!
E così, 38 anni fa, fu
messa in scena, La morte di Carnevale, con un cast, tra l’altro, di attrici
virtuose, che partite dal teatro amatoriale, si sono affermate
professionalmente e con successo, come Beatrice Fazi e Autilia Ranieri.
La nuova edizione,
presentata al Piccolo Teatro del Giullare è già diventata un cult, perché ad
interpretare ‘Ndunetta è la gemella di Roberto, i figli unici di
Alessandro e Regina, Pasquale Capuozzi, detto Carnevale per via della
sua mole, è affidata a Tonino Peluso, più noto, almeno per me (N.D.R.)
come commentatore della Salernitana ed a Giovanni Caputo, il nipote
Rafele, bontà del tempo, come 38 anni fa, ha mantenuto il fisico giusto, il
viso giovane e la caratterizzazione performante dei 38 anni passati. Una chicca
tutta da ascoltare, è il commento musicale che per volere del regista, in
questa sua ricerca del tempo perduto e rielaborato il più fedele possibile, è
inviato al pubblico da un nastro, lo stesso degli anni trascorsi, per fare
arrivare agli spettatori, la fedeltà del suono. Roberto, all’epoca era proprio
il tecnico del suono e questa sciccheria se l’è voluta concedere.
“La morte di Carnevale di
Raffaele Viviani è una commedia napoletana che narra la storia di Pasquale
Capuozzi, detto "Carnevale", un vecchio e avaro usuraio che,
sentendosi morire, si gode i preparativi per la sua morte e il conseguente
sperpero di denaro da parte del nipote Raffaele e del vicinato, solo per
scoprire, nel finale esilarante, che era solo una morte apparente La trama si
sviluppa tra equivoci comici, funerali finti, pettegolezzi e lamenti,
mostrando la miseria e i vizi di un quartiere popolare napoletano”
Un impegno corale che ha
dato la sua pregevolezza a tutta l’opera rappresentata e che è risultata legata
dal filo sottile della bravura di ognuno, infatti tutti hanno dato una
caratterizzazione esemplare al personaggio assegnato, non solo per il recitato
ma anche per la fisicità.
Mi piace elencarli tutti:
Anna Scarpetta, Giovanna
Cicalese, Francesco Petti, Giovanni Lopardo, Renato Del Mastro, Maurizio
Barbuto, Fortunata Russo, Rosa Ricciardelli, Ludovica Pecoraro Scanio, Armando
Incolingo, Cristiana Piraino, Mariella Pontrandolfi.
Una menzione a parte va
ad Anna Nisivoccia che si accolla i personaggi e li fa tutt’uno con i
movimenti, la voce, l’espressività e la capacità di dare la sua impronta ad
ogni interpretazione, lei è ‘Ntunetta e nessuna sarà come lei, neppure
ad imitarla. Bravo, bravissimo a Tonino Peluso, mi chiedo da dove l’ha
cacciata quella voce così graffiante, raspante l’orecchio, facendolo apparire
un cupido avaro? E’ pur vero che la voce possente da commentatore davano
avvisaglie…
E poi che dire di Giovanni
Caputo, perfetto, diligente, meticoloso, accurato, scrupoloso per ogni
ruolo assegnatogli, in questo, oltre alla caratterizzazione precisa, è comprensiva
di commozione, anche 38 anni fa il ruolo fu suo. Tanti anni e non sentirli è
solo suo merito per la versione fresca, giovanile e di convincente innamorato.
Ha reso credibile, oltre gli anni, un ruolo che solo un giovane, con energia
vitale può interpretare. Chapeau Giovanni!
Lunga vita teatrale al Teatro
Popolare Salernitano ed Il Sipario di Sandro e Regina