Pagine

giovedì 26 febbraio 2026

Terzo appuntamento al Teatro Festival XS città di Salerno, con la Compagnia Linea di Confine (RM), in " Due donne ed un delitto "


 Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

Escludendo Roberto Belli, il regista e le luci e l’audio, sono tutte donne ad essere impegnate, chi in scena e chi ad allestire, secondo le proprie competenze, lo spettacolo. Il testo ce lo fornisce Valentina Capecci, il che è già una garanzia, per quel che vedremo rappresentato. L’autrice, infatti, è conosciuta come valente autrice di testi per il teatro, per il cinema e per la televisione tra cui: I Cesaroni e Provaci ancora Prof.

Due amiche anzi due ex compagne, a cui la vita ha riservato un destino diverso, si ritrovano, dopo qualche tempo, a sbrogliare una faccenda complicata, in nome dell’antico sodalizio. Carla e Viola, di opposto carattere, sono state unite più per la buona volontà dell’una, Carla, che per l’impegno amicale dell’altra, Viola. Quanto la vita ha dato a piene mani a Viola: un marito avanti nell’età, ma ricco, con villa, servitù, finanche un amante soddisfacente, per sopperire le mancanze del coniuge; tanto ha negato a Carla che si ritrova sola, dopo essere stata lasciata dal compagno, in una casa fatiscente e licenziata dal giornale. La sfortuna si è accanita contro di lei e quella notte si ritrova a bere vino scadente, acquistato al discount e a consumare patatine rancide per calmare la fame. Uno scossone alla porta ed il suo nome vociato a gola spiegata, la risvegliano dal torpore in cui è caduta. Ed eccola, bella elegante, profumata, alta come una gazzella sui suoi tacchi 12, in cerca sicuramente di qualche favore, nonostante dica di essere passata di lì per affetto.

E si capirà di lì a poco di che affetto si tratta

Con una sequenza di battute e conversazione brillante si viene a sapere che Viola si trova nei guai, suo marito è stato ucciso e lei non ha un alibi. Ecco la ragione di tanto affetto nei confronti di Carla e la richiesta di dormire da lei. Al rifiuto iniziale della padrona di casa, oppone una lauta ricompensa, che, data la vita grama, impone qualche riflessione.  Durante la trattativa se accettare o meno l’offerta di Viola, si aggiungeranno tasselli a che la trama risulti più complessa di quanto si possa immaginare. E così si viene a sapere che l’amante di Viola, non è altro che l’ex fidanzato di Carla e che la stessa è stata nella villa dell’amica, inciampando nel morto, per seguire sia l’ex fidanzato, introdotto nella casa in cerca della cassa forte, sia per spiattellare il tradimento di Viola al vecchio marito.

Insomma siamo in piena pochade, con vicende amorose, intrighi e colpi ad effetto noir, che tinge di giallo ogni cosa. Così prima le due amiche si sospettano tra loro, poi è la volta dell’ex di Carla, che avrebbe tradito Viola per soldi, tanti soldi tenuti nascosti in villa. Insomma tutto proposto a ritmo frenetico, a battute divertenti ed originali e sempre citate diligentemente a proposito. La trama non manca di una certa suspence che va dallo scoramento di un delitto, all’euforia del possesso di una cifra considerevole. Ci penserà il finale della rappresentazione a mettere le cose apposto e non è detto che sia come si era sperato.

Lo stile da commedia brillante ha avvantaggiato la recitazione delle due attrici, brave, vivaci, pronte ad interpretare in modo sfavillante le due parti, un po' sopra le righe Viola (Eleonora D’Achille), ma il personaggio l’imponeva e più contenuta, Carla (Sara Colella), tutte e due, però hanno dato il meglio, per mantenere sempre attento il livello del pubblico, fortemente coinvolto dal tumulto di emozioni e sprazzi di grande ilarità.

Il tutto è stato avvolto da una seducente e ricordevole colonna sonora, da Patty Pravo a Litle Tony, da Raffaella Carra ad Ornella Vanoni, da Caterina Caselli a Loredana Bertè

Maria Serritiello

 

Regia: Roberto Belli

Assistente alla Regia: Asia Cesqui

Elementi Scenici: Angela Consalvo

Quadri: Francesca Belcaro

Luci e audio: Renato Barbotti

Voce Radio: Paciullo

 

 



sabato 7 febbraio 2026

In gara con “55 giorni” la Compagnia “Le Colonne” di Sezze (LT) partecipano al Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno

 

Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

Generale dietro la collina ci sta la notte crucca ed assassina e in mezzo al prato c'è una contadina, curva sul tramonto, sembra una bambina, di cinquant’anni e di cinque figli, venuti al mondo come conigli, partiti al mondo come soldati e non ancora tornati…”

Già dalla prime note di “Generale” ad apertura di sipario, la voce tonica di Francesco De Gregorio, con la sua canzone più ricordevole di quegli anni suscita una piena di emozioni e ci riporta nostalgicamente a marzo1978, ai nostri anni ribelli, giovani e coraggiosi. Non così, quegli anni, sono eroici per l’onorevole Aldo Moro, stesso mese, stesso anno, 1978, quanta differenza e quale sofferenza, il suo rapimento e la prigionia per 55 giorni nella capitale.  Non era mai successo che uomini politici fossero rapiti, uccisi sì: Cesare, Abramo Lincon, Jon Fizgerald Kennedy.

Eppure   la vita delle persone comuni continua imperturbabile, si ascolta alla radio la canzone dissacrante di Rino Gaetano, Gianna, vince l’Oscar Wudy Allen con “Io e Anny” e tutto sembra pacificato intorno, nessun pensiero turbolento, era marzo e di lì a poco la primavera avrebbe dato i segni della rinascita dopo il gelo dell’inverno.

Taciuta la canzone, il buio della scena si presenta triste e scarno, 3 uomini ed una donna danno inizio al racconto più lugubre della nostra storia recente e provano, con dovizia di particolari, note precise, elenco di nomi, sentiti e risentiti, a farci rivivere i 55 giorni di prigionia del Presidente Moro.

Prima di addentrarci nel triste racconto è bene richiamare alla mente la figura della statista italiano e da quale gruppo eversivo è stato condannato

Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978). Fu tra i fondatori della Democrazia Cristiana e suo rappresentante nella Costituente, ne divenne dapprima Segretario dal 1959 al 1964 e in seguito Presidente nel 1976. All'interno del partito aderì inizialmente alla corrente dorotea, ma negli anni 1960 assunse una posizione più indipendente formando la corrente morotea. Fu Ministro della giustizia, della Pubblica istruzione e per quattro volte Ministro degli esteri nei governi presieduti da Mariano Rumor ed Emilio Colombo. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di centro-sinistra "organico", promuovendo la cosiddetta strategia dell'attenzione verso il Partito Comunista Italiano, attraverso il compromesso storico e determinò la nascita del Governo Andreotti III (definito il governo della non-sfiducia) sul quale il PCI garantiva l'astensione.

Brigate Rosse

Le Brigate Rosse (BR) sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Di matrice marxista-leninista, è stato il più potente, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale

*N.B. non vi risulti troppo scolastico aver citato notizie, abbiamo la memoria corta per quanto ci è successo, viviamo sempre più con l’hic et nunc, mentre i giovani o non sanno o conoscono per sentito dire.

Ben venga, allora uno spettacolo d’impegno civile, all’IXS, come quello messo su dalla Compagnia “Le Colonne” di Sezze (LT) che ci regala uno spaccato della nostra storia, rivisitata con impegno certosino, nomi, date, personaggi, atmosfera, musica e cuore. “Un piccolo”, dicono loro “contributo alla conoscenza di eventi che hanno condizionato la tenuta democratica del nostro paese”

Il 16 marzo 1978 in Via Fani, Moro fu rapito dai brigatisti, tra cui Morucci, Fiore, Gallinari e Bonisoli e la sua scorta sterminata. I loro nomi, vittime sacrificali, rispondono al nome di: Oreste Leonardi, Maresciallo dei carabinieri e capo scorta di Moro. Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri, autista della vettura di Moro. Giulio Rivera, agente di pubblica sicurezza (polizia). Francesco Zizzi, brigadiere di pubblica sicurezza (polizia). Raffaele Iozzino, agente di pubblica sicurezza (polizia).

La pièce teatrale prosegue lentamente, uguale allo scorrere dei grani di una corona, rivelando le trattative concitate e pressoché inutili, comunicati atti a depistare le ricerche, per salvare la vita del Presidente Moro. Intanto il prigioniero scrive un suo memoriale e i brigatisti altrettanti comunicati, 7 per l’esattezza, a dare notizie altalenanti sulla prigionia del malcapitato.

In tutto questo agitarsi   non si riesce a sapere, forse non si vuole, dove fosse tenuto nascosto e quali erano le intenzioni dei bierrini, qualche nome a caso: Mario Moretti, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono (o Lojacono Baragiola), Alessio Casimirri, Rita Algranati, Prospero Gallinari, Anna Laura Braghet.

Anche PaoloVI, da uomo misericordioso, fa la sua parte e mette a disposizione 10 miliardi per la liberazione.

Ci si chiede se è volontà della politica e dei poteri occulti liberare Moro, ora che i brigatisti, in uno dei comunicati, rivelano che il Presidente è disposto a dire tutto quello che sa, sui segreti di Stato.

Questa prigionia sta diventando sempre più un tribunale d’inquisizione, di giustizia sommaria da parte di uomini con il solo unico scopo di sviluppare la lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Si vuole colpire la DC italiana per lo stato imperialista delle multinazionali e Moro è il bersaglio adatto

La voce pacata del narratore e le entrate in scena dei tre attori, rigorosamente in nero, rafforzano il racconto, intervenendo con vigore nell’esposizione. Un lenzuolo bianco, più simile ad un sudario, come a significare l‘innocenza del personaggio, viene arrotolato lentamente, sprofondando la scena nel buio senza spiraglio di luce e dunque senza salvezza.

Durante la prigionia, Aldo Moro scrive una quantità di lettere ad Andreotti chiedendogli di aiutarlo e accusando la DC di averlo lasciato solo.

Fu inascoltato!

Nel memoriale postumo, Moro dichiarò apertamente che Andreotti   fosse coinvolto con i servizi segreti, di essere unito a giochi di potere, ad interessi internazionali, a potenze straniere, come gli Stati Uniti e la Germania.

Vero o non vero certo è che Moro non fu liberato!

Il lavoro teatrale procede a ritmo incalzante, le notizie si accavallano, come i falsi comunicati, gli appelli, un altro il 21 aprile di Paolo VI, finanche una seduta spiritica, per chiedere a Don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira dove fosse il prigioniero. E poi messaggi cifrati arrivati a persone di riguardo ed a prelati: Il mandarino è marcio e il cane morirà domani. 

È il 5 maggio quando Aldo Moro, avvertendo, ormai la fine, scrive una struggente lettera d’amore, l’ultima della sua vita e val la pena riportarla tutta, il narratore ce la legge non senza commozione:

Mia dolcissima Noretta,

dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.

Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande, grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.

Noretta dolcissima, sono nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo”

È il 9 maggio del 1978 a Roma, quando in una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, fu ritrovato il corpo rannicchiato nel bagagliaio dell’onorevole Aldo Moro La scoperta fu annunciata, con una telefonata dal brigatista Valerio Morucci al professor Franco Tritto, collaboratore di Moro.

Il bianco sudario, che ricopre la scena, adesso ha cambiato il colore in rosso, segno che il sacrificio factum est. Gli attori, 3 uomini ed una donna si portano nel proscenio e ringraziano a quanti, in religioso silenzio, hanno voluto assistere alla cronologia dell’ignobile sequestro che fa parte della nostra storia

Per non dimenticare, si ringrazia la prova teatrale della Compagnia “Le Colonne” di Sezze, una new entry al Festival Nazionale XS città di Salerno, che hanno messo su uno spettacolo superbo.

55 Giorni rivissuti non senza angoscia, raccontati con lucidità e con dovizia di particolari, puntigliosi fino allo stremo. Complimenti a chi ha ricercato e ne ha composto un testo teatrale per testimoniare l’impegno civile e perseverante, Giancarlo Loffarelli. Un bravo se lo meritano gli attori con la loro discreta ma significativa presenza: Emiliano Campoli, Marina Eianti, Marco Zaccarelli e Giancarlo Loffarelli, oltre al testo e la narrazione, anche la regia.

Audio: Armando Di Lenola

Luci: Fabio Di Lenola

Sartoria Maria Teresa Rieti

Non sono passati inosservati alcuni pezzi musicali, oltre il pregevole Generale di Francesco De Gregorio, La Lacrimosa di Mozart e Teresa ha gli occhi secchi di Fabrizio De André.

Maria Serritiello

 www.lapilli.eu












lunedì 2 febbraio 2026

Il XVII Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026 Teatro Genovesi, ha avuto inizio domenica 25 gennaio 2026.


 

Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

Il 17esimo Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026 Teatro Genovesi, ovvero XVI+1 per scaramanzia, è iniziato col botto, presentando, ai fedeli abbonati: La Regola dei terzi di Marco De Simone, il talentuoso e giovane autore, che anche in questa pièce non si è smentito.

Drammaturgo e chitarrista Salernitano, classe1992, ha dalla sua parte intelletto, bellezza, presenza scenica e recitazione perfetta. Le sue opere cominciano ad essere di numero consistente e premiate per le tematiche affrontate. “Noi Pupazzi”, per esempio, è un’opera incentrata sul razzismo ed è stata premiata “In Scena” a New York. Oltre alla chitarra, Marco suona vari strumenti e compone musica per i suoi spettacoli, un 34enne immerso nel mondo della creatività come meglio non si può.

“La Regola dei Terzi” è una creazione di una bellezza assoluta, per come si narra, per come viene accolta, per come penetra l’animo.

L’occasione di scrittura è tratta da un episodio conosciuto della vita di Robert Capa, un mito della fotografia di guerra, il solo fotoreporter che riesce a sbarcare in Normandia con le truppe alleate, il giorno del D-Day. Rifugiatosi nella fattoria di un vecchio contadino siciliano, dopo uno sfortunato lancio col paracadute al seguito dell'esercito americano, ne risulta un incontro intenso, rivelatore ed umano. In realtà il vero nome del giovane, raccolto sull’albero, dove il paracadute l’aveva depositato pieno di lividi ed escoriazioni sanguinanti, è André Friedmann (Budapest 1913 - Thai Binh, Vietnam, 1954), ungherese di nascita, di famiglia ebrea e naturalizzato statunitense. I suoi reportage ci consegnano la documentazione di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).

La storia, che si dipana nell’ora e più di spettacolo, ha punte estreme di lirismo, di parole dette per creare attese, per penetrare il disfacimento della maledetta guerra. Due generazioni a confronto, ognuna con il suo carico doloroso, ognuna con sospensioni dovute al trascorrere della vita. Provano a capirsi e non senza difficoltà, per la poca conoscenza della lingua. Il vecchio contadino, sveglio, attivo, ha di suo la terza rurale, ma se la cava bene, rifacendosi ai gesti ripetuti della tradizione e gli riesce difficile capire il giovane soldato che racconta con i suoi scatti il dolore, la sofferenza, anche se è verità. Ad ogni punto di dialogo si aprono l’uno all’altro, si raccontano, fino a svelarsi spezzoni significativi della vita. E così Robert gli parla di Gerda Taro, l’amore della sua vita, la reporter appassionata del suo lavoro, morta durante la guerra civile spagnola. Il contadino, invece, ricorda i suoi due figli: Salvatore e Lillino, di cui uno morto al fronte, l’altro disperso in Russia, senza notizie.

Il racconto procede a scatti fotografici, se ne sente anche il clic, Leica o Contax, di quelle usate dal reporter e conservate gelosamente nello zaino. La guerra è sempre presente nella masseria, bombe e cannoneggiamenti si annunciano, mischiandosi al più tranquillo raglio dell’asino ed allo starnazzare delle galline e delle oche, ma il contadino forte della sua autonomia, anzi orgoglioso di come affronta la guerra da solo, prepara da mangiare, come dire al soldato che chi si affida alla terra, coltivandola, ha sempre di che sfamarsi.

Anche la musica c’è in quel posto desolato, viene amplificata da un giradischi a manovella che Robert scova in un angolo. Le note di Chopin, Tristesse, cantata da Tino Rossi, invogliano il giovane soldato a danzare trascinando il contadino prima riottoso, ma una volta avviato, si spreca ad insegnare perfino a giocare a carte napoletane il soldato.

La guerra con il suo triste carico si fa sentire nel cuore ferito del contadino, teme di aver perso anche il secondo figlio, di cui non ha notizie certe, se non lettere accumulate di cui una non aperta, l’ultima, per conservare la speranza che ne arrivi un’altra. La paura l’attanaglia e ha un attacco di panico, con febbre e tremore. Ora tocca a Robert assisterlo e carezzare le sue membra scosse da brividi e raccogliere i suoi lamenti di sofferenza e paura.

Ed eccoli a nudo i due uomini, sperduti in una ristretta capanna, l’uno il vero protagonista della storia, testimone della linea del fronte, a rischio della vita per consegnare al mondo l’atrocità della guerra; l’altro una persona qualunque, come tanti che tirano a campare senza che nessuno si ricordi di loro, come dire, “Un Terzo” che suo malgrado viene oppresso solamente ed ineluttabilmente dagli eventi.

Alla fine incoraggiato da Capa, a proposito Capa è non solo il nome d’arte, ma anche quello con cui veniva chiamato in famiglia, dall’ungherese, squalo, il vecchio ed emozionato contadino, apre l’ultima busta e apprende che suo figlio è vivo e sta tornando a casa. Sarà di nuovo la vita, la terra, la famiglia, l’amore.

Un clic, partito dalla Leica, maneggiata con affezione da Capa riprende l’isolano in mezzo alla scena, felicemente in posa, per lo scatto finale che si è meritato e così a chiudere l’opera saranno le sue parole ironiche “Fra i due litiganti il terzo muore”. Nel punto aureo dell’inquadratura è la sua resilienza a fare la storia così come a Robert ad essere consacrato fotografo di pace.

Mi piace citare John Steinbeck

Capa sapeva che cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.»

Un lavoro eccellente per come è stato pensato, scritto e recitato. Marco De Simone, ormai, non più una promessa artistica, ma una splendida realtà tutta nostrana, che esce dai confini dell’Italia e si afferma ovunque per il suo ineccepibile talento, l’augurio che le sue composizioni abbiano sempre successo.

Vincenzo Tota il cooprotagonista, di questa splendida opera, ha reso magistrale l’interpretazione. A suo agio nelle vesti di un rurale ha dato il meglio di sé, sia come impegno fisico che in quello della caratterizzazione del personaggio. La scena è sua e non potrei vedere nessuno al suo posto.

Marcello Andria ha diretto in maniera perfetta il lavoro, che si distingue per puntuale precisione nei suoni, nelle luci e nell’ l’ottima scelta della musica, divenuta contrappunto naturale al fragore della guerra: Tristesse, su musica di Chopin, cantata da Tino Rossi, Pensée d’automne, su musica di Massenet, cantata da Tino Rossi e il tema originale composto da Marco De Simone.

Francesca Laghezza: scenografia ricercata e meticolosa. Una chicca diligente: il grammofono a manovella e tutti gli arnesi per lavorare la terra, in particolare quello per il grano.

Angela Guerra: costumi completi ed in linea con il lavoro, una conferma ogni volta.

Maria Serritiello

www.lapilli.eu