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lunedì 2 febbraio 2026

Il XVII Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026 Teatro Genovesi, ha avuto inizio domenica 25 gennaio 2026.


 

Fonte:www.lapilli.eu

di Maria Serritiello

Il 17esimo Festival Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026 Teatro Genovesi, ovvero XVI+1 per scaramanzia, è iniziato col botto, presentando, ai fedeli abbonati: La Regola dei terzi di Marco De Simone, il talentuoso e giovane autore, che anche in questa pièce non si è smentito.

Drammaturgo e chitarrista Salernitano, classe1992, ha dalla sua parte intelletto, bellezza, presenza scenica e recitazione perfetta. Le sue opere cominciano ad essere di numero consistente e premiate per le tematiche affrontate. “Noi Pupazzi”, per esempio, è un’opera incentrata sul razzismo ed è stata premiata “In Scena” a New York. Oltre alla chitarra, Marco suona vari strumenti e compone musica per i suoi spettacoli, un 34enne immerso nel mondo della creatività come meglio non si può.

“La Regola dei Terzi” è una creazione di una bellezza assoluta, per come si narra, per come viene accolta, per come penetra l’animo.

L’occasione di scrittura è tratta da un episodio conosciuto della vita di Robert Capa, un mito della fotografia di guerra, il solo fotoreporter che riesce a sbarcare in Normandia con le truppe alleate, il giorno del D-Day. Rifugiatosi nella fattoria di un vecchio contadino siciliano, dopo uno sfortunato lancio col paracadute al seguito dell'esercito americano, ne risulta un incontro intenso, rivelatore ed umano. In realtà il vero nome del giovane, raccolto sull’albero, dove il paracadute l’aveva depositato pieno di lividi ed escoriazioni sanguinanti, è André Friedmann (Budapest 1913 - Thai Binh, Vietnam, 1954), ungherese di nascita, di famiglia ebrea e naturalizzato statunitense. I suoi reportage ci consegnano la documentazione di cinque diversi conflitti bellici: la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).

La storia, che si dipana nell’ora e più di spettacolo, ha punte estreme di lirismo, di parole dette per creare attese, per penetrare il disfacimento della maledetta guerra. Due generazioni a confronto, ognuna con il suo carico doloroso, ognuna con sospensioni dovute al trascorrere della vita. Provano a capirsi e non senza difficoltà, per la poca conoscenza della lingua. Il vecchio contadino, sveglio, attivo, ha di suo la terza rurale, ma se la cava bene, rifacendosi ai gesti ripetuti della tradizione e gli riesce difficile capire il giovane soldato che racconta con i suoi scatti il dolore, la sofferenza, anche se è verità. Ad ogni punto di dialogo si aprono l’uno all’altro, si raccontano, fino a svelarsi spezzoni significativi della vita. E così Robert gli parla di Gerda Taro, l’amore della sua vita, la reporter appassionata del suo lavoro, morta durante la guerra civile spagnola. Il contadino, invece, ricorda i suoi due figli: Salvatore e Lillino, di cui uno morto al fronte, l’altro disperso in Russia, senza notizie.

Il racconto procede a scatti fotografici, se ne sente anche il clic, Leica o Contax, di quelle usate dal reporter e conservate gelosamente nello zaino. La guerra è sempre presente nella masseria, bombe e cannoneggiamenti si annunciano, mischiandosi al più tranquillo raglio dell’asino ed allo starnazzare delle galline e delle oche, ma il contadino forte della sua autonomia, anzi orgoglioso di come affronta la guerra da solo, prepara da mangiare, come dire al soldato che chi si affida alla terra, coltivandola, ha sempre di che sfamarsi.

Anche la musica c’è in quel posto desolato, viene amplificata da un giradischi a manovella che Robert scova in un angolo. Le note di Chopin, Tristesse, cantata da Tino Rossi, invogliano il giovane soldato a danzare trascinando il contadino prima riottoso, ma una volta avviato, si spreca ad insegnare perfino a giocare a carte napoletane il soldato.

La guerra con il suo triste carico si fa sentire nel cuore ferito del contadino, teme di aver perso anche il secondo figlio, di cui non ha notizie certe, se non lettere accumulate di cui una non aperta, l’ultima, per conservare la speranza che ne arrivi un’altra. La paura l’attanaglia e ha un attacco di panico, con febbre e tremore. Ora tocca a Robert assisterlo e carezzare le sue membra scosse da brividi e raccogliere i suoi lamenti di sofferenza e paura.

Ed eccoli a nudo i due uomini, sperduti in una ristretta capanna, l’uno il vero protagonista della storia, testimone della linea del fronte, a rischio della vita per consegnare al mondo l’atrocità della guerra; l’altro una persona qualunque, come tanti che tirano a campare senza che nessuno si ricordi di loro, come dire, “Un Terzo” che suo malgrado viene oppresso solamente ed ineluttabilmente dagli eventi.

Alla fine incoraggiato da Capa, a proposito Capa è non solo il nome d’arte, ma anche quello con cui veniva chiamato in famiglia, dall’ungherese, squalo, il vecchio ed emozionato contadino, apre l’ultima busta e apprende che suo figlio è vivo e sta tornando a casa. Sarà di nuovo la vita, la terra, la famiglia, l’amore.

Un clic, partito dalla Leica, maneggiata con affezione da Capa riprende l’isolano in mezzo alla scena, felicemente in posa, per lo scatto finale che si è meritato e così a chiudere l’opera saranno le sue parole ironiche “Fra i due litiganti il terzo muore”. Nel punto aureo dell’inquadratura è la sua resilienza a fare la storia così come a Robert ad essere consacrato fotografo di pace.

Mi piace citare John Steinbeck

Capa sapeva che cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.»

Un lavoro eccellente per come è stato pensato, scritto e recitato. Marco De Simone, ormai, non più una promessa artistica, ma una splendida realtà tutta nostrana, che esce dai confini dell’Italia e si afferma ovunque per il suo ineccepibile talento, l’augurio che le sue composizioni abbiano sempre successo.

Vincenzo Tota il cooprotagonista, di questa splendida opera, ha reso magistrale l’interpretazione. A suo agio nelle vesti di un rurale ha dato il meglio di sé, sia come impegno fisico che in quello della caratterizzazione del personaggio. La scena è sua e non potrei vedere nessuno al suo posto.

Marcello Andria ha diretto in maniera perfetta il lavoro, che si distingue per puntuale precisione nei suoni, nelle luci e nell’ l’ottima scelta della musica, divenuta contrappunto naturale al fragore della guerra: Tristesse, su musica di Chopin, cantata da Tino Rossi, Pensée d’automne, su musica di Massenet, cantata da Tino Rossi e il tema originale composto da Marco De Simone.

Francesca Laghezza: scenografia ricercata e meticolosa. Una chicca diligente: il grammofono a manovella e tutti gli arnesi per lavorare la terra, in particolare quello per il grano.

Angela Guerra: costumi completi ed in linea con il lavoro, una conferma ogni volta.

Maria Serritiello

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