Escludendo Roberto
Belli, il regista e le luci e l’audio, sono tutte donne ad essere impegnate,
chi in scena e chi ad allestire, secondo le proprie competenze, lo spettacolo.
Il testo ce lo fornisce Valentina Capecci, il che è già una garanzia,
per quel che vedremo rappresentato. L’autrice, infatti, è conosciuta come
valente autrice di testi per il teatro, per il cinema e per la televisione
tra cui: I Cesaroni e Provaci ancora Prof.
Due amiche anzi due ex
compagne, a cui la vita ha riservato un destino diverso, si ritrovano, dopo
qualche tempo, a sbrogliare una faccenda complicata, in nome dell’antico
sodalizio. Carla e Viola, di opposto carattere, sono state unite più per la
buona volontà dell’una, Carla, che per l’impegno amicale dell’altra, Viola.
Quanto la vita ha dato a piene mani a Viola: un marito avanti nell’età, ma
ricco, con villa, servitù, finanche un amante soddisfacente, per sopperire le
mancanze del coniuge; tanto ha negato a Carla che si ritrova sola, dopo essere
stata lasciata dal compagno, in una casa fatiscente e licenziata dal giornale.
La sfortuna si è accanita contro di lei e quella notte si ritrova a bere vino
scadente, acquistato al discount e a consumare patatine rancide per calmare la
fame. Uno scossone alla porta ed il suo nome vociato a gola spiegata, la
risvegliano dal torpore in cui è caduta. Ed eccola, bella elegante, profumata,
alta come una gazzella sui suoi tacchi 12, in cerca sicuramente di qualche
favore, nonostante dica di essere passata di lì per affetto.
E si capirà di lì a poco
di che affetto si tratta
Con una sequenza di
battute e conversazione brillante si viene a sapere che Viola si trova nei
guai, suo marito è stato ucciso e lei non ha un alibi. Ecco la ragione di tanto
affetto nei confronti di Carla e la richiesta di dormire da lei. Al rifiuto
iniziale della padrona di casa, oppone una lauta ricompensa, che, data la vita
grama, impone qualche riflessione.Durante la trattativa se accettare o meno l’offerta di Viola, si
aggiungeranno tasselli a che la trama risulti più complessa di quanto si possa
immaginare. E così si viene a sapere che l’amante di Viola, non è altro che
l’ex fidanzato di Carla e che la stessa è stata nella villa dell’amica,
inciampando nel morto, per seguire sia l’ex fidanzato, introdotto nella casa in
cerca della cassa forte, sia per spiattellare il tradimento di Viola al vecchio
marito.
Insomma siamo in piena
pochade, con vicende amorose, intrighi e colpi ad effetto noir, che tinge di
giallo ogni cosa. Così prima le due amiche si sospettano tra loro, poi è la
volta dell’ex di Carla, che avrebbe tradito Viola per soldi, tanti soldi tenuti
nascosti in villa. Insomma tutto proposto a ritmo frenetico, a battute
divertenti ed originali e sempre citate diligentemente a proposito. La trama
non manca di una certa suspence che va dallo scoramento di un delitto,
all’euforia del possesso di una cifra considerevole. Ci penserà il finale della
rappresentazione a mettere le cose apposto e non è detto che sia come si era
sperato.
Lo stile da commedia
brillante ha avvantaggiato la recitazione delle due attrici, brave, vivaci,
pronte ad interpretare in modo sfavillante le due parti, un po' sopra le righe
Viola (Eleonora D’Achille), ma il personaggio l’imponeva e più
contenuta, Carla (Sara Colella), tutte e due, però hanno dato il meglio,
per mantenere sempre attento il livello del pubblico, fortemente coinvolto dal
tumulto di emozioni e sprazzi di grande ilarità.
Il tutto è stato avvolto
da una seducente e ricordevole colonna sonora, da Patty Pravo a Litle Tony,
da Raffaella Carra ad Ornella Vanoni, da Caterina Caselli a Loredana Bertè
“Generale dietro la
collina ci sta la notte crucca ed assassina e in mezzo al prato c'è una
contadina, curva sul tramonto, sembra una bambina, di cinquant’anni e di cinque
figli, venuti al mondo come conigli, partiti al mondo come soldati e non ancora
tornati…”
Già dalla prime note di “Generale”
ad apertura di sipario, la voce tonica di Francesco De Gregorio, con la sua
canzone più ricordevole di quegli anni suscita una piena di emozioni e ci
riporta nostalgicamente a marzo1978, ai nostri anni ribelli, giovani e
coraggiosi. Non così, quegli anni, sono eroici per l’onorevole Aldo Moro,
stesso mese, stesso anno, 1978, quanta differenza e quale sofferenza, il suo
rapimento e la prigionia per 55 giorni nella capitale. Non era mai successo che uomini politici
fossero rapiti, uccisi sì: Cesare, Abramo Lincon, Jon Fizgerald Kennedy.
Eppure la vita
delle persone comuni continua imperturbabile, si ascolta alla radio la canzone
dissacrante di Rino Gaetano, Gianna, vince l’Oscar Wudy Allen con “Io e Anny” e
tutto sembra pacificato intorno, nessun pensiero turbolento, era marzo e di lì
a poco la primavera avrebbe dato i segni della rinascita dopo il gelo
dell’inverno.
Taciuta la canzone, il
buio della scena si presenta triste e scarno, 3 uomini ed una donna danno
inizio al racconto più lugubre della nostra storia recente e provano, con
dovizia di particolari, note precise, elenco di nomi, sentiti e risentiti, a
farci rivivere i 55 giorni di prigionia del Presidente Moro.
Prima di addentrarci nel
triste racconto è bene richiamare alla mente la figura della statista italiano
e da quale gruppo eversivo è stato condannato
Aldo Romeo Luigi Moro
(Maglie, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978). Fu tra i fondatori della
Democrazia Cristiana e suo rappresentante nella Costituente, ne divenne
dapprima Segretario dal 1959 al 1964 e in seguito Presidente nel 1976. All'interno
del partito aderì inizialmente alla corrente dorotea, ma negli anni 1960
assunse una posizione più indipendente formando la corrente morotea. Fu
Ministro della giustizia, della Pubblica istruzione e per quattro volte
Ministro degli esteri nei governi presieduti da Mariano Rumor ed Emilio
Colombo. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di
centro-sinistra "organico", promuovendo la cosiddetta strategia
dell'attenzione verso il Partito Comunista Italiano, attraverso il compromesso
storico e determinò la nascita del Governo Andreotti III (definito il governo
della non-sfiducia) sul quale il PCI garantiva l'astensione.
Brigate Rosse
Le Brigate Rosse (BR)
sono state un'organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra
costituitasi nel 1970 per propagandare e sviluppare la lotta armata
rivoluzionaria per il comunismo. Di matrice marxista-leninista, è stato il più
potente, il più numeroso e il più longevo gruppo terroristico di sinistra del
secondo dopoguerra esistente in Europa occidentale
*N.B. non vi risulti
troppo scolastico aver citato notizie, abbiamo la memoria corta per quanto ci è
successo, viviamo sempre più con l’hic et nunc, mentre i giovani o non sanno o
conoscono per sentito dire.
Ben venga, allora uno
spettacolo d’impegno civile, all’IXS, come quello messo su dalla Compagnia “Le
Colonne” di Sezze (LT) che ci regala uno spaccato della nostra storia,
rivisitata con impegno certosino, nomi, date, personaggi, atmosfera, musica e cuore.
“Un piccolo”, dicono loro “contributo alla conoscenza di eventi che hanno
condizionato la tenuta democratica del nostro paese”
Il 16 marzo 1978 in Via
Fani, Moro fu rapito dai brigatisti, tra cui Morucci, Fiore,
Gallinari e Bonisoli e la sua scorta sterminata. I loro nomi, vittime
sacrificali, rispondono al nome di:Oreste Leonardi,
Maresciallo dei carabinieri e capo scorta di Moro. Domenico Ricci, appuntato
dei carabinieri, autista della vettura di Moro. Giulio Rivera, agente di
pubblica sicurezza (polizia). Francesco Zizzi, brigadiere di pubblica sicurezza
(polizia). Raffaele Iozzino, agente di pubblica sicurezza (polizia).
La pièce teatrale
prosegue lentamente, uguale allo scorrere dei grani di una corona, rivelando le
trattative concitate e pressoché inutili, comunicati atti a depistare le
ricerche, per salvare la vita del Presidente Moro. Intanto il prigioniero
scrive un suo memoriale e i brigatisti altrettanti comunicati, 7 per
l’esattezza, a dare notizie altalenanti sulla prigionia del malcapitato.
In tutto questo agitarsi non si
riesce a sapere, forse non si vuole, dove fosse tenuto nascosto e quali erano
le intenzioni dei bierrini, qualche nome a caso: Mario Moretti, Valerio
Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Alvaro Lojacono (o Lojacono
Baragiola), Alessio Casimirri, Rita Algranati, Prospero Gallinari, Anna Laura
Braghet.
Anche PaoloVI, da
uomo misericordioso, fa la sua parte e mette a disposizione 10 miliardi per la
liberazione.
Ci si chiede se è volontà
della politica e dei poteri occulti liberare Moro, ora che i brigatisti, in uno
dei comunicati, rivelano che il Presidente è disposto a dire tutto quello che
sa, sui segreti di Stato.
Questa prigionia sta
diventando sempre più un tribunale d’inquisizione, di giustizia sommaria da
parte di uomini con il solo unico scopo di sviluppare la lotta armata
rivoluzionaria per il comunismo. Si vuole colpire la DC italiana per lo stato
imperialista delle multinazionali e Moro è il bersaglio adatto
La voce pacata del narratore
e le entrate in scena dei tre attori, rigorosamente in nero, rafforzano il
racconto, intervenendo con vigore nell’esposizione. Un lenzuolo bianco, più
simile ad un sudario, come a significare l‘innocenza del personaggio, viene
arrotolato lentamente, sprofondando la scena nel buio senza spiraglio di luce e
dunque senza salvezza.
Durante la prigionia, Aldo
Moro scrive una quantità di lettere ad Andreotti chiedendogli di aiutarlo e
accusando la DC di averlo lasciato solo.
Fu inascoltato!
Nel memoriale postumo,
Moro dichiarò apertamente che Andreotti fosse coinvolto con i servizi segreti, di
essere unito a giochi di potere, ad interessi internazionali, a potenze
straniere, come gli Stati Uniti e la Germania.
Vero o non vero certo è
che Moro non fu liberato!
Il lavoro teatrale
procede a ritmo incalzante, le notizie si accavallano, come i falsi comunicati,
gli appelli, un altro il 21 aprile di Paolo VI, finanche una seduta spiritica, per
chiedere a Don Luigi Sturzo e Giorgio La Pira dove fosse il prigioniero. E poi
messaggi cifrati arrivati a persone di riguardo ed a prelati: Il mandarino è
marcio e il cane morirà domani.
È il 5 maggio quando Aldo
Moro, avvertendo, ormai la fine, scrive una struggente lettera d’amore,
l’ultima della sua vita e val la pena riportarla tutta, il narratore ce la
legge non senza commozione:
“Mia dolcissima
Noretta,
dopo un momento di
esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si
veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso
di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade
sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel
definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo
di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati
in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli.
Vorrei restasse ben
chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile
comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale
medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma
non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o
preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero
dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è
tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza
infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande, grande
carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel
mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in
una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici,
che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti,
volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa
tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova
assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti
ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di
un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si
vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con
te e tienimi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto anto Luca) Anna
Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che
hanno fatto. Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta. Il Papa ha
fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.
Noretta dolcissima, sono
nelle mani di Dio e tue. Prega per me, ricordami soavemente. Carezza i piccoli
dolcissimi, tutti. Che Iddio vi aiuti tutti. Un bacio di amore a tutti. Aldo”
È il 9 maggio del 1978 a
Roma, quando in una Renault 4 rossa, parcheggiata in via Caetani, fu ritrovato
il corpo rannicchiato nel bagagliaio dell’onorevole Aldo Moro La scoperta fu annunciata,
con una telefonata dal brigatista Valerio Morucci al professor Franco Tritto,
collaboratore di Moro.
Il bianco sudario, che
ricopre la scena, adesso ha cambiato il colore in rosso, segno che il
sacrificio factum est. Gli attori, 3 uomini ed una donna si portano nel
proscenio e ringraziano a quanti, in religioso silenzio, hanno voluto assistere
alla cronologia dell’ignobile sequestro che fa parte della nostra storia
Per non dimenticare, si
ringrazia la prova teatrale della Compagnia “Le Colonne” di Sezze, una
new entry al Festival Nazionale XS città di Salerno, che hanno messo su
uno spettacolo superbo.
55 Giorni
rivissuti non senza angoscia, raccontati con lucidità e con dovizia di
particolari, puntigliosi fino allo stremo. Complimenti a chi ha ricercato e ne
ha composto un testo teatrale per testimoniare l’impegno civile e perseverante,
Giancarlo Loffarelli. Un bravo se lo meritano gli attori con la loro
discreta ma significativa presenza: Emiliano Campoli, Marina Eianti, Marco
Zaccarelli e Giancarlo Loffarelli, oltre al testo e la narrazione, anche la
regia.
Audio: Armando Di Lenola
Luci: Fabio Di Lenola
Sartoria Maria Teresa
Rieti
Non sono passati
inosservati alcuni pezzi musicali, oltre il pregevole Generale di Francesco
De Gregorio, La Lacrimosa di Mozart e Teresa ha gli occhi secchi di
Fabrizio De André.
Il 17esimo Festival
Nazionale Teatro XS Città di Salerno 2026Teatro Genovesi, ovvero
XVI+1 per scaramanzia, è iniziato col botto, presentando, ai fedeli abbonati: La
Regola dei terzi di Marco De Simone, il talentuoso e giovane autore, che
anche in questa pièce non si è smentito.
Drammaturgo e chitarrista
Salernitano, classe1992, ha dalla sua parte intelletto, bellezza, presenza
scenica e recitazione perfetta. Le sue opere cominciano ad essere di numero
consistente e premiate per le tematiche affrontate. “Noi Pupazzi”, per esempio,
è un’opera incentrata sul razzismo ed è stata premiata “In Scena” a New York.
Oltre alla chitarra, Marco suona vari strumenti e compone musica per i suoi
spettacoli, un 34enne immerso nel mondo della creatività come meglio non si
può.
“La Regola dei Terzi” è
una creazione di una bellezza assoluta, per come si narra, per come viene
accolta, per come penetra l’animo.
L’occasione di scrittura
è tratta da un episodio conosciuto della vita di Robert Capa, un mito
della fotografia di guerra, il solo fotoreporter che riesce a sbarcare in
Normandia con le truppe alleate, il giorno del D-Day. Rifugiatosinella
fattoria di un vecchio contadino siciliano, dopo uno sfortunato lancio col
paracadute al seguito dell'esercito americano, ne risulta un incontro intenso,
rivelatore ed umano. In realtà il vero nome del giovane, raccolto sull’albero,
dove il paracadute l’aveva depositato pieno di lividi ed escoriazioni
sanguinanti, è André Friedmann (Budapest 1913 - Thai Binh, Vietnam, 1954),
ungherese di nascita, di famiglia ebrea e naturalizzato statunitense. I suoi
reportage ci consegnano la documentazione di cinque diversi conflitti bellici:
la guerra civile spagnola (1936-1939), la seconda guerra sino-giapponese (che
seguì nel 1938), la seconda guerra mondiale (1941-1945), la guerra
arabo-israeliana (1948) e la prima guerra d'Indocina (1954).
La storia, che si dipana
nell’ora e più di spettacolo, ha punte estreme di lirismo, di parole dette per
creare attese, per penetrare il disfacimento della maledetta guerra. Due
generazioni a confronto, ognuna con il suo carico doloroso, ognuna con
sospensioni dovute al trascorrere della vita. Provano a capirsi e non senza
difficoltà, per la poca conoscenza della lingua. Il vecchio contadino, sveglio,
attivo, ha di suo la terza rurale, ma se la cava bene, rifacendosi ai gesti
ripetuti della tradizione e gli riesce difficile capire il giovane soldato che
racconta con i suoi scatti il dolore, la sofferenza, anche se è verità. Ad ogni
punto di dialogo si aprono l’uno all’altro, si raccontano, fino a svelarsi
spezzoni significativi della vita. E così Robert gli parla di Gerda Taro,
l’amore della sua vita, la reporter appassionata del suo lavoro, morta durante
la guerra civile spagnola. Il contadino, invece, ricorda i suoi due figli:
Salvatore e Lillino, di cui uno morto al fronte, l’altro disperso in Russia,
senza notizie.
Il racconto procede a
scatti fotografici, se ne sente anche il clic, Leica o Contax, di quelle
usate dal reporter e conservate gelosamente nello zaino. La guerra è sempre
presente nella masseria, bombe e cannoneggiamenti si annunciano, mischiandosi
al più tranquillo raglio dell’asino ed allo starnazzare delle galline e delle
oche, ma il contadino forte della sua autonomia, anzi orgoglioso di come
affronta la guerra da solo, prepara da mangiare, come dire al soldato che chi
si affida alla terra, coltivandola, ha sempre di che sfamarsi.
Anche la musica c’è in
quel posto desolato, viene amplificata da un giradischi a manovella che Robert
scova in un angolo. Le note di Chopin, Tristesse, cantata da Tino Rossi,
invogliano il giovane soldato a danzare trascinando il contadino prima
riottoso, ma una volta avviato, si spreca ad insegnare perfino a giocare a
carte napoletane il soldato.
La guerra con il suo
triste carico si fa sentire nel cuore ferito del contadino, teme di aver perso
anche il secondo figlio, di cui non ha notizie certe, se non lettere accumulate
di cui una non aperta, l’ultima, per conservare la speranza che ne arrivi
un’altra. La paura l’attanaglia e ha un attacco di panico, con febbre e
tremore. Ora tocca a Robert assisterlo e carezzare le sue membra scosse da
brividi e raccogliere i suoi lamenti di sofferenza e paura.
Ed eccoli a nudo i due
uomini, sperduti in una ristretta capanna, l’uno il vero protagonista della
storia, testimone della linea del fronte, a rischio della vita per consegnare
al mondo l’atrocità della guerra; l’altro una persona qualunque, come tanti che
tirano a campare senza che nessuno si ricordi di loro, come dire, “Un Terzo”
che suo malgrado viene oppresso solamente ed ineluttabilmente dagli eventi.
Alla fine incoraggiato da
Capa, a proposito Capa è non solo il nome d’arte, ma anche quello con cui veniva
chiamato in famiglia, dall’ungherese, squalo, il vecchio ed emozionato
contadino, apre l’ultima busta e apprende che suo figlio è vivo e sta tornando
a casa. Sarà di nuovo la vita, la terra, la famiglia, l’amore.
Un clic, partito dalla
Leica, maneggiata con affezione da Capa riprende l’isolano in mezzo alla scena,
felicemente in posa, per lo scatto finale che si è meritato e così a chiudere
l’opera saranno le sue parole ironiche “Fra i due litiganti il terzo muore”. Nel
punto aureo dell’inquadratura è la sua resilienza a fare la storia così come a
Robert ad essere consacrato fotografo di pace.
Mi piace citare John
Steinbeck
Capa sapeva che cosa
cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può
ritrarre la guerra, perché è soprattutto un'emozione. Ma lui è riuscito a
fotografare quell'emozione conoscendola da vicino.»
Un lavoro eccellente per
come è stato pensato, scritto e recitato. Marco De Simone, ormai, non
più una promessa artistica, ma una splendida realtà tutta nostrana, che esce dai
confini dell’Italia e si afferma ovunque per il suo ineccepibile talento,
l’augurio che le sue composizioni abbiano sempre successo.
Vincenzo Tota
il cooprotagonista, di questa splendida opera, ha reso magistrale
l’interpretazione. A suo agio nelle vesti di un rurale ha dato il meglio di sé,
sia come impegno fisico che in quello della caratterizzazione del personaggio.
La scena è sua e non potrei vedere nessuno al suo posto.
Marcello Andria ha
diretto in maniera perfetta il lavoro, che si distingue per puntuale precisione
nei suoni, nelle luci e nell’ l’ottima scelta della musica, divenuta contrappunto
naturale al fragore della guerra: Tristesse, su musica di Chopin,
cantata da Tino Rossi,Pensée d’automne, su musica di Massenet,
cantata da Tino Rossi e il tema originale composto da Marco De
Simone.
Francesca Laghezza: scenografia
ricercatae meticolosa. Una chicca diligente: il grammofono a manovella
e tutti gli arnesi per lavorare la terra, in particolare quello per il grano.
Angela Guerra:
costumi completi ed in linea con il lavoro, una conferma ogni volta.