Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello
Il mare sciaborda e
salsedine e freschezza si attaccano al corpo, il garrito rauco del gabbiano
volteggia e sfiora la testa, in lontananza una sirena lancia richiami e la nave
Virginian s’avvicina al porto, Questo l’inizio, attraverso i sensi, di Novecento,
il monologo teatrale scritto da Alessandro Baricco, nel 1994 per
Eugenio Allegri. D’allora in poi il racconto è uno dei pezzi teatrali, il
più sublime, un tempo narrativo veloce, comprensibile e particolare
La scena è scarna,
solida, di legno al naturale, con una serie di piccoli scanni sparsi, che di
volta in volta rappresentano sagome di personaggi raccontati, due sacchi di
iuta ed una lanterna completano l’immagine fissa.
“Succedeva sempre che a
un certo punto uno alzava la testa... e la vedeva. È una cosa difficile da
capire. Voglio dire... Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi
in viaggio, emigranti, e gente strana, e noi... Eppure c'era sempre uno, uno
solo, uno che per primo... la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o
passeggiando, semplicemente, sul ponte... magari era lì che si stava
aggiustando i pantaloni... alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso
il mare... e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov'era, gli partiva il cuore
a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di
noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l'America”.
L’incipit preciso e tutta
la trama del racconto sono affidati, a colpi di ricordi, ad un trombettista,
tale Tim Tooney, che, per sfuggire alla miseria e ad una vita grama,
accetta l’ingaggio sul transatlantico Virginian, per rallegrare le serate dei
passeggeri. Su quella nave oltre a sbarcare il lunario conosce Novecento, la
leggenda della musica e gli resta affezionato. Il nome per intero di questo
fuoriclasse, però, è: Danny Boodman T.D.
Lemon Novecento, nel quale si abbina il nome del fochista nero che lo
adotta, più l’anno nel quale è stato trovato, Novecento, per l’appunto. Danny
Boodman, senza pensarci su, lo crescerà come padre amorevole, il suo vecchio
cuore si scoglie quando lo trova abbandonato, scesi tutti i passeggeri, sul pianoforte
nero e lucido della prima classe, sistemato in una misera scatola di limoni e avvolto
in una copertina, senza uno scritto di accompagnamento. Tutto l’equipaggio lo
accoglie con calore, pur temendo che quell’adozione non sia regolare, ma l’uomo,
a chi glielo ricorda, risponde, con un’alzata di spalle “In culo alle regole”.
Per 8 anni gli insegna tutto quello che può della vita, circoscritta al
transatlantico e non lasciandolo mai scendere a terra, nel timore di perderlo.
Poi un triste giorno la morte pone il dilemma di che farne del piccolo
Novecento, sicuramente sbarcarlo e affidarlo a mani competenti, ma il piccolo,
avvertito il pericolo, si nasconde senza farsi trovare se non dopo che lil
transatlantico ha preso il largo. Gli
anni passano e la nave diviene la sua casa e la sua esistenza ed è lì che lo
trova Tim
Tooney nel 1927 restandogli amico per tutta la vita. Tutto
quello che sappiamo di Novecento, infatti, lo dobbiamo a lui, per esempio della
sua bravura al pianoforte senza che nessuno gliel’abbia mai insegnato, della
sua mitezza di carattere, del suo credere nella bontà altrui e del suo
realizzarsi in maniera totale con la musica. Pensieri e desideri semplici, di
un uomo vissuto a stretto contatto con il proprio io e con temi musicali scelti,
colonna sonora della propria vita.
Quando Novecento sfiora i
tasti, senza mai spostarsi dal Virginian, conosce luoghi e vive esperienze
appaganti, riuscendo incredibilmente a vivere ogni viaggio, ogni luogo ed ogni
sensazione, le stesse che sente raccontare dai passeggeri del piroscafo, testimoniando,
poi, di conoscere luoghi senza averli mai visitati. Vive momenti esaltanti ed accetta
e vince un duello musicale con il famoso pianista Jelly Roll Morton, presunto
"inventore del jazz", conosciuto per i suoi modi poco rispettosi, nessuno
crede, possa saper suonare meglio di lui. Novecento senza sforzo alcuno, riesce
a battere Morton, eseguendo un'energica ma delicata sinfonia.
Tim Tooney si esalta nel
ripensare alle prodezze del suo amico e raddoppia i ricordi, ad esempio l’episodio
“della caduta dei quadri” che precede, poi, la volontà di scendere a terra.
Solo un caso?
“A me m’ha sempre colpito
questa faccenda dei quadri. Stanno su per
anni, poi senza che
accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono.
Stanno lì attaccati al
chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un
certo punto, fran, cadono
giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto,
con tutto immobile
intorno, non una mosca che vola, e loro, fran.
Non c’é una ragione.
Perché proprio in quell’istante?
Non si sa. Fran. Cos’è
che succede a un chiodo per
farlo decidere che non ne
può più? C’ha un’anima, anche lui, poveretto?
Prende delle decisioni?...
Un passaggio stupendo lo
spunto dei quadri, che indica come nella vita attimi insignificanti creano,
invece, un’opera complessa e affascinante, momenti congelati nel
tempo, ognuno con una storia e un'emozione unica.
Ed eccolo, Novecento con
il suo cappottino di cammello, rimesso a nuovo proprio per fare la sua bella
figura, appena messo il piede a terra. Sì, ha deciso di scendere dal Virginian
per guardare il mare di faccia e la nave alle spalle. Vuole riprendersi la vita
al di fuori della polla in cui è stato chiuso
“Tutta quella città…
non se ne vedeva la fine. La fine, per cortesia, si potrebbe vedere la fine? E
il rumore. Su quella maledettissima scaletta… era molto bello, tutto. E io ero
grande con quel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi, era garantito
che sarei sceso, non c’era problema… primo gradino, secondo
gradino, terzo gradino. Primo gradino, secondo gradino, terzo gradino. Primo
gradino, secondo… Non è quel che vidi che mi fermò. E’ Quel che non vidi…”
Novecento non mette piede
a terra e mai più lo farà, figlio di quella nave è là la sua grandezza e il suo
limite. Nella città è uno sconosciuto, sul Virginian, una leggenda. La
conoscenza delle cose gli è stata data dalla sicura tastiera del pianoforte, con
i suoi 87 tasti finiti. Stranamente la nave, metafora della sua vita, racchiusa
e galleggiante, dovrà essere trasferita sulla terra ferma per essere conosciuta,
raccontata e non da lui. Il desiderio di realizzare i suoi sogni mal si
concilia con la paura del mondo, per cui l’uomo insicuro e timoroso si
consegna, senza rimpianto all’unica cosa certa della sua vita, a quel grembo
materno di nome Virginian, che l’ha accolto in semplicità e protetto
teneramente, consegnandogli pianoforte e musica. E quando la nave dovrà essere
distrutta per raggiunti limiti di percorrenza, Novecento, per l’estremo legame con
essa, sparirà nel liquido amniotico del mare per un’ultima carezza materna
Lo stile colloquiale e la
narrazione sotto forma di ricordi fanno di Novecento un monologo di pregio
unico, che l’attore Fulvio Perrone, della Filodrammatica Orenese,
per la prima volta partecipante all’XS, ha interpretato in maniera
egregia, oserei dire da innamorato pazzo. Non si è risparmiato, Fulvio, sicché
ha volteggiato su di un enorme rocchetto, utile per corde e cavi, ha
caratterizzato personaggi del racconto, affollando la scena, ha smosso scanni,
ha montato scale, ponti, passerella, ha indossato vestiti, cappotto, cappello e
quel che più conta, per 75 minuti, ha raccontato senza dimenticare nulla, un
monologo che di semplice ha solo l’apparenza.
La storia è singolare,
vuoi perché si occupa della vita di un solo uomo, che può essere quella di
tutti e vuoi perché le sue paure ci toccano profondamente ed ognuno si sente
incluso. L'identità, la libertà e il senso di appartenenza, volteggiano, come
voli larghi di gabbiano nel racconto e si confrontano con il mondo esterno del
protagonista, che rimane legato, però, al suo unico ambiente.
Questo suo modo di comportarsi,
per paura di non essere in grado di gestire la vita al di fuori di un luogo
protetto, mi fa pensare (N.D.R.) ai tanti ragazzi Hikikomori, che si
moltiplicano sempre più nell’attuale società.
Infine “Novecento” di
Alessandro Baricco, in assoluto il capolavoro italiano, sviluppa tematiche
che toccano tutti, come il legame per la propria origine, vuoi che sia famiglia
o luogo in cui cresci e ti realizzi, vuoi che sia il sogno di vivere una vita
autonoma senza lasciare il porto sicuro della tua esistenza. Un binomio che se
raggiunto è la felicità!
Maria Serritiello
*La leggenda del pianista
sull'oceano” il film di Giuseppe Tornatore del 1998, 5 nastri d’argento, è
tratto da Novecento di Alessandro Baricco
Compagnia Filodrammatica
Orenese
Interprete: Fabrizio
Perrone
Luci ed audio: Mattia
Nodari, Sara Biollo
Grafiche: Alessio
Bonizzoni
Regia: Fabrizio
Perrone e Mattia Nodari
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