Prima d’iniziare la
comicità, nel piccolo Teatro Ridotto, dove l’imperativo è ridere, un passaggio
d’obbligo con l’attrice Cinzia Ugatti che, con la sua bravura
interpretativa, ci fa ben riflettere su di un pezzo che ha come soggetto la
Violenza Sulla Donna. Il Ridotto, come altri teatri della città, ha aderito
alla campagna di sensibilizzazione indetta dalla Prefettura di Salerno per l’emergenza
violenza - donna, un triste fenomeno sempre più in ascesa.
Avverto il bisogno
(N.D.R.) di riportare il monologo per intero, scritto da Beppe
Stoppa, in occasione del lancio del progetto Libellula, primo
network di aziende unite contro la violenza sulle donne, partendo dalla
diffusione della cultura della bellezza nei luoghi di lavoro.
Beppe Stoppa,
professionista nell'ambito della comunicazione e dei sistemi per lo sviluppo
delle risorse umane
“Io sono una donna
fortunata, ho imparato ad usare il trucco da piccola, prima con le bambole, poi
su di me. Piano piano, sono diventata una vera esperta. Non ne uso mai tanto,
non voglio apparire, non voglio che mi guardino, non mi piace avere gli occhi
addosso. Mi fanno paura. Ma se capita voglio che il trucco mi nasconda,
nasconda prima me e poi, insieme, i segni che mi porto addosso. Non voglio che
la gente pensi, immagini, si faccia delle domande. Ma la gente non pensa, non
sa, non immagina.
Io sono chiusa nel mio
tailleur su questa metro. Ho gli occhi fissi sul pavimento. Mi sento protetta
in mezzo alla gente, non mi disturba nemmeno essere spinta, toccata, qui è
lecito, qui lo accetto, so che è la ressa e non la volontà. Però non alzo gli occhi,
non voglio incrociare altri sguardi.
Non voglio incrociare gli
occhi di un’altra donna e chiedermi se anche lei si è truccata come me questa
mattina o se è davvero felice. Non voglio scoprire la sua felicità, quella
aggiungerebbe del male alla mia vita. Non voglio che lei mi guardi e riconosca
nel mio trucco il suo e pensi, siamo uguali. No non siamo uguali. Magari lei se
l’è cercata, se l’è meritata. Io no. Non siamo uguali.
Non alzo gli occhi per
non incrociare lo sguardo di un uomo. Anche lui mi guardava sempre, prima. Poi
mi parlava, poi mi baciava. Quegli occhi che ti guardano, adesso mi fanno paura
perché adesso conosco la storia, so come va, come funziona questo rito.
Ieri sera non mi
guardava, era di spalle, poi non so, non ricordo, ha detto qualcosa, ricordo
solo che ha ripetuto più volte la stessa cosa, ma cosa non so, e ad ogni
passaggio il tono era più alto. Poi si è girato e l’ho visto in faccia. Non era
la sua faccia, non poteva essere la sua, lui non ha quella smorfia cattiva, non
ha gli occhi così stretti, lui assomiglia a nostro figlio, è bello. Ricordo che
il piccolo piangeva forte, faceva rumore. Ricordo solo il rumore. Poi un
dolore, uno schiaffo forte che mi butta a terra. Mi fanno male i capelli. Li
sta tirando e mi butta indietro il collo. Poi mi spinge la testa in avanti,
sento un calcio sulla gamba, poi uno nel costato e ancora due pugni in testa,
non rapidi. Prima uno, poi, con calma, arriva un secondo colpo. Ma non urlo.
Poi nulla. Il piccolo continua a piangere, sempre più forte, ma lui se ne è
andato. Mi alzo e vado a calmare il piccolo. Lui è uscito.
Quando è rientrato non
aveva più gli occhi stretti. Il piccolo dormiva. In casa c’era silenzio. Non mi
ha detto nulla, si è versato un bicchiere d’acqua poi, mi ha guardato. Non
aveva gli occhi cattivi. Mi ha guardato a lungo, poi mi ha parlato, poi mi ha
baciato, poi mi ha accarezzato il livido sotto gli occhi, mi ha baciato il
livido, poi mi ha slacciato la camicetta e il reggiseno, mi ha slacciato i
jeans, poi mi ha portato in camera. Il piccolo no, continua a dormire
tranquillo.
Arrivo finalmente in
ufficio. Saluto la collega e abbasso la testa verso la tastiera del pc facendo
cadere i capelli sulla faccia. No, non vado a bere il caffè. Non voglio stare
con la gente, non voglio che mi facciano domande, che mi chiedano cosa hai fatto
di bello ieri sera, sempre ammesso che qualche collega uomo non mi chieda dove
sono andata a sbattere la faccia e mi dica stai attenta quando fai i mestieri,
l’ho sempre detto che non sei una donna di casa, che lui saprebbe come
occuparmi il tempo…
Accendo subito il
computer e mi metto al lavoro. Apro la mail. La solita fila infinita di
messaggi a cui dare una risposta. C’è la mail di buongiorno piena di cuoricini
del ragazzo dell’ufficio acquisti. Ma non sorrido, come al solito non rispondo,
la cancello, poi svuoto subito la casella di posta eliminata. Guardo l’iPhone.
Un messaggio su WhatsApp. È lui. Mi dice scusa per ieri sera, perdonami, però
poi è stato bellissimo, torna presto stasera, ti aspetto, ho voglia di vederti,
mi manchi… Non rispondo, mi alzo, vado in bagno. Devo vomitare”.
Con la sua magistrale
interpretazione, Cinzia Ugatti ha calato un velo di tristezza su ogni
donna presente e di palese ribellione alle parole che raccontano la vita
infelice di tante, troppe, ormai, dell’altra metà del cielo. Quasi si fa fatica
a riprendere la spensieratezza, la ragione per cui ci si trova al Ridotto, ma è
solo all’inizio, perché The show must go on e dietro le quinte c’è
Gennaro De Rosa, che scalpita, pronto a farci ripigliare e a godere dello
spettacolo che Gianluca Tortora ha voluto regalare ai suoi abbonati. GRAZIE!
Gennaro De Rosa,
vincitore del Premio Charlot 2015, è una cara conoscenza, per chi l’ha
lanciato nel mondo del cabaret: il Patron Claudio Tortora e nel segno
della continuità del figlio Gianluca. È affezionato, si vede, si sente,
al pubblico Salernitano e non si risparmia sul palco. Con una spontaneità che
ammalia, inizia con il cantare un pezzo di Carosone che lancia a mille
l’adrenalina di chi lo ascolta e l’accompagna con lo schiocchio delle mani. Il
suo spettacolo è un turbinio di battute, spontanee, semplici, ma tanto
divertenti, porte con garbo, con il sorriso, con educazione e rispetto. Il
pubblico lo applaude, ride, apprezza il suo spettacolo che alterna non solo
canzoni di pregio “Tu si na cosa grande” “A tazze e caffè”, ma anche quelle
conosciute, quale repertorio, della canzone macchiettistica napoletana. Gi
autori rispondono al nome di Raffele Viviani “O guappe nammurate”, di
Armando Gill “Allora “e di Pisano e Cioffi “Fatte Pittà”.
Uno spettacolo, dosato,
calibrato in maniera piacevole, dove la battuta inizia e completa la voce
limpida di Gennaro, un napoletano appassionato, che non può non concludere il
suo spettacolo con il Principe della risata “Malafemmene: Totò.
Un gradevolissimo
divertissement, uscito dal cilindro creativo di Brunella Caputo, della
durata di un’ora o poco più, è stato replicato 4 volte nei due ultimi fine
settimana. Lo spettacolo, tratto dal libro “A Salerno” di Corrado De
Rosa, più tifoso della Salernitana che psichiatra, è stato adattato e
recitato dalla stessa Brunella Caputo, che ne ha curato anche la regia.
Hanno coadiuvato allo spettacolo, in maniera egregia Davide Curzio e Alfredo
Micoloni. L’ aiuto alla regia è di Virna Prescenzo.
La performance di
Brunella si rivela subito dilettevole, uscita in punta di piedi e con aria
vergognosa, tenendosi appuntato dietro alle spalle i lembi del sipario, si
palesa come un pinguino. Una genialata degli anni addietro delle luci
d’artista, che si ripetono da 20 anni nella città, oltre alle lucine in ogni
dove, si pensò di non lasciare soli gli scogli del lungomare, addobbandolicon sprovveduti pinguini. La novità fu
attrattiva, per qualche anno resistette, poi come tutte le cose ripetute perse
d’interesse e dei pinguini si smarrirono le tracce, chiusi come furono negli
addetti depositi. E là che Brunella l’ha tirato fuori, scegliendone uno, per
rinnovargli la popolarità e per dargli l’anima che nessuno ha mai ha
considerato. Il pinguino di Brunella ha
sentimenti, passioni, visione del mondo pieno di sogni e notte di comete, il
rimpianto della sua terra, ma anche l’affezione agli scogli del lungomare. A
tratti il monologo si fa triste per ripigliare in seguito l’ironia e il
divertimento di chi guarda la città senza essere considerato. Al pinguino il
trasferimento nella città, con il mare carezzevole piace, saluta i bambini e fa
gli occhi dolci agli innamorati e osserva con attenzione ciò che lo circonda e
si fa capace che Salerno “…è a metà strada fra la terra e la luna, è
l’ombelico del mondo, è dilaniata da un dilemma se ambire a diventare una
metropoli cosmopolita o proteggere le sue bellezze in una dimensione di
provincia. Questo dilemma la consuma la costringe a dover sempre fare i conti
con l’ansia da prestazione…”.
Il pinguino Brunella
raccoglie una serie di tic e consuetudini di Salerno nei quali, chi più e chi
meno, si riconosce, ne sorride e si rinchiude in una bolla di ricordi, per
quelli passati e partecipativi per quelli che si avranno da adesso in poi. Uno
resiste felicemente intatto, anzi due, l’amore sfegatato per la Salernitana e
il “Passiatone” delle vigilie di Natala e di Capodanno, un abbraccio circolare
di tutta la città per augurarsi il bene, la salute, la serenità e conoscere ciò
che andrai facendo per le festività, insomma un voler sapere attraverso i tuoi
passi, come si evolverà la città, a breve tempo, una sicurezza irrinunciabile
peculiare ai salernitani
Un’insolita Trotula de
Ruggiero, per due serate al Piccolo Teatro del Giullare di Salerno,
che fa della sua conoscenza medica il punto per scoprire un omicidio. “Croce
senza Cuore” è il titolo del lavoro di Pino Tierno, con Miriam Mesturino
e Barbara Cinquatti e la regia di Pietro Bontempo.
Trotula, primo medico
d’Europa, nata a Salerno, è stata una sicurezza per le donne di questa città,
vissute nell’undicesimo secolo, è conosciuta per aver trattato con competenza
questioni di salute femminile, d’igiene, di aver praticato visite
ginecologiche, inusuali per l’epoca e aver esposto argomenti tabù come
l'infertilità, sia maschile che femminile. Una donna invisa, negli anni in cui
si muove, la sua intelligenza, la competenza e per ciò che va dicendo, come il
piacere femminile ed il controllo delle nascite, sono ritenute insopportabili
ed invereconde pratiche. La sua figura è controversa e molti studi ritengono
Trotula non esistita, intanto la sua fama valica il tempo e c’è chi scrive e ne
fa un’erudita pièce teatrale: Pino Tierno con “Croce senza cuore”.
Di sicuro a Salerno
intorno agli anni 1050, nell’ambito della Scuola Medica Salernitana, si
respira aria scientifica e d’avanguardia che le deriva dall’incontro da quella greca,
araba, ebraica e latina, disquisita nella città
Poche notizie, intorno
alla sua figura, sappiamo che è nata da nobile famiglia di origine longobarda,
sposata al medico Giovanni Plaetario, ed ebbe due figli Giovanni e Matteo. Tra
le mulieres salernitanae, fu l’unica a lasciare scritti nei quali si apprende,
tra l’altro, la superficialità dei medici che ritenevano la gravidanza ed il
parto “questioni di donne”
«La miserevole condizione
delle donne, e la grazia in particolare di una che mi ha colpito il cuore, mi
hanno indotta a trattare con chiarezza le malattie femminili al fine di poterle
curare”
E così la troviamo,
colta, preparata, battagliera, pronta ad abbattere i più vistosi pregiudizi,
legati al mondo femminile ma nel pezzo rappresentato al Giullare, non è subito evidente.
Ad apertura di sipario, infatti, fasciati dall’ atmosfera sacrale del coro celestiale
delle suore, non s’immagina che la ferocia è là rinchiusa. Trotula è in visita
ad una vecchia amica, la nobildonna Ermelinda, che ha scelto di vivere
appartata e nella preghiera quotidiana del convento. L’incontro si rivela
felice e pieno di nostalgia nel ricordare il tempo trascorso assieme. Opportuni
si rivelano alcuni feedback della giovinezza, interpretati dalle due stesse amiche
ed inseriti nella rappresentazione, sì da rendere più vivi i dialoghi delle due
nobildonne. Ad ogni verità disinibita di Trotula, Ermelinda risponde con il
segno della croce, ripetuto più e più volte, ritenendo il discorso peccaminoso.Ancora non è scontro, ma tra la cultura laica
dell’una e la forma bigotta, priva di scientificità dell’altra si comincia ad
intravedere che la visita di Trotula non è di pura cortesia.Prende il via, così, un’indagine serrata dai
toni polizieschi del miglior “Tenente Colombo” quando con calma e senza
scomporsi attanaglia il colpevole. Trotula lo fa uguale e utilizzando le sue
conoscenze scientifiche sul corpo umano, incastra Ermelinda per l’omicidio
della nuora, colpevole di essere incinta di un vecchio amore, essendo il marito
impotente. Inoltre la medichessa intuisce che la donna, sepolta sotto terra,
non è la moglie del figlio di Ermelinda, non ha, infatti, il segno di una
vecchia cicatrice sul cranio, che ben conosceva, bensì è una povera
contadinella scomparsa nei boschi e mai più ritrovata.
La conoscenza fortificata
da un metodo di ricerca il più rigoroso, è capace d’intuizione e di verità ed è
questa la condizione d’indagine di Trotula.
Un pezzo di grande pregio,
per la crudezza senza scampo del personaggio e per il contenuto intrigante così
lontano dalla quiete conventuale. La lentezza nel disquisire, prima di arrivare
alla verità, un pregio attoriale di Miriam Mesturino e Barbara Cinquatti,
onorate di aver portato Trotula proprio nella sua città natia, dalla lontana
Torino. La regia di Pietro Bontempo curata e scevra da orpelli in scena,
sono bastate, per la realizzazione, le voci e la memoria delle due valenti attrici