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sabato 1 marzo 2014

“Tango “ di Francesca Zanni, inaugura al Teatro Genovesi di Salerno la VI edizione del“Festival Nazionale Teatro XS”





Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Con “Tango”, testo di denuncia e d’impegno civile, scritto da Francesca Zanni, attrice, drammaturga e regista, si è dato inizio, il 23 febbraio, alla VI edizione del “Festival Nazionale Teatro XS” città di Salerno. Un evento di prestigio, sia per  l’entusiasmo delle compagnie teatrali a partecipare, sia per l’impaziente  attesa del pubblico salernitano. Anche  questa volta e con enormi sacrifici, il Teatro Genovesi e il suo gruppo coeso sono riusciti ad organizzare l’ormai tradizionale manifestazione, fiore all’occhiello della città. Invariata la formula con  sette spettacoli in gara, che vanno dal 23 febbraio  fino ad arrivare al 4 maggio, con la serata di premiazione finale.

Per entrare nell’atmosfera emotiva della rappresentazione non si può non considerare quale sia stato per il popolo argentino, il dramma dei “desaparecidos”. Trentamila dissidenti o presunti tali, tra il 1976 ed il 1983, sotto il regime della Giunta militare, sparirono per essere imprigionati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni o gettati  nell’oceano, con i cosiddetti voli della morte. Le vite sconvolte dei “desaparecidos” non erano solitarie, molti di loro avevano figli e tante donne stavano per averli. Quei,  bambini strappati alle famiglie, furono fatti svanire nel nulla e, orrore aggiunto, illegalmente adottati da coloro che erano stati gli aguzzini delle proprie madri. Tutto ciò avvenne nell’indifferenza generale del mondo civile, ma anche all’interno dello stesso Paese, vuoi  per mancanza totale d’informazione, vuoi per paura di ritorsioni. Intanto le masse popolari del pianeta, a quel tempo,  erano tutte intente a seguire i mondiali di calcio, giocati e vinti proprio laddove avvenivano i feroci eccidi e la stessa parola “desaparecidos” per i più era  solamente uno slogan vociato nelle manifestazioni di protesta, scissa dal reale significato, ma chi sapeva…Si deve alle  donne argentine, alle Madri di Plaza de Mayo, in cerca dei loro figli, se è stato  sollevato il drappo della verità,  se si è scoperto  che le loro creature, perse per sempre, avevano generato a loro volta  figli. D’allora oltre che madri anche nonne,  cercano con tenacia, senza mai perdere la speranza di trovare la carne della propria carne, viva. 

 

 
Tango

E’ buia la scena e lo sarà per tutta la durata,  60 minuti, escludendo la luce intermittente, che a turno illuminerà, al pari di un interrogatorio, i monologhi dei due attori. Un semplice fondale,  su cui si leggono scritte parole, come writers  sui muri, una comoda  poltrona a sinistra  ed  una vecchia sedia a destra, sono gli unici mobili che arredano la scena,  tra i due oggetti, uno spazio consistente, terrà separati per tutto il tempo i protagonisti, Carla e Claudio-Miguel. Che sia stata diversa la vita dei due  lo si intuisce subito, prima delle loro stesse parole, sottolineata da tanti piccoli particolari, tra cui lo spazio che intercorre tra loro, il non rivolgersi mai direttamente la parola, l’ostentata agiatezza di lui, la disperata  solitudine di lei. Ciò che non s’intuisce subito, invece, e questo lo si avverte inizialmente  come una  limitazione, è che cosa abbiano in comune i personaggi e per quale ragione si rimandano soliloqui, parlando ognuno  per proprio conto, come  in una confessione. A mano a mano che il monologo dei due andrà avanti si apprenderanno  tanti tasselli, sì da ricomporre il finale mancante al puzzle. Ai bordi del palcoscenico, abbandonate, vi sono sette  paia di scarpe usate,  segno che chi le ha calzate non potrà più farlo, ma può essere ricordato il loro martirio. Affiora un passaggio mentale inevitabile, anche i nazisti accumulavano cataste di oggetti dei loro  uccisi. Nel silenzio iniziale si diffonde struggente la musica di un tango e prima due ballerini e poi altri tre si affiancano, esprimendosi in una coreografia appassionata. In scena il tango irrompe e si fa metafora delle due vite, un ballo libero, senza una coreografia precostituita, ma solo movimento fluido e passionale “Avete mai ballato il tango? Avete mai provato?”… Carla e Miguel, loro si che si sono ritrovati  a doverlo ballare come danza della loro vita, con un ritmo ed una musica che non avevano scelto. I monologhi intrecciati ci danno altre notizie, nuovi orribili particolari su di loro, vite che in qualche modo scorrono parallele ma sono collocate in due luoghi e periodi storici diversi .

 “Me llamo Carla, desaparecidos el 25 de agosto del 1976.”

Prima della sparizione  Carla, era una giovane innamorata, aveva un ragazzo, ballava il tango e viveva la vita spensierata come tutte le fanciulle della sua età. Quando la presero, la paura, la prigionia e le torture, riusciva a sopportarle, ripetendosi delle parole: speranza, estate, libertà, amore, figlio, ognuna con un significato, ognuna con un peso. E figlio, la parola più importante, è il bandolo dell’intreccio tra i due

Claudio-Miguel ha sempre avuto una vita agiata e sulla sua esistenza c’è poco da dire. Figlio unico di un ex colonnello, famiglia ricca, parla 3 lingue, gioca a tennis. Il padre, con cui non ha un buon rapporto,  è uno dei colonnelli del golpe, Di ciò che è successo in Argentina sa quello che il padre stesso gli ha raccontato e cioè che c’era bisogno di ordine e qualcuno doveva pur farlo.  Saprà e capirà ogni cosa quando scoprirà di aver vissuto la vita di un altro.

Lo spettacolo, che ha coinvolto nel profondo il pubblico in sala, è stato ottimamente diretto da Paolo Pignero, un nostro conterraneo, trasferitosi a  Genova trent’anni fa. Bravi, regista e  Compagnia “Gli Amici di Jachy”, nel portare in scena e all’attenzione un dramma che ancora continua . Se un appunto si può muovere  a Pignero è che la musica tanghera si è sentita poco, un sottofondo da milonga avrebbe reso la vicenda ancor più struggente. Martina Lodi (Carla), intensa e sicura delle sue capacità espressive, ha avuto il peso maggiore dello spettacolo. Momenti forti della sua recitazione, infatti, sono stati lo stupro subito dai militari, la scoperta di aspettare un figlio e la morte per torture con il corpo gettato nell’oceano. Giovanni Tacchella (Claudio-Miguel) ha reso bene il suo personaggio, prima figlio di papà e poi vittima. Buone le coreografie create da Paola Grazzi e ballate  dai tangheri Giulia Bruzzone, Massimiliano Bet, Cesare Cocito, Lorenzo Monte e  brava anche Francesca Saitta che si è occupata delle scene e delle luci.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu







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