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venerdì 16 febbraio 2018

Gillo Dorfles: la mia vita infinita da Francesco Giuseppe agli smartphone

Fonte:corriere.it

di Aldo Cazzullo

L’artista e critico, 108 anni ad aprile: «Le partite a bocce con Svevo e quella rottura con Montale». La quotidianità: «Bevo cannonau, mi piacciono i fritti»




È nato austroungarico, suddito dell’imperatore Francesco Giuseppe. Ha giocato a bocce con Italo Svevo, comprato libri da Umberto Saba, litigato con Eugenio Montale. Suo suocero era molto amico di Giuseppe Verdi. Ha ascoltato la bisnonna raccontargli le Cinque Giornate di Milano; è andato in barca sui Navigli. Sua moglie arrivò all’altare al braccio di Arturo Toscanini.
Gillo Dorfles tra due mesi compirà 108 anni. Ma non è soltanto un uomo molto vecchio. È uno dei più importanti intellettuali italiani del Novecento, testimone delle avventure artistiche, scientifiche, letterarie del nostro Paese. Questo fa di lui un prodigio e un enigma. Prodigiosa è la sua memoria, più per le cose lontane che per quelle vicine, come i dannati di Dante. Quando gli mancano un nome o un dettaglio, si fa aiutare dal nipote Piero, o controlla sul suo ultimo libro, Paesaggi e personaggi (Bompiani).
La Trieste degli Asburgo
«Il mio vero nome è Angelo, ma nessuno mi ha mai chiamato così. I Dorfles sono una famiglia di origine austriaca, trasferita a Gorizia: mio nonno era presidente del teatro Verdi, molto fiero di avervi portato Eleonora Duse. Sono nato a Trieste il 12 aprile 1910. Ricordo la città pavesata di bandiere gialle e nere con le aquile, i colori dell’impero. Quasi ogni giorno uscivo in passeggiata con mia madre. Incontravamo un pope barbuto, un prete greco, che mi vezzeggiava: questo mi faceva sentire importante. E passavamo dalla libreria antiquaria di via San Nicolò, gestita da un uomo burbero: “Cos’ti vol picio? No xe roba per ti!”. Era Umberto Saba. Non vidi l’arrivo dei marinai italiani, nel novembre di cent’anni fa; durante la Grande Guerra la mamma mi aveva portato a Genova, dov’era nata. Mio padre, irredentista, era al confino a Vienna. Ma il liceo lo feci a Trieste: il Dante Alighieri. Linuccia, la figlia di Saba, divenne una delle mie più care amiche. Andavo a casa sua almeno due pomeriggi a settimana; e se il padre mi sopportava a malapena, la madre, Lina, era molto gentile. Poi Linuccia si fidanzò con un ragazzo meraviglioso, Bobi Bazlen: fu lui a farmi scoprire Proust, Kafka e soprattutto Joyce. Andavamo a lezione da un professore che l’aveva conosciuto e ci spiegava l’Ulisse, allora ignoto in Italia».
Il salotto di Svevo
«Irredentisti e nazionalisti si trovavano a casa di Elsa Dobra, sorella di Elodie Stuparich, una delle muse di Scipio Slataper: il “barbaro sognante”, l’eroe del Carso. Io frequentavo il salotto di Olga Veneziani, che aveva una fabbrica di vernici sottomarine: una signora dal carattere terribile, che mal tollerava le prove letterarie del genero, Ettore Schmitz, che nessuno conosceva ancora come Italo Svevo. Con lui facevamo gite sul Carso, giocavamo a bocce nelle locande. Il mio primo articolo sul Corriere della Sera, chiestomi da Dino Buzzati, raccontava proprio casa Veneziani. C’era una giovane pittrice, Leonor Fini, eccentrica e vistosa; un mio professore ci vide camminare a braccetto e telefonò a mia madre allarmatissimo: “Suo figlio si accompagna a donne di malaffare!”. Ai bagni Savoia diventai amico di Leo Castelli, che avrei ritrovato a New York, divenuto il più grande mercante d’arte del secolo. Un nipote di Svevo sposò una pittrice, Anna, che sarà la mamma di Susanna Tamaro; che quindi è pronipote dello scrittore».
La Milano dei Navigli
«Da bambino andavo a trovare mia bisnonna, che abitava in corso Venezia, nel palazzo con le quattro colonne al numero 34, costruito da mio prozio. La bisnonna era stata amica di Carducci e mi parlava del Risorgimento: lei c’era. Cent’anni fa Milano era ancora un borgo tranquillo, circondato da orti e cascine. I Navigli erano bellissimi, interrarli è stato un errore. Abituato a città nautiche come Trieste e Genova, Milano mi parve una città d’acqua. Fu un incontro fatale. Passeggiavo lungo il Naviglio che ora è via Senato, andavo in barca nel laghetto di San Marco. Più tardi cominciai a frequentare gli artisti, in particolare Lucio Fontana. Lo vedevo spesso, studiava a Brera con Adolfo Wildt; non tagliava ancora le tele, faceva statue di ceramica, ma era già un grande. Andavo ai concerti con Fausto Melotti e suo cognato Gino Pollini, l’architetto».
L’elettroshock
«Nonostante la passione per l’arte, mi sentivo obbligato a prendere una laurea seria, e mi iscrissi a Medicina. Volevo diventare psichiatra come Ugo Cerletti, l’inventore dell’elettroshock. Fu lui a insegnarmi come si fa: si mettono due elettrodi alle tempie del paziente, la scossa elettrica gli fa perdere coscienza. Era molto impressionante. Dava qualche risultato, ma si usava anche quando non ce n’era bisogno. Dopo tre anni a Milano mi trasferii a Roma, dove fui allievo e assistente di Cesare Frugoni. Ricordo i primi pazienti che interrogai. Un paranoico si credeva Gesù. Un uomo raccontava di aver partorito quattro gemelli di dieci chili l’uno. Un altro viveva in uno stato di priapismo continuo, e disegnava ovunque maialini. Capii che il mio mestiere non era la medicina, ma l’estetica».
Artù Toscanini
«Alla Scala mi portò per la prima volta lo zio Ernesto: era sordo, ma se sedeva in prima fila con la trombetta d’argento riusciva a sentire qualcosa. C’era Toscanini, dirigeva il Falstaff. Io ero fidanzato con Lalla Gallignani, la figlia di Giuseppe, un faentino legato a Verdi che l’aveva portato a Milano per dirigere il conservatorio. Alla sua morte, Toscanini divenne il tutore di Lalla. Fu lui a portarla all’altare quando ci sposammo. “Artù”, come amava firmarsi, era pieno di umanità, molto alla mano; innamorato delle donne, anche troppo. Suo figlio Walter fu testimone di nozze, il ricevimento lo facemmo a casa Toscanini, in via Durini, e andammo in viaggio di nozze all’Isolino, l’isola nel Lago Maggiore di sua proprietà. Le figlie, Wally e Wanda, avevano ereditato l’esuberanza del padre. Dopo la guerra rividi “Artù” a New York. Era molto stanco, ma alle prove gli errori dell’orchestra lo rinvigorivano: “Corpo di una madonnaccia!” urlava gettando la bacchetta».
Il superstite dei lager
«Avevo fatto il militare nel Nizza Cavalleria. Avrei preferito il Savoia, per via delle divise, ma l’impiegato a cui mi ero fatto raccomandare fece confusione. In cavalleria non era obbligatorio il saluto fascista, con mio grande sollievo, perché detestavo il Duce. Allo scoppio della guerra non fui richiamato alle armi, avevo già compiuto trent’anni. Sfollammo in un casolare in Toscana, ma andavo spesso a Firenze, alle Giubbe Rosse. Un testimone mi parlò di piazzale Loreto: non riuscivano a fucilare Starace, catturato in pantofole, perché c’era troppa gente, per sparargli dovettero distenderlo sopra il corpo di Mussolini. L’anatomopatologo Cattabeni, amico e collega, mi disse che dall’autopsia emerse che il Duce stava benissimo, a parte le cicatrici di un’ulcera; le malattie che gli attribuivano erano leggende. Incontrai un ebreo livornese quindicenne, sopravvissuto a Dachau e a Buchenwald: mi raccontò che erano costretti a cibarsi dei compagni morti. E vidi passare la brigata ebraica, con la stella di David — gialla su fondo biancoazzurro — ostentata con baldanza».
Montale e la Mosca
«Montale me lo presentò Bazlen a Trieste: fu Eugenio, che chiamavamo Eusebio, a far conoscere Svevo ai lettori italiani. Lo rividi poi a Genova, a Firenze, a Milano, nella sua casa di via Bigli. Stava con la Mosca, che in realtà si chiamava Drusilla Tanzi, ed era terribilmente gelosa di lui. Teneva mia moglie per ore al telefono per lamentarsi delle rivali, fino a quando Lalla osò dire: “Ma perché non lo lasci un po’ in pace?”. Da un giorno all’altro la mia amicizia con Montale finì. Recuperammo in parte solo dopo la morte della Mosca, nel ‘63».
La Milano di oggi
«Tutto questo slancio, chiedo scusa, non lo vedo. Dopo la Seconda guerra mondiale Milano era diventata la capitale culturale d’Italia, soppiantando Torino, Firenze, Roma. Con Munari e Soldati fondammo l’arte concreta. C’erano il design e la grande editoria: Sereni, Vittorini, che oltretutto era un uomo affabile, a differenza di Moravia, un po’ presuntuoso. Ora la società letteraria non esiste più, e non vedo nuovi protagonisti. L’ultimo è stato Umberto Eco».
La longevità
«Com’è la vita oltre i cent’anni? Non amo l’argomento. Ci si annoia, perché si fatica a leggere. Le novità mi piacciono, ho anche preso il cellulare. Non sono morigerato, ho sempre mangiato le cose che mi piacevano: gli gnocchi alla romana, i carciofi, i tartufi; e i fritti. Sono un discreto cuoco, specialità fiori di zucca. Ho sempre bevuto vino rosso, ho una passione per il cannonau. Una volta lo dissi in tv e vari produttori sardi mi mandarono a casa una cinquantina di bottiglie. Poi purtroppo hanno smesso».





martedì 13 febbraio 2018

Francesco Arienzo per due sere al Teatro Ridotto di Salerno

Francesco arienzo







Fonte: www.lapilli.eu del 12 febbraio 2018
di Maria Serritiello


Al Teatro Ridotto di Salerno per due sere è stata la volta di Francesco Arienzo, il comico trentaseienne nativo di Tavernanova, una frazione di Casalnuovo di Napoli. Bella presenza, occhi azzurrissimi, barba e baffi curati ed un curriculum di tutto rispetto, Francesco, dopo aver abbandonato l’università, ha preso sul serio la recitazione, frequentando con buon profitto, la scuola romana di Pino Insegno. Più tardi, però, decide di dedicarsi alla comicità, scrivendosi i testi per i suoi monologhi. Nel 2017 partecipa, arrivando secondo, al programma su Skai e Canale 8 “Italia ‘s got talent”.  Al Ridotto si è presentato denunciando il suo disagio esistenziale e lo ha fatto senza ricorrere a volgarità verbali o argomenti triviali. Privo di fronzoli e tanta semplicità ha esordito chiarendo subito il suo tema preferito: quello della disagibilta’, infatti lo spettacolo durato più di un’ora, ha per titolo “Disagistica contemporanea” apparentemente personale ma nella quale ognuno intimamente ha potuto riconoscere quella propria, espressa con eleganza e con signorilità quasi elitaria. Viaggiando sul crinale difficile, quanto pericoloso di rischiosi luoghi comuni o peggio ancora di volgarità gratuite o di banalità sempre in agguato, Francesco ha saputo mantenere un suo equilibrio, sia nel restare fedele al suo programma, sia trattandolo in modo forbito e delicato sia in modo comicamente ammiccante, offrendo notevoli spunti di riflessioni sottovoce, ma non sottotono. Ha fatto divertire sorridendo lui per primo di se stesso e suggerendo dolenti considerazioni sul disagio dell’essere umano, in questa società tirata per la giacca dal successo mediatico e dalla complessità tecnologica, che in qualche modo stravolgono continuamente l’idea che ognuno va costruendo nel tempo del proprio sé.  Del suo disagio ne parla con garbo, senza mai tralasciare la comicità e senza dimenticare di coinvolgere il generoso pubblico, che si è dato volentieri a chiarire che di quel giovanotto, semplice, gentile e attento, poteva e voleva fidarsi, quasi affidarsi e ridere di cuore insieme a lui, senza sguaiataggine o sbellicarsi di risate sanguigne e di pancia.  No, lui ha fatto ridere, sorridere, riflettere, trascorrere un’ora in tranquilla serenità, senza essere mai troppo invadente o trasgressivo. Una comicità forse meritevole di altri successi, ma che questa società, così affamata d’ ignoranza e vorace consumatrice del becero e della stupidaggine ultimo grido, quasi non gradisce e non apprezza più. E pensare che al giovane non sono mancati lusinghieri riconoscimenti ma tant’è il popolo vuole la risata grassa. Lui, invece, offre altro e certamente ha ragione.  Piacevole e graditissimo il pezzo, con cui si è conquistato il secondo posto nel talent di Skai, richiestogli espressamente dal pubblico. I suoi tempi di parlata sono lenti, la battuta arriva dopo, così anche la risata e l’applauso che lo scafato pubblico, ormai edotto e severo del Ridotto, non gli ha lesinato.

Maria Serritiello 
www.lapilli.eu





“Il profumo delle rose” di e con Chiara Giribaldi de “I Cattivi di Cuore” d’Imperia ha inaugurato la X Edizione del Festival Nazionale Teatro XS Salerno

locandina festival teatro xs n10


Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Decimo anno per il Festival Teatro XS Città di Salerno, organizzato dalla Compagnia dell’Eclissi, la formula è la stessa, ma a salire sul palco saranno tutti coloro che hanno vinto le passate edizioni. Una piacevole passerella che fa incontrare gli artisti ed il pubblico che li ha gradito. All’interno del Teatro Genovesi, dove la manifestazione si svolge, si respira aria di festa per questi dieci anni trascorsi insieme. Il pubblico, affezionato alla manifestazione, si ritrova in maniera amicale e gli appuntamenti, che andranno avanti fino agli inizi di maggio, sono attesi come ricorrenze familiari, sicché il decennale è sentito da tutti come un evento importante, una meta raggiunta insieme. Ad iniziare la kermesse il 4 febbraio scorso, è stata Chiara Giribaldi della Compagnia “I Cattivi di Cuore” d’Imperia, con il monologo “Il profumo delle rose”, scritto da lei stessa, per la regia di Gino Brusco.
“Il profumo delle rose”, ovvero della speranza di longevità serena, dolce e fruibile fermandosi a Roseto, Pennsylvania, USA, s’ispira alla vera storia di un gruppo di emigranti italiani, che partiti alla fine dell’800 da Roseto Valforte, un piccolo comune della Puglia, fonda e dà il nome alla comunità della Pennsylvania. Il monologo, recitato in maniera egregia dall’attrice, conosciuta dal pubblico per le tre edizioni vinte dalla compagnia, una per tutte “From Medea”, un pezzo di un’intensità sconvolgente, doveva essere divertente, ma è riuscito solo a farci sorridere. Il pezzo, intanto, non lesina spunti riflessivi e occasioni offerti con maestria ed eleganza dalla Giribaldi, inarrivabile come attrice. La scena si presenta spartana con due pedane a mo’ di podio, sormontate da una sedia normale e da uno sgabello laccato di rosso sul quale è appoggiato un borsalino bianco e un bastone elegante, a testimoniare quasi che da quel pulpito verrà la verità. Sul palco, Chiara, vestita tutta di nero, quasi una prefica greca, con il solo colore rosso delle scarpe, della nocca dei capelli e degli orecchini, si muove con grazia e leggiadria e parla della Roseto americana, che balzerà nel tempo agli onori della cronaca sanitaria americana, perché isola felice di Longevità e serenità, nonostante fossero assenti i fattori climatici ed alimentari che potessero spiegare tali qualità. Gli studi di questa teoria fecero capo al dottor Wolfe, durati anni, sempre accompagnato dal suo cappello e dal suo bastone il quale consigliava di fermarsi a Roseto, Pennsylvania, USA, per godere del profumo delle rose, dominatrici assolute del paesaggio del paese di cui anticipano il nome. In realtà della storia di Roseto la Giribaldi si serve per dare uno sguardo alla società di oggi, alle sue esagerazioni, alla sua presunta modernità, alla sua voglia di presenzialità, alla sua ridotta resilienza ai disagi, alle frequenti crisi di amnesia storica, alla sua ipnotica indulgenza a by-passare le problematiche più urgenti. Ne esce un pezzo che poteva essere più tranciante, più satirico, più evocativo, più incisivo, più dolentemente dolce, ma forse l’autrice voleva essere leggera e sferzante superficiale e graffiante, nostalgica e satirica.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu




Spazio Up Arte Salerno aderisce e sostiene l’iniziativa del comitato Monachelle di Arco Felice - Pozzuoli



Pistoletto





Fonte:www.lapilli.eu del 11 Febbraio 2018
Maria Serritiello

Il 4 febbraio scorso i soci dell’associazione culturale Spazio Up Arte si sono recati presso l’ex convitto delle Monachelle di Arco Felice, per assistere ai Concerti del Mattino, organizzati in successione, con lo scopo di preservare il complesso delle Monachelle, in avanzato stato di degrado e difenderlo da bieche speculazioni. La partecipazione è frutto di una reciproca condivisione d’iniziative tra realtà associative provenienti da territori apparentemente distanti. Tra Davide Carnevale, Presidente dell’associazione Leaf e promotore del progetto   internazionale Land   Art   Campi   Flegrei, organizzatore dell’iniziativa e gli amici di Spazio Up Arte si sta, nel tempo, rafforzando un legame partecipativo. Gli intenti dell’Associazione Leaf e quelli di Spazio Up Arte sono simili e   cioè   quello   di   utilizzare   il   linguaggio   dell’arte   per   spronare   alla cittadinanza   attiva, preservare   i   beni   dall’incuria   e   favorire   gli   stessi attraverso la partecipazione e l’inclusività ma anche d’ indicare e costruire un futuro sostenibile. Un programma di tutto rispetto che s’ispira al principio della trinamica (IO Noi   tu) 1+1=   3   espressa   nel   simbolo   del   Terzo   Paradiso   dell’artista Pistoletto.
Michelangelo Olivero Pistoletto        
 (Biella, 25giugno 1933) è un artista pittore e scultore italiano, animatore e protagonista della corrente dell’arte povera.  Nel 2003 scrive il manifesto del          Terzo Paradiso e ne disegna il simbolo, costituito   da   una   riconfigurazione   del   segno   matematico d'infinito. Il Terzo Paradiso è la fusione fra il primo e il secondo paradiso. Il primo è quello in cui gli esseri umani erano totalmente integrati nella natura.   Il   secondo   è   il paradiso   artificiale, sviluppato   dall'intelligenza umana, fino alle dimensioni globali raggiunte oggi con la scienza e la tecnologia. Il terzo è la fase che si realizza nella connessione equilibrata tra artificio e natura, indispensabile per la sopravvivenza. Il grande mito che porta ad assumere una personale responsabilità nella visione globale. Le tesi del grande artista sono state sposate a pieno dal comitato   dell’ex   collegio   delle   Monachelle, per   cui   non   è   mancato l’appoggio dell’artista alla manifestazione, organizzata dal comitato stesso e dalla LEAF di Napoli, con l’intento di recuperare lo spazio e la struttura fatiscente dell’ex collegio, di proprietà del Comune di Napoli. Intanto, lo stesso, ha pensato bene di mettere in vendita tutti gli spazi per fare cassa, incurante dei tentativi che il Comitato, insieme ad altre organizzazioni va mettendo in atto, facendo andare deserte le aste procedurali per impedirne la   compravendita   e   sensibilizzando   quante   più   persone   possibili, agli scempi che sopra le proprie teste la classe politica pone in essere. Si propongono così, di volta in volta, eventi, come quello di domenica 4 febbraio, una matinée concerto con “Chambercelli” une ensemble di soli violoncellisti, 14 per l’esattezza, più il Maestro Aurelio Bertucci che, nel 2016   ha   riuniti   alcuni   alunni, per   mettere   su   una   piccola   classe   di violoncelli da camera. Nella sala Terzo Paradiso, un locale della suddetta struttura, rabberciato alla meglio e a costo di notevoli sacrifici economici, di tempo e fatica, si sono elevate le note di un programma vario ed articolato. I violoncellisti hanno   deliziato   il   pubblico, spaziando   dalla   musica   classica   a   brani napoletani, da temi tratti da film a sigle televisive, riportandoci indietro nel tempo. All’esterno, dinanzi ad una spazialità marina mozzafiato, un panorama come pochi, una tavolata imbandita di bibite, pizzette e dolcetti della tradizione napoletana ha soddisfatto il palato dei coraggiosi che avevano deciso di seguire l’evento approfittando di una location che poco ha da invidiare ad altre più famose. Se solo ci si lasciasse traportare dalla fantasia si potrebbe immaginare questo   incantevole   luogo, spalancato   sul   mare, trasformato   da   un intervento di recupero sostanziale, con verde fiorente ed attrezzato, sì da essere fruito dignitosamente. La realtà è ben altra, i 35 anni di degrado e di abbandono sono sotto gli occhi di tutti, sebbene il comitato dell’ex collegio delle Monachelle svolga varie attività, tutte validissime, per non lasciare il presidio solo, come il fare l’orto, produrre concime naturale, organizzando una compostiera, visione di film, musica dal vivo e tanto altro. L’aria e il clima dei campi flegrei, le bellezze e gli scorci offerti dalla natura, il colpo d’occhio dell’insieme del golfo di Napoli, con Capri, la penisola Sorrentina da un lato, Ischia, Procida e il litorale nord di Napoli dall’altro, aiutati dalla mite giornata di sole e limpida di luce, ha reso tutta la visita piacevole. Siamo ad Arco Felice e ci si augura, per il futuro, di poterlo condividere, ogni volta, liberi di poter esserci.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu






Il M° Giuseppe Carabetta incontra personaggi della cultura all’interno della sua personale

             mostra carabetta









Fonte:www.lapilli.eu  del 9 febbraio2018
di Maria Serritiello

Dal 27 al 4 febbraio scorso, con il patrocinio dell’Università Popolare Nuova Sede Scuola Medica Salernitana e la collaborazione dell’IISS “Santa Caterina da Siena Amendola si è tenuta la Mostra Personale di Giuseppe Carabetta. All’interno dell’esposizione delle bellissime marine della divina costiera, disegnate dal Maestro, sono stati invitati, nei vari giorni del vernissage: Guido Rella (poeta), Maurizio Gallo (scultore del rame), Felice De Martino (scrittore), Enzo Landolfi (conduttore televisivo). Le serate, con gli ospiti, sono state condotte egregiamente dal giornalista Aniello Palumbo.
Il 1° febbraio ad impreziosire la mostra sono stati esposti i manufatti del Maestro Maurizio Gallo, scultore, con la sua versione in rame, dei monili e non solo degli antichi egizi.
Quando una passione forte e rude si mette al servizio delle mani callose e laboriose, vengono fuori lavori a sbalzo su lamine di rame che non fanno alcuno sconto in termini di pesantezza ai pensieri, sogni, fantasie di Maurizio Gallo da Montecorvino Rovella. Esposizione ricca di manufatti di rame che tendono ad abbracciare ed accompagnare alcuni paesaggi, prevalentemente marini di Giuseppe Carabetta, che mette l’anima e la sua passione per far rivivere scorci indimenticabili della nostra bella e amata costiera. A chi domandava al Maestro Gallo il perché del suo particolare interesse per il mondo antico degli egizi, infatti quasi tutti i pezzi esposti si rifanno ad aspetti di vita quotidiana ed eletta di quel mondo, ha risposto, molto candidamente, che voleva capire cosa significasse, sia in termini di fatica e tecnica manifatturiera, sia a provare, ad imitare i lavori degli orafi egizi, trattando il rame. Pochi colpi ben assestati, con un martello sferico di plastica dura, su di una lamina di rame dà dimostrazione della fatica che la lavorazione del rame comporta. Una resa dolorosa ad una sforzo tremendo, che viaggia sul crinale di rotture del materiale, duttile, sì, ma appena lavorato diventa duro, pronto a rompersi. E non si fa fatica a capire quanto poco futuro possa avere un lavoro artigianale con tanti rischi, particolarmente usurante e soprattutto così esigente in termini d’impegno. Dolorosa fatica materiale e difficoltà di passione, qualora si voglia provare a lasciare su tale superficie un proprio sogno, una propria emozione. E non parliamo di costi vivi e di giornate sacrificate ad altri affetti. E sì che il Maestro ci mette tutta la sua grinta a nobilitare un materiale così esigente e per certi versi avaro di slanci, per consegnare a quelli che verranno, un saggio della sua passione e della sua immarcescibile tenacia. Quando presenta ai curiosi di quest’arte, le sue nodose mani abituate per troppo tempo al contatto con i faticosi martelli e le grosse lamine, quasi dimentica che proprio al lavoro delle stesse, deve la riuscita dei sogni realizzati. Viso imponente come l’altezza del suo corpo, un naso significativo per il suo profilo, si muove con la difficoltà di chi per troppo tempo fa del lavoro, della fatica e della solitudine le sue cifre distintive, ma si capisce che di pazienza e di bontà ne ha da vendere e che si dispiace dover irrigidire un materiale che ha nella morbidezza naturale il suo glamour. Sacrificare le lamine e sottometterle al gioco dei suoi sogni senza mai violentarlo o ferirlo, più di tanto, è l’ispirazione di Maurizio Gallo, così come Giuseppe Carabetta filtra e trasmette il calore e la luce della sua costiera, delle sue marine, quasi a ricordare a noi fruitori che “Ruit hora” e che non ci resta altro di godere le emozioni che altre mani sanno regalare ai nostri occhi e ai nostri pensieri.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu


Al Complesso di Santa Sofia in esposizione la retrospettiva pittorica di Emanuela Cuozzo.







Fonte: www.lapilli.eu del 6 febbraio 2018
di Maria Serritiello

Per due giorni, precisamente, il 3 ed il 4 febbraio, la chiesa dell’Addolorata, all’interno del complesso di Santa Sofia, ha ospitato la retrospettiva della pittrice Emanuela Cuozzo. Promotrice dell’evento è stata la sorella Fulvia, per ricordarla nel decennale della sua morte. Emanuela era nata ad Eboli, con la passione dell’arte fin da ragazza, fu autodidatta ma poi ci fu l’incontro con i maestri Raffaele Graziano ed Eugenio Siniscalchi, nella cui bottega avviò un discorso pittorico-didattico, avvicinandosi, così, alle vare tecniche coloristiche. La mostra ha avuto come titolo “Lita” ed è la stessa sorella a spiegarcene il perché
“Emanuela, veniva chiamata in famiglia Emanuelita, invece da me bambina, passavano tra me e lei quasi tre anni, Lita, così il nome della mostra”. “Dieci anni fa”, continua, “avrebbe compiuto, un mese dopo, solo 57 anni, quando, in un incontro, prima che ci lasciasse, l’avevo spronata ad esporre i suoi quadri, che Lei, molto modestamente teneva per sé. Stranamente quella volta mi rispose che ci stava pensando. Ecco in nome di quella mezza promessa strappata, ho cercato di organizzare l’odierna retrospettiva.”
Lita amava molto dipingere, aveva iniziato in tarda età a coltivare questa sua passione ma con molta serietà, frequentando, infatti, una vera è propria scuola e seguendone i corsi con diligenza. In questo gruppo si trovava molto a suo agio, sia per la socializzazione, sia per la produzione. I suoi quadri, i esposti in numero di 18, sono stai scelti tra i tanti del patrimonio artistico, perché sono quelli che più la rappresentano. Una donna schiva, ma vivace intellettivamente, si era laureata in pedagogia e professionalmente svolgeva il lavoro di funzionaria, nell’amministrazione dell’Università di Fisciano. Per molto tempo si è occupata con devozione della madre, che non versava in piena salute, infatti vivevano insieme a Fisciano, un luogo più comodo per il suo lavoro. Il rapporto delle due sorelle è stato molto affettivo, tutte le volte che si ritrovavamo, era come tornare bambine, il periodo felice, forse per scacciare le attuali preoccupazioni, inevitabili nella vita. Lita aveva tanti amici con i quali condivideva hobby e passioni. In apparenza ritenuta fragile dai genitori, in contrapposizione al carattere forte e deciso di Fulvia, si è poi scoperto che era lei la vera decisionista, la sorella solo d’immagine. Ha vissuto da sola, forse perché la sua sensibilità d’artista non collimava con la superficialità di quelli che incrociava. E incontriamola la grande sensibilità di Lita, spalmata nei suoi quadri, un tocco fine anche nei soggetti da dipingere. Ad iniziare dalla brochure, un ciuffo di fresie colorate su di un fondo scuro come un cielo di sera, per continuare con le marine al tramonto, il cielo striato di grigio e scogli rocciosi in primo piano. Il mare quando prende colore, azzurro intenso, è circondato da una scogliera che è simile ad un abbraccio. E poi i monti sullo sfondo, in uno dei suoi quadri, sono dei grandi massi marroni, privi di verde, associati ad una piccola casa, quasi un punto giallo, con un vasto prato dinanzi, avvolto da fiori spontanei. A guardar bene il dipinto, a lato, si scorge un piccolo tetto, segno che la casina non è isolata. Voglia di quiete di Lita forse, ma con una vicinanza discreta.  Stati d’animo diversi si alternano nei colori usati per dipingere fiori e frutta, il fondo a volte è scuro e a volte chiaro ma sempre sgargianti i pigmenti di ciò che pone in primo piano. Per qualche periodo i quadri sono luminosi, il sole splende tra gli ulivi secolari che fanno ombra con il terreno rossiccio ed ancora un piccolo casolare, protetto da una grande quercia ed avvolto dal verde fiorito di bianche pratole. La collina, il mare, i fiori, le nature morte, gli angoli antichi, sono i temi trattati da Lita.
 Ad accompagnare la retrospettiva di Emanuela Cuozzo, sono stati esposti alcuni quadri del giovane Andrea Falcone, uno studente d’ingegneria con l’hobby della pittura. I suoi quadri sono solari e pieni di luce, il tratto è leggero, ma incisivo. Fa bella mostra di sé, tra l’altro, in un suo quadro, un angolo riconoscibilissimo di Roscigno vecchio, un paese disabitato, un museo a cielo aperto, che serba intatta la civiltà contadina. Molte le persone convenute, alle quali, un’emozionata Fulvia Cuozzo, ha porto i suoi ringraziamenti.

Maria Serritiello 
www.lapilli.eu




Per le Rassegne Fotografiche del “Lab Photo Print- Cerzosimo, Gaetano Paraggio




paraggio







Fonte:www.lapilli.eu del 24 gennaio 2018
di Maria Serritiello

Nell’elegante Studio Fotografico Cerzosimo, spazioso ed accogliente, con sei vetrate luminose, affacciate sulla strada, a fare luce ad un bel tratto di Via Roma di Bellizzi, lunedì 22 gennaio, hanno avuto inizio gli incontri-eventi fotografici, fortemente voluti da Armando, il capostipite dei Cerzosimo, ove si vedranno sfilare, nel tempo, le firme prestigiose dell’arte fotografica italiana. In una cornice di pubblico, tra appassionati ed intenditori, che a fatica il locale, sia pure ampio e capace, è riuscito a contenere, sono stati presentati gli scatti, paesaggistici “Guardare ogni giorno” di Gaetano Paraggio. Nato a Paderno Dugnano (vive a Bellizzi dal 1978), ma di famiglia originaria della Lucania da cui trae forti reminiscenze biografiche, proprie di quella regione, in particolare per il feudo dei Doria, già di Federico II di Svevia, per il territorio di Avigliano, con la sua propaggine verso la Puglia, dominata da quel Castel-Lagopesole, e l’appassionata simpatia riversata sulla provincia di Matera. Un progetto, dei quattro tenuti in piedi, iniziato nel 2015 assieme a Pio Peruzzini è proprio dedicato alla provincia di quest’unica e particolare città al mondo, che nel 2019 sarà capitale della cultura. Sono 31 i siti che saranno impressi negli scatti, come proiezione del fotografo e non mera documentazione. Attualmente ne sono stati esplorati 23 paesi a fronte dei 31 esistenti. L’inclinazione per l’arte fotografica, di cui ha una produzione enciclopedica, gli è nata nella sua stessa casa, suo padre nello scantinato possedeva una camera oscura, con cui si dedicava al suo hobby, facile dedurre la sua passione, trasformata in arte. Col sopraggiungere del digitale viene preso dallo scoramento, tanto da fermare la produzione, dice di lui, Franco Sortini, amico e amante egli stesso della fotografia, che ha egregiamente presentato agli astanti, un excursus tecnico di Gaetano, ponendo l’accento sulla semplicità, quale cifra stilistica precipua di lui.  Ma la spinta per la fotografia è forte ed anche il legame per il mare per cui attraverso la rete ed un suo soggiorno prolungato in Liguria, precisamente ad Imperia, forma un gruppo di lavoro per osservare ogni giorno la riviera di ponente, che va da Imperia fino a Sanremo. E poi è lo stesso Paraggio a parlare, con fare riservato, della sua passione, della sua aspirazione, neanche tanto segreta, di mettersi al servizio della macchina fotografica e affidare a lei e solo a lei il compito di lasciare le opportune tracce del presente, recente fossile di un passato antico e generoso, a memoria dei posteri. Casual nel vestire, nascosto dietro occhiali funzionali ed una barba fluente, Gaetano commenta le immagini che scorrono in video, proiettate dall’esperta mano del secondogenito della famiglia Cerzosimo, Nicola, un giovane di una simpatia innata, sorridente e sempre disponibile. L’artista parla con una conoscenza e una padronanza della lingua non sempre patrimonio scontato dei tanti che abbracciano tale arte, sicché il commento orale ha costretto ad una rivalutazione tecnico-filosofica dell’opera fotografica, che nasce da una precisa volontà di esserci senza presenziare, di esserci senza imperversare, di esserci quasi senza esserci.
Così, in rete, descrive se stesso e il senso della sua fotografia :
 “Sono attratto dai luoghi del vivere di tutti i giorni. Luoghi normali, visti (anzi non visti) solo di passaggio. Luoghi che non lasciano traccia sulle retine delle persone, come fossero invisibili. Mi piace camminare lungo strade periferiche o nelle zone industriali, posare il mio sguardo sulle fabbriche dismesse. La mente si rilassa e ragiona libera. Guardare tutto questo dal mirino della macchina fotografica riporta in vita luoghi senza tempo, ne denuncia il degrado da “terra senza uomini”, la lontananza delle istituzioni, la morsa di una crisi incomprensibile quanto dolorosa e cinica. La mia è una ricerca sulla bellezza. La bellezza la cogli meglio nella sua assenza, quando la nascondi o ne fai vedere solo la parte che viene da un tempo lontano. Mi piace fotografare le città, cercare una simbiosi tra me e la solitudine di spazi che non conosco. La mia fotografia è un tentativo di esistere, la possibilità di essere.”
La serata ha soddisfatto tutti. La progettualità sempre in movimento di Armando Cerzosimo, che ad inizio di serata ha ceduto la presentazione di Gaetano Paraggio, a suo figlio Pietro, impeccabile tedoforo, nell’accendere, la fiamma della curiosità e della conoscenza, attraverso lo studio e l’interpretazione della fotografia, ha consentito ai presenti di gradire ed apprezzare a pieno ciò cui aspirano i giovani Cerzosimo, Pietro e Nicola, sotto la spinta dell’instancabile padre, Armando e cioè avvicinarsi ed a fruire dell’arte fotografica.
Maria Serritiello

GaetanoParaggio

Progetti
2011/2013 - ideatore e curatore del concorso EXAREA dedicato alle aree dismesse.
2013- Pubblicazione del libro autoprodotto "Siamo al palo".
2014 - Selezionato per il progetto editoriale "Questo Paese" curato da Fulvio Bortolozzo del gruppo facebook  We Do The Rest.
2015 - pubblicazione del libro autoprodotto "Luoghi e Superfici".

Esposizioni
-Aprile 2012 - "Declinazioni Periferiche" di Gaetano Paraggio e Salvatore Lembo

-Complesso ex tabacchificio Centola, Pontecagnano (SA)

-Giugno/settembre 2014 - Colletiva "Questo Paese" curata da Fulvio Bortolozzo per Corigliano Calabro Fotografia Corigliano Calabro, Castello Ducale.

-Giugno 2014 - Presente nell'esposizione collettiva "Ibridi Fogli" con il libro "Siamo al palo", curata da Antonio Baglivo e Vito Pinto, Pinacoteca Provinciale di Salerno.
-Luglio/settembre 2014 - Colletiva "La Terra dei Miti" curata da PHOTOARTCOMMUNITY Associazione Culturale Carmine Pandolfi
Agropoli(SA), Castello Aragonese.
-Maggio/Giugno 2015 - Presente nell'esposizione collettiva "Ibridi & Simili" con il libro "Luoghi e Superfici", curata da Antonio Baglivo e Vito Pinto, Biblioteca Provinciale di Salerno.