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mercoledì 7 maggio 2014

“Aspettando Godot” della compagnia “ Ronzinante” di Merate è stato l’ultimo spettacolo in concorso al Festival Nazionale Teatro XS Salerno, 2014

Fonte:
www.lapilli.eu
di Maria Serritiello


 

 “Aspettando Godot” ha chiuso il ciclo di rappresentazioni al Festival Teatro XS di Salerno, iniziato il 23 febbraio scorso per concludersi definitivamente il 4 maggio, con la serata di premiazione. La tragedia comico-grottesca di Samuel Beckett è uno dei testi più noti del teatro del Novecento. La prima mondiale assoluta di Aspettando Godot si tenne a Parigi il 5 gennaio del 1953, nel Théatre de Babylone e non fu un successo, ma divenne un fatto sociale, dividendo le persone in chi aveva già visto e chi doveva ancora vedere Aspettando Godot. In Italia il pezzo rappresentato nel 1954 da Vittorio Caprioli, che nell’allestimento impersonò Pozzo, iniziò ad avere fortuna solo dopo il Premio Nobel del 1969 e per il successo pieno si dovrà attendere gli anni ’80. Il critico Vivian Mercier scrisse di Beckett e del suo Godot quanto segue” ha realizzato il teoricamente impossibile, un'opera in cui non succede nulla, ma che tiene incollati gli spettatori ai loro posti.”

Mai giudizio fu più veritiero ed infatti la compagnia “Ronzinante” di Merate (Lecco), per due ore, con un breve intervallo, ha mantenuto alta costantemente l’attenzione dei presenti, senza che in scena, sguarnita e priva di ogni attrattiva, succedesse nulla. La trama è fin troppo semplice, Estragono e Vladimiro, due barboni, si ritrovano, in una zona di aperta campagna, da soli, smarriti ed affamati, aspettando un certo Godot, che non conoscono, ma dal quale pensano di ricavare sostentamento. Inizia l’attesa, sotto un albero che è per loro l’unica protezione, accennano a parlare, ma il linguaggio non sense, povero e solo basilare, usato, rende tutto più complicato, sicché ognuno sull’altro, tenta di avere ragione. Si azzuffano, si separano ma si cercano ogni volta, perché staccati non riescono proprio a stare, la solitudine è più sentita della fame. I due mentre aspettano Godot, che per quel giorno non verrà, vedono transitare una strana coppia di padrone e servo. Pozzo, un grossolano proprietario terriero trascina al guinzaglio il suo servitore Lucky, questi arranca affaticatissimo sotto il peso dei colli che è costretto a trasportare per il suo padrone. Più volte cade, ma viene rimesso in piedi a furia di scudisciate. I due barboni un po’ per passare il tempo, in quel posto non succede mai niente, mentre aspettano Godot, un po’ per curiosità ma molto per la pena sulla triste condizione del meschino, intrattengono un discorso, condotto alla loro maniera, con Pozzo. Quale la meraviglia, quando Lucky, tutt’ad un tratto, esce dal torpore, si azima e vomita energico un farneticante e colto monologo che culmina in una rovinosa mischia tra i vari personaggi. Pozzo ristabilisce l’ordine con la forza e riprende il cammino con Lucky, ma intanto è calata la sera e di Godot nemmeno l’ombra, né verrà, forse domani, come avverte un giovane messo. La seconda parte non è dissimile dalla prima, i due sempre più scoraggiati per la snervante attesa, cominciano a pensare anche al suicidio, ma non ne fanno nulla perché aspettano, anzi devono aspettare, in ogni caso, Godot. Intanto ripassa Pozzo, lui che esprimeva la prepotenza e la costruzione vuota delle parole di chi ha potere, nel frattempo è divenuto cieco, mentre Lucky, espressione della coscienza e della dignità dell’uomo, invece, è diventato muto, per potersi conservare le ultime parole rimastegli. Sull’ albero sono spuntate le foglie, segno che il tempo trascorre ma che nulla accade, nulla mai, se non la loro isteria spasmodica a voler attendere a tutti i costi Godot.

  • Un grandissimo testo quello di “Aspettando Godot”, un’icona dell’assurdo, che al suo apparire rivoluzionò completamente i canoni narrativi, cosicché il nulla dell’attesa del fantomatico personaggio, ha in sé la conoscenza dei tanti aspetti della vita. La metafora è evidente ed anche semplicemente comprensibile, Godot, può rappresentare, infatti le varie sfaccettature della vita, come l’attesa della morte o il vuoto svolgersi dell’esistenza o ancora la ricerca di Dio. I due vagabondi, attraverso l’attesa di un misterioso personaggio, che si accorga della loro esistenza e ne muta il corso, sono l’espressione di noi tutti a cui non abbiamo saputo dare risposta certa sull’utilità del nostro sostare sulla terra. Vladimiro ed Estragono, con un linguaggio elementare, per poter essere ascoltati, ma assurdo per la compiutezza del pensiero, per chi non vuol comprendere, del resto chi ha pensieri al di sopra della massa è sempre ritenuto un po’ folle, si chiedono perché sono venuti al mondo, se servono a qualcuno o a qualcosa e se non sono utili a niente perché sono stati creati. Ed ecco che l’attesa, improvvisamente prende senso, i due barboni aspettano, vana l’attesa, che qualcuno gli dia una risposta credibile, ragionevole, ammissibile. L’opera la più rivoluzionaria del teatro del ‘900 affronta anche il tema della solitudine e dell’incomunicabilità dell’uomo moderno il quale vive disperso in una dimensione spazio-temporale che non conosce, senza riferimenti, senza Dio e solo di fronte all’incognito. Perciò l’albero, in scena, come il loro unico punto di riferimento e di riparo, che rileva, perdendo foglie ma poi germogliando, il trascorrere del tempo. L’albero può anche aiutarli a mettere fine a questa assurda attesa, può sostenere i loro corpi per un atto finale o forse no, perché essendo in due e il ramo reggendo il più leggero, si spezzerebbe al peso del più consistente lasciandolo disperatamente solo.

          “Allora che si fa? / Si aspetta Godot / Ah, già”

 Il tormentone si ripete ma non infastidisce anzi è atteso, perché è il       segnale che un’azione si è conclusa e un’altra potrebbe iniziare, ed è quella di attendere e sperare. La disperata la solitudine nella quale i due barboni, ogni giorno, affondano e si muovono, è resa, come condizione miserabile di vita, dalle parole dai gesti, dagli sguardi malinconici e rassegnati, dal cercarsi in modo spasmodico, dal toccarsi per sentirsi vivi e riscaldati, loro che vivono all’addiaccio. C’è poi il linguaggio, che sì, esce dai canoni prettamente teatrali, ma a seguirlo con attenzione non è così illogico

Perché non lascia i bagagli? / Perché se la prende comoda”

“La cosa comincia a preoccuparmi, uno dei ladroni si salvò. E se ci pentissimo? / Di che di essere nati...”

“Gogo hai letto la bibbia? /Mi pare di averci dato un’occhiata”

“Ecco gli uomini se la prendono con la scarpa quando la colpa è del piede”

“Che cosa gli hai chiesto? / Niente di preciso, una specie di preghiera, una supplica. Che si sarebbe visto, che non poteva promettere nulla, che doveva pensarci su, consultarsi con la famiglia, gli amici, i consulenti, i corrispondenti, il suo conto in banca, prima di prendere decisioni”

 

Bene, il sottinteso è chiaramente allusivo, di qui la grandezza del testo.

 

Perfettamente interpretato da tutti gli attori: Giorgio Mariani, Giuliano Gariboldi, Emiliano Zatelli, Lorenzo Corengia, Federico Rosina,  della Compagnia “Ronzinante” di Merate (Lecco), la rappresentazione di “Aspettando Godot” per la regia di Giuliano Gariboldi, che ne è anche l’interprete (Estragono), si fa molta fatica a considerarla di teatro amatoriale. I due barboni Giorgio Mariani (Vladimiro) e Giuliano Garigoldi (Estragoni), hanno avuto il merito di aver aggiunto alla performance di per sé particolare, di proprio, la giocosa innocenza e la svagata leggerezza dei clowns. I gesti lenti di Estragono, più di 5 minuti per togliersi una scarpa, pulirsi i piedi, lavarsi la faccia, traendo acqua da un secchio bucato, orinare, camminare a zig zag e scambiarsi il cappello con Vladimiro, in un gioco che ricorda le comiche di Stanlio e Olio, sono preziosismi di una regia accurata. La musica popolare hindije di Lakatos e quella dei Balkan Project hanno creato un’atmosfera diversa, sognante, perché lontana dai nostri gusti consueti. Una menzione speciale la merita Lorenzo Corengia (Lucky) per l’esplosione inaspettata, improvvisa, energica e devastante del suo breve monologo, prima di zittirsi per sempre. Dolcissimo il viso mediterraneo di Antonio Takhim(il messo di Godot) con la sua figura racchiusa in un costume azzurro da inserviente da circo. Pozzo, Emiliano Zatelli, lo sconcertante padrone di Lucky, ha bene contribuito alla caratterizzazione del suo personaggio, mentre Giorgio Mariani (Vladimiro), infine, ha tenuto il passo, per intensità e sentimento con l’altro barbone.

Godot non arriva e forse è un bene per non consegnarci rassegnati e passivi al destino che incontro ci viene.

Maria Serritiello
 
 
 
 
 

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