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sabato 13 maggio 2017

“La strana storia del dottor Jekyll e Mr Hyde” ultimo lavoro in gara al Festival Teatro XS di Salerno.


dottor jekill

Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Ultimo spettacolo, il sesto in gara, al Festival Teatro XS di Salerno, con il titolo “La strana storia del dottor Jekyll e Mr Hyde” è stata una divertente storia, tratta dal famoso libro dell’800, dal titolo originale: Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, dello scrittore scozzese R.L. Stevenson, rielaborata dal regista Benoit Roland e portato in scena dalla Compagnia Teatroimmagine di Salzano (Ve).
La scelta del pezzo ce la motiva lo stesso regista che, nel rileggere il noto libro, si è lasciato avvolgere dall’atmosfera nebbiosa di Londra, tanto da sentirne il rumori dei passi lungo il Tamigi, l’acqua scorrere e le ombre muoversi nell’oscurità. Il clima inglese del romanzo ha tante affinità con quello veneziano, perfetto per trasferire i personaggi nella città italiana, così particolare e così adatta a prestarsi ad usare la Commedia dell’Arte. Una chiave di lettura inusuale, per la trama in sé, data dal regista, e per come si muovono i quattro interpreti, avendo posto l’accento sull’ antinomia e sull’opposto che è in loro, piuttosto che sul perverso. Così i quattro attori sono di volta in volta il D.R. Jacopo e Miss Heidy (Ruggero Fiorese), Pantalone, Fontego servo del dottore (Roberto Zamengo), Lucilla figlia di Pantalone , Teodolinda governante del dottore (Claudia Leonardi), Ottone figlio del dottore, Tellurio (Daniele Baron Toaldo) e in un’ora e mezza di rappresentazione si muovono in maniera giocosa come solo la commedia dell’arte e le sue maschere possono fare, il resto lo aggiunge il recitato gustosamente dialettale.
Il D.R Jacopo ha un figlio di nome Ottone, che umilia ogni volta che può. Lo ritiene un buono a nulla e lo mantiene in un vero stato di soggezione a cui Ottone non sa sottrarsi, in verità lo fa solo quando diventa il feroce Tellurio. Il dottor Jacopo è convinto di avere inventato una pozione, quasi magica, una panacea per tutti i mali, la “ Jacopina” di cui si vanta. Ed ecco che il romanzo dello scrittore scozzese diventa solo uno spunto, per imbastire, in una Venezia dei nostri tempi, una rivisitazione delle antinomie che ognuno di noi si porta dentro e delle quali solo raramente e in modo talvolta, molto occasionale, si riesce ad averne piena consapevolezza. Prendono corpo sulla scena, i doppi e cioè il dottore e la sua alter ego, Miss Heidy, Balanzone e il servo Fontego, la fidanzata Lucilla e la paciosa Teodolinda, il geniale Ottone ed il mascalzone Tellurio. Il primo, il D.R. Jacopo, tutto, boria e cieca presunzione, che non si risparmia di gettare rancore in faccia al figlio Ottone, si scopre che lo fa per allontanare da sé, la sua femminilità ingenua e repressa, ma tanto ben espressa da miss Haidi e preannunciata dalla notizia scandalosa del giornale lagunare, del Cristo in chiesa, vestito da donna. La genialità di Ottone, invece, sempre repressa, non trova di meglio che trasformarsi in violenza per veder affermata la sua personalità, mentre il carattere forte, deciso e liberale di Lucilla si riduce nell’osservante serva paciosa, Teodolinda. Tanto furbo e scaltro Pantalone per mutarsi, nel suo doppio, remissivo, tonto e sciocco servitore Fontego. Con i ruoli ben precisi e il viso ricoperto da maschere solide ed anche espressive, nella loro fissità, tutte le coppie provano a parlare dei difetti della società che li circonda e delle problematiche eterne e fastidiose che animano l’esistenza. Ognuno dopo aver scoperto il proprio doppio e averci fatto i conti, si ritrovano nel finale che giunge chiarificatore e risolutivo, mettendo d’accordo tutte le parti, tanto da goderne la felice conclusione.
La piacevolezza dello spettacolo è l’aver spolverato il genere Commedia dell’Arte, un tipo di rappresentazione nato in Italia nel XVI secolo e rimasto popolare fino alla metà del XVIII secolo, anni della riforma goldoniana della commedia. Le rappresentazioni non erano basate su testi scritti ma dei canovacci, detti anche scenari, che inizialmente erano tenute all'aperto, con una scenografia fatta di pochi oggetti. Le compagnie erano composte da dieci persone: otto uomini e due donne e all’estero era conosciuta come "Commedia italiana”. La commedia dell’arte si trasforma con Goldoni in vero e proprio teatro con la dignità dei testi scritti ed anche l’uso del dialetto. Fino agli anni ‘60 e parte dei ’70, famose erano le compagnie dialettali che non avevano nulla di popolare, per avere nei capi comici attori di elevata bravura e noti per le loro eccellenti interpretazioni nel mondo: Cesco Baseggio, Gilberto Govi, Checco Durante, Turi Ferro, per non parlare dei fratelli De Filippo
Un fondale iperrealistico del ponte di Rialto e quattro pannelli, con lo stesso stile, rimandano ad altri luoghi tipici di Venezia, uno sgabello bianco, a piramide tronca, che cede il posto, nel secondo atto, ad una panca più lunga, anch’ essa bianca e a base rettangolare. La scenografia semplice e funzionale per i tanti colpi di scena, contrasta molto bene con gli abiti e le maschere proprie di Venezia, così come le musiche iniziali riproducono verosimilmente quelli della città lagunare. Tutti gli attori: Ruggero Fiorese, Roberto Zamengo, Claudia Leonardi hanno caratterizzato bene i personaggi e a loro va il plauso convinto di tutti, ma a Daniele Baron Toaldo, che ha personalizzato, in maniera eccellente, sia il personaggio di Ottone che quello di Tellurio, dando a quest’ultimo, anche la voce in un friulano strettissimo ed incomprensibile, un meritato “bravissimo” Assolutamente interessante la regia di Benoit Roland, Mel Brooks si fa sentire, per aver dato allo spettacolo un suo delicato equilibrio, mai volgare, con intervalli inattesi di canto corale, accennati passi di danza e leggere pantomime.
Hanno collaborato: Lara Tonello (assistente alla regia), Matteo Destro (pantomime), Paolo Coin (musiche), Antonia Munaretti (costumi), Lorenzo Riello e Francesco Bertolini (Luci) Ilenia Pellizzaro (ideazione scenografica), PalcoBase e Paolo Librato (realizzazione scenografica), Chiara Andreetta (grafica).
Maria Serritiello












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