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venerdì 14 marzo 2014

Ci guidava la passione. Musica e impegno civile negli anni settanta


Venerdì 28 marzo ore 19,30

Chiesa di Sant'Apollonia
Via San Benedetto - Salerno 

"E così sei con me"
Alberto Bertoli ragiona e canta di suo padre Pierangelo 

con 

Erminia Pellecchia - Giornalista
Antonio Daltrocanto Giordano - Presidente Associazione Daltrocanto e musicista
Sergio Martin - Autore del libro "Di mestiere faccio l'organizzatore"


Pierangelo Bertoli (Sassuolo5 novembre 1942 – Modena7 ottobre 2002) è stato un cantautore italiano.
Vero e proprio "cantastorie], voce sincera della sua terra[ autodefinitosi "artigiano della canzone, egli fu una figura emblematica della canzone d'autore italiana dagli anni settanta ai primi anni 2000, spaziando dalla musica popolare al rock, con testi diretti e densi di riferimenti sociali e politici.[4] Di lui è stato scritto che «l'immediatezza dei messaggi e la sincerità dell'ispirazione sono la peculiarità delle sue composizioni; la denuncia sociale, ora più meditata ora più aggressiva, connota il suo modo di raccontare l'uomo e il tempo in cui vive. Non ci sono coinvolgimenti nel consumismo del mercato, ma semmai una rabbia autentica certo non più attuale nel dilagante qualunquismo, ma frutto anche della maggiore sensibilità che egli ha come portatore di handicap» (venne colpito dalla poliomielite durante l'infanzia)
Pierangelo Bertoli è stato anche paragonato ai celebri compositori di ballate politiche popolari del passato, erede di una tradizione a cui appartenne, ad esempio, l'anarchico Pietro Gori.[6]





lunedì 10 marzo 2014

“Uomini Terra Terra” al Teatro Genovesi di Salerno, per il 2° incontro del Festival Nazionale Teatro XS





Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Raccontare il terremoto e tutto ciò che genera prima e dopo  non è mai facile, meno che mai lo è  in Campania, dove il ricordo di quel 23 novembre 1980  non si è mai allontanato dalla mente. Quando si è aperto il sipario del Teatro Genovesi, per il 2° incontro di domenica due marzo, all’interno dell’Evento Nazionale Festival Teatro XS, si è subito compreso che la rappresentazione avrebbe graffiato gli animi perché il testo in concorso, altro non è  che la vera narrazione di come siano andate, effettivamente le cose all’Aquila, il 6 aprile di cinque anni fa.

Si può correre il rischio che il tempo metta sotto il tappeto lo sporco, che i nostri figli e i figli di quella terra non sappiano. Le radici sono importanti, sono il passato, il passaggio e poi  il futuro delle generazioni, per cui Giorgio Cardinale, autore ed interprete, coadiuvato da Pietro Larotonda, compositore e cantore delle musiche e da lui suonate alla chitarra, iniziano a raccontare dalle origini la magnifica città dell’Aquila. Il narratore ed il barbuto menestrello, al pari di una storia antica, gli avvenimenti ce li raccontano con dinamica vivacità, ironia sottile e accuse precise, sia pur sottese. I personaggi implicati diventano così, di volta in volta,  pagliacci, re magi, sciamano, mentre la narrazione va avanti con movimenti sincronici dei due, con parole all’unisono e con   canzoni che frantumano la tensione. La scena è vuota, buia, con due sedie che si trasformano, nel gioco dell’immaginazione, in un veicolo in transito per il Gran Sasso e una scrivania che il narrante dice di appartenere al nonno. La storia antica dell’Aquila, Amiternum, è stata proprio lui a raccontarla al giovane nipote, sicché parla il vecchio, quanto parla e ripete, quanto ripete ma la sua non è smemoratezza dell’età Il pavimento dell’antica casa sotto passi cauti del ragazzo che va ripetendo a noi le notizie apprese dal vecchio, scricchiola, ahimè e  non per vetustà. Del resto Giampaolo Giuliano, un ex tecnico dell'Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetari, distaccato presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, ha previsto che nella zona ci sarà una forte scossa di terremoto, proprio in quel periodo, in base al  rilascio di radon dalla crosta terrestre ed il verificarsi di terremoti, ma nessuno l’ascolta anzi viene accusato di allarmare la popolazione.

Il prima dell’Aquila, nel racconto, è dolcissimo, tra la precisione descrittiva che s’incontrava negli anni addietro nei libri di geografia blu scuro della Garzanti e l’amore, l’orgoglio, il vanto di chi in quella terra ( non l’autore ) vi è nato. Scorrono sotto gli occhi, non ancora rovinate dai crolli, di quel triste 6 aprile, immagini bellissime di una piccola città tranquilla, addormentata nel sonno operoso, lontano dalla frenesia e dall’agitazione, dal ritmo  costante ed invariato, con il corso affollato in  determinate ore, per lo struscio, all’uscita della messa, all’aperitivo, all’incontro della gioventù nativa con quella universitaria. E’ dal 1458 che L’Aquila, da Ferdinando d'Aragona, ricevette  il privilegio dell’ istituzione dell’Università, destinata a conseguire, grande rinomanza. I monumenti, emergenze delle varie epoche storiche, sono visibili nelle parole del giovane autore, senza i segni malvagi del sisma: La fontana delle 99 cannelle, La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, La Porta Santa, La Basilica di San Bernardino, La chiesa di Santa Maria del Suffragio, popolarmente detta delle Anime Sante, patrimonio sì dell’Aquila ma dell’intera Italia. Viceversa accanto alla bella storia della città, i due giovani artisti, con la piacevolezza di cui sono capaci, avvenuto il terremoto, proprio come aveva predetto lo sciamano Giuliani, sono costretti ad elencare una lista nera di figuri che senza nessuna vergogna e quel che è peggio guadagnandovi anche, hanno gestito il terremoto come un affair personale, risuonano offensivi ancora nelle orecchie gli sghignazzi al telefono di chi ne avrebbe ricavato profitto da quella sciagura, senza tener in nessun conto le vite delle 309 vittime e dei loro familiari, spezzate per sempre. Nella lista segnata figurano: Bertolaso, Boschi, Barberi, De Bernardinis ed altri, figure al vertice del potere che hanno condizionato con il loro sapere(?) le scelte dei poveri aquilani. Boschi: "Escluderei che lo sciame sismico sia preliminare di eventi (...) -  siamo in una zona sismica attiva. Barberi: "Gli sciami tendono ad avere la stessa magnitudo ed è molto improbabile che nello stesso sciame la magnitudo cresca (...) Noi rappresentiamo la situazione scientifica" De Bernardinis: "La comunità scientifica conferma che non c'è pericolo, perché c'è uno scarico continuo di energia; la situazione è favorevole. ". L'assessore Stati : "Queste vostre affermazioni mi permettono di andare a rassicurare la popolazione". E che dire della farsa del “pagliaccio nero” a cui i cittadini dell’Aquila, con la vita segnata dal lutto, hanno dovuto assistere? Dal  6 aprile del 2009, L’Aquila,  sepolti i propri morti, è là che vive la sua triste  agonia.
Il pezzo è forte, intenso, emotivamente coinvolgente ed appartiene al filone del teatro di denuncia ed impegno civile,  tanto caro a Marco Paolino e ad  Ascanio Celestini. Anche lui, Giorgio Cardinali, l’autore oltre che il  bravo attore, ha seguito la traccia del teatro di narrazione, rifacendosi perfettamente alle fonti, ricercando le notizie e verificando la loro veridicità. Il testo, recitato con bravura, ha il pregio della leggerezza e della lievità, grazie al buon assemblaggio di tutte le parti, ma anche grazie  alla sinergia magnetica ed all’intesa perfetta tra Giorgio Cardinali e Pietro Larotonda. Evitato il richiamo nozionistico sulle origini della bella città si è potuto godere a pieno la piacevolezza del racconto, aiutato dalle canzoni e dagli effetti sonori del bravo  Pietro Larotonda che, sulla cassa armonica della chitarra, ha tamburellato lo scricchiolio e il boato del terremoto. Buona l’espressività corporea di Giorgio Cardinali nel muoversi in scena come un burattino mantenuto dai fili e piacevole la parlata dialettale aquilana, inserita nella sua recitazione, per uno come lui che non vi è nato.

Maria Serritiello
www,lapilli.eu








Cristina Marra, giornalista e scrittrice, è stata l’ospite degli incontri mensili del Giullare di Salerno


Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Si occupa di critica letteraria da diversi anni, prevalentemente della narrativa giallo-poliziesca, cura rubriche, redige recensioni, fa  interviste, su MilanoNera, è corrispondente di Global Press e collabora con i blog Liberi di scrivere. Lei è Cristina Marra e così la presenta all’incontro con l’autore del Teatro del Giullare, l’insostituibile Luca Badiale, accanito lettore che per Koinè”, l’associazione culturale di Cava dei Tirreni, divora libri e li recensisce. Cristina Marra, è nata a Reggio Calabria, dove vive spostandosi tra Milano e Roma. Giovane e sottile, una cerbiatta dolcissima e suadente, Cristina è al Giullare per promuovere due raccolte gialle, da  lei curate, Vento Noir e Animali Noir, della  Falco editore. Luca Badiale, con maestria d’intrattenitore, elenca tutto ciò che la giovane riesce a fare, tra un treno e l’altro, tra una presentazione e una collaborazione, tra una scrittura e una presentazione a Festival. Inoltre modera incontri con l'autore presso librerie, è componente della Giuria Popolare del "Premio Letterario Nazionale Tropea", è membro della Giuria del Premio "GialloLuna NeroNotte" di Ravenna e del "Premio Letterario città di Sortino"ed  è il direttore artistico del Festival del Giallo di Cosenza che si tiene per tre giorni a giugno, il prossimo sarà già la 3° edizione. Ma non è finita, ha anche  un blog “Barche controcorrente” dedicato a libri, luoghi e curiosità sul mare ed è stata chiamata a dare il suo apporto e la sua esperienza al primo Festival del Rosa di Santa Margherita Ligure, che si terrà dal 7 al  9 marzo prossimo. Una ragazza di prim’ordine, accurata e pugnace e quel che più conquista, senza nessuna rampante aggressività. Come sia giunta alla passione del noir, una certa curiosità l’ha suscitata tra il pubblico e lei dalla poltrona ottocentesca su cui è seduta e quasi risucchiata, lo riferisce piano, piano, quasi meditativa e non per cercare le parole, ma per dare piacere all’ascolto. Si apprende così che fin da bambina il genere l’ha appassionata, per approdare alla sua tesi di laurea  per cui ha scritto ed approfondito la “novela negra” spagnola.

Il format delle serate d’incontro, una volta al mese, al Giullare, è stato interamente creato dalla versatile Brunella Caputo che si divide, con uguale bravura, tra la recitazione e la regia. Ai precedenti cinque incontri hanno partecipato, con largo consenso di pubblico, gli scrittori: Rocco Papa, Piera Carlomagno, Maurizio de Giovanni e Patrizia Rinaldi. Nelle prossime date, il 6 marzo, all’appuntamento ci saranno:Letizia Vicidomini e  Tina Cacciaglia, mentre il 26 dello stesso mese, concluderà la serie, Diego De Silva. Gli appuntamenti del Giullare sono impreziositi, ogni volta, dagli strepitosi reading degli stessi  attori del piccolo teatro : Brunella Caputo,  Cinzia Ugatti,  Caterina Micoloni, Augusto Landi e Rocco Giannattasio, Andrea Bloise, Amelia Imparato, Matteo Amaturo e Giovanni Caputo a cui si aggiunge la sempre appropriata scelta musicale, curata da Virna Prescenzo. Dire che il gruppo recitante si cala così bene nei personaggi, sì da dare loro corpo e anima, estrapolandoli dalle pagine dei libri, sembrerebbe esagerata  retorica, ma non lo è, la loro è solamente confermata  bravura.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu









10 frasi killer da non dire quando litighi con lui




Fonte:D.repubblica.it
di Veronica Mazza


Litigare fa bene all'amore secondo gli esperti. Ma come lo si fa può avere ricadute negative. La psicoterapeuta ci aiuta a scoprire le 10 frasi che tutte prima o poi diciamo e che invece non dovremmo mai pronunciare

A QUANDO IL DECALOGO PER GLI UOMINI ? PERCHÉ' A DOVER EVITARE DOVREMMO ESSERE SOLO NOI? I SUGGERIMENTI LI TROVO DISCRIMINANTI E SUGGERISCO DI COMPLETARE I CONSIGLI PER LA COPPIA E NON PER UNA SOLA PERSONA DI ESSA.DOTTORESSA COZZOLINO UN PO' PIU' D'IMPEGNO, IA'... ( Maria Serritiello)



Libera dalle tensioni senza trasformarle in rancori, migliora la comunicazione e fa crescere la coppia, perché si affrontano assieme le difficoltà. Insomma, litigare fa bene all’amore secondo innumerevoli studi scientifici, come conferma anche la dottoressa Marinella Cozzolino, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell'Associazione italiana di sessuologia clinica. “Il fatto che una coppia bisticci è assolutamente sano e naturale, perché aiuta a ristabilire la differenza che c’è tra il bisogno di appartenersi e la fusione, che alcune volte vengono confuse. Quando si discute animatamente è per affermare se stessi, la propria individualità, la differenza che si sente con l’altro. Non è negativo il fatto che si litighi ma come lo si fa”, afferma l’esperta. Perché spesso si trascende con uscite infelici e reazioni verbali volte solo a ferire, che magari neanche si pensano realmente, che possono creare lacerazioni insanabili nell'equilibrio della coppia, compromettendo inesorabilmente il rapporto. “Il linguaggio serve a creare collaborazione, complicità ed accordo. A costruire e non a distruggere, anche perché la relazione di coppia si basa innanzitutto su una scelta, quella del partner, che non può essere costantemente rinnegata o messa in discussione. Ecco perché è importante evitare parole forti e offensive, che spesso sono solo la punta dell’iceberg di un’aggressività accumulata, che gratuitamente si scarica sul partner” spiega la psicoterapeuta.

Il decalogo
Ma quali sono le frasi che non andrebbero mai pronunciate in una relazione tra due persone che si amano davvero? Eccone dieci pensate dalla dottoressa Cozzolino, da evitare di dire se non si vuole mettere a rischio il futuro della storia.

1. Con tutti i problemi che ho ti ci metti anche tu…
In questo modo gli stai dicendo: vieni dopo i miei problemi e sei a tua volta un problema. Indica in qualche modo l’inclusione dell’altro solo nella sfera problematica. Significa che non ti capisce, che non è in grado di comprendere né tantomeno di alleviare i tuoi problemi. La puoi sostituire semplicemente con un po’ di grazia. “Amore, perdonami, non sono dell’umore giusto, ho un po’ di problemi, anzi ti va se ne parliamo?”

2. Dopo tutti i sacrifici che ho fatto per te…
Le cose che hai fatto per lui e con lui, invece di essere fonte di piacere o gioia diventano privazioni. Rinfacciare al tuo uomo le cose materiali e non, date e messe in gioco nella relazione, ti rende vittima e generi un senso di colpa nell’altro che a quel punto diviene, per difesa, aggressivo, generando un circolo vizioso in cui si fatica a comprendere la differenza fra vittima e carnefice. Questa espressione puoi sostituirla con: “ho agito sempre per il tuo ed il nostro bene, in buona fede. Magari ho sbagliato, ma involontariamente”.

3. Dovevo dar retta alle mie amiche, loro sì che hanno capito chi sei
Questa frase di uso comunissimo, indica una divisione netta in squadre. Tu e le tue amiche da un lato ed il partner, visto come il nemico, l’estraneo, l’avversario nella squadra opposta. È infelice perché oltre ad indicare esclusione, sottolinea che il gruppo, quello affiatato, quello di cui ci si fida e da cui ci si sente amate, sono le amiche, non la coppia. Il pericolo è di creare un distacco e un senso di non appartenenza che può allontanare definitivamente.

4. Non ne fai una giusta! Lascia, faccio io….
Lo svilimento del proprio compagno, costante in molte relazioni, va contro l’elemento base di una relazione affettiva: l’amore. Chi ama, sprona, incoraggia, stimola. Questa frase sottolinea invece l’incapacità dell’altro generalizzata a molti aspetti, perché equivale a dire che sbaglia in tutto, quindi è sbagliato. E’ l’annientamento totale del partner, la squalifica assoluta di tutte le sue capacità. Senza stima, l’amore non esiste. E meglio sostituirla, aggiungendo un po’ di ironia e un tono scherzoso, come se il suo essere un po’ imbranato fosse suo pregio poiché ci fa sorridere, dicendo “Anche io non ci riesco mai, dai proviamo insieme”.

5. È tutta colpa tua
Scaricare colpe e quindi responsabilità sull’altro è una tecnica comunicativa usata frequentemente. Agli occhi del partner questo atteggiamento, antipatico e molto pesante da sopportare, molto spesso ha l’unico scopo di giustificare la colpa stessa: “io ho sbagliato proprio perché tu sei così…” Se lui ha mancato in qualcosa sente già il peso dello sbaglio commesso a cui non ne andrebbero aggiunti altri. Una persona che ama a questo punto potrebbe dire “se hai sbagliato in qualcosa, si può sempre rimediare, dimmi se e come posso aiutarti”.

6. Te l’avevo detto
Queste parole generebbero rabbia in chiunque. Molti spesso se la sono sentita ripetere dai genitori ed infatti crea irritazione, perché sposta il potere all’interno della relazione: l’altro ci tratta come un bambino. È una affermazione tipica di chi tende in maniera ossessiva a puntualizzare fatti, colpe , eventi e mancanze. La precisazione costante è assolutamente deleteria nella relazione di coppia poiché crea una dinamica impari. Per sostituire una frase così ci vuole solo la capacità di creare squadra e complicità con il partner, magari dicendo: “lo avevamo detto che sarebbe potuto accadere”.

7. Maledetto il giorno che ti ho incontrato
Chi pronuncia questa frase vuole distruggere l’altro, accusandolo in qualche modo di averle rovinato la vita. Lui diventa la fonte di ogni colpa e di ogni dolore, caricandolo di responsabilità che in realtà vanno spartite se si vive un rapporto infelice. Perché si dimentica che, malgrado l’incontro avvenuto in un “maledetto giorno”, poi c’è stata una scelta, consensuale, di rincontrarsi, vedersi, frequentarsi e stare assieme.

8. Il mio ex era più bravo
Sottoporre il tuo attuale compagno ad una specie di esame per avere un posto sul podio di una ipotetica classifica dei precedenti uomini, è forse tra tutte la cosa peggiore che si possa dire per il gran numero di significati che contiene. E’ come se gli stessi dicendo: “il mio ex era meglio di te, anche in una sola cosa, ma era migliore. E poi ancora penso a lui, tu non sei alla sua altezza, quindi forse ho sbagliato scelta e un po’ lo rimpiango”. Non serve scomodare la psicologia per capire quanto e perché questa frase può essere tanto negativa e crudele. Basta porsi una sola domanda: se lo dicesse lui cosa proveresti?

9.Lo sapevo che di te non mi dovevo fidare
È come affermare: “non mi sono mai fidata di te fino in fondo, perché una parte di me sapeva che eri un incapace, una persona inaffidabile, un immaturo”. In questa espressione si tirano fuori una gran fetta di emozioni negative, magari a lungo rimuginate, nei confronti del partner. Quel “lo sapevo” sposta chi accusa su un livello di superiorità e abbassa l’altro a livelli di allievo. E’ un’ asserzione negativa, perché crea insicurezza nel compagno ed indebolisce il rapporto. Possiamo renderla una domanda e trasmettergli il nostro senso di frustrazione e smarrimento, chiedendogli: “stai dicendo che di te non mi posso fidare?”

10. Non hai capito
Anche questa è molto comune e non la si usa solo con lui, ma anche quando si parla con gli amici, con i figli, con i genitori e i colleghi. È l’opposto di qualsiasi regola di una sana comunicazione e di una buona educazione. “Non hai capito” semplicemente non si dice perché è scortese e maleducato. Se l’altro non ha compreso quello che volevi dire, è evidente che sei tu a non esserti spiegata bene. La responsabilità del fallimento della comprensione del discorso è di chi parla non di chi ascolta. È meglio ammettere, “forse non mi sono spiegata bene”








lunedì 3 marzo 2014

Incontri con la scrittura al Teatro del Giullare: VI Appuntamento



Sesto incontro con la scrittura al Teatro del Giullare.

Giovedì 6 marzo alle 20:30 

Tina Cacciaglia con "Il sussurro di Vico Pensiero" (Runa editrice) e Letizia Vicidomini con "Il segreto di Lazzaro" (edizioni CentoAutori).

Le autrici dialogheranno con Luca Badiali

Reading degli attori: Cinzia Ugatti, Brunella Caputo, Andrea Bloise, Giovanni Caputo, Matteo Amaturo della Compagnia del Giullare.

INGRESSO GRATUITO

TINA CACCIAGLIA

Tina Cacciaglia, sociologa e conciliatrice napoletana, vive da molti anni a Salerno. Ha pubblicato diversi articoli e racconti su giornali e antologie. Vincitrice del concorso Io Scrittore 2011 con un romanzo giallo, pubblicato nel 2012 in ebook dal Gruppo Mauri Spagnol. Nel maggio 2013 ha pubblicato un noir napoletano "Il sussurro di Vico Pensiero" per la Runa Editrice (prefazione di Maurizio Ponticello) e sempre con la stessa casa editrice ha pubblicato a dicembre 2013 in seconda edizione il romanzo storico di cui è coautrice "La signora della Marra", già segnalato per merito al Premio Calvino 2009.

LETIZIA VICIDOMINI

Letizia Vicidomini è nata e vive a Nocera Inferiore, ma è cittadina onoraria di Napoli che raggiunge per lavoro ormai da vent'anni, ogni giorno. Da pendolare ha lavorato come speaker in tutte le maggiori radio campane, da Kiss Kiss a Rtl 102. 5, da Marte a Club 91, passando per Crc e Punto Nuovo. Sempre in viaggio ha concepito le sue creature letterarie: nel 2006 pubblica "Nella memoria del cuore" e nel 2007 "Angel" con l'editore Akkuaria che ha inserito anche diversi suoi racconti in antologie a tema. Nel 2013 pubblica "Il segreto di Lazzaro" con CentoAutori, la casa editrice dei primi libri a tema sportivo di Maurizio de Giovanni che le regala una splendida prefazione. A breve sarà dato alle stampe il suo nuovo romanzo. E' attrice per passione, voce pubblicitaria e presentatrice.














sabato 1 marzo 2014

“Tango “ di Francesca Zanni, inaugura al Teatro Genovesi di Salerno la VI edizione del“Festival Nazionale Teatro XS”





Fonte: www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Con “Tango”, testo di denuncia e d’impegno civile, scritto da Francesca Zanni, attrice, drammaturga e regista, si è dato inizio, il 23 febbraio, alla VI edizione del “Festival Nazionale Teatro XS” città di Salerno. Un evento di prestigio, sia per  l’entusiasmo delle compagnie teatrali a partecipare, sia per l’impaziente  attesa del pubblico salernitano. Anche  questa volta e con enormi sacrifici, il Teatro Genovesi e il suo gruppo coeso sono riusciti ad organizzare l’ormai tradizionale manifestazione, fiore all’occhiello della città. Invariata la formula con  sette spettacoli in gara, che vanno dal 23 febbraio  fino ad arrivare al 4 maggio, con la serata di premiazione finale.

Per entrare nell’atmosfera emotiva della rappresentazione non si può non considerare quale sia stato per il popolo argentino, il dramma dei “desaparecidos”. Trentamila dissidenti o presunti tali, tra il 1976 ed il 1983, sotto il regime della Giunta militare, sparirono per essere imprigionati, torturati, uccisi e sepolti in fosse comuni o gettati  nell’oceano, con i cosiddetti voli della morte. Le vite sconvolte dei “desaparecidos” non erano solitarie, molti di loro avevano figli e tante donne stavano per averli. Quei,  bambini strappati alle famiglie, furono fatti svanire nel nulla e, orrore aggiunto, illegalmente adottati da coloro che erano stati gli aguzzini delle proprie madri. Tutto ciò avvenne nell’indifferenza generale del mondo civile, ma anche all’interno dello stesso Paese, vuoi  per mancanza totale d’informazione, vuoi per paura di ritorsioni. Intanto le masse popolari del pianeta, a quel tempo,  erano tutte intente a seguire i mondiali di calcio, giocati e vinti proprio laddove avvenivano i feroci eccidi e la stessa parola “desaparecidos” per i più era  solamente uno slogan vociato nelle manifestazioni di protesta, scissa dal reale significato, ma chi sapeva…Si deve alle  donne argentine, alle Madri di Plaza de Mayo, in cerca dei loro figli, se è stato  sollevato il drappo della verità,  se si è scoperto  che le loro creature, perse per sempre, avevano generato a loro volta  figli. D’allora oltre che madri anche nonne,  cercano con tenacia, senza mai perdere la speranza di trovare la carne della propria carne, viva. 

 

 
Tango

E’ buia la scena e lo sarà per tutta la durata,  60 minuti, escludendo la luce intermittente, che a turno illuminerà, al pari di un interrogatorio, i monologhi dei due attori. Un semplice fondale,  su cui si leggono scritte parole, come writers  sui muri, una comoda  poltrona a sinistra  ed  una vecchia sedia a destra, sono gli unici mobili che arredano la scena,  tra i due oggetti, uno spazio consistente, terrà separati per tutto il tempo i protagonisti, Carla e Claudio-Miguel. Che sia stata diversa la vita dei due  lo si intuisce subito, prima delle loro stesse parole, sottolineata da tanti piccoli particolari, tra cui lo spazio che intercorre tra loro, il non rivolgersi mai direttamente la parola, l’ostentata agiatezza di lui, la disperata  solitudine di lei. Ciò che non s’intuisce subito, invece, e questo lo si avverte inizialmente  come una  limitazione, è che cosa abbiano in comune i personaggi e per quale ragione si rimandano soliloqui, parlando ognuno  per proprio conto, come  in una confessione. A mano a mano che il monologo dei due andrà avanti si apprenderanno  tanti tasselli, sì da ricomporre il finale mancante al puzzle. Ai bordi del palcoscenico, abbandonate, vi sono sette  paia di scarpe usate,  segno che chi le ha calzate non potrà più farlo, ma può essere ricordato il loro martirio. Affiora un passaggio mentale inevitabile, anche i nazisti accumulavano cataste di oggetti dei loro  uccisi. Nel silenzio iniziale si diffonde struggente la musica di un tango e prima due ballerini e poi altri tre si affiancano, esprimendosi in una coreografia appassionata. In scena il tango irrompe e si fa metafora delle due vite, un ballo libero, senza una coreografia precostituita, ma solo movimento fluido e passionale “Avete mai ballato il tango? Avete mai provato?”… Carla e Miguel, loro si che si sono ritrovati  a doverlo ballare come danza della loro vita, con un ritmo ed una musica che non avevano scelto. I monologhi intrecciati ci danno altre notizie, nuovi orribili particolari su di loro, vite che in qualche modo scorrono parallele ma sono collocate in due luoghi e periodi storici diversi .

 “Me llamo Carla, desaparecidos el 25 de agosto del 1976.”

Prima della sparizione  Carla, era una giovane innamorata, aveva un ragazzo, ballava il tango e viveva la vita spensierata come tutte le fanciulle della sua età. Quando la presero, la paura, la prigionia e le torture, riusciva a sopportarle, ripetendosi delle parole: speranza, estate, libertà, amore, figlio, ognuna con un significato, ognuna con un peso. E figlio, la parola più importante, è il bandolo dell’intreccio tra i due

Claudio-Miguel ha sempre avuto una vita agiata e sulla sua esistenza c’è poco da dire. Figlio unico di un ex colonnello, famiglia ricca, parla 3 lingue, gioca a tennis. Il padre, con cui non ha un buon rapporto,  è uno dei colonnelli del golpe, Di ciò che è successo in Argentina sa quello che il padre stesso gli ha raccontato e cioè che c’era bisogno di ordine e qualcuno doveva pur farlo.  Saprà e capirà ogni cosa quando scoprirà di aver vissuto la vita di un altro.

Lo spettacolo, che ha coinvolto nel profondo il pubblico in sala, è stato ottimamente diretto da Paolo Pignero, un nostro conterraneo, trasferitosi a  Genova trent’anni fa. Bravi, regista e  Compagnia “Gli Amici di Jachy”, nel portare in scena e all’attenzione un dramma che ancora continua . Se un appunto si può muovere  a Pignero è che la musica tanghera si è sentita poco, un sottofondo da milonga avrebbe reso la vicenda ancor più struggente. Martina Lodi (Carla), intensa e sicura delle sue capacità espressive, ha avuto il peso maggiore dello spettacolo. Momenti forti della sua recitazione, infatti, sono stati lo stupro subito dai militari, la scoperta di aspettare un figlio e la morte per torture con il corpo gettato nell’oceano. Giovanni Tacchella (Claudio-Miguel) ha reso bene il suo personaggio, prima figlio di papà e poi vittima. Buone le coreografie create da Paola Grazzi e ballate  dai tangheri Giulia Bruzzone, Massimiliano Bet, Cesare Cocito, Lorenzo Monte e  brava anche Francesca Saitta che si è occupata delle scene e delle luci.

Maria Serritiello
www.lapilli.eu







Con“Zitellandia”Maria Bolignano è al Ridotto di Salerno




Fonte:www.lapilli.eu
di Maria Serritiello

Quest’anno la stagione teatrale di “Che Comico 2013-2014” ha inserito intelligentemente nel programma “quote rose”, le cui esibizioni hanno incontrato il favore del pubblico, abituato a veder sfilare prevalentemente comici di genere maschile. Ed ecco Maria Bolignano, presente al Ridotto di Salerno per due serate con lo spettacolo  “Zitellandia” e già dal titolo s’intuisce su che cosa e su chi si riverserà la comicità dell’artista. Dopo la classica entrata in palcoscenico che la fa dialogare con il pubblico, improvvisando in modo spigliato, soprattutto con gli uomini in sala, attacca con il suo monologo. Così, tutti i luoghi più comuni sulla  zitella, vengono ironicamente sviscerati, dall’appartenere all’associazione “Asso”, sigla che ingloba le zitelle senza “zizze” organizzate, all’invitare impudica gli uomini, per il prossimo 8 marzo, a non regalare le mimose ma il loro corpo. Tra una battuta e l’altra s’informa se tra il pubblico femminile e loro se ne guardano bene dal mostrarsi, c’è qualche zitella. Ora la parola che ha fatto soffrire più di una donna in passato per l’uso dispregiativo che se ne ricavava, si è commutata in “ single” e tutto sembra andare diversamente, invece non è così, anzi sono aumentati i pregiudizi. “La single è tale per scelta personale propria” dice Maria “ la zitella, invece, lo è  per scelta collettiva altrui” ed ancora “se la single fa sesso, si parla di normali esigenze fisiologiche, se lo fa la nubile si dice che O purpe addà sfugà . I ritmi della single li decide lei, non così se è la zitella, che li stabilisce la sua famiglia, responsabile essa stessa di averla protetta, a suo dire, dai giudizi malevoli  della gente. Il monologo va avanti per oltre un’ora, le battute si susseguono a ritmo serrato, così anche le risate divertite del pubblico. Maria Bolignano sa tenere bene la scena, canta con voce accattivante, ha buone capacità espressive, comunica con facilità ad è una brava attrice, oltre a possedere una naturale verve comica. Il tema della zitella, che poteva risultare desueto, è stato da lei  reso divertente ed originale. Prima di concludere lo spettacolo le chiedo (ndr) di rifarmi, Karina, la cameriera ucraina, un vecchio pezzo portato al successo a Telegaribaldi, la popolare trasmissione  comica andata in onda su scala regionale, sull'emittente napoletana Teleoggi - Canale 9. tra il 1996 e il 2002 e poi dal 24 dicembre 2008 al maggio 2009.

Backstage

Quando l’incontro, prima dello spettacolo è lei stessa a dirmi che “Karina”, la cameriera ucraina è veramente esistita. Quella buffa parlata era della sua insegnante di russo, quando frequentava l’Orientale a Napoli, Maria Bolignano, infatti, è diligentemente laureata in lingue straniere. La Prof, che aveva conservato gli accenti del suo Paese mescolandoli a quelli  napoletani, le diede lo spunto d’imitarla e creare il personaggio. A fare la comica non ci pensava affatto anzi lei frequentava tutt’altro genere di spettacolo, l’Accademia di Teatro sperimentale di Napoli, ma fu invitata da Biagio Izzo, che allora, insieme a Gianni Simioli, conduceva Telegaribaldi, e fu l’inizio della sua carriera nel teatro leggero  E’ lei a  scriversi i testi ma al monologo presentato  al Ridotto vi ha collaborato Paolo Caiazza, interamente suo, invece, con annessa regia, è  lo spettacolo  “Caburlesc”, un interessante rappresentazione teatrale che ingloba attori, giocolieri, mimi, cantanti, giochi utilizzando il fuoco e abiti che si trasformano, grazie all’abilità di Anna Zuccarini. E’ sua anche  la sit commedy  “Corsia d’emergenza”, 36 episodi che vanno in onda su Canale 8 , ma le puntate si possono vedere  anche in internet su YooTube.
La domenica sera presenta il laboratorio comico degli esordienti al Tam di Napoli.

Maria Serritiello
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