Il 2 e 3 ottobre ed il 9
e 10 prossimo, il salone motonautica di Salerno alla 4° adizione, apre le porte, gratis, ai visitatori muniti di green pass
e per tutta la settimana si propone agli interessati del settore.
Il boat show Salerno
è nato nel 2014 con un’edizione in anteprima e con quella del 2021 arriva alla
sua quinta edizione, con “…l’ambizione
di proporsi quale punto di riferimento del mercato nautico e
della sensibilizzazione alla cultura del mare…”
L’evento è organizzato da
Marina d’Arechi-Salerno port village,
uno spazio di di 36.000 mq, di limpida bellezza, tra la costiera
cilentana e quella amalfitana ed a mezz’ora da Capri e Napoli.
Il boat show Salerno si
candida ad essere gemello al salone della Nautica di Genova, alla sua 61esima edizione, meno di un mese fa e ad essere il
più grande evento dell’Italia del sud, con una particolarità propria che è
rivolta non solo alla nautica in sé ma a tutte le attività indotte e cioè
attività commerciali, attività di servizio alla nautica, abbigliamento e
quant’altro. Da non trascurare il luogo e la sua posizione che saranno, con
tutta una serie di servizi (aeroporto Salerno Costa d’Amalfi, alta velocità,
palazzetto dello sport proprio di fronte, metropolitana, alberghi e costruzioni
moderne) di attrattiva turistica invidiabile, se non unica.
La manifestazione ha
fatto registrato 90 espositori, 43 proveniente da aree al di fuori
della provincia di Salerno. e 118
barche.
Marina
d’Arechi-Salerno port village, Presidente Agostino Gallozzi della Gallozzi Group è
statoprogettato dall’ archi star Santiago Calatrava Valls ed è un porto –isola al largo della costa
sud di Salerno.
Ha vinto Lui: la classe,
l’eleganza, la gentilezza, il sorriso, l’eloquio colto e pacato, i toni
sommessi, mai al di sopra delle righe, né mai alcuni contro gli avversari, un
laico porgere l’altra guancia, il suo, alle contumelie rivoltegli con sguaiata
disinvoltura e poi la serenità di chi ha l’onestà del fare, il chiaro progetto
da proporre, la volontà di migliorare lo standard della città e la capacità di
poterlo e saperlo fare. Lui è Vicenzo
Napoli, architetto e Sindaco uscente della città di Salerno.
Cinque anni trascorsi a
seguire passo dopo passo, le linee guide di trasformazione della città, avendo
nelle orecchie i lai dell’opposizione che si appellava al “particulare”, senza avere una visione d’insieme, com’è giusto che
sia, se ci si candida a governare un capoluogo. Si è parlato, allora, della
spazzatura non raccolta, della cacca dei cani, del verde trascurato, del mare
inquinato, dell’invasione delle luci d’artista, la bellezza nostalgica delle chiancarelle e quella della spiaggia di
Santa Teresa, ragionamenti dell’uomo della strada e non da amministratori, meno
che mai rispecchiante un programma di una seria campagna elettorale. I nulla,
per l’appunto, come è stato ribadito, più volte, dal candidato sindaco uscente,
sicché ogni iniziativa veniva bocciata dai signor no che, nella loro nullità
progettuale e pochezze d’idee, opponevano un malinconico immobilismo per
nascondere l’incapacità totale. Ripetuto come un mantra è stato, per tutta la
campagna elettorale, il “come era bella
Salerno” quando non c’era il Crescent e la Piazza della Libertà. Ebbene ha
vinto la politica del fare, portata avanti con gentilezza e fermezza, da un
team di specialisti competenti e professionali, volenterosi di entrare di
diritto nel progetto Salerno, lanciato dal governatore
della Campania, Vincenzo De Luca, un meridionalista di razza, per
trasformare una media città del mezzogiorno a livelli europei. Così nei
prossimi cinque anni avremo continuazione del progetto e conseguente
capovolgimento della città. A scegliere, ciò, sono stati i cittadini di
Salerno, tributando alla persona del Sindaco uscente, il 58 per cento e alla
sua coalizione oltre il 61 per cento. E pensare che gli ultimi anni trascorsi,
non sono stati i più facili, sia per traversie sanitarie mondiali, sia per
beghe comunali all’interno della stessa coalizione. Eppure la figura del
Sindaco si è imposta su tutti e ha distanziato di molti punti i suoi occasionali
avversari. La gente ha preferito lasciarsi guidare da chi, timoniere gentile,
ha dato prova di sapersi districare e rilanciare un modello fattivo di moderna
città.
Il futuro è già iniziato,
non ci resta che vederlo realizzato e goderne al di là di chi non avendo nulla
di consistente da offrire, si prepara ad una opposizione selvaggia ed ottusa, retaggio
di un vecchio infantilismo mai sopito.
Buon lavoro, caro Sindaco, la città con te, come primo cittadino, si avvantaggia
di un modello di amabilità, cortesia, garbo ed educazione.
Ebbene sì, il Miramare di Salerno è la spiaggia
più bella della città e non è partigianeria la mia, essendo di famiglia, ma non
c’è nessun conflitto d’interesse, perché è la verità. Del resto l’arenile è
sotto gli occhi di tutti e la vista si bea nel guardare i 240 metri di lunghezza e i 50
metri di profondità, estensione che ha permesso di dare spazio ai bagnanti
senza essere preoccupati per la vicinanza da covid.
Una distesa di ombrelloni, lettini, sdraio e
sedie color seppia, come la sabbia, che non è più lavica fine e scura da attaccarsi
fastidiosamente alla pelle, ma un macinato chiaro, estratto da cava di pietre.
L’estensione, dunque, appare chiarore abbagliante, tenuto stretto da
inserimenti di bianco legno: ringhiere, spogliatoi, passerelle e spazi sociali.
L’ordine e la pulizia fanno bella mostra di sé, degradando verso la riva
trasparente, più in là l’azzurro del mare si fa più intenso di colore ed invita
alla nuotata. Sulla battigia sono state posizionate le docce per dare
freschezza in più all’arsura continua di questa estate. La musica diffusa non è
stata mai invasiva e la gentilezza dei bagnini, guardiani della nostra
sicurezza, sempre presente. I servizi offerti in spiaggia sono stati destinati a
far trascorrere spensieratamente il tempo estivo e cioè ginnastica per adulti e
piccini, giochi a squadre per intrattenere i più piccoli, gonfiabili a mare,
servizio pizza sotto l’ombrellone, bar in terrazza per l’aperitivo ed a sera
pizza con vista mare. Lungo i 50 metri di larghezza sono state disposte palme
per dare un tocco esotico e creare macchie di un bel colore verde. Da
quest’anno, sulla passerella che introduce a tutta la lunghezza della spiaggia,
sono stati impiantati spogliatoi distanziati, in sostituzione della barriera
delle cabine. Ora il mare è visibile dalla strada e se ne fruisce la
spazialità, grazie al progetto di ripascimento che ha lo scopo, sia di salvare
il litorale risucchiato di anno in anno dalla forza del mare, sia di offrire
larghe spiagge ai salernitani ed ai turisti invogliati dalle novità.
Così, già dal 1 settembre
del 2020, lo storico stabilimento, sorto negli anni trenta, qui durante la
seconda guerra mondiale si stanziarono le truppe inglesi ed americane, si è
iniziato il lavoro di ripascimento. L’intera fabbrica è sotto vincolo
paesaggistico per cui nella ristrutturazione eseguita nel 2012 dovette mantenere
lo stesso impianto originale. E’ un lido storico che ha mantenuto e mantiene la
dignità di uno stabilimento signorile, retto con rigore dal giovane Alfredo Serritiello, figlio di Alberto, presidente
dell’associazione degli operatori del settore, 4 persone sotto ogni
ombrellone e sanificazione giornaliera di tutti gli impianti, un fiore
all’occhiello per la balneazione in città.
Ho scritto del Miramare a fine stagione, per onestà
intellettuale, il mio cognome è Serritiello,
parente non proprietaria, sicchè nessuna accusa di preferenza.
15
anni:
il tempo impiegato, 28 mila metri
quadri: la superficie, 700 posti
auto interrati: la sosta possibile, 100
mila: la capienza delle persone, numeri che si aggiungono a numeri e di contra Lui solo, rimpicciolito nel suo
completo scuro, smarrirsi dinanzi al suo stesso capolavoro. Eppure è attorniato
affettuosamente dal Sindaco della città,
Vincenzo Napoli e da un folto pubblico, quello che lo segue e quello che lo
avversa, ma lui è là, sul palco approntato, col Crescent di Bofill alle spalle, parabola di ciò che è stato e negli
occhi la visione, accarezzata per 15 anni, divenuta realtà solamente e grazie al
il suo credere ideale e alla forza morale nell’andare avanti. Un gladiatore nel
circo massimo, a rilanciare ogni volta, il progetto che avrebbe dato una svolta
alla città di Salerno,
sprovincializzandola per sempre. Un disegno, che a voler pensar bene, se ne
realizza uno ogni 400 anni, venuto dopo polemiche politiche, controversie
giudiziarie, varianti in corso d’opera, rinvii tecnici e per ultimo un
inaspettato crollo, che avrebbe smontato chiunque, ma non il granitico governatore della Campania, Vincenzo De
Luca. E se nel discorso di presentazione, il 20 settembre scorso si
commuove a più riprese il coinvolgimento ci sta “Questa è la piazza sul mare più
grande d’Italia e d’Europa, anni duri, pesanti, per me e i miei figli, Piero e
Roberto.” Una via crucis laica il tempo, sicché nel ricordo la
commozione ferma la sua voce una prima volta e così anche quando ribadisce che “a
quest’opera ho dedicato la mia vita” Per nascondere la sua debolezza è
costretto a girare le spalle al pubblico, a bere un po’ d’acqua, fiele ne ha
bevuto a sufficienza in questi anni passati. Suscita applausi, il re è nudo ed
a tutti fa tenerezza. Via la figura di sceriffo, intransigente e dittatore,
davanti ai suoi occhi si è materializzata la piazza così come l’ha sognata.
Breve cambio di scena ed ecco il De Luca di sempre dire “Non vi montate la testa, sono la
carogna di sempre” lo dice quasi a volersi rafforzare, a credere e ad
essere pronto alle tante battaglie, che dovrà affrontare, finita la
presentazione della piazza. Nessuna tregua, nessuna pausa, queste mete si
raggiungono solo se non ci si lascia distrarre, la fatica non lo spaventa e se
è riuscito a remare per quindici anni, l’allenamento non gli manca. Novello Ftzcarraldo
è riuscito a far fiorire un angolo di città degradato e dedito al malaffare, in
un posto che è più ampio di Piazza San Pietro e che nell’immediato ha già
ospitato il Pontificale di San Matteo,
Amato Patrono della città, celebrato dal cardinale, sua Eccellenza Pietro
Parolin segretario di Stato di Papa Francesco.
I giudizi negativi su
quest’opera faraonica (bene così) hanno tenuto banco per tutti i 15 anni, né si
placheranno nel prosieguo, sta di fatto che un uomo, malgrado tutto e contro
tutte le avversità, sia riuscito a far realizzare un monumento che sarà
l’identificazione per ogni salernitano. Bella o brutta, secondo il proprio
giudizio, la Piazza c’è ed è pronta per scandire momenti, ci si augura lieti,
per il futuro.
E’ innegabile che Vincenzo De Luca ha cambiato il volto
della città, addormentata su se stessa e sui suoi riti ripetuti istintivamente all’infinito,
mancava quel quid che la facesse diventare una città media del sud, di marca
europea, abbandonando la tipologia del poco più di un paese. Ed ecco che da
Sindaco prendere Salerno tra le mani, rivoltarla come un calzino e ridisegnarla
con l’aiuto di Oriol Bohigas, architetto spagnolo.
L’incipit si ha all’inizio
del 1994 quando la giunta guidata da De Luca, appena insediato, conferma
l’incarico allo studio MBM di Barcellona
( Già incaricato dalla precedente amministrazione) e crea le condizioni
perché s’inizi a mettere mano alla questione urbanistica con l’obiettivo di una
ricostruzione della città. Salerno, usciva da alluvione e terremoto, da una
periferia degradata da un traffico ingestibile e da una carenza di spazi
pubblici. Per il salto di qualità e potenziare la vocazione turistica, Salerno
aveva bisogno di spiagge (ed ecco il ripascimento), di un porto turistico, la
splendida stazione marittima di Zaha
Hadid un nuovo centro di città, di alberghi e di una circolazione
funzionante. Il mare, poi, la risorsa principe ha la città di spalle…
Il resto della storia è
sotto gli occhi di ognuno, fino a trovarci tutti insieme, detrattori e fautori,
nella Piazza della Libertà, voluta fortemente da un visionario sognatore che
contro tutti quelli che nell’ordinario vedono l’eccezionalità, ha consegnato a
Salerno il simbolo identitario, come Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Milano,
Pisa, Genova e così via…
Venerdì 9 luglio 2021, ai
Barbuti di Salerno è stata la volta della Compagnia
PolisPapin di Roma, con lo spettacolo di un’ora e più dal titolo “Tàlia si è addormentata” tratto da"
Lo cunto de li cunti" di Giambattista Basile e scritto da Francesco Petti
con Cinzia Antifona, Valentina Greco, Francesca Pica musiche di Melisma, scene
e costumidi Domenico Latronico aiuto
scenografo Dario Vegliante regia di Francesco Petti
Tàlia si è addormentata
non è altro che la Bella addormentata
nel bosco, la favola conosciutissima da tutti i piccoli, raccontata e letta
dalle mamma e dalle nonne, la sera prima di addormentarsi. La fiaba ha origini antichissime
ed è arrivata fino a noi ad opera delle versioni edulcorate di Charles
Perrault, dei Fratelli Grimm e dal film di Walt Disney. Un po’ diverso è il
contenuto scritto da Giambattista Basile nel suo Pentamerone. Nel racconto di
Basile, infatti, non è un principe a svegliare la fanciulla, addormentatasi per
una puntura di una lisca di lino, mentre filava, ma da un re di passaggio già
sposato, che giace con lei dormiente e se ne va. Il romantico bacio del bel
principe, immaginato da schiere di bambine, in Basile, viene ad essere uno
stupro che dopo nove mesi dà i suoi frutti: Sole e Luna. I piccoli nati
succhiando il dito della madre, anziché il seno, sciolgono l’incantesimo e la
principessa si sveglia. Ci avviciniamo lentamente al vissero tutti felici e
contenti perché il re torna al castello, trova Tàlia sveglia e madre di due
figli, ma prima di giungere al lieto fine si dovrà passare per la cattiveria
della regina, la prima moglie. Intanto Parasacco e Malombra, due spiriti buoni salvano
il re dal cannibalismo dei suoi stessi figli, la regina viene scoperta e
mandata a morte. Sì, adesso e solo adesso il finale viene a rallegrare la
favola che in alcuni momenti ha del noir truculento.
Ciò che ci fa molto
apprezzare la versione di Francesco Petti, rifacendosi a Gian Battista Basile,
è l’allestimento scenico, il dialetto arcaico e la capacità di interscambiarsi
i ruoli con grande maestria, senza che la rappresentazione ne abbia a risentire.
La scena si presenta con
tante lische di lino a mo’ di prato fiorito, al centro una sagoma di un
teatrino di strada, come quelli usati per raccontare le favole ovunque. E’
ornato da un astrolabio che segna il tempo a sua volta e riflesso in uno
specchio d’ ingrandimento. Intorno all’originale catafalco ruota ogni soluzione scenica, ogni passaggio
della storia. Sicché è usato da camerino, da castello, salendo fin sulla cima, da
torre d’avvistamento, da cambio dei costumi, una fonte inesauribile di
soluzioni. Divertente il sottogonna, di acciaio con rotelle per gli
spostamenti, detto dal volgo dell’epoca anche “parapallo”, indossato dalla vita
in giù da chi doveva a turno interpretare Talia. I costumi barocchi fatti di
strisce colorate per dare vivacità alla scena, quasi sempre in ombra, ripetono
immagini arcaiche dalle maschere terrorizzanti. Un insieme nel quale serpeggia,
un delicato equilibrio tra il serio e l’arguto, dove il serio vede nel “trono”
tuttofare al centro della scena la sua magia favolistica e la rappresentazione
del tempo ed il faceto si lascia intravedere in certi scorci (la fusione nel
bianco lenzuolo a più mani le anime buone di Parasacco e Malombra o certi
sbalzi comici). Si rimane attaccati alla pur conosciuta favola per la capacità
creativa di dare soluzioni sceniche interessanti a problemi narrativi urgenti e
nello stesso tempo consci trattarsi di una favola e come tale a lieto fine. E
il tempo pare dilatarsi! L’ ora di spettacolo diventa
così un modo accattivante, leggero e significativo per riflettere senza troppo
impegno sulla problematicità della esistenza! Certi primi piani di Francesco Petti
ci ridanno il volto della vita piena e fatua di una favola senza tempo, per un
uomo non sempre consapevole della propria limitatezza.
“Il
personaggio che più mi sta a cuore è Sik Sik l’artefice magico, tra i tanti che
ho scritto è quello che più mi appartiene. E’ un atto unico diviso in due tempi
e fu scritto in treno, durante il percorso Roma- Napoli e doveva far parte di
uno spettacolo che stavano allestendo al Teatro Nuovo.”
Sono le parole che lo
stesso Eduardo afferma rivolgendosi al personaggio Sik.Sik, che a Napoli, oltre
a dare il nome al pezzo, sta ad indicare la magrezza.
A cimentarsi con il pezzo
di Eduardo, al 12esimo Festival Nazionale “Teatro XS città di Salerno, è Enzo D’Arco, della Cantina delle Arti di
Sala Consilina, una vecchia conoscenza per aver partecipato alla gara del
Festival con uno spettacolo di cui mi sfugge il nome e l’anno (N.d.R.), tempo
addietroe per la collaborazione poi
nata e cioè il vincitore della rassegna “Monodramma”
tenuta da Enzo D’Arco, entra a far parte di diritto alla rassegna all’XS.
Enzo
si è voluto cimentare ai Barbuti di
Salerno, fuori concorso, con un pezzo che appartiene agli scritti giovanili di Eduardo (1929) ed
è contenuto nella raccolta della “Cantata
dei giorni pari”. L’atto unico ebbe molto successo fu rappresentato
innumerevoli volte persino in Francia e in Portogallo. Inspiegabile per me
(N:D:R) tanto successo, forse perché la gente era meno smaliziata, desiderosa
di trame semplici e gran voglia di divertirsi. Si fa fatica a riconoscere il
drammaturgo, il suo spessore, la sua umanità e la sua grande capacità di
leggere i sentimenti umani e delineare personaggi indimenticabili. Sì, è vero
l’illusionista dà spettacolo con la fatica, con l’arte di arrangiarsi non un
imbroglio tot court, ma solo uno stratagemma per portare avanti la famiglia,
che presto avrà un Siksicchino. Il
testo si divide in due tempi, il primo per istruire il palo che dovrà
collaborare per la buona riuscita dello spettacolo ed il secondo nello
spettacolo vero e proprio. 4 i personaggi nella versione eduardiana, tre in
quella allestita e diretta da Enzo
D’Arco.
E diciamo di Enzo che ha
avuto il pregio di non discostarsi dalla versione di Eduardo, ma d’inserire qua
e là qualche novità senza uscire dai canoni. La bravura dell’attore è
consistito nel non voler imitare, cosa difficile ed inutile, Eduardo, per cui,
la sua, è stata una recitazione fluida, personale, a volte macchiettistica, ma
il personaggio lo richiedeva. La faccia allucinata e lo scuotimento della testa
nel mentre esegue i trucchi gli hanno dato una luce esaltata tanto da
aspettarsi applausi a profusione e per dire “E se ne care o tiatre” cioè il massimo del successo. L’elemento
che Enzo ha inserito, per dire che il tempo è trascorso dalla data della
nascita dell’atto unico (1929) sono i due volti giovanili: Antonella Giordano e Luigi D’Arco, atletico lui saltellante lei,
mimica espressiva dei due d perfetti burattini, avidi solo di soldi, che
ascoltano l’illusionista, che di soldi non ne vorrebbe dare, ma non capiscono
le parole. E’ pur vero che Sick Sick usa un linguaggio che storpia le parole:
pisellino, sta per pisolino, chimonico, sta per chimono, dentice sta per
identico e così via, ma sono trucchi per far sorridere il pubblico e per
movimentare la spiegazione dei che altrimenti sarebbe stato un arida elencazione.
Andiamo via dai Barbuti,
leggeri, con il sorriso sulle labbra, il sudore degli attori condiviso,
riflettendo che la vita è un’illusione ed il teatro la rappresenta senza farci
immalinconire. Grazie Eduardo, questo è
il tuo Sick Sik, e grazie Enzo D’Arco per averlo fatto rivivere.