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domenica 10 giugno 2012

Io, che vivevo a Crevalcore colpito al cuore dal terremoto



Fonte: La Repubblica Bologna, domenica 4 giugno 2012.

Il racconto

Io, che vivevo a Crevalcore colpito al cuore dal terremoto

Andrea Segrè

Vivo a Crevalcore. O forse sarebbe meglio dire, vivevo a Crevalcore. Fin che non ci sei dentro, proprio dentro, il terremoto è qualcosa di astratto. Un altrove, vicino o lontano che sia non cambia: è fuori da te. Ma quando ti fa vibrare anche le corde dell’anima, allora la prospettiva cambia e improvvisamente ti pervade. E anche parole come evacuato, sfollato, terremotato – una volta distratti titoli di giornale - assumono un peso diverso. Ti appesantisci, appunto. Come a riempire quel vuoto momentaneo (?) della terra. Questa terra che ti violenta, e che tu hai violentato, noncurante. Tutto questo cemento: colate infinite, spesso inutili. O meglio utili speculazioni, per qualcuno. Cubature impermeabili, che tutto fanno scorrere: l’acqua e il danaro. E che poi, a un certo punto, ti cadono addosso. Sporcandoti, se va bene. Seppellendoti, se invece va male. Quando lavori, per giunta. Solo perché manca un giunto: incredibile perdere la vita così. Incredibile perdere la vita, quando molto si potrebbe fare per prevenire. Non si fa perché, a monte, abbiamo perso il rapporto con la Natura, invertendolo. Le nostre Eco - l’ecologia e l’economia - si sono scambiate di posto. Abbiamo pensato che la buona gestione della casa piccola, letteralmente l’economia, potesse contenere la casa grande: l’ecologia. Non riconosciamo i limiti ecologici della terra, figurarsi se accettiamo il suo essere naturale e viva. Cambiamo – adesso – le posizioni e le proporzioni. Non sapremo prevedere i terremoti, ma saremo più pronti.
Non può essere questo il lato positivo della catastrofe che ha sconvolto le nostre vite e i nostri lavori? Contabilizziamo pure i danni alle persone, alle abitazioni, all’agricoltura, industria e servizi: ma non potremmo anche pensare a una vera occasione di cambiamento? Uscire da quella crisi continua che ci impedisce di capire e agire per cambiare qualcosa di un modello, sistema, paradigma – insomma il nostro essere cittadini di un mondo in crisi?
Eppure, queste corde dell’anima che vibrano tutte all’unisono ci trasmettono qualcosa. Quegli sguardi attoniti e interrogativi nella piazza buia dopo la prima scossa. Gli occhi dei vicini che scopri per la prima volta profondi e che si domandano insieme a te: ma cos’era? Quel parlarsi di continuo della continuità del tremare scaricando angoscia e tensione. Quella zona rossa che dopo la seconda scossa perimetri assieme ai nuovi compagni valutando insolite pendenze e fresche aperture, foriere di possibili abbattimenti. Quella gioia di entrare nella tua casa e prendere qualche oggetto sotto gli occhi, vigili per definizione, dei pompieri. Capaci non solo di darti l’elmetto ma anche di spingere il tuo carrello, non più ricolmo di generi alimentari, ma delle tue cose prese a caso in attesa di un improbabile rientro. Quel tuo essere evacuato al mare – un perfetto bilanciamento – dove ti dicono: ma lei è nostro ospite. Assieme a tanti ignari turisti tedeschi, ignari di un altrove che è sempre lontano. Quell’offerta di case, aiuti e assistenza da amici e anche sconosciuti. Quei container calati sulle stalle degli allevatori che devono mungere due volte al giorno. Quegli imprenditori che non si lasciano abbattere ma continuano a pensare al futuro. Quel riempire i conti correnti spuntati come funghi pensando che gli aiuti non scaricano più una coscienza distratta, ma presente, necessaria. Piena di volontà di ripartire, ricostruire, rifondare una società malata e stanca. Opulenta ma povera. Eppure ricca nel momento del bisogno. Una povertà che si fa ricchezza, anima delle persone.
Questo è il terremoto dell’Emilia visto dal di dentro. Nella bassa che si è abbassata. Sputando sabbia e melma. Ma dove rispunta quel gene antico e robusto della cooperazione e della solidarietà. Per troppo tempo silente, come fosse distratto da altro. Ora bruscamente risvegliato nelle corde della sua anima più profonda e più autentica.
E quella frase antica che ti ricorda il liceo in una terra di altri terremoti, il Friuli: “gli alberi non crescono fino in cielo”. Come dire: basta con questo modello legato alla crescita infinita. Cui va aggiunto un detto della nuova sapienza emiliana, sempre più convinta: “e le mucche non mangiano cemento”. Uno stimolo per l’Italia intera.


Andrea Segrè (Trieste, 5 febbraio 1961) è un accademico, economista e saggista italiano, docente di politica agraria, politiche dello sviluppo agricolo, e agricultural policies presso la Facoltà di Agraria e di Statistica dell'Università di Bologna





Al Museo “Città Creativa” di Rufoli di Ogliara, tre mostre fino al 30 giugno

Al Museo “Città Creativa” di Rufoli di Ogliara, tre mostre fino al 30 giugno

martedì 5 giugno 2012

Il degrado di Paestum. Che vergogna!


C’è la stazione ferroviaria chiusa e i parcheggi pubblici mai utilizzati e vandalizzati, rifiuti abbandonati in tombe dell’età del rame e scavi mai completati sotto capannoni di fabbriche chiuse negli anni 80. Lo spettacolo che si presenta ai visitatori fuori dalle mura antiche di Paestum è desolante. Ma all’interno della città antica le cose non vanno meglio: dei 120 ettari considerati dall’ Unesco patrimonio dell’umanità, solo poco più di venti sono di proprietà dello Stato. Tutto il resto è in mano ai privati, che da decenni coltivano sulle rovine della città della Magna Grecia. E’ per recuperare quel patrimonio che Legambiente ha lanciato Paestumanità, un progetto di azionariato sociale finalizzato ad acquistare e salvaguardare i terreni compresi all’interno delle mura. “Si tratta di un patrimonio che appartiene al mondo – dice Lucio Capo, della Legambiente locale – e al mondo chiediamo di venire qui a Paestum a rendersi cosciente di avere questo tipo di proprietà”  di Andrea Postiglione


INDIGNIAMOCI E PROPONIAMO

COSI' FRANCESCO AGRESTI, POETA E SCRITTORE EBOLITANO MA RESIDENTE A ROMA SCRIVE AL SINDACO DI PAESTUM

Al Sindaco di Capaccio Italo Voza
>
> Gentile dottor Voza,
>
> ho appreso con sgomento che l'area prospiciente i Templi e
> la stazione ferroviaria di Capaccio sono da tempo
> completamente abbandonati all'incuria e al degrado.
> Inutile ricordarLe ciò che i Templi rappresentano per la
> storia della Civiltà occidentale e ,se voglioamo, per la
> stessa economia del Suo territorio.
... > Pretendere che la stazione ferroviaria funzioni al meglio e
> che tutta l'aera dei Templi possa godere di una pulizia e di
> una manutenzione all'altezza della loro unicità, presumo,
> sarà il suo massimo impegno affinché la situazione ritorni
> ad essere quella di un tempo e quella che la sacralità dei
> luoghi deve pretendere.
> L'unica vera risorsa del Paese è rappresentata dai nostri
> giacimenti culturali. Mandarli in rovina vorrebbe dire,
> senza enfasi, o demagogia,
> mandare completamente allo sfascio la nostra stessa
> appartenenza alla civiltà occidentale.
> Se serve mobilitare la Cultura per darLe una mano, sono
> prontissimo a sensibilizzare i nostri più importanti poeti
> contemporanei per accendere i riflettori sul Suo territorio.
>
> Lei, comunque, non sarà lasciato solo nella Sua grande
> battaglia civile.
> Suo,
> Francesco Agresti
> tel. 338/1686201
                            IO CI SONO PER QUESTA INCOMPARABILE BELLEZZA.